Storia della Congregazione delle Scuole di Carità – ISTITUTO CAVANIS 1772-2020 (parte prima)

Giuseppe Leonardi, CSCh, Storia dell’Istituto Cavanis – Congregazione delle Scuole di Carità 1772-2020. ANNO 2022. Aggiornato LUGLIO/2023. 

Commenti, correzioni e aggiornamenti della Storia della Congregazione

Testo interattivo

Questo libro è in qualche modo un corpo vivo in continua lavorazione: la documentazione della Storia della Congregazione è tuttora oggetto di studio archivistico (nell’AICV, archivio storico a Venezia; ma anche con il recupero di alcuni elementi di archivi purtroppo dispersi o distrutti, come quelli di Capezzano Pianore, Porcari e Massafra) e scientifico.

Le tabelle con le comunità e le cariche di ogni casa durante decenni e secoli sono ancora da perfezionare e da completare, per ora limitatamente al 2020, in modo da documentare 2 secoli completi, dall’inizio della prima comunità Cavanis (1820). Si tratta di un lavoro interattivo.

Se i confratelli e le comunità ci offrono dati aggiornati, correzioni e riscontri, essi saranno progressivamente aggiunti al testo man mano che si rendono disponibili. Da parte dell’autore, l’opera è in fase continua di revisione, principalmente per quanto riguarda le tabelle delle comunità e parti territoriali, con la collaborazione dei superiori locali e di altri confratelli. Se trovate errori, segnalateli all’indirizzo:

Padre Leonardi – Email:  leonardigiuseppe879@gmail.com
Padre Edmilson Mendes – Email: medmilson@hotmail.com

Correzioni
e aggiornamenti verranno introdotti non immediatamente ma nell’edizione digitale successiva.

INDICE

Sigle e abbreviazioni

Ringraziamenti

Introduzione


Parte Prima

Breve biografia dei fondatori 1772-1858

Box: la situazione veneziana

1. I fratelli Anton’Angelo e Marcantonio Cavanis

1.1 Infanzia e adolescenza

Box: un ritratto infantile e uno giovanile di P. Anton’Angelo Cavanis

1.2 Inizio produttivo

1.3 Dalla prima comunità all’erezione canonica

1.4 I fondatori e la scuola nel loro tempo

1.5 I fondatori nella formazione dei seminaristi

1.6 Terza età, lotte e preparazione della successione

1.7 La vecchiaia e le malattie. Morte e fama di santità

1.8 La causa di beatificazione

1.9 Sull’origine dei Cavanis a Cornalba (Bergamo) e sul loro stemma

1.10 Il nome dei Cavanis nei toponimi stradali del mondo

2. Del nome della Congregazione delle Scuole di Carità

2.1 Del significato del nome “Scuole”

2.2 Del significato del nome “Carità”

3. Dell’abito della Congregazione delle Scuole di Carità

4. La situazione numerica della Congregazione nel XIX secolo

Tabella: situazione numerica e lista dei membri dell’Istituto Cavanis all’inizio della comunità della “casetta” (27 agosto 1820)

Tabella: situazione numerica e lista dei membri dell’Istituto Cavanis l’8  dicembre 1830

4.1 La situazione numerica della Congregazione nel 1838

Tabella: religiosi e seminaristi Cavanis alla fine del 1835, cinque mesi dopo l’erezione canonica dell’Istituto Cavanis

4.2 Lista dei religiosi e seminaristi Cavanis il 10 settembre 1841

4.2.1 Sacerdoti nella casa di Venezia

4.2.2 Sacerdoti nella casa di Lendinara

4.2.3 L’Istituto femminile nel 1841

Tabella: religiosi e seminaristi Cavanis il 12 novembre 1856

Tabella: religiosi e seminaristi Cavanis il 1° novembre 1864

4.3 Lista dei religiosi sacerdoti Cavanis nel febbraio 1868

4.3.1 Casa di Venezia

4.3.2 Casa di Lendinara

4.3.3 Casa di Possagno

4.4 Lista dei religiosi sacerdoti Cavanis il 12 marzo 1877

4.4.1 Casa di Venezia

4.4.2 Casa di Lendinara

4.4.3 Casa di Possagno

4.5 Numero dei religiosi preti il 16 aprile 1886

4.6 Lista dei patriarchi di Venezia ai tempi della Congregazione

4.7 Lista dei vescovi della diocesi di Adria ai tempi della casa Cavanis di Lendinara

4.8 Lista dei vescovi della diocesi di Treviso nei tempi della Congregazione Cavanis

4.9 Lista degli arcivescovi dell’arcidiocesi di Lucca nei tempi della Congregazione Cavanis

4.10 Lista dei papi nei tempi della Congregazione Cavanis

5. La casa di Venezia 1820-2020

5.1 La nuova casa di residenza della comunità di Venezia

5.2 L’ala “nuova” delle scuole di Venezia

Box: a proposito di caléte

5.3 La storia della casa di Venezia, dopo la prepositura di P. Sebastiano Casara

Tabella: costruzioni, acquisti e affitti della casa di Venezia

Tabella: mappali e numeri anagrafici della casa di Venezia

6. La Chiesa di s. Agnese (1866-2020)

6.1 Origine e vicende

6.2 Scuole e confraternite relative alla parrocchia di s. Agnese

6.3 Gli altari antichi della chiesa di s. Agnese

6.3.1 Presbiterio

6.3.2 Navata di destra

6.3.3 Navata di sinistra

6.3.4 Sagrestia

Box: Il fonte battesimale di S. Agnese, ora a S. Maria del Rosario

6.4 Il rifacimento della chiesa

6.5 Si pensa al ripristino

6.6 La Soprintendenza all’opera

6.7 II risultato

6.8 Il nuovo organo

6.9 Il collaudo dei restauri e del nuovo organo

Box: P. Giuseppe Panizzolo e l’acqua alta

6.10 Nota sulle chiese e cappelle dell’Istituto Cavanis di Venezia

Tabella: cronologia delle chiese e cappelle della casa-madre di Venezia

Tabella: la comunità di Venezia dal 1820 al 2020

7. La casa di Lendinara 1833-1896

Box: gli archivi e il diario della casa di Lendinara

7.1 La casa di Lendinara dal 1833 al 1866

Tabella: comunità di Lendinara dal 1834 al 1866

7.2 La casa di Lendinara dal 1866 al 1896

7.2.1 I Padri Cavanis a Lendinara e Alberto Mario

Tabella: comunità di Lendinara dal 1866 al 1896

Tabella: le case (comunità e scuola) di Lendinara

Tabella: le chiese e cappelle di Lendinara utilizzate dall’Istituto

Tabella: le proprietà immobiliari della comunità di Lendinara

7.3 La passione e la morte della casa di Lendinara nella prospettiva generale italiana

8. Excursus sulle devozioni e sui santi dei Cavanis

8.1 San Giuseppe Calasanzio (1557-1648)

8.2 Maria SS. ma, Madre di Dio

8.3 San Vincenzo de’ Paoli (1581-1660)

8.4 San Gaetano Thiene (1480-1547)

8.5 Sant’Alfonso de’ Liguori (1696-1787)

8.6 San Giuseppe

8.7 Sacra Famiglia

8.8 Sacro Cuore di Gesù

8.9 Santi e altari

8.10 Santi Scolopi e della Famiglia Calasanziana

8.11 Le preghiere e pratiche devote dei Padri Cavanis

8.12. La rete mirabile


Parte Seconda

Seconda fase della vita della Congregazione 1848-1884

Box: il Risorgimento d’Italia

Box: Prima Guerra d’Indipendenza (1848-1849)

Box: la Repubblica di San Marco (22 marzo 1848-24 luglio 1849)

Tabella: lista dei prepositi generali dell’Istituto Cavanis

1. I tempi dei prepositi generali Frigiolini, Casara e Traiber

1.1 P. Vittorio Frigiolini, secondo preposito generale (1852)

1.2 Modalità di elezione/nomina del terzo preposito generale, P. Sebastiano Casara

2. L’epoca di P. Sebastiano Casara, il “secondo fondatore” nella
Congregazione e nel mondo

2.1 La prima serie di mandati di P. Sebastiano Casara (1852-1863)

2.2 La seconda serie di mandati di P. Sebastiano Casara (1866-1884)

Box: la Seconda Guerra d’Indipendenza d’Italia (1859) e l’inizio del Regno d’Italia (1861)

2.3 Il mandato di P. Giovanni Battista Traiber (1863-1866)

Box: la terza Guerra d’Indipedenza d’Italia (1866)

Box: il beato Antonio Rosmini Serbati, prete e filosofo

2.4 Possibilità di fusione tra la Congregazione delle Scuole di Carità e un’altra

3. La casa di Possagno

3.1 La prima fase (1856-1869)

3.1.1 Le trattative (1856-1857)

3.1.2 Vita della comunità di Possagno e del Collegio Canova (1857-1869)

3.2 La seconda fase (1869-1881)

3.3 La terza fase: anni di assenza e di silenzio (1881-1889)

3.4 La quarta fase: tre anni d’incertezze e la riapertura (1889-1892)

3.5 La quinta fase: la casa di Possagno attuale (1892-2019)

3.6 Il Liceo Calasanzio dagli anni Cinquanta ad oggi

3.6.1 Relazione storica sull’edificio

3.6.2 II nuovo Liceo Calasanzio

3.6.3 Evoluzione dei corsi e della popolazione scolastica

Tabella: la comunità di Possagno (1857-2020)

 

Terza fase della storia della Congregazione. Il “dopo Casara” (1885-1900)

Terza fase della storia della Congregazione. Il “dopo Casara” (1885-1900)

1. Padre Domenico Sapori, preposito generale (1885-1887)

2. L’era di papa Leone XIII

3. Padre Giuseppe Da Col, preposito generale (1887-1900)

Tabella: i sacerdoti Cavanis nell’agosto 1891

4. L’era del cardinal Sarto, patriarca di Venezia

Box: il corredo per entrare nella comunità Cavanis nell’Ottocento

5. I principali discepoli e compagni dei fondatori

6. Biografie dei religiosi Cavanis del secolo XIX

6.1 Diacono don Angelo Battesti

6.2 Seminarista Giuseppe Scarella

6.3 Seminarista Bartolomeo Giacomelli

6.4 Chierico Francesco Minozzi

6.5 Fratel Francesco Dall’Agnola

6.6 Seminarista Antonio Spessa

6.7 P. Angelo Minozzi

6.8 Chierico Giovanni Giovannini

6.9 Fratel Domenico Ducati

6.10 Fratel Filippo Sartori

6.11 Fratel Giovanni Avi

6.12 Fratel Pietro Rossi

6.13 P. Pietro Spernich

6.14 P. Matteo Voltolini

6.15 I padri Angelo Cerchieri e Giovanni Battista Toscani e il laico Pietro Zalivani

6.16 P. Giovanni Luigi Paoli

6.17 P. Alessandro Scarella

6.18 Padre Vittorio Frigiolini

6.19 P. Eugenio Leva

6.20 P. Domenico Luigi Piva

6.21 P. Giovanni Francesco Mihator

6.22 P. Giuseppe Rovigo

6.23 Fratel Francesco Luteri

6.24 P. Narciso Emanuele Gretter

6.25 P. Pietro Maderò

6.26 P. Vincenzo Brizzi

6.27 Fratel Luigi Tommaso Armanini

6.28 P. Giuseppe Marchiori

6.29 P. Antonio Fontana

6.30 Fratel Francesco Avi

6.31 P. Tito Fusarini

6.32 P. Nicolò Morelli

6.33 Fratel Giacomo Barbaro (Fratel Giacometto)

6.34 P. Giovanni Maria Spalmach

6.35 P. Giuseppe Bassi

6.36 P. Giovanni Battista Larese

6.37 Fratel Giovanni Cherubin

6.38 P. Andrea Berlese

6.39 P. Francesco Bolech

6.40 P. Giovanni Battista Fanton

7. Biografie di religiosi Cavanis del XX secolo

7.1 P. Giovanni Tomaso Ghezzo

7.2 Fratel Pietro Sighel

7.3 Fratel Clemente Dal Castagné

7.4 Fratel Giovanni Cavaldoro

7.5 P. Enrico Calza

7.6 Seminarista Carlo Trevisan

7.7 Fratel Bartolomeo (Bortolo) Fedel

7.8 Fratel Corrado Salvadori

7.9 P. Agostino Santacattarina

7.10 Novizio Nazzareno De Piante

7.11 P. Carlo Simeoni

7.12 P. Arturo Zanon

7.13 P. Mario Miotello

7.14 P. Michele Marini

7.15 P. Giuseppe Miorelli

7.16 Fratel Giuseppe Vedovato

7.17 Fratel Filippo Fornasier

7.18 P. Giuseppe Borghese (P. Bepi)

7.19 P. Giovanni Tamanini

7.20 P. Luigi D’Andrea e fratel Enrico Cognolato

7.21 P. Luigi D’Andrea

7.22 Fratel Enrico Cognolato

7.23 P. Amedeo Fedel

7.24 Fratel Angelo Furian

7.25 P. Carlo Donati

7.26 P. Cesare Turetta

7.27 P. Agostino Menegoz Fagaro

7.28 Fratel Vincenzo Faliva

7.29 Il Venerabile P. Basilio Martinelli

7.30 P. Francesco Saverio Zanon

7.31 Fratel Italo Guzzon

7.32 P. Michele Busellato

7.33 P. Antonio Eibenstein

7.34 P. Giovanni D’Ambrosi

7.35 P. Augusto Taddei

7.36 P. Alessandro Vianello

7.37 P. Luigi Sighel

7.38 Fratel Olivo Bertelli

7.39 P. Federico Sottopietra

7.40 P. Gioacchino Sighel

7.41 P. Marco Cipolat

7.42 P. Luigi Janeselli

7.43 P. Andrea Galbussera

7.44 P. Valentino Pozzobon

7.45 Fratel Edoardo Bartolamedi

7.46 Fratel Ausonio Bassan

7.47 P. Angelo Trevisan

7.48 P. Ferruccio Vianello

7.49 P. Giosuè Gazzola

7.50 P. Valentino Fedel

7.51 P. Giuseppe Pagnacco

7.52 P. Bruno Marangoni

7.53 Fratel Guerrino Zacchello

7.54 P. Angelo Pillon

7.55 P. (Vescovo) Giovanni Battista Piasentini

7.56 P. Vincenzo Saveri

7.57 P. Pellegrino Bolzonello

7.58 P. Mario Janeselli

7.59 P. Lino Janeselli

7.60 P. Mansueto Janeselli

7.61 P. Luigi Ferrari

7.62 P. Guido Cognolato

7.63 Fratel Giorgio Vanin

7.64 Fratel Sebastiano Barbot

7.65 P. Vittorio Cristelli

7.66 P. Pio Pasqualini

7.67 Fratel Luigi Santin

7.68 P. Giuseppe Cortelezzi

7.69 P. Giuseppe Da Lio

7.70 P. Angelo Sighel

7.71 P. Luigi Candiago

7.72 P. Marcello Quilici

7.73 P. Francesco Rizzardo

7.74 P. Ermenegildo Loris Zanon

7.75 P. Luis Enrique Navarro Durán (P. Lucho)

7.76 P. Giuseppe Fogarollo

7.77 P. Aldo Servini

7.78 P. Riccardo Janeselli

7.79 P. Siro Marchet

7.80 P. Narciso Bastianon

7.81 P. Luigi Toninato

7.82 Fratel Ettore Perale

7.83 Fratello e diacono don Aldo Menghi

7.84 P. Antonio Turetta

7.85 P. Franco Degan

7.86 P. Ugo Del Debbio

7.87 P. Livio Donati

8. Biografie dei padri Cavanis defunti nel secolo XXI

8.1 Fra Luigi Gant

8.2 P. Riccardo Zardinoni

8.3 P. Giulio Avi

8.4 P. Cleimar Pedro Fassini

8.5 P. Danilo Baccin

8.6 Fra Roberto Feller

8.7 P. Giuseppe Simioni

8.8 P. Federico Grigolo

8.9 P. Guerrino Molon

8.10 P. Alessandro Valeriani

8.11 P. Angelo Zaniol

8.12 P. Rito Luigi Cosmo

8.13 P. Attilio Collotto

8.14 P. Aldino Antonio da Rosa

8.15 P. Amedeo Morandi

8.16 P. Diego Beggiao

8.17 P. Fiorino Francesco Basso

8.18 P. Norberto Artemio Rech

8.19 P. Armando Manente

8.20 P. Angelo Guariento

8.21 P. Giuseppe Maretto

8.22 P. Emilio Gianola

8.23 P. Raffaele Pozzobon

8.24 Fratello e diacono don Giusto Larvete

8.25 P. Giovanni De Biasio

8.26 P. Sergio Vio

8.27 P. Enrico Franchin

8.28 P. Giuseppe Colombara

8.29 P. Giovanni Carlo Tittoto

8.30 P. Mario Zendron

8.31 P. Luigi Scuttari

8.32 P. Lino Carlin

8.33 P. Artemio Bandiera

8.34 P. Angelo Moretti

8.35 P. Primo Zoppas

8.36 P. Rocco Tomei

8.37 P. Bruno Lorenzon

8.38 P. Antonio (Tonino) Armini

8.39 P. Natale Sossai

8.40 P. Silvano Mason

8.41 P. Mario Merotto

8.42 P. Marino Scarparo

8.43 P. Nicola Zecchin

Tabella: religiosi Cavanis defunti in ordine alfabetico

Tabella: religiosi Cavanis defunti in ordine di anno di morte

Tabella: religiosi Cavanis defunti (sepolture e cimiteri)

9. Principali amici e collaboratori dei fondatori

9.1 Don Federico Bonlini

9.2 Il beato Luigi Caburlotto (1817-1897)

9.3 Ricordando Mons. Daniele Canal

9.4 Ricordando i fratelli Passi

10. Benefattori e benefattrici dei Cavanis

10.1 Benefattori e benefattrici dei fondatori della prima metà del XIX secolo

10.1.1 Marchesa Santa Maddalena di Canossa (vedi capitolo sull’istituto delle Scuole di Carità femminile)

10.1.2 Sig. Francesco Marchiori (vedi il capitolo sulla casa di Lendinara)

10.1.3 Conte Giacomo Mellerio

10.1.4 Contessa Carolina Durini Trotti

10.1.5 Cav.r Pietro Pesaro, Londra

10.1.6 Canonico Angelo Pedralli di Firenze

10.2 Benefattori e benefattrici dell’Istituto della seconda metà del XIX secolo

10.2.1 Mons. Giovanni Battista Sartori Canova (Vedi capitolo sulla casa di Possagno)

10.2.2 Contessa Loredana Gatterburg-Morosini

10.2.3 Mons. Luigi Bragato di Vienna

10.2.4 Don Giuseppe Ghisellini

10.2.5 Principe Giuseppe Giovanelli e sua madre, la principessa Maria Buri-Giovanelli

11. I capitoli generali dell’Istituto Cavanis del XIX secolo

11.1 I capitoli del XIX secolo più in dettaglio

Tabella: prepositi, vicari, definitori e consiglieri generali (1852-2019)

Tabella: capitoli generali (1855-2019)

 

Parte Terza – Il XX secolo

1. L’inizio del XX secolo

1.1 I tempi del pontificato di papa Pio X nella chiesa e nel mondo

1.1.1 Missioni e colonie

1.2 L’inizio del XX secolo nel mondo

1.3 L’inizio del XX secolo in Europa

1.4 L’inizio del XX secolo in Italia

1.5 Padre Giovanni Chiereghin, preposito generale (1900-1904)

1.6 Padre Vincenzo Rossi, preposito generale (1904-1910)

1.7 Padre Antonio dalla Venezia, preposito generale (1910-1913)

Box: Sfogliando i verbali

Box: Censimento della Congregazione mariana di Venezia 1952

1.8 Padre Augusto Tormene, preposito generale (1913-1921)

2. La prima guerra mondiale: “La prima carneficina mondiale” (8 luglio 1914 -11 novembre 1918)

2.1 Venezia e la prima guerra mondiale

2.2 L’Istituto Cavanis durante la prima guerra mondiale

2.3 Le testimonianze nel Diario di Congregazione

2.4 I diari di guerra dei religiosi-soldati Cavanis

2.4.1 Diario di guerra e prigionia di Pellegrino Bolzonello, novizio Cavanis: “I miei ricordi di guerra 1915-1918”.
– Offensive sul fronte dell’Isonzo
– Questo era il mio fronte, il fronte goriziano
– La grande offensiva del maggio 1917
– Seconda azione – Quota 126 – Cimitero di Gorizia
Sugli Altipiani di Bainzizza
Sul Monte S. Gabriele
– La ritirata di Caporetto
– Dal fiume Isonzo a Codroipo
– La prigionia
– Piccoli episodi
– Vicende del campo

2.4.2 Diario di guerra e prigionia del novizio Alessandro Vianello

2.5 Monumenti e lapidi dei caduti

3. La chiesa tra le due guerre mondiali

3.1 I tempi di Benedetto XV nella chiesa e nel mondo

3.2 La politica femminile dell’Istituto Cavanis

3.3 I tempi di Pio XI nella chiesa e nel mondo

3.3.1 Papa Pio XI e l’Istituto Cavanis

3.4 Padre Agostino Zamattio, preposito generale (1922-1928)

3.5 Padre Giovanni Rizzardo, preposito generale (1928-1931)

4. Il ventennio fascista

4.1 L’Istituto Cavanis nel periodo fascista

Box: attività della Centuria Balilla e Avanguardisti

4.2 Padre Aurelio Andreatta, preposito generale (1931-1949)

4.2.1 Il riconoscimento giuridico dell’Istituto

Tabella: proposte di fondazioni non accettate

Tabella: religiosi Cavanis nel luglio 1939

4.3 I tempi di Pio XII nella chiesa e nel mondo dal 1939 al 1958

4.4 Pio XII e l’Istituto Cavanis

4.5 Padre Aurelio Andreatta preposito generale (seconda parte)

5. La seconda guerra mondiale: “La seconda carneficina mondiale”
(1939-
1945)

5.1 La seconda guerra mondiale e l’Istituto Cavanis

5.2 La resistenza dei Cavanis

5.3 Bilancio di guerra

5.4 Vita di una comunità Cavanis nell’Italia in guerra nel 1943

5.5 Microstorie Cavanis nella macrostoria della seconda guerra mondiale

5.5.1 La guerra e la prigionia di Edoardo Bortolamedi

5.5.2 Memorie di guerra di Armando Soldera, un noviziato diverso

5.5.3 La guerra di Marino Scarparo

5.5.4 La guerra e la cappella votiva di S. Giuseppe a Coldraga

5.5.5 Vita di seminario nel Probandato di Possagno (1940-1945)

5.5.6 La guerra a Porcari, annotazioni di P. Vincenzo Saveri

5.5.7 Ricordi del Probandato di Vicopelago

5.5.8 Memorie di guerra di P. Giuseppe Leonardi

5.6 La casa di Roma – Casilina

5.6.1 Illustrazione del progetto “Renosto” dell’erigendo Istituto Cavanis Pio XII a Roma

5.7 Le catacombe dei santi Marcellino e Pietro ad duas lauros

5.7.1 Il martirio di Marcellino e Pietro

5.8 Il mausoleo di sant’Elena

5.8.1 L’apertura del mausoleo di sant’Elena

5.9 La curia generale a Roma

6. Il Dopoguerra

6.1 Il mandato di P. Aurelio Andreatta continua dopo la guerra

6.2 Cronaca della vita della Congregazione dal 1947

6.3 Lo sviluppo dell’Istituto Cavanis sotto i pontificati di Pio XI e Pio XII e
l’ambiente cattolico in Italia (1922-1958)

Tabella: apertura di case dal 1919 al 1968

Tabella: ordinazioni presbiterali 1795-2019

Tabella: date su professioni e ordinazioni

Tabella: seminari Cavanis in Italia dal 1918 al 1970

7. La seconda metà del XX secolo

7.1 Padre Antonio Cristelli, preposito generale (1949-1955)

7.2 Il padre Gioachino Tomasi, preposito generale (1955-1961)

7.2.1 Precisazioni istituzionali definite all’inizio del mandato di P. Tomasi

Tabella: numeri dei religiosi Cavanis nel luglio 1958

8. Dal 1958 al 1970: anni che hanno cambiato la Chiesa e il mondo

8.1 Il papa Giovanni XXIII e l’Istituto Cavanis

8.2 Angelo Giuseppe Roncalli, Giovanni XXIII

8.3 Continuando la relazione sui fatti della prepositura del P. Gioachino Tomasi.

Tabella: numeri dei religiosi Cavanis nel luglio 1960

8.4 Padre Giuseppe Panizzolo, preposito generale (1961-1967)

Tabella: numeri dei religiosi Cavanis nel luglio 1967

8.5 Padre Orfeo Mason, preposito generale (1967-79): apertura dei Cavanis in
Brasile e nel mondo

8.6 Il capitolo generale straordinario speciale (1969-1970) e le Costituzioni e direttorio

8.6.1 Breve storia dei lavori capitolari

8.6.2 Breve cronologia delle Costituzioni

8.7 I tempi di papa Paolo VI nella Chiesa e nel mondo

8.8 I capitoli generali del XX e XXI secolo

8.9 I capitoli generali ordinari del XX e XXI secolo

8.10 I capitoli generali straordinari del XX secolo

9. Alcuni collaboratori e benefattori dell’Istituto Cavanis defunti nel XX-XXI secolo

9.1 Pietro Baio

9.2 Don Giovanni Andreatta

9.3 Don Costante Dalla Brida

9.4 Angelo (Lino) Architetto Scattolin

9.5 Maria Pianezzola

9.6 Professor Andrea Tognetto

9.7 Don Luigi Feltrin

9.8 Don Felice Del Carlo

9.9  Alberto Cosulich e famiglia

9.10 Professor Antonio Lazzarin, restauratore

9.11  Suore della Pia Società del Santo Nome di Dio

9.12   Le assistenti  della nostra casa di riposo di Possagno

 

Parte Quarta

Le case d’Italia fondate nel XX secolo

1. La casa di Porcari – Lucca

1.1 “Porcari: la chiesetta dell’Immacolata”

1.2 “Testimonianze di anziani”

1.3 Inaugurazione della chiesa

1.4 Il duplice giubileo del collegio Cavanis di Porcari

Tabella: la casa di Porcari

2. La casa del Probandato di Possagno (1919)

3. La casa di Pieve di Soligo (1923)

4. La casa di Conselve

5. La casa del Sacro Cuore e il noviziato annesso

5.1 Una gita dei padri a Coldraga e benedizione della “villa”

5.2 La posa della prima pietra e l’inaugurazione della casa

5.3 Lo sviluppo della casa

5.4 Gli esercizi spirituali – gli incontri di preghiera

5.5 La chiesa del Sacro Cuore

5.5.1 Il comitato

5.5.2 La benedizione e la posa della prima pietra della chiesa (5 giugno 1938)

5.5.3 La prima pietra

5.5.4 Consacrazione della chiesa (2 giugno 1939)

5.5.5 Inaugurazione solenne nella domenica di Pentecoste (4 giugno 1939)

5.5.6 Il pontificale del vescovo

5.6 Uno sguardo al complesso delle costruzioni in Col Draga

5.7 Altri edifici e avvenimenti

6. La casa di Santo Stefano di Camastra (1938)

7. La casa di Fietta del Grappa – Villa Buon Pastore (1940)

8. La casa di Vicopelago e poi di s. Alessio (1941)

9. La casa di Costasavina (Pergine-Trento) e poi di Levico (Trento)
(1943-1948)

10. L’Istituto “Dolomiti” di Borca di San Vito di Cadore – Belluno (1945)

11. La casa di Roma –Torpignattara (1946)

12. La casa dell’Istituto Tata Giovanni –Roma (1953)

13. La casa di Capezzano Pianore (1953)

14. La casa di Chioggia (1954)

15. La casa di Cesena (1958-1959)

16. La casa di Solaro –Milano (1962)

17. La casa di Sappada (1962)

18. La casa (parrocchia) di Corsico

19. La casa di Asiago (1971)

20. La casa di Mestre (1982)

 

Parte Sesta

Le parti territoriali

1. Le missioni Cavanis: storia degli inizi

2. La provincia italiana, la Pars Italiae

3. Breve storia della provincia del Brasile, la Pars Brasiliae

Tabella: religiosi Cavanis Italiani attivi nella Provincia Antônio e Marcos Cavanis do Brasil

Tabella: i governi della Pars Brasiliae

3.1 Le case della Pars Brasiliae

Tabella: case del Brasile

3.2 La casa (le case) di Castro-Paraná-Brasile

Tabella: casa di Castro

3.3 La casa di Ortiguera-Paraná-Brasile

3.4 La casa di Ponta Grossa-Paraná-Brasile

3.5 La Parrocchia de Nossa Senhora de Fátima di Vila Cipa e la Sua “Casa do Menor”

3.6 Il centro della pastorale universitaria di Ponta Grossa – Oásis
– Primi passi
– Le cose cominciano a funzionare
– Espansione della PU
– Momenti forti
– “Assessoria” nazionale
– Conclusione

3.7 Il seminario maggiore Antônio e Marcos Cavanis e il noviziato di Ponta Grossa

Tabella: case riunite di Ortiguera (1969-2019) e Ponta Grossa (1980-2019)- Paraná -Brasile

Tabella: la casa di Ortigueira (autonoma)

Tabella: la casa di Ponta Grossa (autonoma)

Tabella: centro di Pastorale Universitaria Oásis-Ponta Grossa-Paraná-Brasile

3.8 La casa di Realeza-Paraná-Brasile

3.9 La casa di Pérola d’Oeste-Paraná-Brasile

3.10 La casa di Planalto-Paraná-Brasile

Tabella: le casa di Realeza (1971-2019) e di Pérola d’Oeste (1994-2019)- Paraná-Brasile

Tabella: casa di Realeza (separata dalle altre)-Paraná-Brasile

Tabella: casa di Pérola d’Oeste, parrocchia Sagrado coração de Jesus

Tabella: casa di Planalto (separata da Realeza)-Paraná-Brasile (1988-2010)

3.11 L’arcidiocesi di Belo Horizonte-Minas Gerais-Brasile

Tabella: le case di Belo Horizonte-Minas Gerais-Brasile (1984-2019)

3.12 I Cavanis a Brasília-Brasile

3.13 La casa di Uberlândia-Brasile

Tabella: la casa di Uberlândia

3.14 La Casa di Celso Ramos – santa Catarina (1998-2019)

3.15 La casa di parrocchia São José a São Paulo (1994-2019)

3.16 La casa di Mossunguê – Curitiba (1996-2008)

3.17 La casa della parrocchia di São Mateus do Sul (1995-2004)

3.18 La casa di Novo Progresso, parrocchia Santa Luzia – Pará – Brasile (1998-2019)

3.19 La casa di Maringá-Paraná-Brasile (2001-2019)

3.20 La casa di Guarantã do Norte, parrocchia Nossa Senhora do Rosário – Mato Grosso

3.21 La casa di Castelo de Sonhos-Pará-Brasile

Tabella: seminaristi Cavanis del Brasile nel 1999

Tabella: religiosi e seminaristi Cavanis brasiliani nel 2018

3.22 Le case do Menor o da Criança-Brasile

Tabella: case do Menor o da Criança

4. La regione andina, la Pars andium

Tabella: i governi della Pars andium

4.1 Ecuador

4.1.1 La casa di Esmeralda (1982-1996)

4.1.2 La casa di Quito, seminario (1984-2019)

4.1.3 I seminario filosofico e teologico Hermanos Cavanis e il “Taller de Nazaret” a Cotocallao, Quito-Ecuador

4.1.4 Casa del Collegio Borja III

4.1.5 Casa di Valle Hermoso (1992-2019)

4.2 Colombia

4.2.1 La casa di Bogotá, seminario “Virgen de chiquinquirá”-Colombia

4.3 Bolivia

4.3.1 La casa di Santa Cruz de la Sierra -Bolivia

4.4 Perù

4.4.1 La casa di Éten-Chiclayo-Perù

5. La delegazione delle Filippine (2000-2019)

Tabella: delegazione delle Filippine

5.1 Casa del collegio Letran di Tagum (2000-2019)

5.2 Seminari di Tibungco – Davao City (2003-2019)-Repubblica delle Filippine

5.3 Parrocchia di San José di Braulio E Dujali-Davao de Norte-Repubblica
delle Filippine

6. Delegazione della Casa di Romania

6.1 La città di Paşcani e la Romania

Tabella: delegazione della Romania

7. Delegazione Cavanis nella Repubblica Democratica del Congo (2004-2019)

Tabella: governi della delegazione della Repubblica Democratica del Congo

Tabella: membri della delegazione della Repubblica Democratica del Congo

8. La casa Cavanis di Macomia in Mozambico (2016-2019)

9. Comunità di Dili-Lessibutak, Timor Leste

 

Parte Settima

Breve storia della Congregazione delle “Maestre delle Scuole di Carità”

1. Le tre sedi dell’Istituto femminile Cavanis

1.1 La prima residenza

1.2 La seconda residenza

1.3 La terza e definitiva residenza

2. Elenco delle Maestre e delle ragazze dell’Istituto femminile Cavanis il 10 settembre 1811

3. Alcuni episodi notevoli della Pia Casa di educazione delle Scuole di Carità

4. I venerabili Cavanis e Santa Maddalena di Canossa

4.1 Maddalena di Canossa chiamata a Venezia

4.2 Lettera di accompagnamento

4.3 Regole generali per la Scuole di Carità

4.4 Approvazione dell’Istituto femminile da parte dell’Imperatore d’Austria e del patriarca  di Venezia

4.5 Elenco delle maestre nel locale delle Eremite in parrocchia dei SS. Gervasio e Protasio

4.6 Anni opachi

4.7 L’Istituto femminile confluisce nell’Istituto Figlie di Carità Canosina

5. Breve storia delle Suore della Pia Società del Santo Nome di Dio, dette “Suore Cavanis”

6. Considerazioni conclusive

7. Appendici

Appendice 1 – L’opera dei fondatori

1. (Appendice 1.1) Preghiera attribuita ai fondatori dell’Istituto Cavanis

2. (Appendice 1.2) La gratuità delle Scuole dei fondatori e dei Cavanis

3. (Appendice 1.3) Commento di P. Antonio Cavanis al punto delle costituzioni sui doveri dei congregati nel ministero dell’educazione dei giovani

3.1 Pueros et juvenes paterna dilectione complecti

3.2 Gratis educare

3.3 Sollicita vigilantia a saeculi contagione tueri

3.4 Spiritu intelligentiae ac pietatis quotidie erudire

4. (Appendice 4) I fondatori e la parola di Dio: corrispondenza del viaggio di P. Marcantonio Cavanis a Roma

4.1 Il metodo

4.2 Le costituzioni e la Bibbia

4.3 I fondatori e la Bibbia

4.4 Generalità

4.5 Statistica

4.6 I libri biblici preferiti

4.7 I temi biblici preferiti

4.8 Testi biblici nelle lettere dei fondatori

5. (Appendice 5) Edifici storici

Appendice 5.1. Il palazzo natale dei fondatori

5.1.1 Il palazzo veneziano

5.1.2 Il palazzo dei Cavanis

Appendice 5.2. Breve storia della “casetta”

Appendice 5.3. La cappella del Crocifisso a S. Agnese. Memoriale dei fondatori

6. (Appendice 6) Le missioni all’estero

Appendice 6.1. Spiritualità Cavanis in Brasile

6.1.1 Introduzione

6.1.2 La congiuntura veneziana

6.1.3 I Cavanis

6.1.4 La spiritualità Cavanis

6.1.4.1 Opzione per i poveri e opzione per i giovani

6.1.4.2 Il nome della Congregazione: paternità e carità

6.1.4.3 L’educazione

6.1.4.4 La gratuità

6.1.4.5 La povertà e i mezzi poveri

6.1.4.6 L’ingenuità e la semplicità

6.1.4.7 La piccolezza dell’Istituto

6.1.4.8 Fiducia in Dio

6.1.4.9 Amore per la Croce

6.1.4.10 L’orazione

6.1.4.11 La gioia, la libertà e la pace

6.1.4.12 “Uniforme vocazione” e la comunità

6.1.5 La congiuntura del Brasile nel 1988

6.1.5.1 Congiuntura generale

6.1.5.2 La gioventù

6.1.6 Il Progetto educativo Cavanis in Brasile

6.1.6.1 Stile Cavanis in Brasile. Una proiezione nel futuro

6.1.6.2 Future attività educative dei Cavanis in Brasile
– La scuola
– “Casas do Menor”
– Centri di Pastorale Universitaria e della Gioventù
– “Assessoria”
– La catechesi

6.1.7 Conclusione

Appendice 6.2. Uno sguardo dei Cavanis sull’Africa

6.2.1 Africa e Vangelo

6.2.2 L’Istituto Cavanis e l’Africa

6.2.3 Il viaggio in Africa

6.2.3.1 Il Camerun

6.2.3.2 L’Angola

6.2.3.3 Il Senegal

6.2.3.4 La Guinea Bissau

Appendice 6.3. La lista dei Mani-Kongo ai tempi dei fondatori e della Congregazione delle Scuole di Carità-Istituto Cavanis

Appendice 7 – Sistemi di riferimento

Appendice 7.1. Glossario dei termini viari (toponimi) veneziani

Appendice 7.2. Excursus sui selciati veneziani

Appendice 8 La biblioteca dell’Istituto Cavanis a Venezia

Riferimenti bibliografici

Sigle e abbreviazioni

AICV Archivio storico dell’Istituto Cavanis a Venezia

ACR Archivio della casa di Roma, Torpignattara

ACRTG Archivio della casa del Tata Giovanni

AL Archivio di Lendinara confluito in AICV

AP Archivio di Possagno confluito in AICV

Art. Articolo di un codice e simili

ASV Archivio di Stato di Venezia

Cfr. Confronta

CGSS Capitolo generale straordinario speciale del 1969-1970.

CGES Lo stesso del precedente, in altre lingue.

CIVCSVA Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata
e Società di Vita Apostolica

CJC Codice di Diritto canonico del 1917 o del 1983,
secondo indicato nel testo

CIC Codice di Diritto canonico del 1917 o del 1983,
secondo indicato nel testo

CDC Codice di Diritto canonico del 1917 o del 1983,
secondo indicato nel testo.

Cn Canone del CJC

Cnn Canoni

Co. Conte

Corr. Corrente (mese)

Cost. Articolo delle costituzioni e/o norme dell’Istituto Cavanis.

DC Diario di Congregazione

DL Diario della casa di Lendinara

DP Diario della casa di Possagno

DR Diario della casa di Roma – Via Casilina (Torpignattara)

DV Diario della casa di Venezia. Fino al 1949 esso corrisponde
a diario di congregazione; dal 1949 al 1961 esso continua il vol. X del DC.

DTG Diario della casa di Roma – Tata Giovanni (Piramide)

E., Ecc.za Eccellenza

Em.za, Emã Eminenza

FC Famiglia Calasanziana

FCA Famiglia Calasanziana d’Africa

Ibid. Nella stessa posizione, archivistica o in libro, rivista, fonte,
documento.

I.R. Imperial regio (in tedesco K.K.): doppio titolo assegnato a
tutte le istituzioni e ripartizioni pubbliche dipendenti dallo stato dell’impero austriaco, poi austro-ungarico (dal 1866) e del regno del Lombardo Veneto. La sigla si applicava, a titolo di benemeranza, anche a accademie, scuole, biblioteche ecc.

In errore Sbagliando

£ Lire italiane

£a, a£ Lire austriache

£v, v£ Lire venete

Mr Monsignor(e)

Ms Manoscritto

N°, n° Numero (di protocollo, in genere)

ND Nobil Donna o Nobildonna o Nobil Dama

N.d.A., NdA Nota dell’autore

N.S., NS Nossa Senhora, cioè Madonna

Passim In vari luoghi

P.E.C. Progetto educativo Cavanis

p.p., pp., po.po. Prossimo passato (giorno)

PP. Padri

PR Paraná (Stado del -, in Brasile)

Prot. Numero di protocollo

R.D.C. Repubblica democratica del Congo (Congo Kinshasa)

RC Repubblica del Congo (Congo Brazzaville)

R.ma, Rmã. Reverendissima

s/d Senza data

s/n°, s/n Senza numero

S.C. Sacra Congregazione (della Santa Sede)

S. C. V. Sacra Congregazione dei Vescovi e dei Regolari (ora CIVCSVA)

S.C.V.R. Sacra Congregazione dei Vescovi e dei Regolari (ora CIVCSVA)

s.e. Sua eccellenza

s.s. Sensu stricto, “in senso stretto”

ss Seguenti

TdA Traduzione dell’autore

V.ra Vostra

Vs Versetto

Ringraziamenti

Ringrazio i novizi Cavanis congolesi delle prime annate nella Delegazione Cavanis nella Repubblica Democratica del Congo, a Kinshasa: ora essi sono i padri: P. Tiburce Mouyéké Barbeault, P. Théodore Muntaba Eyor’Mbo, P. Benjamin Insoni Nzemé, P. Daniel Junior Musulu Nkoy, P. Clément Boke Mpamfila, P. Rodolphe Héritier Bwene, P. François Kanyinda Mpinga, P. Emmanuel Kifuti Kiese, P. Jean-Banika Kayaba Masoka, P. Aimé Junior Lukumu Kabeya, P. Moïse Kibala Sakivuvu, P. Jérémie Mundele Naïn, P. Daniel Mossoko Mambongo, P. Jude-Hervé Tomanzondo Balondo, P. Hervé Koto Mbuta, P. Yannick-Raphaël Muteba che durante il loro rispettivo anno di noviziato, o nel corso di propedeutica o in altro modo, nel periodo 2007-2014, mi hanno seguito passo passo, anche nella materia “Storia della Congregazione”, e mi hanno stimolato a scrivere la prima modesta edizione di questa storia (Leonardi, 2010) e a proseguire la ricerca e la prima fase della preparazione del libro, realizzata a Kinshasa, nel vero cuore dell’Africa.

A loro dedico questo libro, e con loro, lo dedico a tutti i novizi Cavanis attuali e futuri, agli altri seminaristi e ai loro formatori nelle dieci parti territoriali della congregazione. Lo dedico poi a tutti i cari confratelli Cavanis.

In particolare sono grato ai carissimi confratelli P. Manoel Rosalino Pereira Rosa – ora Preposito generale – e P. Braz Elias Pereira, che mi sono stati vicini per tanti anni in Congo, e i confratelli della comunità delle casa-madre di Venezia, particolarmente il P. Pietro Luigi Pennacchi, e in seguito P. Edmilson Mendes, successivi superiori delegati, il P. Fabio Sandri, per molti anni rettore, il P. João da Cunha, il fratello †Giuseppe Corazza, e il P. †Silvano Mason, che mi hanno appoggiato con affetto nel mio lavoro di archivista e di storiografo. La comunità di Roma mi ha sempre accolto con estrema cordialità fraterna nelle mie visite per consultare l’archivio corrente della Curia generalizia.

P. †Giovanni De Biasio (1925-2012), con la sua preziosa cultura ed esperienza di vita e di conoscenza dell’Istituto, mi ha molto ispirato e incentivato in questo lavoro, nelle sue prime fasi. L’intenzione e l’accordo iniziali erano di scriverlo a quattro mani, lui e io, ma egli ha raggiunto la casa del Padre prima del tempo da noi previsto, o forse siamo stati spiazzati dalla lunghezza nel tempo di questa impresa che ha richiesto 16 anni di lavoro. Lo ringrazio e lo sento sempre vicino.

Ringrazio anche P. †Aldo Servini (1911-1996): a volte, ancora oggi, quando ho bisogno di dati, mi viene al pensiero la frase: “Lo devo chiedere a P. Aldo”, perché questo caro confratello e maestro era l’enciclopedia vivente della congregazione. A lui debbo, con molta gratitudine, la riorganizzazione preziosa dell’archivio storico e le sue splendide pubblicazioni, particolarmente l’Epistolario dei Fondatori in otto volumi e la Positio per la causa di beatificazione degli stessi: opere che sono dei veri gioielli e che molti ci invidiano.

A tutti i confratelli anziani che ho potuto intervistare o che mi hanno fornito loro articoli, relazioni, appunti, dati, osservazioni, presento i miei più vivi e commossi ringraziamenti. Ringrazio analogamente Madre Giuseppina Nicolussi, la precedente superiora generale, che ha fornito importanti dati sull’Istituto del Santo Nome di Dio, le Suore Cavanis.

Ringrazio il prof. Paul Serufuri Hakiza, professore all’Università Nazionale di Kinshasa e all’Istituto teologico Saint Eugène de Mazenod di Kinshasa (e già mio professore di Storia del Congo), per la preziosa revisione critica del mio capitolo sulla comparazione tra le date dei fondatori e dell’Istituto Cavanis e la serie dei Mani-Kongo (ossia re) del Regno del Kongo, per i suggerimenti e per la revisione critica. Il prof. Andrea Valleri, ordinario nelle cattedre di Storia e Filosofia nei licei dell’Istituto Cavanis di Venezia, ha rivisto alcuni aspetti storici dell’opera. Gliene sono molto grato.

Grazie di cuore al prof. Maurizio Carlo Alberto Gorra, membro associato de l’Académie Internationale d’Héraldique, Perito in Araldica (assoc. Collegio Periti Italiani n° 1034), per aver accettato con tutta gentilezza di rivedere e correggere il capitolo “Sull’origine dei Cavanis a Cornalba (Bergamo) e sul loro stemma”; e per aver fornito, oltre alla sua straordinaria competenza, anche dati bibliografici e numerosi consigli.

P. Alvise Bellinato, preposito generale dal 2007 al 2013, mi ha incoraggiato e ha pubblicato la prima piccola edizione della mia Storia della Congregazione in varie lingue. Così mi ha poi incoraggiato, e anzi incaricato ufficialmente di continuare a lavorare a questa storia il preposito generale P. Pietro Fietta, nel suo terzo mandato (2013-2019).

P. Giuseppe Moni, segretario generale e quindi custode dell’archivio della congregazione e in particolare dell’archivio corrente, mi ha fornito sistematicamente dati e mi ha aperto l’accesso all’archivio corrente, in quello che era possibile secondo le leggi e le consuetudini, nei miei soggiorni romani.

Sono grato agli economi generali pro tempore, i padri Pietro Luigi Pennacchi e poi Irani Luiz Tonet che hanno sostenuto notevoli spese per viaggi, materiale informatico e altri materiali. La signora Annalisa Scarpa, assistente dell’economato della Delegazione Italia-Romania, è stata sempre disponibile per l’appoggio logistico, di segreteria ed economato. Li ringrazio di cuore.

I giuristi e padri Cavanis P. Edmilson Mendes, dottore in Diritto Canonico alla Pontificia Università Lateranense, e già giudice del tribunale ecclesiastico di Curitiba (Paraná, Brasile), e P. Rogerio Diesel dottore in Diritto Canonico alla stessa P.U.L. e maestro dei religiosi Cavanis studenti di teologia del seminario internazionale Cavanis a Roma e più tardi a Belo Horizonte, per la consulenza giuridica generosamente offerta.

Don Diego Sartorelli, direttore dell’Archivio Storico del Patriarcato di Venezia e le dottoresse Manuela Barausse e Laura Levantino, della stessa istituzione, hanno generosamente collaborato con l’archivio storico e con la biblioteca dell’Istituto Cavanis di Venezia e con questo autore che è loro molto grato. Analogamente l’Ufficio Cultura del Patriarcato di Venezia e la sua responsabile, dott. Maria Leonardi.

Don Fabio Tonizzi, prete veneziano e docente di Storia della Chiesa moderna presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale a Firenze, mi ha consigliato, incoraggiato, e mi ha suggerito ristrutturazione di alcune parti di questo libro.

La dottoressa Beatrice Manzo e il dottor Davide Trivellato hanno contribuito con la recente inventariazione (2016-2018) dell’Archivio storico della Congregazione delle Scuole di Carità-Istituto Cavanis in Venezia; e la prima, quale archivista professionista, ha contribuito notevolmente a questo libro con la revisione delle numerosissime note di piè di pagina, particolarmente rivedendo le segnature archivistiche, i riferimenti bibliografici, e in genere impegnandosi nella revisione completa ortografica e dell’aspetto generale dell’opera. Gliene sono molto grato.

Sono poi grato alla Congregazione che, oltre ad avermi accolto come allievo, istruito ed educato in modo totalmente gratuito come era suo costume, per gli studi medi e liceali (1950-1958), mi hai poi accettato (1959) tra i suoi membri e sopportato fino ad oggi, dandomi molta gioia e comunicandomi la grazia del Carisma Cavanis.

L’autore ringrazia il prof. Andrea Valleri, della cattedra di Storia e Filosofia del Liceo dell’Istituto Cavanis di Venezia, per i numerosi consigli di carattere storico e filosofico su questa opera, per la revisione di alcuni capitoli e per l’appoggio morale amichevole e estremamente competente.

Sono in debito con l’amico prof. Claudio Callegaro, già preside e docente di Greco e Latino delle Scuole Cavanis a Venezia, per l’aiuto e i consigli linguistici e di contenuto.

Introduzione

L’idea di scrivere questa Storia della Congregazione delle Scuole di Carità – l’Istituto Cavanis – mi è sorta a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, durante i miei quasi nove anni di permanenza in quella cara città (2005-2014); il progetto all’inizio è nato nella forma di dispense (Syllabus) per il corso di Storia della Congregazione che tenevo, assieme a tanti altri corsi, per i novizi Cavanis di quella Delegazione; poi il lavoro è continuato per produrre una prima breve edizione, che è stata pubblicata in una serie di quaderni dalla Curia generalizia nelle varie lingue parlate in Congregazione; in seguito, sempre a Kinshasa, ho allargato gli orizzonti, con l’intenzione di produrre un’opera più completa.

In questa fase africana molti capitoli sono stati redatti in francese, la lingua ufficiale di quel paese del centro dell’Africa sub-sahariana, con frasi in lingala e kikongo, due delle lingue nazionali locali; e sono stati poi tradotti in italiano, quando fui richiamato in modo stabile in Italia, per raggiunti limiti di età. All’inizio le fonti disponibili si limitavano a libri e fascicoli presenti nella nostra minuscola biblioteca locale, che andava però gradualmente crescendo. In seguito il lavoro continuò, a livello più serio e originale, sulla base di documenti che scannerizzavo o fotocopiavo nei nostri archivi, storico e corrente, in occasione delle visite annuali in Italia, per partecipare a Roma alle riunioni dei superiori maggiori della parti territoriali.

Nel 2014 ricevetti dal preposito generale, P. Pietro Fietta, l’invito a rientrare in Italia e l’incarico ufficiale di responsabile esecutivo dell’Archivio Storico della Congregazione (AICV), con sede in Venezia, pur restando la responsabilità ufficiale dell’archivio al segretario generale, P. Giuseppe Moni; e al tempo stesso mi fu affidato l’incarico di scrivere questo libro di storia. Ritornato in Italia nell’aprile 2014, dopo qualche mese passato ancora in Congo rientrai definitivamente a Venezia nel dicembre 2014, cominciando in qualche modo a “convivere” con la storia della Congregazione, da vero topo d’archivio: un archivio che ho sempre sentito cosa viva, non carte morte.

Un problema non facile da risolvere era quello di fissare i limiti cronologici di questo studio. Per quanto riguarda il terminus a quo, mi sembrò evidente che non era necessario né utile scrivere ancora una volta una biografia dei fondatori e la storia del periodo di fondazione dell’Istituto, dato che esistono su questi due temi pubblicazioni sufficienti, sebbene non esaurienti e anche se poco conosciute fuori dell’ambiente Cavanis. Pure su P. Sebastiano Casara (1811-1898), figura importantissima per l’Istituto nella seconda metà del secolo XIX, non mancano, in misura tuttavia minore, alcune opere di tutto rispetto.

Quello che mancava era invece una storia della Congregazione per il periodo dall’estrema vecchiaia e dalla morte dei fondatori ad oggi, cioè dalla metà del secolo XIX alle prime due decadi del secolo XXI (all’incirca 170 anni). Tale storia non è ignota solo ai novizi o ai membri non italiani dell’Istituto, ma un po’ a tutti i congregati: ciascuno conosce e ricorda in parte quello che corrisponde alla sua vita ed esperienza in Congregazione o poco più.

In pratica, è sembrato opportuno e si è scelto di limitare la ricerca e la redazione di questo libro, come storia originale e documentata in senso stretto, al periodo 1850 -1970 circa.

Per la prima data si è detto 1850 circa perché questa data corrisponde grosso modo al momento in cui P. Antonio Cavanis, primo preposito e fondatore dell’Istituto, d’accordo con il fratello Marco (e sentendo nell’aria l’aspirazione della comunità), lasciò il governo della Congregazione e passò il testimone: per esempio il 1848 è la data in cui i due fondatori redassero un documento segreto che conteneva il nome del loro successore P. Vittorio Frigiolini; e il 1852 è l’anno della prima effettiva successione e anche della seconda. I due venerabili fratelli erano ormai molto anziani e ammalati; continuarono a vivere in comunità, fino alla morte (che avvenne nel 1853 per P. Marco e nel 1858 per P. Antonio), amati, venerati, assistiti amorevolmente, ma senza più grande influenza e senza esercitare il comando. D’altra parte non si potrebbe scrivere una storia della Congregazione senza un’ampia introduzione sulla vita dei fondatori e sulla prima cinquantina d’anni dell’Istituto. Tale mancanza impedirebbe a chi non conosce l’Istituto di averne una profonda comprensione. Una cinquantina di pagine su di loro e sul loro tempo era indispensabile.

Il terminus ad quem invece dipende in buona parte dalla possibilità di accesso ai documenti: quest’accesso non è normalmente possibile per i documenti più recenti di cinquant’anni; difficile dunque sorpassare, in un vero studio storiografico fondato sui documenti d’archivio, il 1965 o al massimo il 1970. Quest’ultima data, il 1970 appunto, si è giudicata opportuna anche perché essa corrisponde a quella della conclusione del capitolo generale straordinario speciale (CGSS, 1969-1970), per la riforma post-conciliare della Congregazione e delle costituzioni.

Per altro lato, concludere questa esposizione della storia della Congregazione con il 1970 vorrebbe dire limitare la storia della Congregazione alla sua lunga fase puramente italiana (1802-fine del 1968; i primi 166 anni) e ignorare la sua più recente espansione fuori d’Italia, in altri continenti e paesi. La prima casa aperta ed eretta fuori del paese d’origine, l’Italia, è quella di Castro in Paraná, Brasile, dove i padri Cavanis arrivarono negli ultimi giorni del 1968, entrarono nel Colégio Santa Cruz di Castro e cominciarono ad operarvi nei primi giorni del 1969.

Ho scelto allora, dopo essermi consultato, di esporre in modo approfondito, sulla base di documenti archivistici e altri, la storia della Congregazione, delle sue case e dei suoi membri limitatamente al periodo di 120 anni trascorso dal 1850 al 1970, come corpo del libro, ma di arricchirlo sia di un ampio prologo, perlopiù compilativo, sulla vita dei fondatori e sulla storia del periodo di fondazione dell’Istituto, sia di un più abbondante epilogo sui quasi 50 anni dal 1970 ad oggi; in questo caso, con una trattazione meno fondata su documenti d’archivio, e più su dati pubblici e pubblicati, come per esempio sulla rivista Charitas (Italiana e brasiliana), sugli atti pubblici dei capitoli generali e provinciali, sulle circolari del preposito e dei responsabili delle parti territoriali e così via, e particolarmente del prezioso periodico “Notiziario ufficiale per gli Atti di Curia” (1974-2022). Tale epilogo ha il vantaggio di render conto dell’espansione dell’Istituto Cavanis fuori d’Italia, in Brasile (dal 1968-69), in Ecuador (dal dicembre 1982), in Colombia (dal 13 febbraio 1999), nelle Filippine (dal 27 maggio 2000), in Bolivia (dal 15 settembre 2000, come delegazione; data questa della convenzione con la diocesi di S. Cruz de la Sierra; in Romania (dal 22 dicembre 2000), nella Repubblica Democratica del Congo (qualche tentativo nel 2002 e poi la fondazione a partire dal “21” gennaio 2004), in Mozambico (dall’11 ottobre 2016) e nel Timor Est (dal 5 agosto 2018); con una breve presenza o “escursione” in Perù (dal 5 aprile 2003 al 31 agosto 2005).

Tale epilogo dà anche conto dell’attuale ridimensionamento e delle difficoltà relative alla diminuzione del personale religioso e alle attività pastorali educative della Pars Italiae, dato che non si può più parlare, purtroppo, di provincia italiana; analogamente del resto a quanto succede in genere alla vita religiosa e consacrata in Europa.

Quest’ultima parte del libro ha anche il vantaggio di illustrare come l’Istituto si sia aperto non solo al mondo ma anche a tutte le forme e a tutti i mezzi di educazione, secondo il programma e la volontà dei venerabili fondatori fratelli Cavanis, uscendo dal ristretto della scuola a indirizzo classico, in cui si era chiusa nei periodi precedenti. Tale apertura dipende in larga parte dai decreti e dalle decisioni e deleghe del capitolo generale straordinario speciale (1969-1970), successivo al Concilio ecumenico Vaticano II (1962-1965), e dalle costituzioni e norme prodotte dallo stesso CSSS e promulgate dal preposito pro tempore, P. Orfeo Mason.

Le pagine di quest’epilogo eviteranno i dettagli e tanto più i giudizi su fatti e persone, su linee di governo, su episodi che hanno bisogno di una prospettiva storica più ampia e più lontana; non avendo questo autore, come è giusto, accesso al diario della Congregazione e a quello della maggior parte delle parti territoriali, ai carteggi di curia generalizia e tanto meno alle cartelle personali dei congregati, in buona parte ancora viventi

Si pensa a volte che le numerose pubblicazioni di storie di ordini e congregazioni religiose dipendano da un senso di nostalgia per il passato, quando le cose andavano meglio e le vocazioni erano abbondanti, il ricambio frequente, la speranza di continuità più fondata su fatti concreti: una specie di mito dell’età dell’oro.

Direi piuttosto e volentieri che riprendere in mano in modo analitico e sintetico e poi pubblicare una storia ampia della nostra congregazione può essere comparato al desiderio di un giovane che si innamora di una ragazza di conoscere la storia infantile e giovanile di lei, i luoghi della sua infanzia, la sua famiglia, il suo ambiente, di vedere la sua casa natale, di scoprire l’ontogenesi e l’evoluzione della persona amata, dalla nascita all’incontro.

Per noi Cavanis scrivere un libro sulla storia della nostra amata congregazione è un gesto d’amore e di considerazione, di studio e di riflessione, anche nel segno del desiderio di una continua riforma e conversione personale e comunitaria. Si dice della chiesa: Ecclesia semper reformanda [est]. Della nostra comunità si può dire analogamente: Congregatio semper reformanda est. Lo studio del passato ci può ben condurre a un futuro migliore, più puro, secondo lo spirito originario ed autentico, incarnato sempre di nuovo in un mondo attuale e nelle tendenze della Chiesa d’oggi e di domani. Si dice anche Historia magistra vitae; vogliamo scrivere e leggere questa storia per poter programmare meglio il futuro della Congregazione. Si può infatti aggiungere: «Un popolo senza storia è un popolo senza futuro».

Senza raggiungere le esagerazioni di Friedrich Nietzsche, per il quale la “saturazione di storia” era da considerarsi dannosa per la vita perché produceva il cinismo e la pigrizia di rivolgersi verso il futuro, si è scritta questa storia con vivo interesse anzi con passione: non per motivi accademici, consolatori, da laudatores temporis acti; ma proprio nella speranza di contribuire a costruire un futuro migliore.

La microstoria della Congregazione Cavanis, che è stata sempre un “piccolo gregge”, si inserisce in questo libro nella macrostoria del grande gregge di Cristo buon pastore, che è la Chiesa. Verrà dunque inserita sinteticamente nella storia dei secoli XIX e XX, soprattutto, ma non esclusivamente, per quanto concerne i rapporti dell’Istituto Cavanis con la Chiesa universale, e in particolare con i vescovi di Roma, i papi, con le chiese locali e i loro pastori.

Questo rapporto Istituto Cavanis-Chiesa è stato sempre ed è ancora molto forte e cordiale, dato che la caratteristica propria e originaria della Congregazione delle Scuole di Carità, nell’intenzione dei suoi venerabili fondatori, era quella di formare comunità di preti diocesani, insieme a cooperatori laici, che vivessero in comunità e si occupassero in modo speciale e specializzato della pastorale della gioventù, in stretto legame e dipendenza rispetto alle chiese locali e alla chiesa universale, piuttosto che delle vere comunità religiose, come vedremo più avanti. Il libro contiene anche dei box o degli interi capitoli che narrano i momenti più importanti della storia d’Italia, ad uso soprattutto dei sempre più numerosi congregati non italiani. Per fare solo un esempio, i non italiani non potrebbero comprendere immediatamente perché il capitolo generale elettivo del 1o settembre 1866 fu tenuto, in modo abusivo nonostante l’emergenza, in forma di capitolo locale, in cui partecipavano, per l’elezione del nuovo preposito, soltanto i congregati sacerdoti “anziani” della casa di Venezia, a causa della chiusura “dei passi”, se non sapessero che il regno d’Italia aveva appena combattuto e vinto, in qualche modo, la terza guerra d’indipendenza (20 giugno-12 agosto 1866), e che in quell’immediato dopoguerra il territorio del Veneto, dove si trovavano le tre case dell’istituto, era ancora soggetto a occupazione militare, il che impediva ai definitori e/o ai delegati delle case di Possagno e di Lendinara di recarsi a Venezia. Non sono assenti inoltre alcuni accenni alla storia più recente dei vari paesi in cui la Congregazione si è radicata. Più ampio è invece l’inquadramento della microstoria Cavanis nella storia generale del mondo.

In quest’opera si racconta anche, in modo strettamente documentario, la storia delle case più antiche della Congregazione, soprattutto quelle di Venezia, Lendinara (finora del tutto sconosciuta nella sua seconda parte) e Possagno (pure molto poco studiata e conosciuta nella sua fase più antica, dal 1856 al 1918), con cenni più brevi sulle altre. Si racconterà brevemente anche la storia di alcune case aperte e poi per vari motivi chiuse o restituite, delle quali a volte si è completamente persa la memoria.

Un settore importante è quello delle biografie: si tratteggiano non soltanto le “vite” dei prepositi generali, ma di tutti i religiosi, fratelli, preti, seminaristi, e di alcuni collaboratori. Di molti di questi confratelli si conosceva finora soltanto l’asciutta traccia di biografia, molte volte stilizzata, alquanto ripetitiva e condizionata dall’ottimistico stile letterario proprio, contenuta nel necrologio della Congregazione. Ricostruire queste piccole biografie ha richiesto spesso una ricerca complessa, accurata e fondata su dati sparsi in varie fonti.

La Congregazione e i suoi membri hanno avuto sempre la gioia e la grazia di lavorare per il Signore e per i fratelli, soprattutto più piccoli e, in genere, più poveri. Hanno conosciuto momenti di sofferenza e di crisi, di soppressione e incameramento dei beni, tragedie occasionali, eventuali persecuzioni, come è previsto e giusto per chi lavora nella vigna del Signore; ha vissuto la povertà autentica; e, soprattutto, ha conosciuto molto lavoro e molta fatica. Non conveniva però parlare solo di cose serie o seriose: la vita dell’Istituto è intrisa di serenità, di gioia, di allegria. Si introducono qua e là, allora, alcuni aneddoti divertenti, non meno storici e non meno rilevanti di quelli di carattere più serio.

Un’abbondante dose di documentazione attraversa tutto il libro. Vi sono comprese molte tabelle di dati e date: quella dei prepositi generali e dei loro consigli, compilate anno (scolastico) per anno, dato che a seguito della morte di alcuni religiosi o desistenza dall’incarico di altri, la composizione del consiglio a volte cambia anche in corso del triennio e più tardi del sessennio; tabelle dei capitoli; tabelle dei membri di tutte case e dei loro rettori (o direttori) e vicari, e quando possibile di tutte le cariche, dall’inizio di ogni casa a oggi; anche queste tabelle sono compilate anno per anno, secondo la strutturazione delle comunità, che avveniva ogni anno durante l’estate o all’inizio dell’autunno, almeno nell’emisfero nord; enormi tabelle sulle ordinazioni dei confratelli preti; delle professioni e via via dei vari gradini che conducevano alla professione perpetua e, per i preti, all’ordinazione presbiterale; tabelle delle costruzioni, degli acquisti, vendite, affitti ed enfiteusi, anno per anno, e ancora dei mappali, almeno per quanto riguarda la casa di Venezia; e tabelle dei beni immobili della congregazione e delle singole case più antiche (abitazioni delle comunità religiose, edifici delle scuole e altre opere educative, chiese, cappelle, poderi ecc.); tabelle e istogrammi dei seminari. Si sono aggiunte anche le tabelle dei papi e dei vescovi diocesani del periodo interessato, per comodità.

La preparazione di queste tabelle ha richiesto un lavoro enorme, ma sono ancora qua e là incomplete e forse anche inesatte (per via dei cambiamenti non registrati nei notiziari e che accadono in corso d’anno o anche all’inizio dell’anno o triennio) e possono essere completare e migliorate in un’eventuale seconda edizione. Tante tabelle possono risultare noiose, ma ovviamente si possono saltare nella lettura e consultare per documentazione.

Per quanto riguarda le fonti:

I dati per la storia della Congregazione, vera e propria, provengono da fonti archivistiche originali in massima parte inedite, attingendo principalmente all’archivio storico della congregazione sito nella casa madre di Venezia (AICV, Archivio dell’Istituto Cavanis a Venezia) ma anche all’archivio corrente della Curia generalizia a Roma e da altri archivi delle varie case dell’Istituto; da lapidi e altri oggetti, da pubblicazioni specializzate della Congregazione Cavanis o di altra origine, da interviste agli anziani della Congregazione, anche da memorie personali dell’autore, queste ultime relative agli ultimi 70 anni dell’Istituto.

Per la storia della Chiesa, ci si è servito quasi sempre di trattati e manuali; in particolare si è attinto molto alla recente e ampia Histoire du Christianisme, in 14 volumi, di Mayeur, J.-M. et alii. Paris, Desclée.

Per la storia della Chiesa che è in Venezia (e nel Veneto), dove si è trascorsa più della metà della vita dell’intera congregazione, ci si è valsi soprattutto della preziosa collana in dieci volumi Contributi alla storia della Chiesa veneziana, dello Studium Cattolico Veneziano, Venezia, e di numerose altre opere di storiografia veneziani e altri.

Per i capitoli sulla storia generale d’Italia, dell’Europa, del mondo, invece, ci si è serviti di fonti meno specializzate, più leggere e più sintetiche, momografie, saggi, pubblicazioni varie, come anche libri di testo di storia per i licei, manuali, articoli di giornali, pagine web, non ignorando anche l’esperienza personale di più di 80 anni di vita dell’autore.

Per quanto riguarda le lingue

Il libro, iniziato in francese (2006-2014) è stato poi tradotto nella prima parte e poi scritto in Italiano, la lingua ufficiale della congregazione***, ma ovviamente potrà sempre essere tradotto in altre lingue, se ce ne sarà bisogno in seguito. Esso può essere utile però proprio come “libro di lettura” ossia di pratica della lingua per i confratelli presenti e futuri che non sono italiani; anche perché prima o poi bisognerà che essi possano conoscere la lingia italiana anche al difuori dello stretto necessario per sopravvivere in Italia, ossia superare il ristretto “survival language”, e avere più tardi accesso agli scritti originali dei Fondatori, che sono in un più difficile italiano della fine del Settecento e della prima metà dell’Ottocento; poter leggere i diari di congregazione e delle case più antiche, scritti in italiano tardo ottocentesco da P. Sebastiano Casara e da altri.

Per interpretare correttamente e criticamente i termini di questi testi antichi della congregazione e specialmente gli scritti fondazionali, questo autore si è servito, tra l’altro, di numerosi dizionari e vocabolari antichi e via via più recenti conservati, assieme a moltissimi altri, nella nostra biblioteca della casa di Venezia; dizionari sia della lingua italiana, sia del dialetto (o forse si direbbe meglio della lingua) veneto e veneziano.

Per i religiosi Cavanis e per i loro novizi e altri seminaristi, leggere, meditare e assorbire la storia della Congregazione vuol dire « bere al proprio pozzo », come direbbe il teologo e religioso domenicano peruviano Gustavo Gutiérrez Merino (1928- ); cioè, per noi, sviluppare la spiritualità, il carisma, lo spirito apostolico propri dell’Istituto Cavanis e tra l’altro affinare il senso critico e del discernimento per le scelte presenti e future, imparare a evitare da un lato assolutizzazioni e ingenuità, dall’altro un pessimismo abbastanza diffuso.

Per gli altri, cioè per chi non è Cavanis, la lettura della storia di una congregazione religiosa, come quella delle Scuole di Carità, che ha passato i due secoli, più esattamente 220 anni nel 2022, può essere comunque fonte di informazione.

A volte le note – molto numerose – possono sembrare pedanti ed eccessive per un lettore italiano colto, e ancor più per un religioso Cavanis italiano; si è tuttavia ritenuto utile abbondare piuttosto che mancare, al fine di rendere più chiaro il testo a chi non è italiano o a chi non è religioso Cavanis, oppure a chi non è iniziato alle cose ecclesiastiche e religiose e, tra l’altro, alla lingua latina.

Analogamente, possono sembrare inutili o superflue certe note di dettaglio e di spiegazione dei termini e dei nomi, per un lettore erudito, ma questo libro è stato scritto tenendo presenti soprattutto i novizi e altri principianti.

Sarò grato ai confratelli – o altri – che vorranno aiutarmi eventualmente a produrre una seconda edizione più completa di dati e a suggerirmi correzioni. Ho preferito infatti presentare quest’opera (anche se molte altre cose potevano essere scritte e molti più dati potevano essere inseriti) in occasione del 35° capitolo generale ordinario (2019), ottenendone l’approvazione del padre preposito generale P. Pietro Fietta e dal segretario generale P. Giuseppe Moni e poi la benedizione del nuovo successore preposito generale. P. Manoel Rosalino Pereira Rosa. Non potevo sapere infatti per quanto tempo il Signore mi avrebbe benignamente concesso ancora di vivere, di lavorare e, soprattutto per quanto tempo mi avrebbe concesso di leggere, con degli occhi che stanno vistosamente perdendo colpi, documenti antichi, di scrittura difficile, a volte scoloriti dal tempo, ma tanto apprezzati e amati.

Venezia, 8 dicembre 2022

Solennità di Maria Santissima Immacolata

60° della mia professione perpetua

Giuseppe Leonardi

Prete veneziano dei Cavanis

PARTE PRIMA

Breve Biografia dei fondatori 1772-1858

Non si potrebbe cominciare la storia della Congregazione delle Scuole di Carità senza un breve prologo sui fondatori anche se lo scopo di quest’opera è di esporre questa storia dal 1848 fino al 1970, con un epilogo necessariamente meno documentato, anche se piuttosto lungo, che raggiunga l’attualità.

Box: la situazione veneziana

Antonio e Marco Cavanis nacquero quando la Serenissima Repubblica di Venezia, dopo circa mille anni di vita gloriosa, era in netta decadenza. Le attività commerciali marittime veneziane si erano fortemente indebolite e più tardi destinate al fallimento dopo la scoperta da parte del Portogallo e della Spagna delle rotte per le Indie e per le Americhe. Le lunghe secolari lotte e guerre contro i turchi nel mar Mediterraneo avevano allo stesso tempo salvato l’Europa dall’invasione dell’impero ottomano e consumato le forze, il capitale e le flotte veneziane. La Repubblica era sul punto di esalare il suo ultimo respiro. Le famiglie più ricche si interessavano più dei possedimenti nel continente, il Friuli, il Veneto e buona parte della Lombardia, che del commercio marittimo, tradizione della città, e del suo impero commerciale, ormai poco fruttuoso e troppo pericoloso. La proprietà fondiaria, l’agricoltura e la nascente industria, diventavano più importanti della navigazione e del commercio marittimo. La terra diventava una fonte di benessere maggiore rispetto al mare, per i proprietari; ma le famiglie nobili non producevano ricchezza; si accontentavano di vivere come grassi possidenti terrieri.

In un secolo caratterizzato da una generale decadenza politica, sociale ed economica, l’ambiente culturale invece, a differenza del secolo precedente in cui i principali artisti nei vari campi provenivano da fuori Venezia, la vita veneziana del XVIII secolo, è rallegrata e vivificata da pittori, scultori, architetti, scrittori, musicisti, autori di opere teatrali, attori di matrice chiaramente veneziana e di qualità a livelli straordinari. Basti pensare a pittori del calibro dei tre Tiepolo (Giambattista, Giandomenico e Lorenzo), Sebastiano Ricci, Francesco Guardi, i paesaggisti Antonio Canal e Bernardo Bellotto, ambedue detti Canaletto, Giovan Battista Piazzetta, Pietro Longhi, la pittrice Rosanna Carriera e l’incisore e architetto Giovanni Battista Piranesi; lo scultore, architetto e pittore Antonio Canova possagnese ma veneziano di adozione. I musicisti veneziani della scuola barocca tra cui Antonio Vivaldi, Tomaso Albinoni, i fratelli Benedetto e Alessandro Marcello, Giuseppe Tartini, Pietro Antonio Locatelli, bergamasco ma veneziano di adozione, Baldassarre Galuppi; il commediografo e drammaturgo Carlo Goldoni; gli architetti Antonio Gaspari, Andrea Tirali e Giorgio Massari (progettista tra l’altro della chiesa di Santa Maria del Rosario detta dei Gesuati, cara all’Istituto Cavanis per tanti motivi): tutti artisti di livello internazionale, ancora straordinariamente vivi oggi. Inoltre Venezia continua a essere, anche grazie alla relativa libertà di stampa, ben maggiore che negli altri stati, la città delle numerosissime editrici e delle splendide tipografie, tra cui ricordiamo almeno quella (o meglio, quelle) di Aldo Manuzio a Sant’Agostin e di altri della “Gens Manutia”).

La città serenissima era anche la capitale della moda e del savoir vivre; lo era, purtroppo, anche di una morale molto discutibile, dalla quale la famiglia Cavanis, profondamente cristiana, si teneva ben lontana.

Venezia era inoltre una delle mete principali del Grand tour, il necessario giro di turismo e di formazione intellettuale dei giovani ricchi d’Europa. Da notare che Venezia scomparirà, si può dire da un giorno all’altro, come

centro artistico e della cultura con l’invasione e l’occupazione napoleonica e poi con la dominazione austriaca, nonostante Antonio Canova e Francesco Hayez. In qualche modo aveva perso l’anima. Il confronto tra le pale di altare ottocentesche della chiesa di S. Agnese attuale e quelle (settecentesche e una cinquecentesca) della vicina chiesa di S. Maria del Rosario, ne sono una chiara e triste testimonianza. Una nuova fase d’interesse e di pratica delle arti belle rinascerà verso la fine del secolo, tra l’altro con l’istituzione della Biennale internazionale d’arte di Venezia (1895).

Nonostante la decadenza politica e economica, la chiesa che è in Venezia continuava ad avere come pastore un vescovo che portava, quasi sempre, il titolo di patriarca, e spesso il titolo cardinalizio; in segno di onore e di tradizione; la diocesi poteva quindi chiamarsi “Patriarcato di Venezia).

Durante la loro adolescenza, gioventù e prima maturità, i due fondatori dell’Istituto Cavanis conobbero e vissero un’epoca problematica, che portò appunto a quella morte materiale e spirituale della loro città: la Rivoluzione francese (1789-1799), la frustrante e umiliante caduta della loro Repubblica di Venezia, le invasioni e le guerre napoleoniche (1796-1815).

Napoleone Bonaparte, ancora semplice generale ventisettenne, alla testa di un esercito di circa 45.000 soldati, passò le Alpi, invase l’Italia settentrionale e, conquistati Piemonte e Lombardia, vinti gli eserciti della Savoia e dell’Austria, entrò nel Veneto e prese Venezia (16 maggio 1797), la trasformò quasi per burla in una repubblica democratica sorella della

repubblica francese, mentre la spogliava, come condizione dell’umiliante trattato di pace, di un’infinità di beni artistici (tra cui il leone di S. Marco di bronzo della colonna in piazzetta e la quadriga dei cavalli romani, installati sulla facciata di S. Marco), militari (navi, cannoni) e venali (lingotti d’oro e d’argento ottenuti fondendo preziose e raffinate opere di oreficeria). Si muoveva intanto a firmare trattati preliminari segreti (Leoben, 17 aprile 1797) con l’Austria e infine “vendette” la città e parte dei suoi possedimenti all’Austria con il trattato di Campoformido o Campoformio (17 ottobre 1797), in cambio del Belgio e della Lombardia.

“Comincia allora per Venezia una storia fatta di potenze e di prepotenze”. Le truppe austriache entrarono a Venezia il 18 gennaio 1798, in un clima di funerale per la città, nonostante il Te Deum cantato a San Marco.

Venezia divenne a sorpresa una capitale tradita, declassata a città di provincia; senza il suo impero de terra e de mar, senza porto, perché l’Austria aveva privilegiato Trieste, e senza Arsenale, il luogo principale di lavoro e d’attività economico-industriale, dove un tempo si costruivano le navi da guerra e di comunicazione della Serenissima, senza lavoro, senza ideali e senza speranze, culturalmente decadente, senza università (l’università di Venezia era quella di Padova), senza arti, con pochissime

scuole, con una gioventù passiva e spesso viziosa, quasi del tutto abbandonata a se stessa. Da “Dominante” era diventata suddita.

Le calli (strade o vie) e i campi (le piazze) erano piene di disoccupati e dei loro figli che erano inclini a diventare ragazzi di strada. Il clero, diocesano e religioso, era numeroso, anzi troppo numeroso, ma sicuramente abbastanza ignorante e poco disposto a preoccuparsi dei problemi del popolo: spesso per i preti era già difficile ottenere un beneficio, una prebenda o addirittura per molti una sportula, cioè un’offerta della messa.

Si può ricordare che i due fratelli vissero con i loro concittadini sotto ben sette governi e apparati statali diversi, nel periodo che va dal 1797 alla loro morte:

  1. Repubblica Serenissima di Venezia dal 697 fino al 12 maggio 1797;

  2. Municipalità provvisoria, d’inspirazione giacobina (12 maggio 1797 – 17 ottobre 1797 o meglio al 18 gennaio 1798, con l’entrata delle truppe austriache in Venezia, quindi per otto mesi circa), che era de facto il governo militare francese di Napoleone;

  3. Prima dominazione austriaca (17 ottobre 1797 – 1805, otto anni circa);

  4. Regno d’Italia, in realtà un dominio di Napoleone, che ne era il re; il viceré era suo figlio adottivo Eugène de Beauharnais (17 marzo 1805-7 aprile 1813; per otto anni). Per Venezia e il Veneto, l’annessione al Regno d’Italia avvenne il 26 dicembre 1805. Dopo la battaglia d’Austerlitz (2 dicembre 1805) e il trattato di Presburgo (26 dicembre 1805) le truppe francesi entrarono ancora una volta a Venezia il 18 gennaio 1806. Verso la conclusione dell’avventura napoleonica del Regno d’Italia, l’occupazione militare austriaca del Veneto e di Venezia de facto comincerà otto anni più tardi, nel 1813, dopo la battaglia di Lipsia (15-19 ottobre 1813); la Lombardia resterà sotto il dominio francese ancora qualche mese.

  5. Vice-regno lombardo-veneto: seconda dominazione austriaca (1814-1848; trentaquattro anni);

  6. Repubblica di S. Marco (22 marzo 1848-20 luglio1849; quasi un anno e mezzo);

  7. Vice-regno lombardo-veneto: terza dominazione austriaca (20 luglio1849-1866; diciassette anni), fino alla terza guerra di indipendenza italiana (1866).

1. I fratelli Anton’Angelo e Marcantonio Cavanis

Ascoltatemi, voi che siete in cerca di giustizia,
voi che cercate il Signore;
guardate alla roccia da cui siete stati tagliati,
alla cava da cui siete stati estratti.
2Guardate ad Abramo, vostro padre,
a Sara che vi ha partorito;
poiché io chiamai lui solo, lo benedissi e lo moltiplicai.”
(Is 51, 1-2)

 

I fratelli Antonio e Marco Cavanis vivono la loro giovinezza sullo sfondo del triste panorama di miseria e sconforto brevemente descritto sopra. Possiamo immaginarli, a buon titolo, bambini, poi ragazzi, poi adolescenti e giovani, affacciarsi alle finestre ogivali del loro palazzo a contemplare la loro città, i loro coetanei, soprattutto i numerosi ragazzi di strada, con uno sguardo di amore e di misericordia che aveva loro insegnato il padre, Giovanni Cavanis.

Fratelli di sangue, con la sorella maggiore Apollonia erano i figli del conte Giovanni Cavanis, nato a Venezia il 27 dicembre, festa di S. Giovanni evangelista, 1738, e della nobildonna Cristina Pasqualigo Basadonna, patrizia veneziana, nata a Venezia il 14 novembre 1741. Essi si erano uniti in matrimonio il 27 aprile 1769 nella chiesa di S. Bonaventura, che era ancora dei Francescani in quel tempo, oggi appartiene al monastero delle Carmelitane Scalze. La chiesa si trova nel sestiere di Cannaregio, nella parrocchia di S. Alvise. È molto probabile dunque che la sposa abitasse con la sua famiglia a Cannaregio, non molto lontano da quella chiesa. Di solito ci si sposa, e ci si sposava, nella parrocchia della sposa.

La nobile famiglia Cavanis apparteneva alla classe dei “cittadini originari”;  e i suoi membri erano iscritti nel “libro d’oro dei veri titolati”. La famiglia era tuttavia originaria (da secoli prima) del comune di Cornalba, presso Bergamo, città lombarda che apparteneva alla Repubblica di Venezia. Parleremo più avanti del villaggio di Cornalba.

A ritroso nel tempo si possono seguire i loro antenati già residenti a Venezia sin dal 1503, o forse addirittura prima. I Cavanis ricevettero il titolo e lo stemma di conti nel 1684 dal re di Polonia Giovanni III Sobiesky,vincitore dei Turchi, che contribuì grandemente a liberare la città di Vienna dall’assedio.

La famiglia Cavanis era dunque nobile, di nobiltà abbastanza antica, era per tradizione famiglia di funzionari pubblici, agiata ma non così ricca. P.Z Zanon parla correttamente di “decorosa agiatezza”. I Cavanis non appartenevano ad ogni modo alle grandi famiglie dell’antica nobiltà della repubblica, cioè dei patrizi veneziani, e non erano neppure grandi proprietari terrieri o grandi armatori o mercanti. Vale la pena, per far comprendere meglio l’ambiente tradizionale dei Cavanis segretari della repubblica serenissima, sotto l’aspetto familiare, professionale e sotto quello socio-economico, citare il commento che ne tesse Giuseppe Dalla Santa: «Più che le feste ai nostri segretari ci pare sia stato familiare il pianto, più che il lusso, le ristrettezze economiche. Vorremmo quasi dire che l’opera dei Cavanis segretari, osservata nel suo insieme, presente nell’umiltà, di quella rettitudine e soprattutto di quello spirito di sacrificio a cui fu ispirata e si ispira l’opera fondata dai fratelli Anton’Angelo e Marcantonio. Da queste poche pagine è forse difficile che risulti all’evidenza tale conclusione, ma chiara si pare a chi esamini le numerose suppliche di sussidi, che rivelano disdette e dolori, e la non minor copia di attestazioni di patrizi e cancellieri grandi che dichiarano benevolenze».

La famiglia era cattolica e, soprattutto, realmente cristiana: i genitori dei fondatori erano dei cristiani cattolici impegnati, pieni d’amore verso Dio e il prossimo, di fede e di carità soprattutto verso i poveri.

Il loro palazzo di famiglia d’architettura gotica, della fine del XIV secolo, si trova sulla  fondamenta delle Zattere ai Gesuati, vicino alla chiesa di Santa Maria del Rosario, detta popolarmente e inesattamente dei Gesuati, che apparteneva a quel tempo ai padri Domenicani ed era situata non lontano dall’attuale Istituto Cavanis.

Anton’Angelo (chiamato semplicemente Antonio in famiglia e più tardi in comunità) nacque il 16 gennaio 1772; Marcantonio (chiamato semplicemente Marco in famiglia e più tardi in comunità) nacque il 19 maggio 1774. Entrambi nacquero a Venezia. La città delle lagune era all’epoca capitale della Serenissima Repubblica, era già abbastanza decadente, ma ancora città ben attiva. Si possono leggere dei testi riguardanti gli avvenimenti e le feste solenni della loro città, scritti dai due bambini e adolescenti Cavanis nei loro rispettivi diari prima della caduta della Repubblica nel 1797. Indirizzati verso la carriera tradizionale di famiglia, quella dei segretari della Repubblica, la abbandonarono successivamente tutti e due per dedicarsi alla vita presbiterale e pastorale.

All’epoca il clero di Venezia era troppo numeroso e quando Antonio fu ordinato prete (1795), fu assegnato alla piccola parrocchia di Sant’Agnese, che contava allora circa 1300 abitanti, e alla quale erano assegnati una quindicina di preti diocesani.

Il giovane don Antonio, pur vivendo il suo sacerdozio in un contesto apparentemente inutile, si dedicò a opere pastorali e caritatevoli diverse: cure eroiche ai malati “incurabili” di malattie veneree, nell’ospedale detto appunto degli Incurabili, non lontano dalla chiesa parrocchiale e dalla sua dimora, catechesi ai bambini della parrocchia, con suo fratello Marco, ritrovi spirituali e ritiri per i laici (giovani e adulti) e per la formazione del clero, lezioni private gratuite a casa sua per i giovani poveri. Durante questi anni, fu sempre appoggiato e sostenuto dal fratello Marco, ancora laico e in servizio presso Palazzo Ducale, allora sotto l’amministrazione austriaca. Proprio Marco ispirò P. Antonio e lo spinse a far scuola gratuitamente al giovane Francesco Agazzi, il primo dei suoi allievi. Insieme i due fratelli fondarono il 2 maggio 1802, nella cappella del Crocifisso situata nell’atrio della chiesa di S. Agnese, una Congregazione mariana, ispirati dall’ex-gesuita P. Luigi Mozzi. Successivamente, si dedicarono totalmente all’educazione dei giovani ed in particolare alla scuola gratuita, principalmente ma non esclusivamente per i poveri, per i ragazzi, a partire dal 1804, e per le ragazze a partire dal 1808, in due istituti diversi, nel sestiere (quartiere) di Dorsoduro a Venezia. La loro opera offriva un’ampia gamma di risorse educative: oltre alla scuola, l’Orto, cioè un ampio terreno utilizzato come luogo ricreativo ed educativo, il teatro, la pubblicazione di libri e manuali didattici e scolastici, l’oratorio, una scuola professionale etc.

Nel 1818 presentarono all’imperatore d’Austria un piano per due istituti religiosi, uno maschile e l’altro femminile. Esso fu approvato (1819), a livello locale e di diocesi sia dall’imperatore che dal patriarca. Il 27 agosto 1820, non casualmente nella festa di S. Giuseppe Calasanzio, il P. Antonio lasciò la nobile casa paterna e andò ad abitare in una povera e umile casupola (“la casetta”, come era chiamata in quella comunità primitiva e anche nell’uso attuale e letterario) con un primo gruppo di collaboratori, la prima comunità Cavanis. I primi tre compagni di don Antonio Cavanis furono Pietro Spernich, Matteo Voltolini e Pietro Zalivani. I loro nomi siano in benedizione!

Dopo numerose difficoltà, superate con pazienza e tenacia, i fratelli riuscirono ad ottenere l’approvazione dell’Istituto maschile da parte di papa Gregorio XVI nel 1836. La comunità divenne allora Istituto di diritto pontificio universale. All’epoca l’Istituto comprendeva le due case di Venezia e di Lendinara (Rovigo) e ventiquattro membri, di cui nove religiosi professi preti, nove seminaristi e sei fratelli laici. L’erezione canonica ebbe luogo nella sede dell’Istituto Cavanis, sotto la presidenza del cardinal Jacopo Monico, patriarca e “gran patrono” dell’Istituto Cavanis.

Erano tempi duri per i religiosi!

Istituire una nuova congregazione religiosa, come riuscirono a fare i padri Antonio e Marco, a quei tempi, fu un atto coraggioso e per niente facile, come metterà in luce il cardinal Jacopo Monico nel suo discorso in occasione dell’erezione canonica dell’Istituto. Infatti, la maggior parte o quasi tutti gli ordini e le congregazioni erano stati soppressi da Napoleone durante il suo regno in Italia e, anche se ve ne erano alcuni già ricostituiti a Venezia, il numero degli istituti, dei religiosi e delle religiose, era radicalmente diminuito. Il patriarca Jacopo Monico, al suo arrivo nella sua sede del patriarcato di Venezia nel 1826, aveva trovato in diocesi solo sessantanove religiosi e centocinquanta religiose, dove ce n’erano rispettivamente 1507 e 1130 (troppi probabilmente) prima delle riforme napoleoniche.

Dopo un lungo e attivo periodo di maturità (1818-1848), verso la metà del XIX secolo, sopraggiunse la vecchiaia con molte sofferenze fisiche e morali.

Inoltre dal 22 marzo 1848 Venezia dovette subire un lungo assedio da parte delle armate austriache, l’epidemia di colera, la carestia e infine la sconfitta e il ritorno degli austriaci.

A questo proposito sarebbe forse interessante e necessario studiare in modo sistematico la posizione politica dei fondatori nei riguardi di Napoleone, dell’impero austriaco, del Piemonte, dei movimenti rivoluzionari pro-italiani e della Repubblica di San Marco. Probabilmente essi conservavano la ferita dell’invasione francese che aveva distrutto la loro Serenissima Repubblica di Venezia e che l’aveva venduta in seguito all’Austria, quella provocata dalla riorganizzazione forzata della diocesi di Venezia per mano di Napoleone, la soppressione di trentanove parrocchie su sessanta e di tutti gli istituti religiosi, delle confraternite e degli istituti assistenziali e così via. In generale, sembrava fossero più favorevoli alle realtà che proteggevano e favorivano la chiesa, l’educazione, la scuola; di sicuro non erano filo-napoleonici e neppure filo-giacobini, ma allo stesso tempo non erano neanche filo-austriaci, dato che avevano sofferto e dovuto sopportare la burocrazia opprimente e il giurisdizionalismo di questo impero, anche se l’imperatore Francesco I aveva dato loro prova di stima e di una certa simpatia personale. Non si sono di certo opposti alla rivoluzione di Venezia (1948-49) sostenendola moderatamente e prudentemente. Erano veneziani e ci tenevano; probabilmente parlavano in veneziano tra di loro e con i veneziani; ma scrivevano sempre scupolosamente in italiano, e non mescolavano lingua italiana e dialetto (o lingua?) veneziano. Si trova qualche volta una frase in veneziano nelle loro lettere personali, tra fratelli, ma non come cosa comune. Questo comportamento del resto era comune anche tra gli altri veneziani colti e nobili del loro tempo.

Erano da un lato progressisti nel campo dell’educazione e dell’istruzione gratuita e popolare dei giovani, in favore dei poveri e degli oppressi prendendosi cura della loro ascensione sociale, intellettuale e anche economica agevolata da scuole libere, e questo è senza dubbio fare politica, e buona politica. Attuavano una pedagogia e una didattica innovative e possedevano una formazione e una passione fortemente biblica, liturgica e cristocentrica ed ecclesiastica. Avevano dimostrato una certa apertura progettando un istituto che doveva essere “nuovo” nelle loro chiare intenzioni,ossia che fosse una società di vita apostolica piuttosto che una congregazione religiosa, con un clima di libertà (da entrambe le parti, dell’istituto e dei congregati che ne facevano parte), con la loro proposta di pronunciare delle promesse invece dei voti religiosi e di mettere «L’uniforme vocazione e la fraterna carità» al disopra del legame giuridico dei voti: «I Cavanis avevano pensato ad un’istituzione di preti secolari senza voti, con delle case autonome, senza centralizzazione». D’altra parte, pur avendo pensato a questa forma avanzata e libera di comunità, nella pratica avevano organizzato già la prima comunità, come risulta dalla corrispondenza del primo decennio di vita comunitaria, come pure dalla prima regola manoscritta del 1831, e da quelle stampate del 1837, in un programma di vita comunitaria di tipo molto conventuale e convenzionale.

Erano conservatori e clericali in altri aspetti;devoti senza essere bigotti; c’era nella loro vita una gioia (soprattutto in P. Marco) anche nelle sofferenze e la loro piccola comunità era piena di voglia di vivere, d’umorismo e di gaiezza. Così pure, non sono mai stati intransigenti. Basta prendere in esame ad esempio i loro rapporti molto cordiali con l’abate Antonio Rosmini-Serbati e la loro tranquillità in riferimento agli studi rosminiani di P. Casara.

Obbedivano alle autorità e alle leggi di ogni fase storica in cui vissero, forse per convinzione ma anche per convenienza. Non volevano fare politica; si dedicavano invece anima e corpo alla buona politica dell’educazione dei bambini e dei giovani, aiutando sempre i più bisognosi e poveri affinché potessero risollevarsi dalla loro condizione miserabile diventando dei buoni cristiani e dei buoni cittadini.

La loro visione geografica, e per certi versi geopolitica, era ampia, almeno secondo P. Marco, che scriveva nel 1838 che «La Congregazione era stata approvata dalla Santa Sede avendo ampia autorizzazione ad espandersi dappertutto»; e ancora «Una istituzione che secondo la sede apostolica aveva il permesso di diffondersi in tutto il mondo!». D’altro canto, il loro mondo sembrava ridursi a Venezia e al vice-regno lombardo-veneto, qualche volta al Piemonte, a Roma e naturalmente a Vienna, la capitale dell’impero. Avevano qualche contatto epistolare con gli Scolopi di Ragusa in Dalmazia, antica colonia veneziana (oggi Dubrovnik in Croazia). Si trovano tuttavia di rado dei riferimenti agli altri paesi e continentinei loro scritti, compresa l’attività missionaria d’oltremare. Ad esempio, nei loro scritti non si fa menzione dell’attività dei cappuccini d’Italia, spesso veneti, missionari in Congo, dove operarono fino al 1835. Questa sorta d’isolamento geografico e di panorama ristretto prosegue anche con P. Casara,e avrà una grande influenza nel divenire della Congregazione. Tutto ciò dovrà essere studiato approfonditamente, leggendo e meditando sui rari spunti presenti negli innumerevoli scritti così come nelle testimonianze al riguardo.

Nel 1848, data che rappresenta il punto di partenza di questo libro, che si propone di raccontare la storia della congregazione solo dal 1848 al 2000, P. Anton’Angelo aveva settantasei anni; era stanco, spesso malato e ormai cieco, ma continuava a sostenere il peso del suo incarico a preposito della Congregazione e rettore della comunità di Venezia. Era anche direttore delle scuole e principale responsabile della formazione dei seminaristi e dei giovani religiosi. P. Marcantonio aveva all’epoca settantaquattro anni, un’età senza dubbio parecchio avanzata, soprattutto a quell’epoca in cui la speranza di vita era molto bassa: circa quarant’anni nel 1850 in Italia. Era comunque in buona salute e sempre attivo per procurare nuovi membri all’Istituto, per cercare delle offerte, per occuparsi delle questioni relative alla comunità e alla scuola. Gli restava poco però da vivere. Il suo ultimo viaggio fu il 5 novembre 1850, a Milano; le sue ultime lettere, praticamente illeggibili, risalgono alla fine del 1852.

P. Marco morì l’11 ottobre 1853; P. Antonio il 12 marzo 1858. Furono considerati santi dai veneziani e da molti religiosi e membri del clero, persino da altri fondatori di altri istituti maschili e femminili, da vescovi e papi. Il processo di beatificazione comunque fu lungo e progredì solo quando si affermarono le loro virtù eroiche e furono dichiarati venerabili da Papa Giovanni Paolo II (16 novembre 1985).

1.1 Infanzia e adolescenza

27 aprile 1769
Matrimonio dei genitori dei fondatori nella chiesa di S. Bonaventura vicino a S. Alvise nel sestiere di Cannaregio, Venezia.

30 luglio 1770
Nascita di Apollonia, sorella maggiore dei fondatori.

4 agosto 1770
Battesimo di Apollonia nella chiesa parrocchiale di S. Agnese.

16 gennaio 1772
Nascita a Venezia, del conte Anton’Angelo Cavanis.

22 gennaio 1772
Battesimo di Antonio nella chiesa parrocchiale di S. Agnese.

19 maggio 1774
Nascita a Venezia di suo fratello minore, il conte Marcantonio Cavanis.

26 maggio 1774
Battesimo di Marco nella chiesa parrocchiale di S. Agnese.

23 marzo 1776
Morte della nonna paterna dei fondatori.

7 giugno 1778
Prima confessione di Antonio.

4 luglio1778
Inizio degli studi di Antonio

30 marzo 1780
Prima confessione di Marco.

8 maggio 1780
Inizio degli studi di Marco.

27 maggio 1780
Cresima di Antonio.

16 luglio1782
Prima Comunione di Antonio.

3 ottobre 1784
Cresima di Marco.

11 settembre 1785 
Prima Comunione di Marco.

9 gennaio 1787
Antonio e Marco superano gli esami e diventano cancellieri della Repubblica di Venezia.

21 gennaio 1788
Antonio eletto segretario straordinario.

28 dicembre 1789
Antonio diventa segretario del governatore delle galere.

1790 o 1791
Antonio sente il desiderio di entrare in un istituto religioso, ma suo padre gli nega di realizzare il suo desiderio e la sua vocazione.

23 novembre 1793
Morte del conte Giovanni, il loro padre.

5 marzo 1794 
Antonio rinuncia alla carriera a Palazzo Ducale e prende la veste talare.

6 aprile 1794
Antonio riceve la tonsura e i quattro ordini minori.

14 giugno 1794
Antonio riceve il suddiaconato.

20 dicembre 1794
Antonio riceve il diaconato.

21 marzo 1795
Don Antonio è ordinato prete.

17 marzo 1795
Marco inizia la sua carriera al servizio del governo della Repubblica di Venezia e poi la prosegue nei diversi apparati statali fino al 1806.

1796
P. Antonio fonda l’Accademia di S. Tommaso d’Aquino, per favorire la formazione del clero veneziano.

1797
Antonio comincia a insegnare ad alcuni giovani a casa sua. Nel 1804 P. Antonio dichiarerà alle autorità austriache questa scuola come scuola domestica in un formulario. Evidentemente tale scuola era ancora aperta in quella data, perché rilasciò l’indirizzo esatto della sua casa paterna: Zattere, n. 991. Questo numero non corrisponde alla numerazione attuale. Il palazzo, attualmente, nelle due porte esterne, rappresentanti due diversi ingressi con i rispettivi androni o entrade, e gli scaloni indipendenti, che hanno attualmente i numeri 920 (porta orientale, che porta al primo piano o piano nobile) e 921 (porta occidentale, che porta al secondo piano, dove abitava la famiglia Cavanis). La numerazione delle case è cambiata a Venezia durante la dominazione austriaca.

1797
Probabilmente è questo l’anno in cui Marco Cavanis, non volendo compiere un atto ingiusto legato alla sua professione di funzionario pubblico, fu minacciato con una spada e gli viene infilzato il cappello, ma si mantiene fermo nella sua decisione.

1 dicembre 1799 – 14 marzo 1800
Conclave tenuto a Venezia nell’Isola di S. Giorgio, per l’elezione di Papa Pio VII, incoronato a il 21 marzo 1800.

Box: un ritratto infantile e uno giovanile di P. Anton’Angelo Cavanis

Siamo abituati a vedere i venerabili fondatori rappresentati in età molto avanzata o addirittura con un aspetto decrepito. Succede di diventare vecchi,

se non si muore prima; ma tutti i vecchi sono stati bambini, ragazzini, adolescenti, giovani, adulti, prima di arrivare all’estrema età.

Il problema è che al tempo della gioventù e dell’età matura di Antonio e Marco Cavanis le fotografie non esistevano: le prime foto, eseguite con il più antico processo fotografico e dette dagherrotipi, dal nome dell’inventore Louis J.M. Daguerre (1787-1851), quasi contemporaneo dei fondatori (1772-1858 P. Antonio; 1774-1853 P. Marco), cominciarono a circolare in Francia nel 1839, quando i due fratelli erano già ultrasessantenni, e si diffusero solo più tardi nel mondo e quindi in Italia, a cominciare da Firenze. 

Inoltre, i fondatori non erano tipi da andare dal fotografo per farsi fotografare, anche se ci fosse stato a Venezia, del che dubito, un fotografo durante la loro vita. Erano poi così umili, che non accettavano di sottomettersi a farsi fare un ritratto da un pittore, come desideravano e suggerivano istantaneamente i loro primi discepoli e compagni nelle Scuole di Carità.

I loro ritratti di cui disponiamo, sia come litografie, con la cui tecnica sono stati eseguiti i più antichi ritratti dei nostri, sia come incisioni in rame (stampe calcografiche), sia come ritratti a olio su tela, hanno in genere come base, per P. Antonio, la sua maschera funebre eseguita in gesso subito dopo la morte. Naturalmente una maschera funebre non rappresenta la persona in uno dei suoi migliori momenti, ma almeno c’era di lui qualche base per un ritratto. La maschera funebre in gesso di cui di parla è conservata nell’Archivio storico dell’Istituto a Venezia in Casa-madre.

Di P. Marco non abbiamo nessuna base concreta e i ritratti, dei tipi sopra ricordati, sono fondati soltanto sulla memoria, come oggi si farebbe un identikit ascoltando la descrizione di un volto dalla bocca di una persona che ne conosceva le fattezze.

Del contino Antonio Cavanis esistono tuttavia nel suddetto Archivio storico, nel settore di reliquie, due immagini poco conosciute ma molto interessanti:

due ritratti-miniature di forma ovale, una molto piccola (cm 1,3 x 1) di Antonio da bambino di forse otto a dieci anni, con un viso dolcissimo, i capelli lunghi alla spalla e neri, una giacca rossa, una camicia a fiori, un colletto alto forse di pizzo; l’altra è la miniatura-ritratto, un po’ più grande (cm 4 x 3,1) di un giovanissimo don Antonio, di una ventina d’anni o poco più, in abito ecclesiastico. Forse all’epoca in cui la miniatura fu dipinta, a tempera, l’abatino Antonio era solo chierico tonsurato in ordini minori; forse era già prete ordinato da poco, in ogni caso egli veste la talare nera con i bottoni più chiari e il collarino romano ceruleo, porta i capelli lunghi e due baffetti appena visibili. Scopriamo con commozione che i suoi occhi erano anch’essi cerulei, i capelli erano neri o comunque molto scuri, mentre siamo abituati a vederlo sempre con i capelli bianchi. Non abbiamo purtroppo miniature analoghe di P. Marco. È probabile che i medaglioni che contenevano le miniature siano stati a suo tempo venduti assieme agli altri gioielli della madre dai due figli per far fonte alle spese sempre maggiori per il sostentamento della Scuole di Carità.

A parte queste miniature di Antonio, le immagini più antiche dei due fondatori sono due stampe litografiche datate del 1853, anno della morte di P. Marco e realizzate dal disegnatore Giovanni Contarini e dall’incisore Rosa, come incisioni in pietra calcarea litografica; quella di P. Antonio forse, ma soltanto forse, fu realizzata dal vero. Esse sono pubblicate come frontespizio duplice nella Positio per la loro causa di beatificazione.

Le due miniature dipinte a tempera dovevano essere contenute in due diversi medaglioni da collana, che la madre, Donna Cristina Pasqualigo Basadonna, portava al collo.

Esse sono riprodotte nella biografia documentata dei fondatori scritta da P. Francesco Saverio Zanon nel 1925, e nella Positio, scritta da P. Aldo Servini, nella tavola quarta.

1.2 Inizio produttivo

2 maggio 1802

Inizio dell’opera Cavanis con la fondazione della Congregazione di Maria. È ciò che chiamavano e si chiama ancora in Istituto “l’inizio di tutto”.

3 ottobre 1802 

I Cavanis aprono l’“Orto”, cioè uno spazio ludico ed educativo per i bambini e ragazzi (molto raro trovarlo ancora oggi a Venezia dove giardini e play-ground sono quasi assenti).

2 gennaio1804

Inizio delle scuole Cavanis gratuite in una classe di una casetta in affitto situata all’estremità orientale di calle Baleca al n. 1064, sita nel territorio della parrocchia di S. Trovaso. A guardare i ninsioleti con l’indicazione dei toponimi, sembra che ancora adesso il rio terà de la Carità e la Cale larga Nani appartengano alla parrocchia di S. Trovaso, a differenza della casa madre dell’Istituto, che appartiene come si sa alla parrocchia di S. Maria del Rosario.

1 settembre 1805

S. Giuseppe Calasanzio fu scelto dai fondatori come patrono dell’opera Cavanis.

13 febbraio 1806

Marcolascia il suo lavoro e la sua carriera e indossa la veste ecclesiastica. I due fratelli continuano però ad abitare con la madre e la sorella nel palazzo natale.

20 dicembre 1806

Ordinazione presbiterale del P. Marco.

16 luglio1806

Acquisto, da considerarsi quasi miracoloso,di palazzo Da Mosto per le scuole.

27 agosto 1806

Per la seconda volta si trova il nome di S. Giuseppe Calasanzio nelle “Memorie” della Congregazione in qualità di “patrono delle Scuole di Carità”.

29 giugno 1807

D’ordine del governo francese la Congregazione mariana, come tutte le associazioni del genere, viene sciolta. Le scuole e le altre attività però continuano.

26 aprile 1808

Apertura di una tipografia come istituto scolastico professionale ante litteram. A volte, questa iniziativa dei Padri viene sminuita per il fatto che la “scuola di lavoro”, chiusa due anni dopo dall’apparato di governo napoleonico, ebbe poco risultato e, tra l’altro non fu ripresa in seguito; eppure, quarantacinque anni dopo c’era ancora chi si ricordava con gratitudine personale di quella scuola professionale: l’articolo con cui l’antico quotidiano “Gazzetta Ufficiale di Venezia” annunciava la morte del P. Marco, in data 11 ottobre 1853, era firmato da un sig. “Jacopo Gavagnin, proto della tipografia della Gazzetta”, il quale concludeva l’articolo con la dichiarazione significativa: “Un sentimento di vera gratitudine vuol poi che ricordi aver egli eretta apposita tipografia, onde in quella io apprendessi l’arte, che da quasi cinquant’anni esercito”. Sta parlando, ovviamente, dell’arte o professione della tipografia.

10 settembre 1808

Fondazione di una casa per ragazzedette da loro “periclitanti donzelle”, ossia «ragazze non sposate in pericolo [di prendere una cattiva strada, in pratica quella della prostituzione] » (scuola e ramo femminile dell’istituto) con l’aiuto della marchesa Santa Maddalena di Canossa. La prima sede dell’opera è a S. Vio, non lontano dalla scuola maschile.

1809-1810

P. Antonio, svolgendo volontariato pastorale presso l’ospedale degli Incurabili, contrasse una forma grave di malattia nervosa delle “convulsioni” di cui soffrirà per tutta la vita. Durante questi due anni è Marco che si occupa delle scuole.

12 maggio 1810 

Si trasferisce l’Istituto femminile nell’antico monastero dello Spirito Santo alle Zattere.

10 settembre 1811

Ulteriore trasferimento dell’istituto femminile nella sua sede definitiva nell’antico convento delle Romite o Eremite.

15 aprile 1812

I due fratelli vengono riconosciuti come professori dallo stato (che era il regno d’Italia all’epoca, in realtà una creatura napoleonica) e la loro scuola come pubblica a tutti gli effetti.

9 settembre 1812

Il governo del regno chiude la tipografia e la “casa di lavoro” a causa di una nuova legge sulla stampa.

1813

I due fratelli iniziano assieme a produrre dei manuali, libri di testo e altre opere per la scuola.

17 aprile 1813

Morte di Apollonia Cavanis, sorella maggiore dei fondatori.

1813

Istituzione di conferenze bibliche per il clero.

1 luglio 1813

Si istituisce la pratica di un ritiro mensile per gli insegnanti delle scuole “sotto gli auspici di San Vincenzo de Paoli”.

1814

Piano dell’opera indirizzato a papa Pio VII.

1814-1815

Venezia e il Veneto passano dalla dominazione francese a quella dell’impero austriaco.

12 dicembre 1815 e 23 febbraio 1819

Due visite dell’imperatore d’Austria Francesco I all’Istituto Cavanis provocano molta gioia. D’altra parte si nota l’atteggiamento doppio dell’imperatore che da una parte incoraggia i due fratelli a titolo personale e dall’altra con il suo apparato statale crea loro ogni genere di difficoltà.

1816

Piano dell’opera delle Scuole di Carità indirizzato al governo imperiale.

4 aprile 1817

Il Papa Pio VII dona all’istituto il prezioso palazzo Ca’ Corner della Regina sul Canal Grande per l’Istituto Cavanis femminile ma con la libertà di usufruirne a loro piacimento.

1.3 Dalla prima comunità all’erezione canonica

14 maggio 1817
Pietro Spernich, seminarista, è il primo Cavanis ad abitare nella casupola vicino l’orto, tre anni prima della nascita della comunità della “Casetta.”

1817
Carestia grave a Venezia e in Veneto di cui parlò P. Marco all’imperatore Francesco I in occasione della sua seconda visita all’Istituto (23 febbraio 1819). Questa carestia cagionò dissesti economici anche all’istituto, che con spirito caritatevole si occupava della sussistenza anche materiale dei bambini e ragazzi.

12 ottobre 1818
Il governo austriaco accoglie e approva il progetto di creazione di una comunità Cavanis. Non si tratta però del necessario decreto regio.

1819
Dopo numerosi tentativi i due Cavanis ottennero l’approvazione diocesana dei rami maschile e femminile dell’istituto rispettivamente il 19 giugno 1819 e il 16 settembre 1819.

3 agosto 1819
Inizio di una vera e propria persecuzione per le scuole Cavanis da parte dell’apparato imperiale austriaco, persecuzione che continuerà in questa fase fino al 17 novembre 1823 e che culminerà con l’insuccesso totale delle lotte dei due fratelli e in particolare di P. Marco.

27 agosto 1820
Inizio della vita comunitaria nella “casetta”, in occasione della festa di S. Giuseppe Calasanzio, patrono dell’Istituto. P. Antonio lascia dunque il suo palazzo per andare ad abitare con la sua nuova piccola comunità nella nuova modestissima e umida abitazione. Aveva allora quarantotto anni e sette mesi. P. Marco resta con la madre per assisterla sino alla morte di lei nel 13 maggio 1832.

27 agosto 1820
Inaugurazione del primo anno di noviziato della nuova comunità nella “casetta.”

1821
Primo “Piano” dei due Istituti.

1823
Regole interne manoscritte della nuova comunità della “casetta”, contenute nelle Notizie al patriarca cardinal Pyrker ma non si procede all’erezione canonica dell’Istituto dato che il numero dei membri della comunità è esiguo.

6 settembre 1823
Grave malattia di P. Marco, che riceve l’estrema unzione in punto di morte; recupera la salute lentamente.

1823-1825
La lotta contro l’impero per mantenere lo status di scuole pubbliche alle Scuole di Carità; esse in virtù di una nuova legge dovevano diventare private.

6 agosto 1825
L’imperatrice d’Austria visita i due istituti, maschile e femminile a Venezia.

2 maggio 1824
Primo anno mariano proclamato dai fratelli benedetti. È forse il primo anno mariano proclamato in tutto il mondo.

8 dicembre 1826
Secondo anno mariano.

8 marzo 1828 
Lettera di elogio all’Istituto e ai due fratelli Decretum laudis da parte di Papa Leone XII.

13 agosto 1831
Altra lettera di elogio e incoraggiamento da parte del nuovo Papa Gregorio XVI.

2 febbraio 1831
I fondatori scrivono a cominciano ad applicare le «Regole della Congregazione dei sacerdoti secolari delle scuole di carità di Venezia», preparate nel corso del 1830, manoscritte, “solennemente intimate” nella festa che allora si chiamava della Purificazione di Maria, appunto il 2 febbraio.

13 maggio 1832

Morte della madre dei fondatori, la Nobildonna Cristina Maria Pasqualigo Basadonna, dopo una lunga malattia. P. Marco, che l’aveva assistita tutta la vita, lascia il palazzo di famiglia che viene dato in locazione ad altri ed entra in comunità con suo fratello Antonio e gli altri confratelli.

3 febbraio 1833
Primo viaggio a Vienna di P. Marco, per discutere con l’imperatore della pubblicità (cioè della situazione di scuole pubbliche non statali) delle Scuole di Carità; il viaggio tuttavia si conclude con un triste insuccesso.

6 marzo 1834
Fondazione della casa e della scuola di Lendinara in provincia di Rovigo: la Congregazione consiste adesso di due case, ciò che permette di considerarla come un istituto religioso.

1834 e seguenti
Difficoltà a Lendinara.

11 febbraio 1835
P. Marco va a Roma e vi resterà per sei mesi; assieme a P. Antonio che è rimasto a Venezia, essi scrivono “per corrispondenza” le costituzioni dell’Istituto. Particolarmente importante la corrispondenza fra i due fratelli in questa fase di preparazione delle costituzioni che sono presentate alla Santa Sede.

21 agosto 1835
Approvazione dell’Istituto maschile e delle costituzioni dal Papa Gregorio XVI, con il Breve Cum christianae

Tale importante breve, che approva l’Istituto, è poco conosciuto in Congregazione, e sembra importante riprodurlo qui, nella traduzione italiana del libro pubblicata dallo stesso P. Marco nelle appendici al libro del 1838, di sua mano: Notizie intorno alla Fondazione delle Congregazione dei Chierici Secolari delle Scuole di Carità.

GREGORIO PP. XVI

«A perpetua memoria. Non potendosi rendere maggior servigio, né giovar meglio alla Cristiana non meno che alla Civile Repubblica, che coll’affrettarsi a formare la gioventù ad ogni onesto e religioso costume, fu massima ognor costante dei Romani Pontefici Nostri Predecessori di appalesar singolare benevolenza a quegli Ecclesiastici distintamente, li quali con tutta la premura e la industria adoprano col maggior vigore ogni sforzo affinché le tenere menti dei giovanetti, ed i lor cuori molli qual cera, con soavi forme s’impregnino dei salutari ammaestramenti della Fede Cristiana, e ad un onesto tenor di vita, nel modo che si conviene, vengano istituiti. 

Che se ciò in ogni tempo fu necessario, lo è poi in sommo grado alla nostra età sommamente torbida e funestissima, in cui uomini scellerati e di perduta coscienza, nemici a un tempo della Religione e della Civil Società, in nefanda lega stretti fra loro, non lasciano intentato alcun mezzo onde avvelenare e corrompere principalmente le incaute menti dei giovani con tanto iniqua e mostruosa sfrenatezza di opinare, di scrivere, e di operare; e con gravissimo danno della intera repubblica distorli in modo compassionevole dal retto sentiero del virtuoso costume, e da ogni norma di quello ch’è buono e giusto.

 Ci fu quindi argomento di una somma allegrezza il sapere che li diletti figli Sacerdoti Conti Anton’Angelo, e Marcantonio Fratelli De Cavanis, chiari per pietà, dottrina, ed ingegno, ed avvampanti per sommo zelo di prestare soccorso alla gioventù, abbiano da molti anni fondato in Venezia Scuole che dalla Carità prendono il nome, nelle quali vien provveduto mirabilmente alla educazione Cristiana dei giovanetti e delle donzelle; nell’esercizio della qual opera che è pur così salutare, non istettero punto sospesi ad impiegarvi ogni cura, ogni diligenza, ogn’industria, e le stesse proprie sostanze; e non mai abbattuti per alcuna fatica, o smarriti per alcuna difficoltà, con insigne fermezza di caritatevole sentimento la durarono nel travaglio con tanto frutto che i loro pietosi divisamenti e dai Nostri Predecessori di felice memoria Pio VII, Leone XII, Pio VIII, e da Noi medesimi ebbero a riportarne pienissima approvazione. 

Affine poi che questo sì salutare Istituto non abbia mai a perire, ma prenda piuttosto col Divino ajuto sempre maggiore prosperità e floridezza, mossi da fervido desiderio di provvedere per ogni guisa alla educazione religiosa ed alla salvezza dei giovani, li mentovati fratelli nella Città di Venezia gittarono le fondamenta di una Congregazione di Sacerdoti Secolari delle Scuole di Carità diretta alla istituzione dei maschi; e per l’oggetto che tale Congregazione con sommo vantaggio e conforto della Religione e della Civil Società possa di giorno in giorno rinvigorirsi, piantar profonde radici, ed eziandio propagarsi in altre Città e Castella, li fratelli medesimi con ferventi preghiere hanno da Noi implorato che colla Nostra Apostolica Autorità ci compiacessimo di approvarla benignamente. 

Laonde Noi abbiamo demandato l’esame di un tale argomento alli Ven. Nostri Fratelli Cardinali della S. C. R. preposti agli affari ed alle consultazioni dei Vescovi e Regolari, li quali furono di parere che fosse un tal Istituto meritevole di approvazione. 

Dopo pertanto di essersi con maturo esame discusse distintamente tutte le cose, Noi che riputiamo siccome il primo e più fervido Nostro impegno di favorire con especial sentimento del Nostro paterno amore e benevolenza la Cristiana educazione dei giovani e dei fanciulli, tanto fortemente e coll’esempio e colle parole a Noi da Cristo raccomandati, e per corrompere gli animi teneri dei quali pongono in opera ogni maggiore sforzo coloro che in tanta calamità di tempi van macchinando di sovvertire le pubbliche e le private cose, e di turbare e di manomettere tutti li diritti Divini ed umani, confortati da una ferma speranza che per grazia del Signore da cui procedono tutt’i beni, sempre ne abbia a sortire un prospero riuscimento, e da questa Congregazione non solo nella Città di Venezia che a buon diritto possiamo chiamar Nostra Patria, ma eziandio in altre Città e luoghi con frutto copiosissimo spirituale ne abbiano a derivare sommi vantaggi e conforti, abbiamo deliberato che sia da munirsi la Congregazione medesima colla Nostra Apostolica Autorità. 

Volendo quindi usare una speciale beneficenza a tutti ed a ciascuno fra coloro cui le presenti Lettere riescono favorevoli, ed assolvendoli e ritenendoli per assoluti, in riguardo però soltanto all’oggetto di cui si tratta, da ogni vincolo di scomunica, e d’interdetto, e dalle altre Ecclesiastiche sentenze, censure, e pene in qualunque modo e per qualunque causa intimate, se per avventura fossero in esse incorsi, colla Autorità Nostra Apostolica in vigore di queste Lettere stesse approviamo, e confermiamo la Congregazione dei Sacerdoti Secolari delle Scuole di Carità solamente dei maschi, fondata in Venezia dalli fratelli De Cavanis, e l’avvaloriamo colla inviolabil fermezza della Nostra Potestà, a condizione però che tutti li Sacerdoti, li quali attualmente e nell’avvenire si ascrivessero alla suddetta Congregazione, non solo debbano fare li Voti semplici, ma essere ancora pienamente soggetti alla giurisdizione degli Ordinari. 

Queste cose sono da Noi volute, stabilite, ingiunte, ed ordinate, decretando che le presenti Lettere siano ed abbiamo ad essere ferme valide ed efficaci, e debbano sortire ed ottenere ogni pieno e compiuto effetto, ed in tutto e per tutto abbiano interamente a riuscir favorevoli alle surriferiti fratelli De Cavanis, ed agli altri ai quali appartiene o sarà per appartenere in appresso; e che così intorno alle cose permesse debbasi giudicare e definire da qualunque fra i Giudici Ordinari e Delegati, compresi ancora gli Uditori delle Cause del Palazzo Apostolico, li Nunzi della S. Sede, e Cardinali della Santa Romana Chiesa, venendo tolto ad essi ed a ciascheduno di loro qualunque arbitrio ed autorità di giudicare ed interpretare altrimenti, dovendo ritenersi per nullo e di niun valore se accadesse mai che da alcuno con qualsivoglia autorità, scientemente o per ignoranza, si attentasse in modo diverso sopra di un tale argomento. 

Non ostanti le Costituzioni Apostoliche, e quelle pure sì generali che speciali emanate nei Concilj Universali, Provinciali, e Sinodalj; e non dovendo farvi alcuna opposizione ness’un’altra cosa, anche se fosse degna di una speciale ed individua menzione.

Dato in Roma presso S. Pietro sotto l’anello del Pescatore nel giorno 21 del mese di Giugno nell’anno 1836, sesto del Nostro Pontificato.

E. Card. DE GREGORIO

 

Il 18 agosto 1837 l’Istituto Cavanis ricevette il placet dell’imperatore austriaco al breve papale. 

Non fu per nulla facile ottenere questo necessario placet, al fine che il breve pontificio fosse accettato dal governo austriaco e che il patriarca di Venezia potesse procedere all’erezione canonica dell’Istituto maschile. 

La difficoltà sollevata era che il governo austriaco non poteva e non voleva approvare una decisione pontificia che era stata ottenuta dai fondatori, in pratica da P. Marco, attraverso un contatto con la Santa Sede per compiere il quale i fondatori non avevano chiesto il permesso del governo regio-imperiale.

In effetti, quando il patriarca Monico il 7 marzo 1837 presentò istanza al governo perché riconoscesse ufficialmente la congregazione, il funzionario incaricato di questa funzione rispose, il 16 marzo dello stesso anno che il governo: «non può occuparsi della dimanda dei fratelli sacerdoti Cavanis (…) per aver essi implorata l’approvazione del S. Padre senza conformarsi alle massime vigenti, le quali proibiscono a chicchessia di rivolgersi alla S. Sede senza di avere ottenuta la permissione della politica autorità». 

Tanto per chi pensa e a volte scrive che il rapporto dei Cavanis con l’impero austriaco – teoricamente cattolico e innamorato dell’Istituto Cavanis – fosse tutto rose e fiori.

In realtà, se è vero che l’imperatore Francesco I visitò personalmente e con grande semplicità e autentica cordialità due volte le Scuole di Carità di Venezia e le versò generose offerte, se più volte attestò la sua stima personale per i fondatori e la loro opera, e ricevette in udienze P. Marco, se è vero che l’imperatrice madre continuava a corrispondere offerte per la costituzione di patrimoni ecclesiastici per alcuni chierici Cavanis, a richiesta di P. Marco, la politica dello stato esigeva un controllo esatto, completo, miope, sospettoso, poliziesco, spionistico, opprimente, sulle sue “colonie”, tra le quali si contava – ma non sempre – il Veneto e Venezia; e in particolare delle scuole e degli ambienti culturali. L’atto del P. Marco, al momento di scegliere di non chiedere il permesso di andare a Roma rivelandone il fine vero fu un difficile, pericoloso e fiero atto politico anti-austriaco, di un veneziano e di un prete.

P. Marco non era certo uno sprovveduto, e sapeva benissimo che avrebbe dovuto, a rigor di legge, segnalare al governo imperiale e regio che lo scopo del suo viaggio a Roma era quello di chiedere e possibilmente di ottenere l’approvazione dell’Istituto e dell’Opera; tuttavia al momento di chiedere il passaporto per andare a Roma nel 1835 per ottenere l’approvazione delle Costituzioni e dell’Istituto stesso, si trovò incerto al momento di dichiarare il motivo del viaggio; da un lato sapeva bene che, se non avesse dichiarato il vero motivo, avrebbe avuto seri problemi al ritorno e soprattutto al momento di mettere in pratica il desiderato Breve Pontificio di approvazione e di poter ottenere l’erezione canonica dell’Istituto; d’altra parte, non gli pareva giusto sottoporre a un governo laico ciò che spettava chiedere soltanto al governo della Chiesa di Dio.

Così espone i fatti la Positio:

P. Marco “si munì pertanto del foglio di “discesso” da parte del patriarca cardinale Monico; poi nello stesso giorno, 7 febbraio 1835, si rivolta alla polizia per ottenere il passaporto per Roma”. Costretto però a dichiarare i motivi del proprio viaggio, egli: «Giudicando ingiurioso alla Chiesa il dichiarare che andava per richiedere l’approvazione apostolica del suo istituto, e con ciò stesso sottomettere all’arbitrio dell’autorità civile il domandar o no cosa che unicamente dovea dipendere dalla ecclesiastica.

 Disse dunque che andava a Roma per motivi di religione. E così disse pur prevedendo i gravi ostacoli che poi avrebbe incontrati per farne riconoscere ed accettare il relativo breve apostolico, ottenuto senz’averne ottenuto prima il permesso».

I venerabili padri riuscirono poi ad ottenere, tramite l’intercessione del patriarca Monico (aprile 1937 e la mediazione del principe viceré Ranieri, il placet regio al breve apostolico Cum Christianae, il 18 agosto 1937. Lo scoglio politico-burocratico era superato.

Sarà però soltanto l’8 novembre 1839 la data in cui il governo comunicò che «Con venerata sovrana risoluzione 15 ott. p.p. s.m.i-r. si è compiaciuta di accordare la sua risoluzione per la Congregazione dei chierici secolari istituita presso le scuole di carità dei sacerdoti Cavanis in quanto gli statuti e regole della medesima nulla contengano in contrario alle massime vigenti in oggetti ecclesiastici nelle provincie austriache, e alle sovrane ordinazioni».

Intanto, già nel 1837, si era provveduto alla pubblicazione del libretto delle costituzioni. Vi è presente solo la prima parte; la seconda parte sulle strutture, il governo, i capitoli e le elezioni non viene presentata, e la santa sede accetta e approva ugualmente le costituzioni.

16 luglio 1838 – Erezione canonica della Congregazione dei Chierici Secolari delle Scuole di Carità; momento in cui entrano in vigore le costituzioni dell’istituto. Il 15-16 luglio si celebra la vestizione e la professione religiosa dei primi membri della congregazione, inclusi e in primo luogo, i padri Antonio e Marco Cavanis. P. Antonio, che era già superiore naturale, diventa preposito generale, o come si diceva allora, provinciale della congregazione, incarico che manterrà per quattordici anni. A questo punto si noti che P. Antonio aveva compiuto 66 anni e P. Marco 64.

1.4 I fondatori e la scuola del loro tempo

IN PREPARAZIONE ***

1.5 I fondatori e la formazione dei seminaristi

La formazione dei due fondatori

I Venerabili Antonio e Marco Cavanis ricevettero un’ottima formazione alla vita cristiana e, indirettamente, alla vita presbiterale e religiosa, in famiglia, La loro formazione personale vera e propria alla vita presbiterale e religiosa, tuttavia, fu brevissima e comunque essi non conobbero formazione seminaristica. Concretamente, non vissero in seminario. Infatti ambedue si prepararono all’ordinazione nei vari ordini minori e maggiori in pochissimo tempo, più o meno di un solo anno, vivendo e abitando nel frattempo nella loro famiglia, e non conobbero la formazione filosofica e teologica sistematica nei seminari di Venezia del loro tempo, che pure esistevano: ce n’erano due a Venezia, quello della diocesi e quello della basilica di S. Marco. Compirono infatti i loro studi filosofici e teologici in forma privata.

La Formazione di P. Antonio Cavanis

Antonio Cavanis compì tutti i suoi studi, dagli studi primari (dopo una breve scuola che oggi si chiamerebbe “scuola materna”) agli studi superiori filosofici e teologici in forma privata presso il convento dei Padri Domenicani Osservanti, che comprendeva anche la chiesa di S. Maria del Rosario, detto erroneamente dei Gesuati. Ma abitavano in famiglia. Studiò con più intensità la teologia, anche dai Domenicani, negli anni 1784-85, dopo aver deciso di essere ordinato prete diocesano del Patriarcato di Venezia. Studierà poi per conto suo e di sua iniziativa per tutta la vita. Tuttavia il suo livello di formazione teologica si giudica fosse inferiore a quello del fratello Marco. È interessante e curioso sapere che nelle due estati di quei due anni, studiava teologia anche mentre era in vacanze, ospite di famiglie nobili amiche, in una villa nella campagna veneta.

Antonio Cavanis decise si dedicarsi alla vita ecclesiastica a partire dal 1793 (anche se lo aveva praticamente sempre desiderato); vestì però l’abito ecclesiastico e la cotta il 5 marzo 1794 a S. Agnese, sua chiesa parrocchiale.

Ricevette la tonsura e i quattro ordini minori (tutti e quattro insieme) il 6 aprile 1794, a 22 anni. Il suddiaconato (ordine maggiore) il 14 giugno 1794. Il diaconato il 20 dicembre dello stesso anno. Ricevette il presbiterato il 21 marzo 1795 (un anno e 16 giorni dopo aver vestito l’abito ecclesiastico), dopo aver ricevuta dalla Santa Sede la dispensa per l’età inferiore a quella prevista dai sacri canoni il 6 febbraio precedente. Aveva compiuto tutti i passi verso il presbiterato in pochi giorni più di un anno.

Fu in seguito addetto alla chiesa parrocchiale di S. Agnese, aggiungendosi come “alunno”, cioè come prete non titolato (senza incarico specifico) agli altri 15 preti della parrocchia e ad alcuni altri “alunni”. Rimase tale fino al 1820, per circa 25 anni, senza fare alcuna carriera!

La Formazione di P. Marco Cavanis

Marco Cavanis non si adattò alla scuola materna. In seguito, come il fratello maggiore, compì anche lui la maggioranza dei suoi studi, dagli studi primari agli studi superiori filosofici, in forma privata presso il convento dei Padri Domenicani Osservanti nel vicino convento di S. Maria del Rosario, abitando però anche lui in famiglia. Studiò poi teologia (e anche filosofia, letteratura, poesia ecc.) in modo più elevato, con più intensità, presso il famoso insegnante prete veneziano abate Antonio Venier, dopo aver deciso di essere ordinato prete diocesano del Patriarcato di Venezia. Studierà poi per conto suo e di sua iniziativa per tutta la vita, sembra più profondamente e più a lungo del fratello maggiore. Come si sa, sebbene avesse segretamente il desiderio di essere sacerdote e di darsi alla vita consacrata, per motivi familiari soprattutto aderì alla carriera tradizionale di famiglia, come addetto alla cancelleria del governo della repubblica (e poi degli stati che le successero), in palazzo ducale. Viveva nella casa di famiglia, che contribuiva a mantenere con il suo lavoro.

Marco Cavanis decise si dedicarsi alla vita ecclesiastica quando era già adulto, lasciando il suo lavoro laico e la vita laica appena gli fu ragionevolmente possibile, a partire dal 1805, a circa 31 anni, 12 anni dopo del fratello maggiore (anche se aveva praticamente e segretamente sempre desiderato di consacrarsi al Signore).

Vestì però l’abito ecclesiastico il 19 gennaio 1806 a S. Agnese, sua parrocchia, e si presentò vestito da prete alla congregazione mariana. In seguito, pochi giorni dopo, si presentò di proposito così in ufficio, vestito da prete, il giorno del giovedì grasso (è in Italia ed era a Venezia uno dei due giorni più importanti del carnevale; 13 febbraio di quell’anno), suscitando stupore e qualche risata, di carattere però amichevole. Gli volevano bene e lo stimavano. Si accomiatò così dall’ambiente e presentò le sue dimissioni dal lavoro.

Ricevette la tonsura due giorni dopo, il 15 febbraio;

Ricevette i quattro ordini minori il 23 febbraio 1806, a 31 anni.

Il suddiaconato (ordine maggiore) lo ricevette il 1° marzo 1806, assieme all’amico don Fedrigo o Federico Bonlini, che poi sarà ordinato prete insieme; si dedicherà tutta la vita alle Scuole di Carità, gratuitamente, ma senza entrare nell’Istituto Cavanis formalmente.

Il diaconato il 20 settembre dello stesso anno.

Ricevette il presbiterato il 20 dicembre 1806.

Aveva compiuto tutti i passi verso il presbiterato in meno di un anno (in 11 mesi).

Don Marco fu in seguito addetto anche lui alla chiesa parrocchiale di S. Agnese, aggiungendosi come “alunno”, cioè come prete non titolato (senza incarico specifico) agli altri 15 preti della parrocchia e ad alcuni altri “alunni”. Rimase tale fino al 1836, per circa 30 anni, senza fare alcuna carriera! Tutti e due dovrebbero essere additati anche ai preti diocesani, come esempio.

I due fratelli passarono, 4 anni più tardi, dopo l’ordinazione di Marco, alla parrocchia di S. Maria del Rosario, quando, nel 1810, il governo napoleonico abolì la parrocchia di S. Agnese e la fece confluire nell’ex edificio (chiesa e convento) dei domenicani, che divenne sede della parrocchia.

Anche don Marco (pre’ Marco, si firmava a volte) abitava in famiglia; e vi abiterà anche dopo la fondazione della comunità della casetta, fino alla morte della madre nel 1836.

È chiaro da tutto ciò che i due piissimi fratelli non avevano alcuna esperienza di vita seminaristica. Per un lato ciò è strano, perché come si è detto, esistevano seminari diocesani formali fin almeno dal tempo del Concilio di Trento nel secolo XVI. Nella realtà tuttavia, e soprattutto nella Venezia stanca, poi decaduta, poi conquistata e domata da Napoleone Bonaparte, i seminari servivano soprattutto per i giovani poveri o di condizione modesta che non avevano la possibilità di pagarsi le rette. Ai nobili e ai ricchi, con qualche frequenza ma non abitualmente, era concesso o ammesso che studiassero a casa loro e per conto loro. Mancava troppo spesso una formazione alla vita ecclesiastica e sacerdotale, in genere con pessimi risultati; ma non nel caso specifico di cui parliamo.

La formazione nelle Scuole di Carità fino al 1820

In questo periodo di circa 18 anni (1802-1820), i due venerabili fratelli condussero prima, dal 1802, la congregazione mariana, poi, dal 1804 e specialmente dal 1806, le scuole di Carità con il loro impegno caritatevole e informale, e con l’aiuto di alcuni sacerdoti veneziani pure caritatevoli, che agivano gratuitamente; e anche servendosi di alcuni maestri, laici e sacerdoti, stipendiati da loro stessi. In questo periodo, non avevano con loro dei veri seminaristi, dei giovani cioè che desiderassero dedicarsi al Signore e alla gioventù, nelle Scuole di Carità, fin da giovani, nel tempo della formazione. Ciò accadde almeno fino al 1817, ma formalmente fino al 1820.

La prima comunità e seminario Cavanis nella “Casetta”

Il 27 agosto 1820, festa di S. Giuseppe Calasanzio, in un “collage” di minuscole casette popolari comprate e riunite, situate a S. Agnese, di fronte al palazzo Da Mosto, ossia alle Scuole Cavanis, si riunì la prima comunità dell’Istituto Cavanis, in quello che chiamarono sempre “LA CASETTA”. A quel tempo la Congregazione non era ancora approvata canonicamente a livello di diritto pontificio, ma i suoi componenti, uniti “dal vincolo della carità e della uniforme vocazione”, venivano ad abitare insieme per meglio attendere alla comune vocazione di educatori di bambini e giovani. Il 12 ottobre 1818 il governo austriaco aveva accolto e approvato il progetto di creazione di una comunità Cavanis. Dopo numerosi tentativi i due Cavanis avevano poi ottenuto l’approvazione diocesana dei rami maschile e femminile dell’istituto rispettivamente il 19 giugno 1819 e il 16 settembre 1819. Al loro fianco e non molto lontano, intanto progrediva sotto il loro orientamento e governo, anche l’Istituto Cavanis femminile.

Nella corrispondenza tra chi è in villeggiatura e chi è rimasto a Venezia, sono interessanti e potrebbero essere citate molte loro frasi sul riposo e di lode delle vacanze, necessarie per poter lavorare tutto l’anno nell’arduo ministero delle scuole. Basti in questo senso la frase “vi esorto da buon fratello a non perdere un’ora sola di questi giorni ridenti per procacciarvi una buona dose di buon umore, che vi servirà nei giorni di malinconiosa tenebria.”; frase che scrive il P. Giovanni Battista Traiber a P. Casara in villeggiatura con altri, interpretando e trasmettendo la gioia dei due venerabili fratelli, rimasti a Venezia. La corrispondenza dei due venerabili fratelli in tempo di vacanze riflette la loro gioia e la gratitudine per poter riposare, rifarsi le forze e prepararsi per il tempo del duro lavoro. Lo stesso vale anche per le lettere ai loro discepoli e compagni. Per tutti i testi che si potrebbero citare, basti il seguente, che P. Marco scrive a P. Giovanni Paoli nel 1849: “Ben venuto dalla villeggiatura paffuto e tondo e pien di vigore…”!

Al gruppo iniziale della comunità Cavanis si aggiunsero gradualmente altri religiosi, laici o sacerdoti, e tra questi dobbiamo ricordare soprattutto P. Marco, che dopo la morte della madre venne ad abitare con ardore e con profonda umiltà assieme al fratello e ai primi figli. La «casetta» però era eccessivamente misera e malsana. I muri trasudavano umidità; al pianterreno «l’acqua alta» invadeva le camere, molto basse rispetto al livello del vicino canale; si moltiplicava il caso di giovani confratelli stroncati dalla tisi e da altre malattie polmonari.

Lo stile della Formazione nella Casetta era quello tipico dei Cavanis; pur imitando S. Giuseppe Calasanzio in molte cose, i Cavanis si differenziavano da lui (e dal suo Ordine antico e attuale). Il Calasanzio accentuava l’aspetto dell’educazione dell’intelletto, i nostri insistevano di più sulla formazione del cuore, sia nelle scuole, sia nella comunità formativa. Essi educavano non solo e non tanto con la formazione intellettuale (anche se le Scuole di Carità erano esigenti su questo punto), quanto sul clima di carità, di amore, di famiglia. La formula di equilibrio era ed è ancora per l’Istituto attuale: «Formarli ogni giorno nell’intelligenza e nella pietà». Si noti che, a volte, si è detto che il concetto e il termine di “Famiglia” al posto di “casa” o “comunità” proviene dall’esperienza brasiliana; in realtà parte dall’esperienza, dalla vita, dalle opere, dagli scritti dei nostri Fondatori.

Sul concetto di famiglia (valida anche per i seminari, che all’inizio erano la stessa “famiglia” religiosa). Infatti la prima comunità della Casetta era costituita da P. Antonio, unico membro permanente adulto prete (più P. Marco, adulto e prete anche lui, ma che viveva in casa sua con la madre anziana in età molto avanzata, e andava e veniva nella casetta, ma non ne era membro stabile, fino al 1836); gli altri membri della comunità erano tutti giovani, seminaristi, fino a quando ci furono le prime ordinazioni presbiterali. Era più un seminario che una comunità adulta; ma era al tempo stesso una comunità impegnata nella pastorale. L’aspetto di famiglia era senza dubbio accentuato anche da questa situazione concreta. Notare che il concetto di “famiglia” per dire comunità religiosa è stato dall’inizio radicatissimo nella storia e vita della congregazione. Lo si applicò sempre per la comunità di Venezia, per quella di Lendinara, per tutte le case, e per la congregazione, dall’inizio della congregazione. Anche l’Istituto femminile si chiamava famiglia.

Il clima del seminario (ossia, dei FDT con i seminaristi e v.v.)

In questa comunità, che era anche seminario, ed era una vera famiglia, i due Padri erano veramente “padri più che Maestri” e formavano i figli con dolcezza, tenerezza, vero amore, delicatezza di spirito, trasmettendo ai giovani il loro amore per la gioventù, ma anche il metodo pedagogico e didattico che stavano elaborando. Si faceva uso però anche della fermezza, della disciplina, ma senza durezza, senza castighi, senza penitenze. Per questo, nel comporre le prime costituzioni manoscritte del 1831 e poi quelle stampate e approvate dalla santa Sede del 1837, I Cavanis lei differenziavano molto, volutamente, da quelle degli ordini e congregazioni dell’epoca, e perfino da quelle degli Scolopi, che prevedevano penitenze, macerazione della carne, castighi, sanzioni. Per i Fondatori, la vera e importante penitenza era quella di educare ragazzi e ragazze con una pazienza infinita e con grande amore, soprattutto verso quelli più poveri, e quindi anche quelli meno educati, più sporchi, spesso più volgari, più tendenti alla disobbedienza, molte volte disabili e molto ignoranti.

P. Antonio come formatore

Fu differente l’apporto dei due fratelli nell’educazione e formazione della piccola comunità, soprattutto al riguardo dei giovani. Alla vita della minuscola comunità, non fu interessato soltanto il p. Antonio. Questi che viveva di fatto nella comunità e che ne era padre e superiore e presenza permanente; ma anche il fratello p. Marco. Per quanto la figura di P. Antonio sembri restare nell’ombra, parlare delle vicende dell’opera e dei frutti che vi si ottenevano, è quanto parlare del suo zelo e della sua attività di ogni giorno. Egli è pur sempre l’anima dell’istituzione, nonostante le sue sofferenze fisiche, il suo silenzio, la sua infinta umiltà. La sua attività continua ad essere sorprendente: direzione dell’istituto, insegnamento nella scuola per i fanciulli e nella scuole di filosofia e teologia per i seminaristi, predicazione, confessioni, studio. La novità più importante è che su di lui, prevalentemente, ricade la responsabilità della formazione dei chierici, come si chiamavano i seminaristi orientati verso il presbiterato.

P. Marco formatore

P. Marco invece rimase a casa sua (al palazzo) con la madre, che nel 1820 compie 79 anni: evidentemente lo ha fatto in accordo col fratello, dalle cui responsabilità non si è per nulla dissociato. Marco è fuori della casetta più in apparenza che di fatto, perché i pesi tutt’altro che leggeri delle pratiche burocratiche, dell’andamento economico, del rapporto con le autorità ecclesiastiche e civili e della ricerca delle elemosine – e anche di vocazionati a Venezia e poi anche in giro per il nord d’Italia, soprattutto in Veneto, Lombardia, Trentino, Piemonte, Emilia e Romagna – gravano sempre sulle sue spalle. Egli continua quindi a muoversi e viaggiare, ma ad essere cor unum et anima una col fratello e con i più giovani fratelli seminaristi e poi preti. Ogni qual volta poi la necessità o il bene dell’opera lo richiede, egli convince la buona madre donna Cristina a lasciargli libertà di allontanarsi da casa anche per più settimane di seguito; ed essa rinuncia volentieri al conforto del suo aiuto e della sua presenza. La storia pertanto della casetta è anche storia delle sue preoccupazioni e sofferenze, le quali si ripercuotevano nel suo animo con tanta maggiore asprezza, quanto maggiore era la vivacità della sua indole. A questo proposito, bisogna ricordare che l’arrivo frequente di P. Marco nella casetta portava una ventata di gioia, di notizie, di speranze, di apertura al mondo, di allegria, di testimonianza che servire il Signore (anche duramente) era anche essere gioiosi e felici. I due fratelli si completavano tra di loro, nel ministero e nell’impegno della formazione.

I due fratelli insieme

Insieme, i due venerabili fratelli hanno lasciato la loro impronta profonda nella formazione dei loro giovani compagni, fratelli e collaboratori: soprattutto con la loro grande santità di vita cristiana, presbiterale e religiosa, con l’eroicità delle loro virtù che è stata verificata, riconosciuta e proclamata dalla santa Chiesa e attraverso la santa Sede, nel 1985. Questa trasmissione dell’esempio di santità cristiana, presbiterale, religiosa deve essere la base e il fondamento di ogni Formazione alla vita religiosa e sacerdotale, e alla base della vita di ogni formatore.

Per i nostri Padri, Antonio e Marco, era importantissimo che il “seminario” della casetta fosse vicino anzi adiacente alla Scuola, al cortile, alla biblioteca, all’Oratorio, inizialmente situato al primo piano del palazzo delle scuole, in quella che è l’Aula Magna della scuola oggi (e molto più tardi nella Chiesa di S. Agnese, da loro ricomprata e restaurata). Essi non avrebbero visto possibile situare la comunità formativa giovanile (il seminario) in un edificio separato, in montagna o in campagna, lontano dalle scuole. All’idea che entrò più tardi, di un noviziato e studentato separato dal mondo, un po’ monacale (cioè con la vita di un monastero di vita contemplativa, in casa del S. Cuore, oppure nel Probandato di Possagno, situato a bella posta fuori del paese, come buona parte dei nostri seminari antichi) essi preferivano un seminario che vivesse e si impegnasse già nel ministero proprio della congregazione, e cioè la pastorale della gioventù. Volevano che dalle finestre dell’abitazione della comunità si udissero le voci infantili e giovanili in ricreazione, le voci ritmate dei fanciulli e ragazzi che ripetevano le tabelline, le coniugazioni dei verbi o le declinazioni del latino nelle classi.

I Padri non volevano mandare i loro figli a studiare teologia nel seminario diocesano; volevano il monopolio della loro formazione, perché essi si potessero formare “diversi”, e cioè davvero Cavanis, con la peculiarità del loro carisma e della loro spiritualità. Si conosce la lotta feroce e perpetua di P. Marco per ottenere la scuola interna per i teologi, lotta che durò circa due decenni, contro l’impero asburgico, dell’Austria, e si concluse vittoriosamente solo nel lontano 1841. Anche questo fatto, come diremo poi, aveva vantaggi e svantaggi. Del resto, anche con la vittoria di cui si parla, oltre al problema della scuola filosofica e teologica fuori casa, i Fondatori avevano sempre avuto molte difficoltà da parte dei vari governi e sistemi di stato (sette più esattamente) con cui si erano confrontati durante la loro vita e che qui solo accenniamo: il problema della coscrizione dei seminaristi e giovani preti (cioè dell’obbligo del servizio militare, non sempre esentato); il problema dei patrimoni ecclesiastici, di cui ogni candidato al sacerdozio doveva essere fornito (e quasi tutti erano di origine povera o modesta e non potevano essere provvisti dalla famiglia di origine); i continui controlli, le espropriazioni, le proibizioni di tenere la tipografia, l’estinzione della congregazione mariana, e tante altre difficoltà.

Vantaggi e svantaggi; aspetti positivi e aspetti negativi nel campo della formazione iniziale da parte dei fondatori

Bisogna naturalmente inquadrare l’opera dei venerabili fratelli nel loro tempo. Ma anche vederne, insieme all’innegabile santità e alla loro grande passione per la Formazione, le loro fragilità e difficoltà. Nessuno è perfetto; e si fa presto a criticare, dopo i fatti e in un tempo e in un mondo tanto differenti dai loro. Ma è bene confrontare i loro sbagli (se sono stati sbagli) con i nostri sbagli attuali.

Cercavano come candidati soprattutto preti già formati, non giovani aspiranti

Il problema fondamentale: cercare preti e non giovani aspiranti – non sappiamo se chiamarlo uno sbaglio di giudizio o di una necessità dei tempi – fu il fatto che essi non desideravano veramente avere dei seminaristi e un seminario. Essi erano profondamente convinti che il loro ministero di pastorale della gioventù – come si chiamerebbe oggi, non a quel tempo – e il metodo da essi costruito erano così importanti e fondamentali nella chiesa e nella società; era così nuovo; era stato talmente ignorato e disprezzato nella Chiesa, e si presentava ora con tanta evidenza. Ora, soprattutto dopo l’approvazione della Congregazione dele Scuole di Carità a livello di diritto pontificio, “per essere diffusa in tutto il mondo”, essi erano sicuri, e si mantennero tali per tutta la vita, nonostante le delusioni, che molti, moltissimi preti – tra i tanti che c’erano allora – sarebbero accorsi ad ascriversi alla loro nuova congregazione. Fu la grande illusione della loro vita, un’illusione un po’ ingenua, che al Signore (e alla Storia) non parve di realizzare. In realtà, nonostante gli innumerevoli viaggi di propaganda di P. Marco, i suoi libri e foglietti di advertising, le richieste a papi, vescovi, gli inviti concreti a preti e religiosi, i due Fratelli restarono totalmente delusi: durante la loro lunga vita soltanto due preti (e mezzo) entrarono già da preti in Istituto, oltre a loro stessi. Questi due preti “e mezzo” sono: 1) don Pietro Maderò di Portogruaro (Ve), che entrò in Istituto nel 1840, vestì l’abito, fece un sacco di bene in Istituto, nel quale morì, ma non si decise a professare. 2) P. Vittorio Frigiolini di Novara, entrò nel 1844, fu preposito generale, ottimo padre, e morì purtroppo giovanissimo; 3) don Tito Fusarini, di Mestre (diocesi di Treviso, allora) entrò nel 1857.

Non istituirono un seminario

La comunità della casetta era in fondo, all’inizio, un seminario. Ma quando furono ordinati i primi preti Cavanis, sarebbe stato abbastanza logico istituire un seminario, per la formazione iniziale dei membri dell’Istituto. Ciò già esisteva nella chiesa e nelle comunità religiose. Altri pochi tentarono, ma desistettero quasi subito. La strada era quella di scegliere dei giovani e formarli, in ambiente adatto. Ma i Fondatori non istituirono un seminario. Sarebbe un tema da studiare a fondo.

Il primo vero seminario della congregazione fu quello che P. Casara istituì a Possagno, annesso al collegio, nel 1860-61, con una dozzina seminaristi, tra cui Francesco Bolech e Piva, giovani professi; e novizi Ghezzo Giovanni Tomaso, Andrea Berlese, Toller Francesco, Giuseppe Sartori, Augusto Ferrari, Narciso Gretter, Domenico Piva, Giacomo Barbaro. Questo seminario a Possagno, che non aveva un edificio proprio, ma almeno un settore separato, durò a Possagno solo fino alla fine estate 1866. Poi i novizi e chierici furono trasferiti di nuovo a Venezia. Ancora più stupefacente, il primo vero edificio per noviziato (sensu lato, cioè anche per studenti di filosofia e teologia) in congregazione è quello costruito di fronte alla casa della comunità a Venezia, al di là del giardino attuale, nel 1904, che è attualmente la cosiddetta Domus Cavanis.

L’idea che il seminario doveva essere annesso a un’opera educativa

Ciò naturalmente aveva vantaggi e svantaggi: da un lato si favoriva la formazione dei novizi e dei “chierici” come si chiamavano (e ci chiamavamo) allora, nel ministero proprio, fin da giovani; per altro lato, l’impegno di lavoro a volte toglieva tempo e serietà all’impegno dello studio teologico. In genere, fino almeno al tempo di chi espone questi fatti (e più esattamente fino al 1968), si lavorava tanto nella scuola e in tanti lavori materiali, che il tempo per la formazione e lo studio non erano sufficienti.

L’idea che lo studio teologico doveva essere solo interno all’Istituto

Questa idea aveva il motivo di formare i seminaristi (i chierici) al carisma e ministero della Congregazione. Il periodo della Teologia era come un tirocinio di quattro anni, come quello che si compie ora prima della professione perpetua e dopo il diaconato. Questo studio interno continuò fino all’ottobre 1968, quando i “chierici” passarono a Roma per studiare nelle università romane, principalmente al Laterano. Fino a quando lo “Studium Cavanis”, piuttosto informale, stette a Venezia, il problema era:

1) che il livello di preparazione (e anche di titoli accademici) degli insegnanti era molto scarso, al tempo dei Fondatori e anche ai tempi di chi parla, negli anni ’60 del XX secolo;

2) i nostri insegnanti di teologia (e più tardi anche di filosofia) facevano di tutto, oltre che insegnare ai chierici. Era quindi difficile che il livello dello studio interno fosse buono, dal punto di vista della qualità dell’insegnamento: basta vedere queste righe della storia della Congregazione: “P. Casara – per esempio – era allo stesso tempo preposito generale, rettore della casa di Venezia, preside delle scuole, rettore e professore nel seminario filosofico e teologico interno dell’Istituto; si occupava di trovare i fondi per mantenere i due Istituti maschile e femminile, seguiva il cantiere di ricostruzione della chiesa di S. Agnese, si occupava delle relazioni pubbliche dell’Istituto e, scriveva innumerevoli lettere e quando poteva, di notte, continuava a studiare e a svolgere le sue ricerche di filosofia, ma anche di pedagogia e di didattica.”. Lo stesso o quasi accadeva con P. Gioachino Tomasi o di P. Giuseppe Panizzolo come nostri insegnanti (rispettivamente di Biblica e di Diritto Canonico) negli anni ’60 del secolo scorso. Si noti, per altra parte, che c’è il forte pericolo che i nostri seminaristi nelle università ecclesiastiche (a Roma e altrove) ricevano solo una formazione molto generica e accademica, se poi nei nostri seminari non ricevono una forte formazione propria e fortemente identitaria, e compiano un continuo tirocinio nel ministero dell’educazione. Mi sia permesso anche di esprimere i miei dubbi (sempre finora espressi chiaramente, in orale e in scritto) sull’utilità di compiere la formazione iniziale (compresa la teologia) fuori del proprio paese natale. Gli studi a livello accademico dovrebbero a mio parere essere compiuti dopo l’ordinazione presbiterale.

Le Costituzioni del 1837 non avevano un capitolo sulla formazione

I Fondatori, purtroppo, non arrivarono a inserire nelle costituzioni (1837) un capitolo sulla formazione. Mancò quindi, fino almeno alle costituzioni completate della seconda parte, comprendente le regole della formazione, nel 1891, questa sezione così importante. Mancava anche un manuale o un direttorio o altro per i formatori. Il primo documento di questo tipo fu realizzato da P. Casara. Un manuale per la formazione, soprattutto devozionale, fu redatto molto più tardi, nel 1927. La Ratio Istitutionis Cavanis fu promulgata solo nel 1993.

Povertà e insalubrità eccessiva della “casetta”

L’ambiente della casetta era troppo povero e austero e malsano per l’umidità e la ristrettezza. Questo lo diceva già P. Sebastiano Casara nel 1857, non è idea mia. Troppi giovani si ammalarono soprattutto di tisi (tubercolosi) e altro e morirono da santi, ma morirono. P. Casara ha lasciato scritto tra l’altro che questa eccessiva povertà e insalubrità della casetta fu causa o una delle cause della mancata entrata o della desistenza di molti giovani aspiranti. Questa povertà dipende dalla reale povertà dell’opera, nei suoi inizi e per moltissimo tempo. Ma è chiaro, oggettivamente, che era eccessiva. Ovviamente, sappiamo che la povertà e l’insalubrità erano accettate e vissute e condivise anche dai Fondatori, non solo dai loro giovani compagni. Non c’erano religiosi di serie A e di serie B. nella comunità Cavanis.

1.6 Terza età, lotte e preparazione della successione

Dopo quest’ultima data,, quella dell’erezione canonica della Congregazione (1838), la fase creativa della vita dei fondatori termina, per cedere il passo a una fase più conservatrice.

1838
Secondo viaggio a Vienna e viaggio di P. Marco a Milano dal viceré per ragioni inerenti alle scuole.

8 agosto 1839
La scuola ginnasiale Cavanis è riconosciuta scuola pubblica.

11.1839
Acquisizione all’asta della chiesa di S. Agnese appartenente al demanio statale, per riaprirla al pubblico e ad uso delle scuole.

1840
Quinto viaggio di P. Marco a Milano. Questa era la città dove risiedeva il viceré del Lombardo-veneto.

2 ottobre 1841
Terzo viaggio di P. Marco a Vienna, e viaggio a Milano; otterrà però solo dopo alterne vicende l’approvazione per il corso di teologia interna per i seminaristi dell’Istituto nel 1846.

Maggio-agosto 1844
Viaggio di P. Marco a Torino.

27 marzo 1846
I due fratelli rinunciano a tutti i beni di famiglia, per quel poco che restava, donandoli formalmente alla congregazione. L’usufrutto e gli interessi di questi beni erano già destinati alle scuole e alla congregazione, ma adesso veniva donato il medesimo capitale di cui si erano privati.

30 giugno 1847
Lettera del Papa Pio IX ai fondatori e all’Istituto.

1848-1849
Prima Guerra d’Indipendenza italiana. Proclamazione della Repubblica di San Marco a Venezia (22 marzo 1848 – 24 luglio 1849). Assedio della città a opera delle armate e della flotta austriache. Dopo la caduta di Venezia comincia la seconda fase della dominazione austriaca che continuerà sino al 1866.

10 dicembre 1848
P. Antonio, in accordo con P. Marco, prepara un documento secreto, vagliato anche dal fratello, dove dichiarava che il suo successore con il titolo provvisorio di “vicario provinciale”, in caso di morte o incapacità – P. Antonio aveva a quel tempo settantasei anni – sarebbe stato P. Vittorio Frigiolini.

1 dicembre 1849
Terzo anno mariano.

5 novembre 1850 
Partenza per l’ultimo viaggio di P. Marco a Milano. P. Marco ha settantasei anni e P. Antonio settantotto.

1.7 La vecchiaia e le malattie. Morte e fama di santità

All’inizio degli anni Cinquanta il vigore dei fondatori comincia a scemare rapidamente. Tuttavia, nonostante malattie e cecità, sono ancora utili per la comunità.

5 luglio1852
P. Antonio si dimette da preposito. Fu sostituito da P. Vittorio Frigiolini e dopo la morte di quest’ultimo da P. Sebastiano Casara. P. Antonio è gravemente malato, quasi sempre allettato, dal febbraio 1851 fino alla morte, assistito con amore dai confratelli e soprattutto da P. Sebastiano Casara e dai fratelli laici.

11 ottobre 1853
Morte di P. Marco a ottantadue anni. Si parla della morte di un santo. È sepolto dapprima nel cimitero civile di S. Michele.

5 settembre 1854
Le sue spoglie sono trasferite a S. Agnese e sepolte dietro l’altare maggiore, nell’abside , dove ancora oggi è visibile la tomba vuota, ma chiusa e coperta.

1 novembre 1857
Fondazione della casa e scuola di Possagno, in provincia e diocesi di Treviso, da parte del preposito P. Sebastiano Casara, con l’approvazione e benedizione di P. Antonio.

12 marzo 1858
Morte di P. Antonio, a ottantasei anni. A Venezia e dintorni una sola voce riecheggia: «È morto un santo, andiamo a vedere il santo!».

16 marzo 1858
I funerali sono un trionfo. È sepolto nella chiesa di S. Agnese, nella stessa tomba del fratello, nell’abside dietro l’altare maggiore. Si deve pensare che la lapide, evidentemente già presente e in situ dopo la tumulazione a S. Agnese, nell’abside, dietro l’altare maggiore (5 settembre 1854), abbia ricevuto l’iscrizione solo dopo la morte e la tumulazione di P. Antonio, il 16 marzo 1858.

1.8 La causa di beatificazione

La storia della causa di beatificazione dei fondatori dell’Istituto, iniziata nel 1866, non ancora conclusa a tutt’oggi, fu ed è lunga e tormentata per una serie di eventi e di situazioni storiche.

P. Sebastiano Casara, preposito, circa tre anni dopo il felice passaggio del P. Antonio, il 20 gennaio 1861, richiese al patriarca monsignor Angelo Ramazzotti di beatificare i due fratelli Cavanis. La richiesta non ebbe seguito a causa della morte del patriarca lo stesso anno. Il processo avrebbe potuto continuare con il suo successore, ma la cosa fu impedita dalla situazione politica e delle guerre (1859, 1866) e soprattutto della soppressione degli istituti religiosi e dall’incameramento dei loro beni (1866-67). P. Casara ebbe molte cose più urgenti cui provvedere.

Una seconda richiesta di beatificazione di P. Casara alla curia patriarcale di Venezia ebbe luogo il 12 marzo 1877,quando era patriarca monsignor Giuseppe Luigi Trevisanato, morto però il mese successivo.

Il 21 ottobre 1877, il suo successore monsignor Domenico Agostini nominò una commissione informale per redigere una biografia dei fondatori. Sfortunatamente i lavori della commissione si protrassero a lungo senza alcun risultato. La Positio sottintende l’ipotesi interessante per cui il ritardo e l’annullamento dei lavori di commissione fossero attribuibili alla questione rosminiana, di cui si parlerà nella biografia di P. Sebastiano Casara. Monsignor Agostini, pur stimando come persona P. Casara, abborriva la dottrina e il metodo di Rosmini, che Casara seguiva e professava. Di tutta questa attività di P. Casara in favore della beatificazione dei due fratelli resta una documentazione molto sostanziosa e preziosa che include 81 testimonianze e altri documenti.

Nel 1883 P. Giovanni Chiereghin, incaricato da P. Casara e dai capitoli provinciali, scrisse una breve biografia dei fondatori, I Cavanis e la loro opera, narrazione ai giovani. Ci furono altre due edizioni ampliate di tale biografia sempre con un titolo diverso nel 1902 e nel 1909. Con il passare degli anni e dei decenni, il processo di beatificazione tendeva, infatti, a divenire un processo sui documenti scritti, non sulle testimonianze orali, a causa della morte progressiva dei possibili testimoni.

E giunse il secolo XX. Il 21 ottobre 1918 P. Francesco Saverio Zanon fu incaricato dal preposito P. Augusto Tormene della produzione del libro in due volumi I Servi di Dio P. Anton’Angelo e P. Marcantonio Conti Cavanis. Storia documentata della loro vita, di 1220 pagine, pubblicato nel 1925. Il libro aveva lo scopo principale di mettere assieme il materiale necessario per la beatificazione dei fondatori. P. Zanon venne incaricato di essere il promotore della causa di beatificazione.

Intanto, il 9 novembre 1918. Cinque giorni appena dopo la fine della prima guerra mondiale (si considera ultimo giorno il 4 novembre 1918, in Italia), il preposito generale P. Augusto Tormene presentò la terza richiesta della Congregazione alla curia diocesana veneziana.

Era patriarca quel sant’uomo del cardinal Pietro La Fontaine. Questi il primo febbraio 1919 firmò il decreto d’introduzione della richiesta di beatificazione a livello diocesano e comunicò il fatto ai padri Cavanis il giorno seguente, festa della Purificazione di Maria. Il procedimento iniziò il 24 febbraio 1918 e si concluse il 10 febbraio 1923, dopo 98 sessioni e con venti testimonianze ammesse ad audizione.

Il 9 gennaio1923 seguì il riconoscimento delle spoglie mortali dei due fratelli; e il 22 giugno 1923 le spoglie furono seppellite in un luogo più evidente e in una situazione più gloriosa, stavolta in una nicchia scavata nel muro settentrionale della chiesa di S. Agnese e più precisamente nella cappella del Crocifisso.

Il 17 aprile 1935 la Sacra Congregazione dei riti approvò con decreto questo procedimento ordinario diocesano di beatificazione. La richiesta assume carattere “storico”, e doveva essere rivista completamente a partire dall’analisi dei documenti piuttosto che basarsi sulle testimonianze. Tutti gli scritti dei fondatori furono inviati a Roma dove restarono negli archivi della Sacra Congregazione fino gli anni Settanta, quando furono rinviati agli archivi della casa madre e generalizia a Venezia.

Nel 1969 monsignor Giovanni Papa, vice-relatore della Sacra Congregazione-sezione storica, orienta il postulatore generale dell’Istituto Cavanis, all’inizio P. Vincenzo Saveri (1969-70) e ben presto P. Aldo Servini (2 ottobre 1970-25 marzo 1979) a preparare la Positio super introductione causae et virtutibus ex officio concinnata. La Positio fu pubblicata il 25 marzo 1979.

La Positio è stata presentata all’Ufficio storico della Congregazione delle Cause dei Santi il 25 marzo 1979 (redatta da P. Servini, relatore P. Agostino Amore O.F.M.). I dodici consultori storici hanno dato la loro Relatio et vota in data 27 febbraio 1980 (voto affermativo per l’introduzione della Causa). Il Decreto (in realtà i due decreti) per l’introduzione della Causa furono firmati da Papa Giovanni Paolo II il 4 dicembre 1980. L’Informatio sulle virtù, redatta da P. Servini e firmata da P. Bernardino da Siena O.F.M. Capp., avvocato, è stata presentata il 25 marzo 1982. I Consultori teologi danno il loro voto affermativo sulla virtù praticate in grado eroico nella RELATIO ET VOTA (anche qui due Relazioni e voto) in data 21 marzo 1985. La Congregazione ordinaria dei Cardinali e Vescovi, essendo ponente il cardinal Mario Luigi Ciappi, è stata tenuta in data 1 ottobre 1985. Il loro voto è stato affermativo sull’eroicità delle virtù praticate dall’uno e dall’altro dei fondatori. Infine il Papa Giovanni Paolo II, in data 16 novembre dello stesso anno 1985, firmava i due decreti sulle virtù eroiche dei due Servi di Dio, essendo prefetto della Congregazione delle cause dei Santi il cardinale Pietro Palazzini. Da quel giorno il loro titolo è “Venerabili Servi di Dio Antonio Angelo e Marco Antonio Cavanis”.

Si giunge finalmente al Decreto della Congregazione per le cause dei santi sull’eroismo dei padri Antonio e Marco Cavanis, che è pubblicato il 16 novembre 1985.

Un’altra questione è il processo de miro, cioè sul miracolo. Purtroppo il 25 settembre 2008 «la commissione medica, a Roma, non ha ritenuto sufficienti gli elementi di giudizio presentati circa il ‘presunto miracolo’ della guarigione di P. Luciano Bisquola.»

1.9 Sull’origine dei Cavanis a Cornalba (Bergamo) e sul loro stemma

La località di lontana origine della famiglia Cavanis, è il paese di Cornalba (Bergamo), un comune italiano che comprende un piccolo borgo montano di circa 290 abitanti nella provincia di Bergamo in Lombardia e il suo territorio. Situato nelle Prealpi orobiche in Val Serina (sul torrente Serio), laterale della val Brembana (torrente Brembo), il comune si trova circa 33 chilometri a nord dal capoluogo orobico, cioè Bergamo. 

Il comune di Cornalba è parte della Comunità montana della Valle Brembana. Era stato in precedenza frazione di Serina e poi di Zogno. Il primo censimento disponibile, effettuato subito dopo la fondazione del Regno d’Italia, nel 1861, presenta il numero di 233 abitanti. 

Non si dispone di censimenti precedenti. Il villaggio ha raggiunto un massimo di 424 abitanti nel 1931, poi la popolazione è andata diminuendo fino al numero attuale. D’estate senza dubbio la popolazione è aumentata dai numerosi villeggianti non residenti fissi. Il paese si trova in ambiente prealpino; tra le montagne circostanti si nota in particolare il monte Alben (2019 m s.l.m.), che dà il nome al paese. 

Infatti il nome di Cornalba, di origine latina (l’abitato esisteva già nel I secolo a.C., e apparteneva al municipium di Bergamo, Bergomum), viene da Cornu album, plurale (eventuale) Cornua alba, con riferimento al color bianco e la forma di corno della bella montagna calcarea. Gli abitanti si chiamano cornalbesi. E così si chiamavano allora i più lontani antenati dei Cavanis. A proposito delle memorie di età romana, si dice che anche il poeta Virgilio, in un suo viaggio in queste zone, rimase colpito dall’amenità del luogo, tanto da ritenere la parete rocciosa una residenza degli dèi.

Le coordinate del paese sono 45°51′N 9°45′E e l’altitudine del borgo 893 m s.l.m. L’attività antica degli abitanti era quella dell’agricoltura di sussistenza e del maneggio della foresta di abeti; attualmente è soprattutto quella del  turismo della villeggiatura. Il monte Alben o Corna Bianca ha pareti di falesia famosi per l’alpinismo, soprattutto una palestra di arrampicata sportiva (free climbing) con itinerari di varie difficoltà, ma con pochi tiri sotto il 6°, arrivando fino al 9° grado; più esattamente, finora, pare, al 9A. Ma ci sono anche sentieri da escursionisti alla cima, una ferrata e vie di arrampicata più facili di quelle estreme, in altri versanti della montagna.

“Lo stemma del Comune di Cornalba è stato concesso con decreto del presidente della Repubblica del 13 dicembre 198. «Campo di cielo, ad una montagna al naturale sulla cui cima centrale è posto un cesto con manico sostenente una colomba con le ali spiegate addossata a due spade abbrunite in decusse con la punta all’ingiù; uscenti dai fianchi dello scudo due abeti al naturale; il tutto su campagna di rosso.”

“Lo stemma è ispirato a quello dell’antica famiglia Cavagnis o Cavanis originaria di Cornalba (d’azzurro a tre monti d’argento, moventi dalla punta dello scudo; i due ai lati cimati da due alberi e quello centrale da un cavagnolo, un cesto, con un uccello sul manico, il tutto al naturale) presente nello stemmario Camozzi del 1888, conservato nella Biblioteca Civica di Bergamo. Dal momento che il ramo nobiliare della famiglia era estinto, il Comune, decise di adottarne le insegne per rappresentare la comunità, anche perché nello scudo erano presenti elementi che bene si adattavano alla natura del paese, come gli abeti e la montagna, riferimento questo sia all’origine del nome Cornalba che allo spuntone di roccia bianca sovrastante la cittadina. Venne deciso di inserire dietro la colomba, simbolo di pace, due spade incrociate per commemorare i fatti del 25 novembre 1944, quando morirono 15 partigiani uccisi da un commando fascista, il cui sangue è simbolicamente rappresentato dalla campagna di rosso.”

La “cavagna”, cioè il cesto o cestello con manico, ricorda (ed è forse all’origine, o il contrario) del cognome dei Cavanis, alcuni rami della cui famiglia si chiama anche Cavagnis. Alcuni abitanti di Cornalba devono essere emigrati a Venezia, quando Bergamo e la sua provincia, dal 1427, si trovarono sotto il dominio della Repubblica Veneta, e fra questi i Cavanis. La capitale spesso attira l’emigrazione. Non risultano ulteriori contatti tra il paese bergamasco d’origine e la famiglia Cavanis, nel ramo di cui ci si occupa, almeno per quanto riguarda l’AICV.

La somiglianza straordinaria dello stemma dei Cavanis di Venezia, la famiglia del conte Giovanni e dei figli Apollonia, Anton’Angelo e Marcantonio, che è testimoniato storicamente almeno dal 1684, con quello del comune di Cornalba, pone il dubbio 1) se i Cavanis avessero tale stemma già al tempo della loro presenza a Cornalba, e quindi prima del 1503, anno dopo del quale essi risultano a Venezia; 2) se lo stemma appartenesse ab antiquo al paese di Cornalba e ai nobili signori del paese; 3) se invece, come sembra per ora più probabile, e come sembrano accennare le fonti citate, il paese abbia preso lo stemma dei Cavanis come base per costruire lo stemma del paese, divenuto ufficiale nel 1978. 4) D’altra parte, la storia dei Cavanis (con le varianti nel cognome, di: Cavagni, Cavagnis, de Cavanei, Cavaneis ecc.) non si limita certamente al ramo che porta ai nostri fondatori e quindi all’Istituto Cavanis; e ci sono quindi parecchie famiglie e parecchie varianti nello stemma del gruppo Cavanis/Cavaneis/Cavagnis/Comune di Cornalba.

Ci sono anche differenze tra i due stemmi, dei Cavanis (s. s.) e del comune di Cornalba: nel primo i monti sono tre, e nel secondo si ha una sola montagna, quella centrale (l’Alben), col cestello e la colomba; mancano i due colli laterali. Nel primo, gli alberi piantati sulle due colline laterali sono cipressi, nel secondo si tratta di abeti (ma sono sempre conifere); nel primo, il cestello è pieno di erba, di cui si pasce la colomba; nel secondo è vuoto; e ancora, nel primo sotto il cielo azzurro si vede qualcosa di bianco e sembrano nuvole o foschia; nel secondo ci sono montagne innevate sullo sfondo, rappresentando le Alpi Orobie in veste invernale.

Una differenza più importante e più recente è quella delle spade incrociate con la punta verso il basso; questa differenza dipende dai drammatici eventi bellici della seconda guerra mondiale, come si è detto sopra, e dal tragico bagno di sangue indicato dal campo rosso inferiore.

Per capire meglio i vari tipi di stemmi e di cognomi, non sarà male citare un ampio riassunto della storia dei Cavanis sensu lato, e principalmente di quelli che sono rimasti nell’ambiente Bergamasco e orobico.

Cavanis e Cavagnis

ARMA: D’azzurro a tre monti d’argento moventi dalla punta dello scudo; i due ai lati cimati da due alberi [cipressi] e quello centrale da un cavagnolo [=cestello] con un uccello sul manico, il tutto al naturale.

CASATA: I ricordi e le tradizioni più lontane confermano l’origine bergamasca di questa famiglia. Secondo il vescovo Francesco Vistalli (1877-1951), autore tra gli altri di un’interessante monografia sul cardinale Felice Cavagnis, questa famiglia avrebbe avuto origine a Cornalba in Val Serina. La casata è menzionata nei documenti più antichi con le variazioni De Cavaneis, Cavanea, Cavanis, de Cavanis, Cavagni, Cavagnis e Cavagna. Lo studioso Mozzi, in un manoscritto, conservato nella Biblioteca Civica Angelo Maj, descrive i vari rami di questa famiglia che sarebbe presente già dal 1286 ad Averara con Joannes de Cavaneis. Un ramo della famiglia si trasferì a Villa D’Almè dove era presente intorno al 1386, e vi si moltiplicò. Nel paese di Camerata Cornello la famiglia è documentata nel 1345 e nel 1400, poi lo stesso accade a Santa Croce e da qui un Pietro de Cavanis nel 1648 risulta installato a Fuipiano al Brembo, sempre nella zona. Più tardi con Giovanni Pietro figlio di Domenico, questi Cavagnis si stabilirono a Venezia rimanendovi per tre generazioni senza mai rinunciare all’antica casa di origine nella valle di Brembana, che a questo punto sarebbe servita di seconda casa. Per quanto riguarda la famiglia Cavanis s. s. che è il principale soggetto del nostro tema, non risulta affatto, a livello documentario in nostro possesso, che essi abbiano mantenuto contatti con Cornalba.

Un Giovanni “de Cavanei” nel testamento dettato a Venezia il 3 giugno 1552 si dichiarò “bergamasco”, figlio del defunto Francesco e tra le altre disposizioni inserì dei legami al figlio, anche lui di nome Francesco, per l’alienazione dei beni stabili che gli lasciava nel bergamasco. 

Ancora: Gerardo, fratello di Giovanni, nelle sue ultime volontà del 18 dicembre 1542, in cui ricorda la sua casa a Bergamo, lasciò quindici ducati per essere distribuiti tra gli abitanti di Cornalba, in suffragio della sua anima. Francesco aveva esercitato a Venezia il commercio dei cereali e suo nipote Giuseppe, che forse continuò l’attività, era con i suoi fratelli in fama di essere persone molto ricche. 

I Cavanis, come finirono per essere chiamati, avevano le loro tombe in S. Domenico di Castello (nel sestiere di questo nome a Venezia), e su alcune case che appartenevano a loro in questa zona era scolpito lo stemma di famiglia. Giuseppe, figlio di Giacomo, il 19 luglio 1649, fu il primo della famiglia a far parte della Cancelleria Ducale di Venezia. Servì la Repubblica di Venezia per circa 65 anni, di cui otto al Consiglio dei Dieci. 

Tuttavia egli fu infelice per quanto riguarda i suoi figli: cinque figli maschi, uno dopo l’altro, gli morirono in giovane età. 

Tra questi, il primo, Alberto, che si stava preparando per la vita militare nel Levante, morì nel 1685; Pietro Antonio, che aveva seguito come segretario degli ambasciatori straordinari in Inghilterra, inviati lì per congratularsi con il nuovo re Giacomo II, morì nel 1686. Giacomo, che era stato a Palmanova con il provveditore Leonardo Donà dal 1682 al 1684, al suo ritorno in patria prese la strada della Polonia, come coadiutore di un’ambasciata straordinaria, ma poi morì nel 1687. 

Domenico, dopo essere stato con Bragadin a Palmanova dal 1691 al 1693, morì alla fine di quell’anno. L’ultimo, Gian Francesco, morì all’inizio del 1696. Il vecchio padre sopravvisse ai suoi figli fino al 1715. Domenico, figlio di Giuseppe, nato a Venezia nel 1783, lasciò la laguna e si stabilì con la sua famiglia a Fuipiano (Bergamo) dove i discendenti vivevano almeno fino a qualche decennio fa.

Un don Evaristo, dettando il suo ultimo testamento il 15 aprile 1642, istituì un legato in favore della chiesa di S. Pietro a Cornalba, perché fossero celebrate annualmente dodici messe a suo suffragio, e stabilì benignamente anche che il giorno in cui ricorreva l’anniversario della sua morte, un sacco di sale fosse distribuito ai poveri del paese.

I Cavanis (e/o Cavagnis) acquisirono importanti incarichi dalla Serenissima ed esercitarono nobili professioni, raggiungendo alti gradi nella vita sociale veneziana. Nel 1716, un ramo giunse a partecipare al Maggior Consiglio avendo un Antonio Cavagnis donato alla Repubblica, esaurita dall’eterna guerra contro l’impero ottomano della Porta, 60.000 ducati in donazione e 40.000 ducati in depositi di prestito. Teneva palazzo (già Borsini), vicino a S. Maria Formosa; come conseguenza, il nome “Cavagnis” era passato al ponte vicino e alle fondamente adiacenti. Altro ramo di questa famiglia che trae origine dalla Val Brembana, risiedeva a Pavia e a Voghera e qua è la nella piana lombarda, forse anche in Liguria.

Tra i tanti membri della famiglia Cavagnis che vivevano nel Bergamasco, emerge la figura del cardinale Felice Cavagnis, nato a Bordogna nell’Alta Valle Brembana il 13 gennaio 1841 dal Dott. Giovanni, illustre chirurgo originario della Cornalba e di Melania Piacezzi. Felice studiò nel Seminario di Bergamo e poi nel Seminario Romano. Fu ordinato sacerdote nel 1863; insegnò filosofia a Roma nel Seminario di S. Apollinare. 

Nel 1896 fu promosso a segretario della Sacra Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari. Teologo profondo e giurista entusiasta, fu molto apprezzato dai Pontefici Leone XIII, che lo creò cardinale nel 1901 e Pio IX. Fu uno dei cardinali inclini alla conciliazione con lo Stato italiano e tra coloro che desideravano partecipare all’attività politica dei cattolici. Morì a Roma il 28 dicembre 1906. 

Tra i figli e altri discendenti del fratello Mario (1844-1892) farmacista di Serina, si ricordano due medici, alcuni sindaci, un prete, segretario nella nunziatura di Bucarest in Romania, poi presente nella Penitenzieria Apostolica in Vaticano; un parroco di San Giovanni Bianco poi eletto canonico della Cattedrale di Bergamo. Si può ancora ricordare Francesco Cavagnis, di Zogno (Bg), arricchito a Genova, che con testamento del 1881 fece istituire, mediante la donazione di una grande somma, la Fondazione Cavagnis con lo scopo di proteggere ed educare i bambini del suo paese; ancora oggi la scuola materna paritaria di Zogno (Bergamo) porta il suo nome, a via Cavagnis 4!

Ciò valga per rendersi conto che la famiglia Cavanis di Venezia non è un fenomeno isolato, ma fa parte di un raggruppamento storico di famiglie di origine bergamasca, sparsi soprattutto nel nord del Paese. Questo fatto spiega anche la presenza di vari stemmi con montagne, conifere, la “cavagna” e la colomba presenti in vari luoghi e ambienti.

Ancora sullo stemma dei Cavanis (in genere e in specie)

Lo stemma della famiglia Cavanis, nel ramo Cavanis dei Fondatori, è così “blasonato”, ossia descritto più in dettaglio di quanto fatto sopra, come qui riportato integralmente, nella nota 24 a pag. 8, nella Positio dei Fondatori (Servini, 1979).

“Lo stemma dei Cavanis viene descritto così nel diploma sopra citato: «Portabunt suae stemmata domus in campo videlicet caeruleo montes tres, quorum in medio eminentior caeteris esse debet, atque supra se canistrum positum habet repletum herba viridi super qua columba alba subsistens cibum ibi querit; ab utraque parte ex adiacentibus montibus singulae cipressus eminent. Supra scutum galea aperta coronata conspicitur fasciis hinc inde caerulei coloris circa campum dependentibus» 

[“Lo stemma della loro casata porterà in campo azzurro tre montagne, di cui quella di mezzo deve essere la più prominente rispetto alle altre, e sopra di essa è posto un cesto pieno di erba verde, su cui una colomba bianca riposa e vi cerca il suo cibo; su entrambi i lati, dalle due montagne adiacenti si elevano singoli cipressi. Sopra lo scudo si vede un elmo aperto, coronato [con corona comitale, NdA], munito di fasce azzurre che pendono di qua e di là attorno al campo [dello stemma]”]. 

A queste insegne della casata il re aggiunse come si sa il suo privilegio speciale: «E corona autem galeae eminebit clipeus noster regius inter duas palmas corona regali insignitus, quem de speciali nostra gratia ipsis concedimus (…)» [“E sopra la corona dell’elmo si alzerà il nostro stemma regio insignito della corona regale tra due palme, che noi concediamo loro per nostra grazia speciale (…)”]» (cf. copie autenticate dal magistrato i feudi, su pergamena: AICV, b. 21, NA, NB). 

L’originale comunque del diploma, rimasto con tutta probabilità nella linea del conte Nicolò, non si sa se ancora sussista. In proposito cf. Dalla Santa, pp. 20-21. Concludiamo ricordando il motto di famiglia, del quale non si fa cenno nel diploma reale, e che era: “Sola in Deo sors”.

Questo motto ha chiaro senso religioso, e si può tradurre: “Solo in Dio la sorte” o “Solo in Dio la [mia, nostra, della casata] fortuna”. 

La frase corrisponde nel contenuto, anche se non nella forma esatta del latino della Vulgata, ai versetti 5-6 del salmo 16(15) e 16 del salmo 31(30): come pure, forse, Prov 16,33.                                                                                     

Nello stessa busta di archivio si conservano altre copie del documento e anche copie a colori dello stemma, una delle quali dipinta a olio su grande tavola in legno (78×110,5 cm), conservata attualmente nel Museo della Memoria, annesso all’AICV, nella Casa-Madre di Venezia.

Non è del tutto chiaro se l’aspetto dello stemma Cavanis sia stato così concepito dagli esperti di araldica del re di Polonia (come sembra si pensi in genere), o piuttosto sia semplicemente descritto in questo diploma sulla base di uno stemma già esistente in precedenza, come stemma della nobile famiglia Cavanis, e qui insignito di ulteriori importanti dettagli, che trasformano uno stemma (e una casa) di nobiltà provinciale in uno stemma di nobiltà legata a una casa regnante, che ne guadagnava così in livello e in dignità. Questa seconda ipotesi mi sembra più probabile, alla luce dei nuovi dati che riguardano la relazione dei Cavanis con il loro paese originario di Cornalba.

Lo stemma della famiglia Cavanis è del tipo caratteristico di una nobiltà non molto antica e non molto elevata, perché porta molti dettagli, in concreto molte figure (o pezze) di carattere naturale; ossia con la rappresentazione di figure di carattere geologico-geografico (montagne), botanico (cipressi) e zoologico (colomba).

A volte si è voluto dare un’interpretazione teologica o spirituale di questo stemma e dei suoi elementi: secondo alcuni, le tre montagne rappresenterebbero la SS.ma Trinità (cosa inusuale in araldica); la colomba rappresenterebbe lo Spirito Santo, oppure l’educazione che si occupa dei piccoli; la cesta allora rappresenterebbe l’Istituto, la scuola, ancora l’educazione. I cipressi poi sarebbero i due fondatori, così dritti e solidi come sono. Qualche persona ben intenzionata, nell’Istituto, ha aggiunto una “pezza” assolutamente falsa, aggiungendo due colombine site nella cesta, che non esistono nell’originale. In realtà nulla di tutto questo ha un fondamento. 

Lo stemma è molto più antico dei fondatori e appartiene alla famiglia e ai suoi diversi rami, non specificamente ai due fondatori. Inoltre, non risulta in alcun modo che i due padri Antonio e Marco Cavanis abbiano mai interpretato in senso teologico-spirituale il loro blasone. Per la verità, non ne parlano mai nei loro scritti che sono stati finora trascritti e che constano principalmente nell’Epistolario e nelle Memorie. E non avevano l’abitudine di servirsene su un sigillo per i loro scritti e documenti. Sono caso mai i loro successori e discendenti spirituali e giuridici nella congregazione che, pur non essendo nobili, hanno apposto lo scudo nobiliare della famiglia Cavanis nelle carte intestate e nei timbri o sigilli di metallo e poi di gomma.

Lo stemma non ha partizioni. Il campo è unitario, anche se sfumato da azzurro a bianco.

In araldica, il colore (o smalto) azzurro del campo (e anche delle bande o fasce azzurre con risvolti dorati che circondano sui fianchi lo stemma) è il colore che allude al cielo, alla gloria, alla virtù, alla fermezza incorruttibile. Il colore bianco, nel quale sfuma il colore azzurro del cielo nella parte bassa dello sfondo o campo, è il colore o smalto che rappresenta la purezza, l’innocenza, la giustizia, anche l’amicizia.

Trattando poi delle figure o pezze, qui di carattere naturale, come si è detto, la montagna è simbolo di grandezza, sapienza, nobiltà; la colomba, che in stemmi di ecclesiastici o di istituzioni ecclesiastiche (non è il caso qui, dal punto di vista storico), rappresenta lo Spirito Santo, è normalmente simbolo in araldica dell’amore puro, dell’animo buono; il cipresso rappresenta la perpetuità della famiglia e l’incorruttibilità (perché il legno di quest’albero è molto resistente e pregiato). Il cesto non è una “figura” o “pezza” che appaia normalmente in araldica, e probabilmente fa riferimento soltanto a un’assonanza con il nome della famiglia di origine bergamasca. Nell’araldica ecclesiastica appare a volte, sull’esempio di antichissimi musaici, un cestello contenente 6 pani (eucaristici), non erba come nel nostro caso.

Per il resto, lo stemma, detto anche blasone, dei nostri Cavanis è stemma di tipo maschile (appuntito in basso); è del tipo detto “a testa di cavallo”, ossia non ha la forma più tipica di stemma, che è lo stemma gotico, più antico, detto anche francese antico, a forma di scudo militare; ma è uno stemma con scansi, rientranze e sporgenze, di gusto barocco, e appunto assomiglia in qualche modo a una testa di cavallo. Per certi versi, può anche essere considerato uno scudo di tipo polacco. Non ha partizioni, cioè non è diviso in campi diversi, e non segue neanche la forma più classica della divisione in nove zone o punti dello scudo. Non ci sono dunque le “pezze onorevoli”.

Allo stemma erano poi aggiunti carichi e altri ornamenti esteriori: nel caso specifico, prima di tutto  un elmo. Questo è del tipo a celata, un elmo leggero da cavalleggero, rappresentato, nel caso dei Cavanis, in metallo un po’ scuro, probabilmente acciaio brunito, e non in argento, con la celata in color rosso con rinforzi o ornamenti dorati; c’è un collare dorato alla base dell’elmo, che probabilmente corrispondeva alla giunzione con la corazza metallica del petto, Questa in parte è rappresentata, coprendo parzialmente la testata dello stemma.

Dall’elmo escono e si espandono sui due lati dello stemma delle bande o fasce azzurre (azzurro scuro), come si è detto, ornate da risvolti dorati.

Sopra l’elmo, c’è la corona. Non è corona da patrizio veneziano, ma da conte (corona comitale), gemmata nel cerchio basale, con gemme alternate rosse a losanga o navetta (quattro; due a vista) e nere o blu scuro, rotonde, a cabochon (sei; tre a vista). Forse si tratta di alternanza di rubini e zaffiri, dal colore un po’ ossidato nella riproduzione pittorica. Le punte sono cinque a vista; probabilmente corrispondono a quattro perle (due a vista) e quattro fioroni d’oro (tre visibili), corrispondenti a un totale di 16 perle.

Non è presente un cimiero (o pennacchio). E, come si è detto, non è mai presente il motto, che a volte era scritto esplicitamente in un cartiglio annesso alla stemma; sebbene la famiglia lo avesse.

Il tutto poi era completato dallo stemma regale del Sobieski tra due palme, e dalla corona reale, come detto sopra.

Da notare che lo stemma di Cornalba è un tipico stemma di comune, coronato da una corona turrita, con merli a coda di rondine.

1.10 Il nome dei Cavanis in varie vie del mondo

Varie vie e altri toponimi sono stati dedicati dalle autorità locali, di varie città e paesi del mondo, ai fondatori e all’Istituto Cavanis:

In italia

Calle Cavanis: a Venezia, tra Piscina S. Agnese e Campo S. Agnese, Dorsoduro, nelle immediate vicinanze dell’Istituto. Decisione della commissione toponomastica del comune di Venezia del 10 dicembre 1921, su suggerimento di Mons. Ferdinando Apollonio. È una calle piuttosto modesta e forse i fondatori, a Venezia meritavano di più: ma succede che proprio a Venezia le vie con nomi di persone sono molto rare, e sia mo grati in ogni caso per il ricordo.

Via Anton’Angelo e Marco Cavanis, a Mestre (Ve), non lontano dalla Gazzera. Decisione della commissione toponomastica del comune di Venezia del 13 febbraio 1993.

Ponte Antonio e Marco Cavanis; a Chioggia (Ve) il 2 giugno 2004 fu inaugurato dopo una fase di parziale rifacimento e restauro, il ponte detto “ponte longo” che unisce il complesso insulare della città di Chioggia (Venezia) al continente verso sud-sud-est. Gli fu dato questo nome (e le targhe relative in marmo) data la vicinanza anzi contiguità con l’Istituto Cavanis, ossia il Centro professionale Maria Immacolata, e per riconoscenza per l’opera cinquantennale (a quel tempo) dei padri Cavanis a Chioggia.

In Brasile

A Castro…***

Rua Antônio Ângelo Cavanis, a Realeza, la via sulla quale si affaccia il piccolo seminario Cavanis minore di quella città.

Rua Antônio Angelo Cavanis, a Belo Horizonte, quartiere Nova Pampulha, presso il seminario teologico Cavanis.

Rua Marcos Antônio Cavanis, a Belo Horizonte, quartiere Nova Pampulha, presso il seminario teologico Cavanis.

Rua São José de Calasanz, a Ponta Grossa, Jardim Pontagrossense.

Rua Antônio Cavanis, Ponta Grossa, Jardim Pontagrossense.

Rua Marcos Cavanis, a Ponta Grossa, Jardim Pontagrossense..

Qualche nome di vie fu dato anche in onore di altri religiosi Cavanis:

In Brasile

A Planalto, in Paraná, Brasile, il municipio ha dedicato una via con il nome di “Rua Padre Marcello Quilici”, nel 1993.

A Realeza esiste una “Rua do Seminário Cavanis”.

In Ecuador

Calle Hermano Aldo Menghi, a Esmeraldas, dove il comune dette questo nome a una delle vie della città di Esmeraldas, “in memoria dell’eminente

I Cavanis e le vacanze

  • Esiste in Congregazione una leggenda non fondata, un “mito urbano”, introdotto a partire non prima dell’inizio del XX secolo,

    secondo cui le vacanze dovevano essere stimate un lusso e un’istituzione laica e borghese, che deve essere evitata dai buoni religiosi e particolarmente dai religiosi Cavanis. Non si parli poi dei seminaristi. Nei tempi di seminario filosofico e teologico di chi scrive, cioè al passaggio degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, per i “chierici” le vacanze in famiglia, durante le vacanze estive delle scuole, erano limitate a quattro giorni all’anno, viaggi inclusi. Per chi poi aveva la famiglia abitante in una città o paese in cui ci fosse una casa dell’Istituto, a Venezia per esempio come nel caso di chi scrive, non si andava proprio in vacanza, perché per regola non si poteva abitare (e anzi neanche andare a pranzo) in casa di secolari dove ci fosse una casa della Congregazione (reg. 79 del 1930, per esempio, valida dall’inizio della congregazione fino al 1971). Inoltre, non si parlava di vacanze di Pasqua o di Natale. Il gruppo dei chierici andava sì in vacanze durante l’estate, in quel tempo prima a Possagno e poi (dal 1962) a Sappada; ma il vantaggio consisteva quasi soltanto nell’aria più fresca e salubre della collina o della montagna; perché per il resto i chierici erano impegnati fortemente nell’assistenza o nelle ripetizioni date ai ragazzi che passavano l’estate in queste case.

  • Anche nel la rivista Caritas sono apparsi articoli che affermavano che i fondatori non avevano certo tempo di prendersi delle vacanze.

  • Eppure, dalle Memorie per servire alla storia della congregazione e dalla corrispondenza dei Fondatori come si trova nel loro Epistolario, risulta chiaro che ogni anno c’erano tempi di vacanze in campagna per i due fratelli fondatori, per i collaboratori e per seminaristi. Da giovani, dato che la famiglia Cavanis non aveva una

    “seconda casa” ossia una villa in campagna per le vacanze, pur possedendo dei poderi e altri beni fuori Venezia, andavano
    regolarmente in periodi di vacanze, che esse chiamano più spesso villeggiatura, a Fiesso, a Strà, a Monselice, al Dolo, in ville di amici di famiglia, soprattutto a Ca’ Malipiero, a Fiesso di Strà.

  • Ma anche da adulti e anziani, già preti e religiosi, i due Venerabili fratelli andavano a villeggiare, a volte da soli, più spesso con parte della comunità. Nel novembre 1822 P. Antonio, rimasto a Venezia nel solito lavoro di direttore dell’Opera e di educatore e insegnante, scrive il giorno 18 a P. Marco, che era in vacanze (vacanze forzate, a quanto pare) a Vicenza o nel Vicentino. Scrive così: “Intanto tutto prendiamo con allegrezza dalle mani dolcissime della Provvidenza divina. Vedrete che andrà bene. La grazia è grande. Vi vuol gran fede. Noi siamo contenti della vostra assenza; anche mia madre è persuasissima che attendiate. Ci basta solo che vi divertiate. Ricordatevi questo patto, se no non siete galantuomo. Non vi prendiate pena per noi, che per noi veglia la Provvidenza, e voi intanto prendete fiato, fate forze, riposate, distraetevi, giacché il Signore vi vuol per forza in riposo. Sapete che guadagno ha l’Opera, se voi acquistate un po’ di vigore? Mille ducati e mille vagliono meno. Su via dunque, camminate, girate, distraetevi a più non posso.”. Il giorno 26 seguente, P. Antonio scrive tra l’altro al P. Marco: “Gran bella giornata mi avete fatto passar domenica colle vostre lettere. Io ho goduto tanto, che mi pareva sentirmi addolcito il cuore. Le buone nuove della vostra salute a mia madre, a me, alla casetta, a tutti portano una somma allegrezza. Non è male no, che abbiate per forza da respirare un aria (sic) la più salubre, ed a riposar il corpo sfinito. È Provvidenza amorosa che veglia su di voi e sull’opere. Adoriamola profondamente, e ringraziamola di tutto cuore. Intanto voi tenete per fermo che mia madre è propriamente in tutto persuasa e tranquilla sulla vostra dimora, che trova già

    necessaria; ed in questo rimarcate un nuovo segno chiarissimo e straordinario, che mostra la volontà del Signore, che siete a far bene all’Opere, ed un indizio assai bello che siate accompagnato dalla divina benedizione. Io pur (tolto che vorrei veder mio fratello per dargli un bacio) sto difeso con la Provvidenza ordinaria, che ha fatto supplire all’occorrente fin quì, e sono certo che provvederà anche in seguito bastantemente. Ora provo col fatto che il mantenimento dell’Opera è il meno. Tutti mi lasciano in pace, ed io penso al vitto, e per questo il buon D. Federico va per voi riscuotendomi costantemente quanto che basta. Or poi viene il primo, ed io torno in piedi colle porte aperte di nuovo; di più mia madre potrà ajutarmi, perché è venuta la Brandolina, e riscuoterà la gran summa, e mi ajuterà con gran cuore. Insomma intendetela: non sono complimenti, ma è verità: voi potete e dovete passarvela in piena pace, andando in cerca di salute e di forze, che noi in buona coscienza non abbiamo. motivi da impedire all’Opere e a voi un bene sì grande.”

  • P. Antonio Cavanis, è, qualche anno più tardi, da solo in vacanze in Valsugana a Tezze di Grigno e poi a Pergine e a Trento nel giugno del 1830, e, in più, gioiamo per la testimonianza festosa del P. Marco, che gode per aver costretto fraternamente P. Antonio a prendere un buon periodo di villeggiatura in Trentino; ancora vediamo che P. Antonio Cavanis, con i PP. Casara e Marchiori e con qualche altro religioso (fra Pietro Rossi, fra Giovanni Cavaldoro, un

    tale di nome Chiozzotto, forse un seminarista), si trovava in
    villeggiatura a Tarù, nei dintorni (allora) di Mestre nell’ottobre 1845, durante le vacanze scolastiche autunnali. L’anno successivo in autunno P. Antonio con vari giovani religiosi andrà ancora a villeggiare nella casa di campagna di Tarù, questa volta viaggiando “nei volanti vaggoni”, cioè nel treno sulla linea ferroviaria Venezia-Milano (ma per loro solo Venezia-Mestre) recentemente inaugurata l’11 gennaio del 1846. Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare.

  • E qui vale la pena di citare integralmente la frase che P. Marco nel giugno 1830 scrive al fratello (in fermo posta a Bassano, dove il fratello doveva fare sosta al ritorno) che stava concludendo la sua villeggiatura in Trentino, a Tezze, Borgo, Pergine e Trento, di cui si parlava sopra: “Gran bella vittoria che fu la mia nell’espugnare con valoroso assalto la rocca della vostra risoluta fermezza! lo ne godo al sommo nell’atto di cogliere le ricche spoglie del riportato trionfo. L’ho vinta alla fine l’ho vinta: e voi stesso nel rimaner soggiogato meravigliaste del mio valore sembrandovi d’esser costretto a fare cosa affatto impossibile nel vedervi obbligato a sortir dalla tana ed uscir all’aperto. Ma consolatevi che l’esser vinto fu anche un gran bene per voi. Tanto io sono esultante pel grande onore della vittoria, che vi rinunzio la parte principal del bottino. Mio dovrebb’essere il

    gusto delle sonore trottate, mio il piacere di quelle amene vedute, mio il ristoro degli allegri banchetti; e i deliziosi passeggi, e le festose accoglienze, e le gioconde risate tutte a me si appartengono per l’inviolabil diritto del vincitore. Ma tutte queste sì ricche spoglie del mio trionfo le cedo a voi di buon cuore, e godo assai che vi tornino in succo e sangue; contento solo di ritener per mia preda le convulsioni. Ah queste poi vo’ tenerle strette in catene; vo’ che restino soggiogate; vo’ che sentano l’ira del vincitore. Guai se voi patteggiate mai più con esse; guai se ve la intendete nemmeno secretamente con un nemico ormai vinto dal mio valore! Vi avviso a tempo perché possiate esser cauto, e non cimentarvi a provocare lo sdegno di chi ebbe pure un braccio sì forte da riportare così solenne trionfo. La Sig.ra madre. consolatissima per le belle notizie recate dalla lettera avuta in jeri; io che nel leggerla mi sentivo dilatare per l’allegrezza le viscere; e tutti li buoni figli amorosi affrettano concordemente la vostra venuta per congratularsi in persona. Si è consolata ancora la Sig.ra madre all’assicurarsi che siete per venire alla mattina anziché all’ora tarda del dopo pranzo, perché questo, come sapete, le preme assai che il viaggio per Venezia si compia sempre a buon’ora. Quanto al venirvi incontro, certo io ci vengo col cuore, ma dispensatemi dal venirci in persona, perché temo che l’odorar la campagna senza gustarla, troppo mi faccia crescere l’appetito. Oltrediché se mi rivolgo alla via di Mestre incontro in una stessa mattina la noja di due lunghissimi viaggj di acqua; se mi porto a Fusina resto allor, chi sa quanto! sotto alla sferza del sole a cielo scoperto in espettazione del legno; dunque per ogni verso alla fin dei conti ci perdo. Avrò dunque pazienza nell’aspettarvi a piè fermo in mia casa, mentre per di là ci passate venendo dalla parte di Padova come sento che più vi piace, ed ivi, a Dio piacendo, vi darò il benvenuto cantandovi il bel mottetto « quanto aspettato più tanto più caro».”

  • Nella corrispondenza tra chi è in villeggiatura e chi è rimasto a Venezia, sono interessanti e potrebbero essere citate molte loro frasi sul riposo e e di lode delle vacanze, necessarie per poter lavorare tutto l’anno nell’arduo ministero delle scuole. Basti in questo senso la frase “vi esorto da buon fratello a non perdere un’ora sola di questi giorni ridenti per procacciarvi una buona dose di buon umore, che vi servirà nei giorni di malinconiosa tenebria.”; frase che scrive il P. Giovanni Battista Traiber a P. Casara in villeggiatura con altri, interpretando e trasmettendo la gioia dei due venerabili fratelli, rimasti a Venezia.

  • Non solo i due venerabili fratelli andavano in villeggiatura. Nel 1839 per esempio troviamo P. Sebastiano Casara, giovane prete, in villeggiatura a Malo (Vicenza), come vedremo più sotto nella sua biografia, assieme al seminarista Giuseppe Rovigo. Sebastiano prende nell’occasione anche l’ardire di approfittare di un’occasione per andare in carrozza o carro a Rovereto (non a caso! Era la città natale del Rosmini.) passando per il Pian delle Fugazze e la Vallarsa.

  • La corrispondenza dei due venerabili fratelli in tempo di vacanze riflette la loro gioia e la gratitudine per poter riposare, rifarsi le forze e prepararsi per il tempo del duro lavoro. Lo stesso vale anche per lettere ai loro discepoli e compagni. Per tutti i testi che si potrebbero citare, basti il seguente, che P. Marco scrive a P. Giovanni Paoli nel 1849: “Ben venuto dalla villeggiatura paffuto e tondo e pien di vigore…”!

  • Ai tempi del P. Casara molto spesso si narra nel diario di congregazione come l’uno a l’altro dei religiosi, soli o a piccoli gruppi, andassero, soprattutto nelle vacanze estive o autunnali a villeggiare a Lendinara, in campagna, e più tardi a Possagno, in collina. E si tessono ancora le lodi dell’istituzione delle vacanze.

  • Lendinara era una tipica casa di villeggiatura ma anche di convalescenza (per esempio le vacanze autunnali di P. Casara, con P. Marchiori e il seminarista Giuseppe Da Col “villeggianti” a Lendinara). Interessanti in proposito la lettera d P. Giambattista Traiber ai villeggianti.

  • Durante i decenni successivi al governo del P. Casara, durante la tarda estate e l’inizio dell’autunno si parla regolarmente e annualmente delle vacanze dei padri, fratelli e chierici, che molto spesso vanno a villeggiare nella propria famiglia di origine; oppure a volte a Lendinara o Possagno, secondo i casi. Il caso più comune è quello della visita, anche piuttosto prolungata, in famiglia.

  • P. Rovigo nell’autunno 1887 fa le sue vacanze a Lendinara: “P. Rovigo, ch’era colà da circa quaranta giorni, in ricreazione”, si scrive.

  • Nel 1893, nella proposta di un dubbio sulle nuove costituzioni del 1891 da proporre alla Santa Sede (Congregazione per i Vescovi e Regolari), si trova la seguente frase, qui incompleta, che dimostra che le vacanze erano viste e praticate come una necessità fondamentale: Attesa la scarsezza degli individui di cui si compone l’Istituto, ed il bisogno che possono avere i più, appena finite le scuole, di respirare l’aria libera della villeggiatura, la sospensione del Capitolo Generale non sarebbe senza gravi inconvenienti per l’Istituto ecc. La frase è piuttosto ingenua, e ne avranno senza dubbio riso a Roma; ma indica chiaramente l’importanza delle vacanze estive (nei tempi più antichi, vacanze autunnali) nella dura vita di chi dedica tutto il suo tempo alla scuola.

  • Possagno fin dall’inizio era stato visto da P. Casara come casa di lavoro pastorale sì; ma anche come casa di villeggiature e di convalescenza per chi ne avesse bisogno.

  • C’è anche il caso del preposito P. Domenico Sapori: il verbale della seduta definitoriale del 3 settembre 1886 si conclude con la seguente frase: «Il qual Preposito [Sapori, NdA] nel corso della seduta mostrò quanto sia il suo spirito di sacrificio, e come sarebbe disposto ad assumere anche per intiero una scuola pur d’alleggerire un poco il peso degli altri; ma appunto per questo i Definitori dovettero insistere, e perché rinunzi nel prossimo anno all’uffizio di confessore nel Seminario, e perché non tardi ad uscire a respirare dopo un anno sì critico e laborioso. »

  • Per venire a tempi più recenti, P. Vincenzo Rossi, preposito, scrive il 1° agosto 1905 «Tutti i Padri sono in campagna tranne il P. Giovanni Chiereghin infermo. Il P. Rossi il P. Bolech e il P. Borghese. Anche i fratelli si recano a godere un po’ di campagna. Fra Angelo a Montagnana e Lonigo. Fra Vincenzo a Lonigo. Fra Giuseppe trovasi a Possagno dal 16.7»; «Ai primi di 8bre tutti sono di ritorno per le scuole. »

  • Le cose cambiano più tardi, nel XX secolo. Bisogna per esempio tener conto di un decreto del Capitolo generale del 17-18 luglio 1925: «Oggetto: Visite dei Congregati alle loro famiglie. Se taluno credesse formata nel nostro istituto la legittima consuetudine che desse in qualche modo il diritto di recarsi periodicamente in famiglia o presso altre famiglie secolari, il Capitolo Generale dichiara: 1 che la consuetudine non esiste. 2 che qualora pure esistesse viene col presente decreto riprovata e abolita (Cost. 67-138; CIC.can.606 § 2) .»

  • Analogamente il capitolo generale dell’1-4 luglio 1943: «Oggetto: Visite nelle case dei secolari e degli alunni. Viaggi. …nessuno faccia visita nelle case di secolari e degli alunni senza il permesso e il compagno assegnato dal superiore. Per quello che riguarda i viaggi, non si facciano per capriccio o divertimento, ma solo per vera necessità.»

2. Del nome della Congregazione delle Scuole di Carità

Il nome della Congregazione in certa forma ricalca quello dell’Ordine dei Chierici Regolari della Santa Madre di Dio, che popolarmente è chiamato, come pure la loro principale attività, “Le Scuole Pie”. Le nostre scuole sono state, infatti, largamente ispirate da quelle degli Scolopi, con cui siamo sempre stati e siamo anche oggi in situazione di grande amicizia e di collaborazione, nell’ambito della “Famiglia Calasanziana”. Non soltanto il nome dell’Istituto, del resto, ma anche la spiritualità dei fondatori e del loro Istituto, e il loro apostolato educativo, sono molto influenzati da quelli di S. Giuseppe Calasanzio, loro e nostro patrono.

2.1 Del significato del nome “Scuole”

Il titolo di “scuole”, nel nome della Congregazione, va inteso in senso ampio, come è stato chiarito e definito nel Documento-base del Capitolo Speciale del 1969-70: «I Fondatori…desideravano arrivare a tutti i giovani, con ogni mezzo educativo ‘senza limitazione di ajuti’. La Congregazione sul loro esempio, sapendo che l’opera dell’educazione è tanto vasta quanto sono vaste le necessità dei giovani, riconosce suo spirito autentico l’andare ad essi con tutti i mezzi ritenuti più efficaci e opportuni».

I fratelli Cavanis infatti, anche se più tardi concentrarono quasi tutto il loro lavoro sulle scuole in senso più stretto del previsto, avevano un piano più ampio di educazione, che comprendeva, oltre alla scuola, all’oratorio (la cappella, con atti sacramentali, liturgici e devozionali) e al cortile (che chiamavano “l’orto”), la scuola professionale, gli esercizi spirituali, le associazioni, la direzione spirituale, i sacramenti, la catechesi, il teatro, la biblioteca, la produzione di libri di testo e di antologie; e ancora molte altre attività e ambienti.

Bisogna poi aggiungere che, se Giuseppe Calasanzio accentuava l’aspetto dell’educazione dell’intelletto, i nostri insistevano di più sulla formazione del cuore. Essi educavano non solo e non tanto con la formazione intellettuale (anche se le Scuole di Carità erano esigenti su questo punto), quanto con il clima di carità, di amore, di famiglia. La formula di equilibrio era ed è ancora per l’Istituto attuale: «Formarli ogni giorno nell’intelligenza e nella pietà».

2.2 Del significato del nome “Carità”

Bisogna senza dubbio spiegare il senso del termine “Carità”. Infatti, si pensa spesso che questo nome indichi solamente la gratuità delle nostre scuole. Non è così. I nostri Fondatori volevano chiaramente che tutta la nostra vita fosse radicata, temperata, plasmata nella e sulla carità, come virtù teocentrica, cristocentrica e carismatica. 

Teocentrica perché Dio è amore; Dio è Padre. Cristocentrica, perché per i fondatori e per i loro compagni i giovani poveri sono preziosi «come il sangue di Cristo». 

Le virtù che essi giudicano necessarie per l’educatore Cavanis sono comparate e dedicate alle cinque piaghe di Cristo (un tema caro al XIX secolo, si pensi all’abate Antonio Rosmini. Di passaggio, per le cinque piaghe dell’educatore associato a Gesù crocifisso sono: la “sopraveglianza”; la pazienza (le piaghe delle mani); la fortezza e il coraggio (le piaghe dei piedi); l’orazione per i ragazzi (la piaga del cuore).

La loro – e quella del loro Istituto – non è semplice filantropia, non è qualsiasi carità. È la carità di Dio, rivelata in Cristo. Ai giovani abbandonati, senza amore paterno e materno, senza amore da parte della società e della chiesa, i Cavanis mostrarono, nel loro amore, e desiderarono che il loro Istituto continuasse a mostrare l’amore di Dio Padre, che altrimenti essi non potrebbero scoprire. Il nome di Congregazione delle Scuole di Carità si riferisce allora prima di tutto alla carità, in forma di amore paterno, verso i fanciulli e la gioventù.

Le scuole e le altre attività educative e caritative dei Cavanis sono infatti degli ambienti in cui i bambini e i giovani -soprattutto quelli più poveri- sono amati con lo stesso amore con cui Dio li ama: «Il titolo per cui si presta a coltivare la gioventù è sacro perché deriva da un sentimento di carità.» La paternità, allora, è fondamentale. È un termine che oggi abbiamo paura di usare, nel timore che sia confusa col paternalismo. 

Eppure di quanto amore di padri ha sempre bisogno la gioventù! Il compito dei Cavanis è “compito di padri più che di maestri”, frase che si trova negli attuali articoli 2 e 47 delle costituzioni. Paternità è amare ogni ragazzo come se fosse l’unico, amare senza preoccuparsi con la fatica, l’orario, la spesa, amare facendo uso di tutti “i mezzi opportuni” e anche di quelli che i “ben pensanti” giudicano inopportuni.

Il riferimento alla carità, e questo tipo di carità, che si trova nel nome della Congregazione, riguarda poi anche a carità tra congregati. I fondatori vi insistevano molto. Scrivendo le loro Costituzioni, ispirate in gran parte alle regole degli Scolopi, hanno eliminato tutte le forme di sanzioni, quasi tutte le forme di penitenza, molti modi duri di vivere insieme, che erano presenti in quelle degli Scolopi loro contemporanei; volevano, infatti, che si vivesse insieme nell’amore e per amore.

Soprattutto, la loro intenzione, poi frustrata dal legalismo e dalla schematizzazione imposta dal centro, era che il loro istituto non fosse una congregazione religiosa, con i voti, la struttura giuridica con la dipendenza da un superiore generale e così via: volevano che i congregati rimanessero insieme non per via dei vincoli di legge, ma piuttosto per il vincolo «della carità e dell’uniforme vocazione.»

Riguardo alla “carità”:

Carità In generale 1 / b; 5; 10; 14; 15, 16/b; 23; 32; 39; 59/b; 66; 67; 128/b§9; 132; 186; 190; 198.

In comunità 1/a-b; 10/c; 13/a; 22; 42; 64/b; 183.

Nell’educazione 45; 50; 50/a-b-c-d

Gratuità Nell’educazione 3§2; 32; 49.

Negli Esercizi Spirituali 13/b-c.

In altro apostolato 12/e; 60/d-e.

Amore In generale 21; 24/c; 35; 67/b; 198.

In comunità 10/a; 11; 33; 172.

Nell’educazione 2; 3§2; 24; 46; 47; 50/d

Negli Esercizi Spirituali 20; 66; 80.

Negli altri tipi di apostolato 78.

Fraternità in comunità 10; 10/a; 11/a; 12; 12/g; 14; 64/b; 65/c; 72/a; 112.

Spirito di famiglia in comunità 11; 12/b; 28/b; 39; 152/d§1.

Altre parole e frasi che corrispondono alla carità e all’amore 2; 10/d; 13.

3. Dell’abito della Congregazione delle Scuole di Carità

Il nostro abito oggi è molto semplice: la norma prevede soltanto la veste talare e la fascia, con frange. C’è anche, naturalmente, benché non sia scritto nella norma, il colletto romano. Il colore dell’abito non è fissato dalle Costituzioni e Norme, ed è diverso nelle parti territoriali. 

Per curiosità, in Congo, la prima promozione congolese (2006-2007), preparandosi alla prima professione religiosa temporanea, con l’autorizzazione del Preposito, attraverso il maestro, ha optato per il color nero, nonostante l’ambiente equatoriale, dove più spesso si utilizza il bianco. Decisione comunitaria, rimasta scritta e conservata negli archivi della delegazione e della Curia generalizia. 

Tale decisione del gruppo “fondatore”, ossia della prima promozione, mirava a “essere come nella provincia-madre italiana”; essa vale fino al giorno in cui ci sarà eventualmente una decisione diversa di un capitolo futuro.

La storia del nostro abito religioso Cavanis è complessa e merita di essere conosciuta. I Fondatori, personalmente, per la maggior parte della loro vita adulta, portarono la veste talare degli ecclesiastici del loro tempo. 

C’è una poesia di Marco Cavanis (dicembre 1796 o gennaio 1797) ancora laico, che elogia don Antonio suo fratello, tra l’altro, perché portava la “vesta longa” (= la veste lunga, ossia specificamente la talare, propria degli ecclesiastici, in dialetto veneziano), in un’epoca in cui molti sacerdoti indossavano piuttosto un abito corto, di sapore secolare, e ne erano criticati dal Patriarca di Venezia il Card. Flangini. 

In previsione e nella preparazione dell’erezione canonica della nostra Congregazione, il Card. Jacopo Monico, allora patriarca di Venezia, prese (con ogni probabilità abusivamente) l’iniziativa di dare ai membri del nuovo Istituto, che pur era di diritto pontificio e non diocesano, un abito specifico. I Fondatori non ne furono particolarmente contenti, ma lo accettarono con spirito di obbedienza all’autorità del loro vescovo. Tuttavia, lo trovavano più opportuno per un istituto monastico che per un istituto di vita attiva, e quanto attiva, consacrata all’educazione della gioventù.

Durante alcuni capitoli del XIX secolo si decise di eliminare gli elementi di carattere o aspetto “monastico” dell’abito, come pazienza e bavero, che i religiosi Cavanis dell’ottocento chiamavano “le sopraggiunte” (= le aggiunte) ma poi non se ne fece niente.

Quest’abito, che verrà sempre indossato (con una rara eccezione) fino alla fine degli anni ‘60 del novecento (1967) comprendeva:

  1. La veste nera, abbottonata, piuttosto ampia, ma senza faldoni;

  2. La fascia con frange;

  3. Il colletto romano, che era in stoffa, non in plastica come oggi, evidentemente; la plastica non era ancora stato inventata! Gli anziani mi dicevano che tale colletto era in stoffa bianca per i fratelli laici, e di colore azzurro celeste, o verde chiaro per i preti.

  4. Uno scapolare lungo, nero, chiamato “pazienza”, con riferimento simbolico alla pazienza che bisogna esercitare verso i bambini e i giovani; 

  5. Una mozzetta corta, nera, che arrivava solamente fino alla piega della spalla, e si chiamava “bavero”; all’inizio anche “collare”;

  6. Il berretto quadrato, da prete, che si utilizzava piuttosto in casa e nel culto; e il cappello di feltro, a larghe tese, che si utilizzava uscendo dalla casa; ambedue erano neri. Il berretto quadrato era usato, in congregazione, dai religiosi preti e anche dai seminaristi, dal noviziato incluso in poi, se erano avviati all’ordinazione e allo stato presbiterale. Non lo portavano i fratelli.

  7. Un lungo capotto o soprabito o più raramente un mantello, nero, invernale


Quest’abito veniva indossato fin dalla cerimonia della vestizione, che allora si celebrava all’inizio del noviziato; tuttavia i fratelli laici non portavano il bavero. Purtroppo la vestizione dei fratelli laici si celebrava separatamente da quella dei novizi candidati al sacerdozio, come tempo e come luogo, dall’inizio dell’istituto nel 1838 e almeno fino al 1940 e probabilmente anche in seguito. 

In genere infatti i candidati al sacerdozio ricevevano l’abito al mattino durante la celebrazione solenne dell’Eucaristia nell’oratorio delle scuole, davanti alla scolaresca e al popolo; e i fratelli laici, magari della stessa annata di seminaristi, al pomeriggio nella cappella domestica, privatamente. Una segregazione del tutto assurda e ingiusta, che va tuttavia inquadrata nelle abitudini dell’epoca.

Nella prima professione si dava ufficialmente al neo-professo candidato al sacerdozio anche il berretto quadrato (che per la verità era già dato al momento della vestizione, un anno prima, e portato durante il noviziato; cosa che fece sorgere dei dubbi al P. Giovanni Chiereghin) , come quello che utilizzavano i sacerdoti diocesani, con un rito particolare e una formula molto interessante: “Accipe biretum, signum magisterii, et scias te ad juventutem erudiendam mancipari” (= Ricevi il berretto, segno del magistero, e sappi che sei consacrato (come un servo) all’educazione della gioventù.  Segno forte di un impegno che era quasi un quarto voto, credo, ad imitazione del quarto voto dei   Scolopi.

Si era piuttosto severi riguardo all’uso dell’abito al completo: lo si portava sempre, anche negli ambienti interni della casa religiosa, non si usciva praticamente mai dalla propria camera senza l’abito completo, lo si portava anche in bicicletta o motocicletta, giocando a calcio, nelle escursioni in barca o in montagna. Portare tutti questi abiti lavorando e viaggiando provocava naturalmente delle difficoltà o addirittura degli incidenti, in bicicletta e soprattutto in motocicletta.

La decisione di eliminare la “pazienza” e il “bavero” è stata presa nel XXVI capitolo generale del 1967. In quegli stessi anni si cominciò ad utilizzare il clergyman da alcuni dei nostri, trovando qualche volta delle difficoltà da parte di confratelli conservatori. In seguito la cosa divenne comune, e più tardi spesso l’abito venne usato solo nelle grandi occasioni, e in alcune parti territoriali, in tempi ancora più recenti, praticamente mai.

Purtroppo non abbiamo conservato un abito completo per l’esposizione. Sarebbe interessante farne tagliare e cucire uno, e metterlo su un manichino nel nostro museo della memoria dei Fondatori a Venezia. In questo c’è comunque la preziosa reliquia della “pazienza” del venerabile P. Anton’Angelo, che si è trovata su lui, nella tomba, durante la riesumazione del 1923. 

Vale la pena di concludere questo excursus sull’abito Cavanis con una descrizione ufficiale dello stesso da parte di P. Marco Cavanis, in una lettera del 4 novembre 1837, doc. n° 1069, al Card. Castruccio Castracane, in cui chiede al cardinale di sollecitare la richiesta fatta alla S. Sede dell’approvazione di un abito religioso proprio.

Da notare che lo scapolare chiamato da noi “pazienza” è stato imposto dal card. Monico patriarca; mentre il collare di panno nero, chiamato in seguito piuttosto “bavero” è stato proposto e richiesto proprio dai padri e serviva per nascondere il buco dello scapolare, che naturalmente doveva essere più largo della testa, e faceva un brutto effetto se non coperto dal bavero. Pure dai padri viene d’idea e la proposta che i fratelli laici portassero (fino a tempi recenti) la pazienza più corta (probabilmente per non inciamparvi nel lavoro manuale) e non portassero il bavero, il che mi sembra piuttosto assurdo. Ecco il testo parziale della lettera, omettendo una introduzione generica, una breve altra richiesta di carattere liturgico e la conclusione.

“(omissis). L’oggetto di questa lettera è ormai ben noto a V.ra Em.za Rma, poiché in essa fu interessata la di lei carità ad ottenere dal S. Padre un qualche particolar distintivo nell’abito dei Congregati, di cui ne fu anche proposta riverentemente la forma. Vedo bene che correndo finora il tempo delle ferie autunnali dovea restare interrotta la trattazione degli affari, ma ora che si riaprono le Sacre Congregazioni si potrà dar corso anche a questo. Ma perché ci preme moltissimo di vederlo presto compito, onde godere l’effetto della preziosa grazia ottenuta, supplico istantemente la generosa di lei bontà a voler consolarmi benignamente coll’affrettare quanto si possa il sospirato riscontro. 

Vedrà dalla lettera dell’E.mo nostro Prelato che il riverente progetto lascia ai Congregati la veste clericale qual è appunto nelle Costituzioni prescritta, ed aggiunge soltanto uno scapolare (che ai fratelli laici potrebbe darsi alquanto più corto e senza il collare) ad oggetto di unire alla distinzione nell’abito l’aggiunta di un decoroso riguardo alla gravità e modestia degli Ecclesiastici alunni, mentre essendo essi spesso affollati a cagione del proprio lor ministero da numerosa turba di figli e da molti loro aderenti di ogni età e di ogni sesso, che si presentano a baciar loro le mani, sarebbe cosa assai più decente che dessero invece a baciare lo scapolare medesimo, e si farebbe ciò dai fedeli più volentieri, se si degnasse il S. Padre di accordare a tal atto di religione qualche indulgenza, che potesse pure lucrarsi, baciandolo, da ognuno dei Congregati. 

La forma di questa veste io la accludo nell’unito disegno, ed è quella precisamente che fu proposta dall’E.mo Patriarca, colla unica differenza che da noi si è aggiunto un collare che scende un poco sopra le spalle, col doppio fine di chiuder la imboccatura di detto scapolare, che male adattandosi al collo produr potrebbe uno sconcio, e di non apparir nel prospetto simili affatto ai Patri Ospitalieri di S. Giovanni di Dio. (omissis)”

Interessante anche il testo che si riproduce qui di seguito, e che proviene da una lettera dei fondatori al cardinal patriarca Jacopo Monico, del 3 luglio 1838, pochi giorni prima dell’erezione canonica:

“(omissis) Si affrettano essi pertanto ad implorare il suddetto grazioso Decreto nel quale a perpetua memoria ed a precisa lor direzione e piena tranquillità supplicano umilmente che l’Emza Vra Rma si degni esprimere:

1) La ottenuta autorizzazione di portare un abito proprio di saglia o di panno nero a tenore delle stagioni; consistente pei Cherici in una veste talare larga stretta ai lombi con una fascia di lana, e scapolare chiuso alla imboccatura con un collare alle spalle di roba eguale alla veste, oltre alla cinta al collo di color ceruleo communemente usato dagli Ecclesiastici; e per i Fratelli Laici in una nera veste con fascia e scapolare di simile qualità, ma però alquanto più corta, senza collare alle spalle, e con lista al collo di color bianco; portando poi sì gli uni che gli altri il mantello nero ed il cappello alla foggia comune degli Ecclesiastici.

2) (omissis)”.

Si noti in quest’ultima lettera, rispetto alla precedente, l’aggiunta di vari elementi nella descrizione dell’abito proprio:

la forma della veste talare che, come l’usiamo ancora oggi, è larga, cioè a campana e senza faldoni, cioè senza cuciture alla vita;

la fascia di lana [che è nera, con frange, ma qui non si dice, n.d.a.]

la “cinta” al collo di color ceruleo per i preti, bianco per i laici. Oggi si chiamerebbe colletto romano.

Il mantello nero ed il cappello.

Da notare che, dato che la lettera è stata scritta il 3 luglio, 11 giorni soltanto prima del 14 luglio, giorno della vestizione di P. Antonio Cavanis e 12 prima del 15, giorno della vestizione di tutti gli altri congregati, padri, seminaristi e laici, è probabile che i padri, dopo intendimento orale, avessero già provveduto tutti gli abiti, e che la lettera servisse più come documentazione dell’approvazione da parte del patriarca. Le vesti o tonache o talari, come pure le fasce e i collari potevano forse essere preparate in fretta dai fratelli laici sarti; ma difficilmente si poteva acquistare la saia o saglia (stoffa), i mantelli e i cappelli e confezionare l’abito completo per 22 persone, solo dopo aver ottenuto la lettera di approvazione del patriarca.

Il lungo e interessante decreto corrispondente del Patriarca Jacopo Monico, che fissa i dettagli dell’abito Cavanis, esattamente secondo quanto indicato sopra e secondo la richiesta dei fondatori, fu firmato il 14 luglio 1838 (il che dimostra quanto detto sopra ), pridie Id[us]. Julii MDCCCXXXVIII nel latino del decreto.

4. La situazione numerica della Congregazione nel XIX secolo

I fondatori erano così convinti della novità e dell’importanza del loro Istituto e del loro metodo, all’inizio della loro opera, che speravano che l’Istituto si sarebbe enormemente ampliato e che si sarebbe diffuso nel mondo intero. Però il loro entusiasmo si trasformò presto in delusione. 

Essi stessi ne compresero i motivi strada facendo. 

Nel 1820, quando risposero a un formulario dello stato austriaco sul numero futuro dei preti e dei religiosi della loro opera, essi risposero che «solo per il momento si poteva prevedere un numero esiguo di membri della congregazione dato che era difficile trovare giovani che si adeguassero ad una vita talmente laboriosa e faticosa, dovendo anche provveder al loro proprio mantenimento». 

Ecco perché la congregazione veniva spesso chiamata «il nostro povero istituto».

Nei fondatori restava comunque viva una speranza di ampliamento:

  • Aprendo a tutte le classi sociali;
  • A giovani di tutte le età,
  • Utilizzando tutti gli aiuti e le strategie educative,
  • Attraverso un’espansione geografica in tutto il mondo.

Per quanto riguarda gli altri paesi del mondo P. Marcantonio scriveva nel 1838 che la Congregazione era stata approvata dalla Santa Sede «avendo il permesso di espandersi dappertutto.» «…Un’istituzione che secondo la Sede Apostolica poteva diffondersi in tutto il mondo!».

C’è un’altra frase di P. Marco, molto interessante e profonda anche se scherzosa, come spesso nel suo caso, frase che non ho trovato finora citata a questo riguardo dell’ampliamento territoriale della congregazione: al ritorno dal suo primo lungo e pesante viaggio (1833) a Vienna, capitale dell’impero austriaco, nell’ultima lettera inviata al fratello, dopo aver già rimesso piede in Italia, scrive da Udine: «Or dunque pensate ad esercitare nel mio ritorno il vostro dovere, e soprattutto pensate a dispormi un altro viaggetto, che se porta quel frutto che ha portato il presente, poco ci vuole allora perché l’Istituto metta le penne e se ne voli anche altrove».

Sarebbe interessante studiare dettagliatamente questo aspetto del loro programma. Allora altrettanto interessante sarebbe controllare i numeri dei membri della congregazione soprattutto ma non esclusivamente durante la prima metà del XIX secolo, sia durante la vita dei fondatori, e qual’era la situazione che trovarono i loro successori, i padri Frigiolini e Casara. Si continuerà poi a presentare tabelle di dati periodici.

Tabella: situazione numerica e lista dei membri dell’Istituto all’inizio della comunità della “casetta” (27 agosto 1820)

  1. P. Anton’Angelo Cavanis
  2. (P. Marcantonio Cavanis)
  3. Semin. Pietro Spernich
  4. Semin. Matteo Voltolini
  5. Semin. Angelo Cerchieri
  6. Fratello laico Pietro Zalivani

Tabella: situazione numerica e lista dei membri dell’Istituto il 8 dicembre 1830

  1. P. Anton’Angelo Cavanis
  2. P. Marcantonio Cavanis
  3. P. Matteo Voltolini
  4. P. Pietro Spernich
  5. P. Giovanni Battista Toscani
  6. (P. Pietro Delai)
  7. Suddiacono Giovanni Luigi Paoli
  8. Chierico Giovanni Battista Traiber
  9. Chierico PietroAntonio Voltolini
  10. Chierico Angelo Battesti
  11. Chierico Pellegrino Voltolini
  12. Chierico Angelo Minozzi
  13. Chierico Angelo Miani
  14. Chierico Bartolomeo Giacomelli
  15. Chierico Sebastiano Casara
  16. Chierico Giuseppe Marchiori

La lunga lista completa dell’8 dicembre 1830 è in allegato alla relazione presentata al patriarca monsignor Monico sull’Istituto in occasione di una sua visita pastorale. Contiene soltanto i cognomi di tutti i preti ex-alunni delle scuole dell’Istituto (un patriarca vescovo, numerosi preti, diaconi, suddiaconi, chierici), tra i quali i preti e chierici appartenenti alla comunità Cavanis, qui sopra riportati in tabella. Non ci sono dunque i cognomi dei fratelli laici e dei seminaristi non ancora chierici della nostra comunità in questo periodo.

L’Istituto, che non era ancora una congregazione approvata con l’erezione canonica di diritto pontificio, ma era già stata approvata a livello diocesano dal patriarca Milesi, il 16 settembre 1819, comprendeva alla fine del 1830, sei preti, un suddiacono e nove chierici. Tutti abitavano nella stessa casa dell’Istituto che sino al 1834, era la casa-madre di Venezia.

4.1 La situazione numerica della Congregazione nel 1838

Quando la comunità Cavanis venne riconosciuta ed eretta canonicamente in qualità di nuova congregazione religiosa di diritto pontificio, essa contava nelle sue due case, quelle di Venezia e di Lendinara, nove preti, compresi i fondatori; sei fratelli laici, di cui quattro compirono la vestizione nello stesso giorno e nove seminaristi filosofi o teologi che avevano compiuto la vestizione religiosa per l’occasione. 

Prima dell’erezione canonica, alcuni di loro del resto avevano già indossato l’abito ecclesiastico o talare. Fra loro, i quattro più anziani erano chierici: ciò voleva dire, a quel tempo e fino al Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965), che avevano indossato ufficialmente la veste clericale e avevano probabilmente ricevuto la tonsura; inoltre, il chierico Giovanni Giovannini, entrato in Istituto nel 1832, era stato istituito negli ordini minori e si preparava per il suddiaconato; e ancora cinque seminaristi che non erano ancora chierici.

In tutto, nella comunità si contavano, il 16 luglio del 1838, ventiquattro membri, di cui nove religiosi professi preti, nove seminaristi e sei fratelli laici che avevano indossato l’abito dell’istituto. Fra loro, venti appartenevano alla comunità di Venezia (83,33%) e quattro alla comunità di Lendinara (16,66%). Si nota una notevole, eccessiva sproporzione, che continuerà fino alla fine di quella casa nel 1896. P. Antonio, come preposito, aveva vestito l’abito dell’Istituto il 14 luglio 1838 e aveva emesso i voti il giorno dopo, il 15, con suo fratello Marco, di modo da poter ricevere i voti dei confratelli essendo diventato prima lui stesso religioso Cavanis.

I membri della comunità di Venezia incluso P. Marco, vestirono l’abito il 15 luglio 1838 ed emisero la professione dei voti lo stesso giorno; i membri della comunità di Lendinara fecero lo stesso il 4 ottobre 1838, dopo la fine dell’anno scolastico, perché non potevano abbandonare tutti la casa durante l’anno scolastico.

La tabella che segue illustra in maniera più dettagliata possibile la situazione completa alla fine del 1838, con un seminarista in più rispetto alla data dell’erezione canonica.

Cinque giovani religiosi che appartenevano alla comunità, fra i quali un diacono, candidato al presbiterato, tre seminaristi e un fratello laico, erano già morti prima dell’erezione canonica, nel periodo 1832-1836. Non hanno quindi provato la gioia – su questa terra – d’indossare l’abito della congregazione né di professarne i voti, ma ad ogni modo, li si considera ufficiosamente confratelli defunti, infatti li si ritrova nel necrologio ufficiale.

P. Marco scrisse per ciascuno di loro, e per altri quattro giovani religiosi Cavanis deceduti in seguito, dopo la loro santa morte, una “lettera di necrologio” molto bella e commovente, quasi un panegirico, che inviò ai confratelli dell’altra casa a Lendinara. Sono nove lettere molto importanti, testimonianze edificanti, seppur prolisse e retoriche, di carattere un po’ agiografico secondo le abitudini dell’epoca. Si possono leggere con vero profitto spirituale (in italiano antico) nell’Epistolario (voll. 3; 6) Si suggerisce anche di leggere il commento che ne fa P. Aldo Servini alle pagine 427-428 del terzo volume dell’Epistolario.

La tabella che segue ha il vantaggio di ricordare la situazione della Congregazione ai suoi inizi formali in qualità di congregazione di diritto pontificio; ma ha anche lo scopo di presentarci quelli che furono i collaboratori dei venerabili fratelli Cavanis; quelli allora che saranno i protagonisti della storia dell’Istituto soprattutto durante la seconda metà del XIX secolo e di cui si tratterà spesso nel corso di questa storia. 

Li si trova qui, nel 1838, quasi tutti molto giovani, il che è sorprendente per noi dell’attuale generazione Cavanis, dato che siamo abituati a vederli già uomini maturi nei ritratti (Casara per esempio), anziani (Traiber) o davvero in là con gli anni (i Fondatori, Spernich, Da Col). Qui ci sono P. Casara a 28 anni, nel pieno delle sue forze, giovane prete, a 20 anni P. Giuseppe Da Col, colui che più avanti governerà la Congregazione fino agli inizi del secolo seguente, qui ancora seminarista all’inizio della sua formazione. Fra loro ci sono dei sant’uomini davvero pieni di alte virtù cristiane, religiose e anche Cavanis, fra cui tre dei futuri prepositi generali: i padri Casara (terzo preposito), Traiber (quarto preposito) e Da Col (sesto preposito), che occuparono successivamente per 43 anni il posto di preposito dal 1852 al 1900. P. Vittorio Frigiolini, il secondo preposito, che entrò nella congregazione più tardi, nel 1844, e P. Domenico Sapori, il quinto preposito, entrato tra il 1849 e il 1851, mancano naturalmente nella tabella in questione.

Per noi umili Cavanis del XXI secolo, essi sono tutti, con i nostri fondatori in testa, i nostri padri e fratelli, i nostri antenati nella fede cristiana, nella santità e nel carisma Cavanis. Ci spetta conservarne e coltivarne il ricordo, imitarli, studiare le loro vite, le loro opere e i loro scritti, pregarli e/o pregare per loro

Tabella: religiosi e seminaristi Cavanis alla fine del 1838, cinque mesi dopo l’erezione canonica dell’Istituto Cavanis

Nome

Data di nascita

Età nel 1838

Luogo di nascita

Entrata in Istituto

Prete/Laico/

Seminarista

nel 1838

Ufficio o posizione nel 1838

Osservazioni

P. Anton’Angelo Cavanis

16.1.1772

67

Venezia

fondatore

Religioso, sacerdote

Preposito e insegnante, a Venezia

Morto il 12.3.1858 a 86 anni

P. Marcantonio Cavanis

19.5.1774

65

Venezia

fondatore

Religioso, sacerdote

Vicario, procuratore e insegnante, a Venezia

Morto l’ 11.10.1853 a 79 anni

P. Giovanni Luigi Paoli

15.5.1811

31

Venezia

31.7.1824

Religioso, sacerdote

Maestro dei novizi e insegnante a Venezia

Morto il 24.5.1886 a 75 anni

P. Pietro Spernich

11.9.1798

41

Venezia

17.8.1820

Religioso, sacerdote

Insegnante, a Lendinara

Morto il 20.5.1872 a 73 anni

P. Matteo Voltolini

1800

38

Grigno, Trento

17.8.1820

Religioso, sacerdote

Insegnante, a Lendinara

Morto il 15.6.1847 a circa 47 anni (uscito nel 1846 per motivi di salute)

P. Giovanni Battista Traiber

27.1.1803

34

Zoldo, Belluno

13.6.1824

Religioso, sacerdote

Insegnante, a Lendinara

Morto il 24.2.1872 a 69 anni

P. Sebastiano Casara

15.5.1811

28

Venezia

8.9.1828

Religioso, sacerdote

insegnante, a Venezia

Morto il 9.4.1898 a 86 anni

P. Giuseppe Marchiori

7.5.1814

25

Venezia

1.3.1828

Religioso, sacerdote

insegnante, a Venezia

Morto il 13.12.1856 a 42 anni.

P. Angelo Minozzi

1812

~27

Piove di Sacco, Padova

14.7.1825

Religioso, sacerdote

Incaricato di vari servizi, a Venezia

Morto il 21.2.1840 a circa 28 anni.

Pellegrino Voltolini

~1805

33

Tezze di Grigno, Trento

31.10.1821

Chierico, vestizione

studente, a Venezia

Uscito di sua iniziativa nel 1841; dimesso l’ 8.11.1842. Divenuto in seguito cappuccino laico.

Giovanni Battista Giovannini

Aprile 1819

19

Piné, Trento

13.11.1832

Chierico, ordini minori

studente, a Venezia

Morto il 13.1.1841 a soli 22 anni.

Giuseppe Rovigo

5.10.1817

22

Grigno, Trento

1.11.1828

Chierico, vestizione

studente, a Venezia

Morto il 31.10.1892 a 75 anni.

Giuseppe Da Col

21.1.1819

20

Venezia

19.5.1832

Chierico, vestizione

studente, a Venezia o Lendinara

Morto il 17.12.1902 a 83 anni.

Antonio Spessa

6.9.1817

22

Altivole, Treviso

22.12.1831

Seminarista, vestizione

studente, a Venezia

Morto il 18.11.1839 a 22 anni.

Odorico

Parissenti

~1810

28

Udine

9.12.1833

Seminarista, vestizione

studente, a Venezia

Uscito il 30.11.1841

Alessandro Scarella

1813

26

Vicenza

2.11.1831

Seminarista, vestizione

studente, a Venezia

Morto il 25.11.1849

Giuseppe Magosso o Magozzo

~1816

22

Lusia, Rovigo

31.10.1835

Seminarista, vestizione

studente, a Venezia

Uscito prima del 1846. Era ancora in Congreg. Il

5.3.1842. Nessuna notizia nei documenti.

Guglielmo Gnoato

18.8.1819

20

Venezia

10.4.1837

Seminarista, vestizione

studente, a Venezia ou a Lendinara

Uscito il 12.8.1842.

Bartolomeo Courtailliac

~1821

17

Venezia

3.5.1838

Seminarista

studente, a Venezia

Entrato il 3.5.1838;

Uscito 15.7.1839

Pietro Rossi

25.10.1797

42

Venezia

1.8.1822

Religioso,

Fratello laico

Servizi di comunità, a Venezia

Morto il 2.8.1870

Cristiano Sannicolò

~1810

28

Terragnolo, Trento

31.10.1832

Fratello laico

Servizi di comunità a Venezia

Uscito 9.3.1842

Pietro Pezzetta

~1813

25

Venezia

4.11.1837

Fratello laico

Servizi di comunità, a Venezia

Uscito il 17.5.1841

Domenico Ducati

20.6.1815

24

Trento

14.9.1838

Religioso,

Fratello laico

Servizi di comunità, a Venezia

Morto nel 31.10.1843 a 28 anni

Michele Zambetti

~1816

22

Piangaiano, Bergamo

29.12.1838

Fratello laico

Servizi di comunità, a Venezia

Uscito 29.12.1838

Giovanni Dall’Agnola

~1810

28

Grigno, Trento

Marzo 1832

Religioso,

Fratello laico, a Lendinara

Servizi di comunità, a Venezia

Uscito 17.9.1842

Legenda

Morto = è rimasto fedele in congregazione sino alla morte.

Fratello laico = avevano fatto la vestizione nel 1838, ma sembra che non avessero ancora professato i voti.

Uscito (dalla congregazione) = non sempre si sa se il seminarista è uscito dalla congregazione di sua iniziativa o se sono stati i superiori.

Trento, Treviso ecc. = Le provincie italiane attuali

Erano già deceduti prima del 16 luglio1838, fedeli all’Istituto:

Nome

Data di nascita

Età alla morte

Luogo di nascita

Entrata in Istituto

Prete/Laico/

N

Nome

Diacono Angelo Battesti

17.1.1807

(morto a 24 anni)

Guagno, Ajaccio, Corsica, Francia

19.11.1825

Diacono

insegnante

Morto il 9.1.1832 ( primo defunto nell’Istituto)

Giuseppe Scarella

10.4.1803

(morto a 30 anni)

Vicenza

19.7.1831

Seminarista

studente

Morto il 15.11.1833

Bartolomeo Giacomelli

10.4.1809

24

Altivole, Treviso

4.2.1834

Seminarista

studente

Morto il 3.2.1834

Francesco Minozzi

11.4.1814

(morto a 31 anni)

Piove di Sacco, Padova

3.11.1825

Seminarista, ostiario e lettore

studente

Morto il 14.8.1835

Francesco Dall’Agnola

7.10.1801

(morto a 35 anni)

Grigno, Trento

?

Fratello laico

Servizi di comunità

Morto il 8.10.1836

4.2 Lista dei religiosi e seminaristi Cavanis il 10 settembre 1841

4.2.1 Sacerdoti nella casa di Venezia

  • P. Anton’Angelo Cavanis (Preposito e rettore)
  • P. Marcantonio Cavanis
  • P. Matteo Voltolini (prefetto delle scuole)
  • P. Giovanni Paoli
  • P. Giuseppe Marchiori
  • P. Sebastiano Casara
  • Don Pietro Maderò
  • P. Federico Bonlini (aggregato alla Congregazione)

4.2.2 Sacerdoti nella casa di Lendinara

  • P. Giovanni Battista Traiber (rettore)
  • P. Pietro Spernich
  • Don Giuseppe Zambelli (aggregato alla Congregazione)

4.2.3 L’Istituto femminile nel 1841

Lo stesso documento ci informa che l’Istituto femminile comprendeva nel 1841 una comunità di ventisei “pie donne”, che di quelli di educatrici e insegnanti e di centoventi “periclitanti donzelle”, cioè ragazze in pericolo di prendere una cattiva strada per via della miseria estrema delle loro famiglie: la strada della prostituzione.

Tabella: religiosi e seminaristi Cavanis il 12 novembre 1856

Nome

Date di nascita e di professione

Età nel 1856

Luogo di nascita

Entrata in Istituto

Sacerdote /Fratello/

Seminarista

nel 1856

Ufficio o posizione nel 1856

Osservazioni

P. Anton’Angelo Cavanis

16.1.1772

14.7.1838

84

Venezia

Fondatore

Religioso, sacerdote

Fondatore

Morto il 12.3.1858

P. Sebastiano Casara

15.5.1811

15.7.1838

45

Venezia

8.9.1828

Religioso, sacerdote

Preposito, insegnante, a Venezia

Morto il 9.4.1898

P. Pietro Spernich

11.9.1798

29.10.1838

58

Venezia

17.8.1820

Religioso, sacerdote

Insegnante, a Lendinara

Morto il 20.5.1872

P. Giovanni Paoli

25.3.1808

15.7.1838

48

Venezia

31.7.1824

Religioso, sacerdote

insegnante, a Venezia

Morto il 24.5.1886

P. Giovanni Battista Traiber

27.1.1803

29.10.1838

53

Zoldo nel Bellunese

13.6.1824

Religioso, sacerdote

Rettore e insegnante, a Lendinara

Morto il 24.2.1872

P. Giuseppe Marchiori

5.7.1814

15.7.1838

42

Venezia

1.3.1828

Religioso, sacerdote

insegnante, a Venezia

Morto il 13.12.1856

P. Giuseppe Rovigo

5.11.1817

1.2.1843

39

Grigno, nel Tirolo

1.11.1828

Religioso, sacerdote

insegnante, a Venezia

Morto il 31.10.1892

P. Giuseppe Da Col

21.1.1819

1.2.1843

37

Venezia

19.5.1832

Religioso, sacerdote

insegnante, a Venezia

Morto il 17.12.1902

P. Gianfrancesco Mihator

26.2.1821

≈ 1845

35

Venezia

14.10.1853

Religioso, sacerdote

insegnante, a Venezia

Morto il 29.11.1877

P. Antonio Fontana

20.7.1824

13.6.1853

32

Stenico nel Tirolo

16.8.1846

Religioso, sacerdote

insegnante, a Venezia

Morto il 22.5.1886

Don Giuseppe Bassi

11.4.1832

13.6.1853

24

Vattaro nel Tirolo

5.9.1847

Studente, sacerdote

Insegnante, a Lendinara

Morto il 3.6.1905

Don Vincenzo Brizzi

11.4.1833

13.6.1853

23

Porretta nel Bolognese

9.12.1850

Studente, sacerdote

Insegnante, a Lendinara

Morto il 13.1.1876

Nicolò Morelli

28.11.1821

28.11.1857

35

Canezza nel Tirolo

7.8.1855

Novizio

Insegnante, a Lendinara

Morto il 31.7.1880

Domenico Sapori

16.10.1831

25.3.1854

22

Vergato nel Bolognese

3.10.1851

Studente

a Venezia

Morto il 6.2.1894

Giovanni Chiereghin

7.5.1839

16.1.1859

17

Venezia

15.8.1856

Novizio

a Venezia

Morto il 5.11.1905

Giovanni Fanton

20.7.1836

20.10.1858

20

Venezia

16.7.1856

Novizio

a Venezia

Morto il 1.2.1908

Pietro Rossi

25.10.1797

59

Venezia

1.8.1822

Religioso,

Fratello laico, a Lendinara

Servizi di comunità, a Venezia

Morto il 2.8.1870

Giovanni Avi

17.7.1821

35

Pergine nel Tirolo

1.2.1843

Religioso,

Fratello laico, a Venezia

Servizi di comunità, a Venezia

Morto il 8.1.1863

Angelo Facchinelli

2.4.1818

13.6.1853

38

Vattaro nel Tirolo

13.12.1843

Religioso,

Fratello laico, a

Servizi di comunità, a Lendinara

Dimesso il 14.3.1864

Giovanni Cherubin

15.4.1808

13.6.1853

48

Cavazzale nel Vicentino

31.1.1848

Religioso,

Fratello laico, a

Servizi di comunità, a

Morto il 29.4.1877

Luigi Armanini

9.2.1819

sconosciuta

37

Stenico nel Tirolo

21.7.1851

Religioso,

Fratello laico, a

Servizi di comunità, a

Morto il 6.10.1870

Francesco Avi

10.6.1830

13.6.1853

26

Pergine nel Tirolo

11.4.1850

Religioso,

Fratello laico, a

Servizi di comunità, a

Morto il 1.12.1886

Giambattista Giacomelli

3.6.1830

26

Vattaro nel Tirolo

9.8.1852

Religioso,

Fratello laico, a

Servizi di comunità, a

Uscito

Legenda

Morto = è rimasto fedele in congregazione sino alla morte.

Uscito (dalla congregazione) = non sempre si sa se il seminarista è uscito dalla congregazione di sua iniziativa o se sono stati i superiori a dimetterlo.

Trento, Treviso ecc. = Le provincie italiane attuali

Tabella: religiosi e seminaristi Cavanis il 1° novembre 1864

Cognome e nome

nascita

funzione

notizie

Sacerdoti

   

Traiber Giambattista

1803.27.1

Preposito

Venezia

Spernich Pietro

1798.11.9

Maestro

Lendinara

Paoli Giovanni

1808.25.3

Maestro

Venezia

Casara Sebastiano

1811.15.5

Maestro

Venezia

Rovigo Giuseppe

1817.5.11

Maestro

Venezia

Dal Col Giuseppe

1819.21.1

Lavoro in Possagno

Possagno

Mihator Gianfrancesco

1821.26.2

Catechista

Lendinara

Fontana Antonio

1824.20.7

Maestro

Venezia

Bassi Giuseppe

1832.11.4

Rettore in Lendinara

Lendinara

Brizzi Vincenzo

1833.11.4

Maestro

Lendinara

Sapori Domenico

1831.16.10

Maestro

Possagno

Morelli Nicolò

1821.20.11

Maestro

Possagno

Fusarini Tito

1812.6.12

Maestro

Venezia

Fanton Giovanni

1836.20.7

Maestro

Venezia

Chiereghin Giovanni

1839.7.5

Maestro

Venezia

Chierici

(10 professi, 2 novizi)

  

Bolech Francesco

1831.28.12

Studente

Noviz/stud.Possagno

+ Piva Domenico

1838.21.2

Studente

defunto

Ghezzo Giovanni

1841.13.5

Studente

Uscito poco dopo

Ghezzo Gian-Tomaso

1841.11.12

Studente

Noviz/stud.Possagno

Berlese Andrea

1820.2.5

Studente

Noviz/stud.Possagno

Sartori Giuseppe

1843.5.9

Studente

Uscito poco dopo

Ferrari Augusto

1844.16.8

Studente

Uscito poco dopo

Gretter Narciso

1842.8.1

Studente

Noviz/stud.Possagno

Piva Domenico Luigi

1842.30.1

Studente

Noviz/stud.Possagno

Larese Giambattista

1845.17.3

Studente

Noviz/stud.Possagno

Marini Michele

1844.21.1

Studente

Uscito nel 1887

Ocner Fiorenzo

1845.9.7

Studente

Uscito poco dopo

Laici (2 a Lendinara, 2 a Possagno)

   

Rossi Pietro

1797.25.10

Vari servizi

(prob. a Lendinara)

Cherubin Giovanni

1808.15.4

Vari servizi

 

Armanini Luigi

1819.9.2

Vari servizi

 

Avi Francesco

1830.10.6

Vari servizi

(prob. a Lendinara)

Toller Francesco

1838.11.11

Vari servizi

 

Barbaro Giacomo

1844.26.3

Vari servizi

Novizio laico

Lutteri Francesco

1821.18.1

Vari servizi

 

Sighel Pietro

1835.9.9

Vari servizi

Novizio laico

4.3 Lista dei religiosi sacerdoti Cavanis nel febbraio 1868

4.3.1 Casa di Venezia

  • P. Sebastiano Casara (Preposito e rettore)
  • P. Tito Fusarini
  • P. Giovanni Paoli
  • P. Giuseppe Rovigo
  • P. Giovanni Francesco Mihator
  • P. Giovanni Fanton
  • P. Giovanni Chiereghin
  • [P. Giuseppe Da Col]

4.3.2 Casa di Lendinara

  • P. Giovanni Battista Traiber (recteur)
  • P. Pietro Spernich
  • P. Vincenzo Brizzi

4.3.3 Casa di Possagno

  • P. Giuseppe Da Col
  • P. Domenico Sapori

4.4 Lista dei religiosi sacerdoti Cavanis il 12 marzo 1877

4.4.1 Comunità di Venezia

  • Sebastiano Casara, Preposito e superiore locale
  • Tito Fusarini, vicario
  • Giovanni Paoli
  • Giuseppe Rovigo
  • Giovanni Francesco Mihator
  • Antonio Fontana
  • Giuseppe Bassi
  • [Domenico Sapori]
  • Giovanni Fanton
  • Giovanni Chiereghin
  • Andrea Berlese
  • Michele Marini

4.4.2 Comunità di Lendinara

  • Giovanni Battista Larese
  • Giuseppe Miorelli

4.4.3 Comunità di Possagno

  • Giuseppe Da Col
  • Domenico Sapori

4.5 Numero dei religiosi preti il 16 aprile 1886

Il patriarca di Venezia, cardinal Domenico Agostini, in una lettera a P. Sapori, a proposito delle nuove costituzioni, parla di diciannove preti Cavanis che avevano firmato una lettera indirizzata a lui stesso. Non si sa se questa lettera era solo un rapporto di maggioranza, o se bisogna aggiungervi i tre preti della minoranza e dell’opposizione.

4.6 Lista dei patriarchi di Venezia ai tempi della Congregazione

  • 27 novembre 1758 – 23 dicembre 1775:
    
Giovanni Bragadin (1699 – 1775)

  • 20 maggio 1776 – 10 gennaio 1800:
    
Federico Maria Giovanelli (1726 – 1800)

  • 23 dicembre 1801 – 29 febbraio 1804: 

    Ludovico Flangini (1733 – 1804)

  • 1804 – 1807:
    
Sede vacante

  • 24 agosto 1807 – 21 ottobre 1808: 

    Nicolò Saverio Gamboni (1746 – 1808)

  • 1808 – 1811: 

    Sede vacante

  • 1811 – 1813: 

    [Stefano Bonsignori] 
(patriarca nominato illegalmente da Napoleone I)

  • 1813 – 1816: 

    Sede vacante

  • 23 settembre 1816 – 18 settembre 1819:
    
Francesco Maria Milesi (1744 – 1819)

  • 2 ottobre 1820 – 9 aprile 1827: 

    Ján Krstitel Ladislav Pyrker (1772 – 1847)

  • 9 aprile 1827 – 25 aprile 1851: 

    Jacopo Monico (1776 – 1851)

  • 15 marzo 1852 – 9 aprile 1857: 

    Giovanni-Pietro-Aurelio Mutti (1775 – 1857)

  • 15 marzo 1858 – 24 settembre 1861: 

    Angelo Ramazzotti (1800 – 1861)

  • 7 aprile 1862 – 28 aprile 1877: 

    Giuseppe Luigi Trevisanato (1801 – 1877)

  • 22 giugno 1877 – 31 dicembre 1891: 

    Domenico Agostini (1825 – 1891)

  • 15 giugno 1893 – 4 agosto 1903: 

    Giuseppe Melchiorre Sarto (1835 – 1914), 
poi eletto papa sotto il nome di Pio X: Santo.

  • 13 marzo 1904 – 24 novembre 1914:
    
Aristide Cavallari (1849 – 1914)

  • 5 marzo 1915 – 9 luglio 1935:
    
Pietro La Fontaine (1860 – 1935)

  • 16 dicembre 1935 – 1° ottobre 1948: 

    Adeodato Giovanni Piazza (1884 – 1957)

  • 5 febbraio 1949 – 28 dicembre 1952:
    Carlo Agostini (1888 – 1953)

  • 15 gennaio 1953 – 28 ottobre 1958: 

    Angelo Giuseppe Roncalli (1881 – 1963), poi eletto 
papa sotto il nome di Giovanni XXIII. Santo.

  • 11 novembre 1958 – 17 settembre 1969: 

    Giovanni Urbani (1900 – 1969)

  • 15 dicembre 1969 – 26 agosto 1978:
    
Albino Luciani (1912 – 1978), poi eletto papa sotto il 
nome di Giovanni Paolo I, beato dal 4 settembre 2022,

  • 7 dicembre 1978 – 5 gennaio 2002: 

    Marco Cè (1925 – 2014)

  • 5 gennaio 2002 – 28 giugno 2011: 

    Angelo Scola (nato nel 1941, vivente)

  • dal 31 gennaio 2012: 

    Francesco Moraglia (nato nel 1953, vivente)

4.7 Lista dei vescovi della diocesi di Adria (Adria-Rovigo) ai tempi della casa Cavanis di Lendinara

  • Antonio Maria Calcagno (19 dicembre 1834– 8 gennaio 1841)
     
  • Bernardo Antonino Squarcina † (27 gennaio 1842– 22 dicembre 1851)

  • Giacomo Bignotti (27 settembre 1852– 7 marzo 1857)
  • Camillo Benzon (27 settembre 1858– 10 dicembre 1866)

  • Pietro Colli (27 marzo 1867– 30 ottobre 1868)

  • Sede vacante (1868-1871)

  • Emmanuele Kaubeck (27 ottobre 1871– 31 agosto 1877)

  • Giovanni Maria Berengo (31 dicembre 1877– 12 maggio 1879)

  • Giuseppe Apollonio † (12 maggio 1879– 25 settembre 1882)

  • Antonio Polin † (25 settembre 1882– 18 maggio 1908)

4.8 Lista dei vescovi della diocesi di Treviso nei tempi della Congregazione Cavanis

  • Sebastiano Soldati † (18 maggio 1829– 10 dicembre 1849)

  • Beato Giovanni Antonio Farina † (30 settembre 1850– 28 settembre 1860)
     
  • Federico Maria Zinelli † (30 settembre 1861– 24 novembre 1879)

  • Giuseppe Callegari † (27 febbraio 1880– 25 settembre 1882)

  • Giuseppe Apollonio † (25 settembre 1882– 12 novembre 1903)

  • Beato Andrea Giacinto Longhin, O.F.M.Cap. † (13 aprile 1904– 26 giugno 1936)

  • Antonio Mantiero † (24 agosto 1936– 15 febbraio 1956)

  • Egidio Negrin † (4 aprile 1956– 15 gennaio 1958)

  • Antonio Mistrorigo † (25 giugno 1958– 19 novembre 1988)

  • Paolo Magnani (19 novembre 1988– 3 dicembre 2003)

  • Andrea Bruno Mazzocato (3 dicembre 2003– 20 agosto 2009)

  • Gianfranco Agostino Gardin, O.F.M.Conv. (18 dicembre 2009-6 luglio 2019)

  • Michele Tomasi (dal 6 luglio 2019).

4.9 Lista degli arcivescovi dell’arcidiocesi di Lucca nei tempi della Congregazione Cavanis

  • Arturo Marchi † (29 aprile 1910– 4 febbraio 1928)

  • Antonio Torrini † (15 giugno 1928– 20 gennaio 1973)

  • Enrico Bartoletti † (20 gennaio 1973 – 25 marzo 1973)

  • Giuliano Agresti † (25 marzo 1973– 18 settembre 1990)

  • Bruno Tommasi † (20 marzo 1991– 22 gennaio 2005)

  • Benvenuto Italo Castellani, (22 gennaio 2005 – 19 gennaio 2019 )

  • Paolo Giulietti (dal 19 gennaio 2019)

4.10 Lista dei papi nei tempi della Congregazione Cavanis

Nome del papa

Nome personale

Date del pontificato

Rapporti con la Congregazione

249

Clemente XIV

Giovanni Ganganelli

19.05.176922.09.1774

Tempi della nascita dei fondatori

250

Pio VI

Giovanni Braschi

15.02.177529.08.1799

 

251

Pio VII

Barnaba Chiaramonti

14.03.180020.08.1823

Eletto papa a Venezia. La sua elezione è citata e descritta nel diario della giovinezza dei fondatori. Il 4 aprile 1817 donò all’Istituto Cavanis il prezioso palazzo Ca’ Corner de la Regina.

252

Leone XII

Annibale della Genga

28.09.1823 – 10.02.1829

8.3.1828 – Lettera di lode («Decretum laudis») all’Istituto e ai due fratelli.

253

Pio VIII

Francesco Saverio Castiglioni

31.03.1829 – 01.03.1830

 

254

Gregorio XVI

Bartolomeo Alberto (nome di religioso camaldolese: Mauro) Cappellari

02.02.1831-01.06.1846

Nato nella repubblica di Venezia. Conosceva e stimava i due fondatori. Approvò l’Istituto e le sue costituzioni.

255

Beato Pio IX

Giovanni Maria Mastai Ferretti

16.06.1846 – 07.02.1878

Il 20.1.1877 invia uno scritto autografo prezioso con il quale benedice la Congregazione.

256

Leone XIII

Vincenzo Gioacchino Pecci

20.02.1878 – 20.07.1903

Inviò una benedizione apostolica alla comunità di Lendinara nel 1881.
Approvò le costituzioni rinnovate e completate del 1891.

257

San Pio X

Giuseppe Melchiorre Sarto

04.08.1903 – 20.08.1914

Patriarca di Venezia. Amico dell’Istituto, con cui mantenne rapporti anche dopo l’elezione a papa.

258

Benedetto XV

Giacomo della Chiesa

03.09.1914 – 22.01.1922

 

259

Pio XI

Achille Ratti

06.02.1922 – 10.02.1939

Riceve nel 1925 il processo di beatificazione di livello diocesano di Venezia sui PP. fondatori. Nel 1929 riceve in undienza particolare allievi, ex-allievi e relgiosi dell’Istituto. Approvazione degli emendamenti alle costituzioni del 1930.

260

Pio XII

Eugenio Pacelli

02.03.1939 – 09.10.1958

Donazione della casa Cavanis di Roma.

261

San Giovanni XXIII

Angelo Giuseppe Roncalli

28.10.1958 – 03.06.1963

Già patriarca di Venezia. Buon amico ed estimatore dell’Istituto.

262

Beato Paolo VI

Giovanni Battista Montini

21.06.1963 – 06.08.1978

Approvazione delle Costituzioni e Direttorio « ad experimentum » del 1971.

263

Beato Giovanni Paolo I

Albino Luciani

26.08.1978 – 28.09.1978

Patriarca di Venezia, in ottimo rapporto con l’Istituto.

264

San Giovanni Paolo II

Karol Józef Wojtyła

16.10.1978 – 02.04.2005

Approvazione delle Costituzioni del 1981. Decreto dell’eroicità delle virtù dei Fondatori, 1985.

265

Benedetto XVI

Joseph Alois Ratzinger

19.04.2005 – 28.02.2013

Approvazione delle Costituzioni Cavanis del 2008.

266

Francesco

Jorge Mario Bergoglio

13.03.2013 – * * *

 

5. La casa di Venezia 1820-2020

Della casa di Venezia, come casa madre dell’Istituto (e anche scuola madre, chiesa madre), si è detto parecchio nei capitoli precedenti, perché l’origine, lo sviluppo, i successi e le difficoltà di questa casa sono inscindibili dalla vita e dalle opere dei Fondatori, e poi di P. Sebastiano Casara, di cui si parlerà nei capitoli successivi.

Basta ricordare qui che nei primi venti anni circa non c’è una casa, né una comunità, ma una serie di opere; la casa come tale, cioè come comunità religiosa che si occupa delle opere, e anche come edificio, comincia ad esistere dal 27 agosto 1820, festa di San Giuseppe Calasanzio, quando P. Antonio Cavanis, con quattro compagni e discepoli, dopo aver lasciato, il primo, il palazzo paterno, si stabiliscono in una modestissima abitazione sita di fronte al palazzo delle scuole, in fondamenta dei Arsenaloti. Li raggiungerà nel 1832 P. Marco.

Durante questo primo ventennio, P. Antonio aveva compreso qual era la sua vera vocazione e, consacrato prete il 21 marzo 1795, si dedicava a opere di carità, soprattutto a bambini e giovani. 

Dopo aver cominciato nella cappella del crocifisso la sua attività di pastorale giovanile, con un gruppo di nove giovani (2 maggio 1802), aveva rinunciato a dare lezioni gratuite a casa sua a giovani bisognosi, come faceva da anni (dal 1797, come “scuola domestica”), e aveva preso in affitto una stanza in una casa sita in parrocchia di san Trovaso, per iniziare una scuola in senso stretto (1° gennaio 1804); ma circa due anni dopo (16 luglio 1806) i due benedetti fratelli, dato l’aumento degli allievi, avevano stipulato il contratto di acquisto del palazzo da Mosto sulla fondamenta di S. Agnese, in vicinanza della chiesa omonima e, avendolo adattato come scuola, dividendo gli ambienti; forse addirittura dividendo in due con soppalchi il “piano nobile”, avevano cominciato la scuola Cavanis in modo più formale. Questa scuola continua ancora oggi.

Nel 1808 avevano dato  inizio all’istituto femminile e nello stesso anno a una scuola professionale o di avviamento al lavoro mediante l’apertura di una tipografia, a fianco del palazzo delle scuole.

Tutte queste attività erano condotte dai due fratelli, che rimanevano nel loro palazzo natale come abitazione; P. Antonio dedicava ormai alla pastorale giovanile e specialmente alla scuola tutto il suo tempo libero dalle occupazioni liturgiche e di pastorale generica quale prete (probabilmente prete non titolato) della parrocchia di S. Agnese fino al 1810 e poi in quella (con lo stesso territorio e popolo) di S. Maria del Rosario fino al 1820. Era stato membro del clero diocesano di quella parrocchia per 25 anni; e si considerarà lungamente tale anche in seguito.

Marco Cavanis, laico fino al 1805, svolgeva la sua professione nell’orario di ufficio come segretario, in palazzo ducale; e il tempo libero lo passava aiutando il fratello e le sue opere di educazione. Dopo ordinato sacerdote (20 dicembre 1805) e fino al 1832, don Marco apparteneva al clero della parrocchia suddetta come il fratello, e abitava con lui e con la madre nel palazzo natale. Don Marco rimase prete diocesano della parrocchia di S. Agnese e poi dei S. Maria del Rosario per per 27 anni.

Le opere dei Cavanis erano sostenute soprattutto dai due fratelli; ma, a mano a mano, essi avevano ricevuto l’aiuto di altri sacerdoti e laici, a volte in modo gratuito (come nel caso di don Federico Bonlini e di don Andrea Salsi) a volte mediante il pagamento di uno stipendio ai professori, preti e laici, e ad altri collaboratori. I due fratelli compresero che questo grande complesso di opere non poteva continuare con questo gruppo informale di persone caritatevoli e dotate di buona volontà: bisognava organizzare una comunità formalizzata e specializzata in quest’opera pastorale.

La situazione cambia allora con l’approvazione dell’Istituto, che si chiamerà Cavanis, da parte del governo imperiale austriaco (12 ottobre 1818; ma non era ancora il decreto regio che arrivò il 19 giugno 1819) e da parte del patriarca Francesco Maria Milesi, il 19 giugno 1819 per l’istituto maschile delle Scuole di Carità e il 16 settembre dello stesso anno per il ramo femminile, chiamato delle Maestre delle Scuole di Carità.

L’Istituto femminile aveva già la sua sede, di cui si parlerà lungamente, alle “Romite”; occorreva ora una sede per l’Istituto maschile.  Lo faranno acquistando i piccoli edifici che, insieme, costituiranno ciò che era chiamato la “casetta”. Si trovano tracce di pratiche e corrispondenza a riguardo dell’acquisto dell’immobile sia nelle lettere del fondo dei fondatori per il febbraio 1820 che nei carteggi di curia.

Si inaugurò la casetta per l’abitazione della comunità, con la benedizione del parroco di S. Maria del Rosario, e vi entrarono ad abitare P. Anton’Angelo assieme al chierico Pietro Spernich, ai seminaristi Matteo Voltolini e Angelo Cerchieri e al fratello laico Pietro Zalivani (i famosi primi quattro) nella festa di S. Giuseppe Calasanzio. La comunità valeva anche per primo noviziato dell’Istituto. Esisteva anche, a partire dal 1823 (vedi sopra) un piccolo codice di regole per la comunità e per l’ambiente di formazione. Dette regole saranno poi accresciute e formalizzate, in qualche modo, nel 1831; ancora però ancora manoscritte.

La vita della casa di Venezia dell’Istituto era molto semplice: la comunità viveva come comunità di religiosi, con le pratiche religiose, le refezioni in comune, i momenti di ricreazione e quelli, più frequenti, di silenzio, e il grande silenzio nella serata e di notte. Di giorno. P. Antonio e anche gli altri membri della comunità passavano il “ponte dei frati”, in legno, che univa le due fondamente, e si recavano a far scuola e in genere all’attività educativa nel palazzo delle scuole, dall’altra parte del rio di S. Agnese.

Continuava la schermaglia con le autorità via via francesi e austriache che, se nella persona dell’imperatore d’Austria (che aveva visitato l’istituto Cavanis una seconda volta nel 1819), nel viceré e in altri presentava l’aspetto paterno e paternalista dell’impero, dall’altra l’apparato burocratico tentava in tutti i modi di controllare, spiare, rendere impossibile la vita e l’educazione. Le Scuole di Carità non rientravano nello schema mentale della società veneziana e austriaca, della burocrazia imperiale e della macchina statale, soprattutto perché non si accettava la scuola per i poveri praticata invece nella scuola e casa dei Cavanis.

In questo schema di lotta agro-dolce (più agra che dolce) entrano le infinite lettere, gli innumerevoli ricorsi, i viaggi a Milano e poi a Vienna (dal febbraio 1833) di P. Marco.

Nel 1834, come si vedrà, alla casa di Venezia si accompagnava una seconda casa con le Scuole di Carità: quelle di Lendinara nel Polesine.

Il 1935 fu l’anno del grande viaggio di P. Marco a Roma per l’approvazione delle Costituzioni e dell’Istituto stesso, viaggio che ebbe successo totale. Ma a Venezia le cose andavano avanti giorno per giorno nella scuola, nei cortili, nella chiesa nella preziosa monotonia del sacrificio quotidiano, svolto con passione, entusiasmo e amore, con la presenza costante di P. Antonio. Seguirono ancora giorni di gloria, particolarmente il 16 luglio 1838, con l’erezione canonica della congregazione, la pubblicazione del libro delle notizie e altri fatti notevoli.

Un’altra data importante per la casa di Venezia fu quando, il 27 novembre 1839 si acquistò all’asta, con gravissima spesa, la chiesa di S. Agnese, divenuta magazzino di legna da ardere dal 1810; e iniziò il lungo processo di restauro e in parte di ricostruzione che porterà il 15 agosto 1854 alla nuova dedicazione della chiesa.

Era avvenuto intanto, nel 1852, il passaggio del governo della piccola congregazione da P. Antonio Cavanis a P. Vittorio Frigiolini e poi al P. Sebastiano Casara.

La vita della comunità e delle scuole proseguiva normalmente, con grandi risultati educativi e prodigi di carità e di amore in favore dei bambini/e e giovani e ragazze, con l’interruzione eroica ma anche tragica della rivolta di Venezia contro l’Austria e con l’assedio della città nel 1848-49, durante e subito dopo della I guerra di indipendenza d’Italia. La II guerra di indipendenza dette origine al regno d’Italia, ma non arrivò a toccare il Veneto.

La III guerra d’indipendenza (1866), se per un lato fu preziosa per l’unione del Veneto, e di Venezia, al regno d’Italia, quasi completando l’unità della penisola e isole, per altro lato portò alla soppressione di tutti gli istituti religiosi maschili e femminili, che già prima si era realizzata nelle varie regioni italiane che venivano ricongiunte al Piemonte formando il nuovo regno. La cacciata degli austriaci e l’arrivo dell’apparato di stato italiano produssero come risultato anche l’incameramento dei beni degli stessi istituti religiosi del Veneto, e tra l’altro di tutti i beni dell’Istituto Cavanis. La casa di Venezia (come le altre due del resto, Lendinara e Possagno (dal 1857) perse tutti i suoi edifici e tutti i suoi beni, mobili e immobili, tra 1866 e 1867.

Il governo coraggioso e fermo, e inoltre molto competente e ostinato, di P. Sebastiano Casara, di cui si parlerà lungamente, riuscì a mantenere compatto l’istituto nella sua comunità religiosa e nelle sue opere, pur nella tempesta che si abbatteva su di loro. Riuscì in seguito a ricomprare il palazzo delle scuole, la casetta, il grande cortile dell’”Orto”, il piano del palazzo gotico, già casa natale dei fondatori e appartente all’istituto e perciò espropriato dallo stato italiano. Riottenne l’uso perpetuo della chiesa di S. Agnese. Inoltre pensò in grande, e dette inizio alla costruzione di nuovi edifici, per migliorare e ampliare l’opera.

5.1 La nuova casa di residenza della comunità di Venezia

P. Sebastiano Casara pensava da molto tempo a costruire una nuova residenza per la comunità di Venezia. Ne parlava con tutta chiarezza (tra l’altro) nei fogli delle sue riflessioni che mise in iscritto tra la sera del 30 novembre e la mattina del 1° dicembre 1856, quando in comunità si discuteva sulla possibilità di accettare l’apertura di una casa a Possagno, quindi già nel 1856. Giudicava infatti che l’antica e decrepita “casetta” fosse una “Casa angusta, bassa, melanconica, giudicata insalubre”. 

Cominciò una politica di acquisti di lotti non edificati, mappali e di piccoli edifici, prossimi o adiacenti al palazzo Da Mosto (delle Scuole), con l’intenzione di disporre di cortili per la ricreazione più vicini alle scuole; e dello spazio per un nuovo edificio di abitazione per la comunità. Meditava anche su una seconda “fabbrica”: una nuova ala per le scuole.

Fu così allora che, per esempio, che il 15 luglio 1868 riacquistò una casa a fianco delle scuole, che poi abbattè per produrre materiale di costruzione e per evere l’area per la costruzione; il 2 febbraio 1869 P. Casara ricuperò, ricomprandola all’asta, la casetta sita al n. 834 in Piscina Venier. 

Probabilmente si trattava della casetta poi distrutta e sulla cui area si è costruita la sede del noviziato nel 1904; casetta che corrisponde oggi all’edificio con numeri civici 834 A-B, con al pianterreno l’ingresso di servizio dell’Istituto e alla saletta e alla cappella di comunità al primo piano.

Analogamente, aveva acquistato altri lotti di terreno a fianco della chiesa di S. Agnese, quello che attualmente è il cortile tra chiesa e scuole (1871-72); altri terreni, corrispondenti a piccoli orti o vigne, li comprò nel 1880, nello spazio scoperto  che attualmente è il giardino.

Il cantiere per la costruzione della nuova abitazione della comunità Cavanis di Venezia era cominciato tra la fine del 1876 e l’inizio del 1877. Il 20 gennaio 1877, durante la grande festa per l’onomastico di P. Sebastiano Casara, erano stati già scavati i fossati e messe in opera delle fondamenta di tipo differente da quello tipico veneziano e fu posta la prima pietra di fondazione.

Nel 1879 si era arrivati alla costruzione almeno al grezzo del secondo piano, infatti, sul pianerottolo più alto, a livello del pavimento del corridoio del secondo piano, consistente in un solo pezzo di marmo di rosso di Verona, anche se è oggi (2020) molto consumato, si può leggere appunto questa data: 1879. All’inizio del 1881 si arriva finalmente a conchiudere il cantiere e a inaugurare e benedire la nuova casa di abitazione della comunità Cavanis di Venezia, in sostituzione dell’antica e cadente “casetta”.

All’inizio del 1881, dopo tanti anni di desideri e speranze, e anche di grave impegno di P. Sebastiano Casara e di tutti per reperire i fondi, la comunità di Venezia traslocò nella nuova abitazione. L’inaugurazione ufficiale avvenne il 20 gennaio 1881, ancora una volta in occasione della festa di S. Sebastiano, con la benedizione fatta dal patriarca, la cioccolata offerta ai presenti, il pranzo e tanti altri momenti di gioia e di festa.

I dettagli del passaggio dalla “casetta”, alla nuova casa sono descritti dettagliatamente nel Diario della Congregazione alla data del 20 gennaio1881. Si viene a sapere inoltre che la “casetta”, abbandonata dalla comunità, venne data in comodato gratuito ai padri Somaschi, che avevano dovuto chiudere il loro orfanotrofio alla Salute. 

Più tardi, nel suddetto Diario nei mesi di marzo a maggio 1884 si parla di un contratto tra Cavanis e Somaschi per la vendita della “casetta” agli stessi religiosi; si lascia chiaro tuttavia che il cortile (l’antico “Orto” degli inizi dell’Opera) rimane ad uso dei Cavanis per le ricreazioni dei ragazzi. Il contratto di compra-vendita della “casetta” venne stipulato il 10 giugno 1884, dopo varie vicende: la “casetta” fu comprata ancora una volta dall’Istituto Cavanis per £ 130.000, dal Banco S. Marco, che nel frattempo ne aveva acquistato la proprietà. Li aveva esortati all’acquisto l’amico don Luigi Orione, il 16 luglio 1919.

Il 4 ottobre 1881 la compagnia telefonica applica i fili del telefono ai muri delle scuole Cavanis di Venezia,ma non si dice (e non sembra) se l’Istituto ottenesse già in questa data di avere il telefono in casa, o se si tratta più probabilmente di un’installazione pubblica.

Della residenza per la comunità si era posta la prima pietra il 20 gennaio 1879, e si fece l’inaugurazione l’8 gennaio 1881. Sulla celebrazione della posa della prima pietra, si legga lungamente nelle pagine 117-118 del vol. IV DC. Risulta chiaro, dalla descrizione del rettangolo delle fondazioni, con due lati lunghi W-E e un lato corto da S a N (sono in realtà punti cardinali approssimati), che si tratta della sola fabbrica della nuova residenza della comunità, che si sarebbe completata l’8 gennaio 1881. 

Forse l’intenzione era di proseguire poi con l’ala nuova delle scuole, ma in questi due anni si era lavorato solo all’edificio della residenza della comunità. Di passaggio, il lato corto orientale del rettangolo delle fondazioni dell’edificio era quello ora adiacente al vano del piccolo ascensore che porta alla residenza attuale (2020 della comunità; il lato lungo settentrionale era quello che dà sul giardino della comunità; il lato lungo meridionale è prospiciente al cortile della chiesa.

La pietra di fondazione, probabilmente alla base della parete sud, potrebbe essere identificata con l’unica pietra d’Istria che spunta leggermente dal terreno. 

Prima della benedizione della prima pietra, si erano naturalmente scavate le fosse per le fondamenta, e, senza palificazione, forse data la grandezza dell’insula e data la distanza dai canali, si erano riempite queste fosse in parte di sassi grandi, poi di ghiaia, poi di uno strato di sabbia di pochi centimetri, evidentemente per pareggiare la superficie, poi di “scorzoni” di larice fissati tra loro con chiodi di legno duro (noce o olivo), sopra dei quali si era forse cominciato a porre la fabbrica in mattoni. A Venezia normalmente si considerava necessario cominciare un muro con alcuni corsi di pietra, per isolare la cortina muraria in cotto dall’umidità e dalla salsedine del terreno; tuttavia in questo caso sembra che ciò non si sia fatto. 

Quindi il lavoro per la casa nuova di comunità era cominciata due mesi prima (“poco men che due mesi”).

Effettivamente, nel quarto volume del Diario di Congregazione si trova tre volte la menzione dell’inizio dei lavori di sterro e di costruzione delle fondazioni: rispettivamente il primo dicembre 1876, il 5 dicembre 1876 (in lettera a Possagno al P. Da Col) e l’11 dicembre 1876 (in lettera al P. Larese, dandogli la notizia). Il più interessante è il testo del 1° dicembre, in cui P. Casara annota: “Scrivo al m.r Gian Battista Gaspardis, compiegandogli copia delle due lettere avute sul sussidio imperiale per la fabrica (vedi n. 58 del 1858 e nn. 2 e 29 del 1873). 

Gli narro brevemente come, acquistato il dì 8-5-73 il Palazzo della Scuola, e finalmente nel p.p. 8bre i tre pezzi di terreno non compresi in quell’acquisto, abbiamo cominciato a lavorare per la nuova Casa.” I lavori di sterro e di preparazione delle fondazioni erano cominciati dopo una data incerta di ottobre 1876 e più probabilmente poco dopo l’8 novembre 1876, dato che P. Casara afferma che i lavori di sterro erano iniziati “poco men che due mesi” prima dell’8 gennaio 1877, data della posa della prima pietra.

5.2 L’ala “nuova” delle scuole di Venezia

Ancora prima di scoprire in AICV il progetto cartaceo delle fondazioni dell’ala nuova delle scuole, si avvertiva che P. Sebastiano Casara, dopo aver finito di ricomprare quanto era possibile dei beni della Congregazione rapiti dalla soppressione degli istituti religiosi e dall’incameramento dei loro beni dal demanio del regno d’Italia nel 1866-67, quasi con certezza aveva intenzione di costruire due fabriche, ovvero due edifici, una perché la comunità potesse trasferirsi in luogo più salubre, al posto della “casetta”, e l’altra per le scuole, da aggiungersi a palazzo Da Mosto. 

Questo era stato comprato e attrezzato a edificio-scuole dai fondatori a partire dal 16 luglio 1806, e poi era stato sfruttato a fondo fino a costruire dei soppalchi o forse un intero piano in più, dividendo in due, nel senso dell’altezza, gli ambienti molto alti del primo piano, come sembra indicare il fatto che nella figura di destra della tavola VI della Positio, si vede che le finestre di questo piano non erano alte come all’origine e come attualmente, ma erano state raddoppiate.

Si pensava finora, in congregazione, che questa seconda fabrica appartenesse all’inizio del secolo XX e all’attività del mandato di preposito del P. Giovanni Chiereghin (1900-1904), e c’era in Congregazione una falsa tradizione orale in questo senso. 

D’altra parte, non scoprendo nulla nella documentazione del mandato di quest’ultimo (diario e carteggi) letti in toto, e anzi avendo scoperto nella fototeca dell’AICV una fotografia del 1901 in cui l’ala “nuova” delle scuole risultava già costruita e con un aspetto già polveroso e “anziano”; e dopo essere arretrato senza successo nella ricerca nel diario e nelle carte dei quattro periodi triennali di mandato del P. Giuseppe Da Col (1887-1900), e poi nel diario compilato di mano del P. Domenico Sapori (1885-1887), si è cominciato a riprendere in mano il materiale archivistico relativo all’ultima fase della lunga attività di governo della Congregazione da parte di P. Casara.

Sebbene il Diario della Congregazione non parli – stranamente – né della posa della prima pietra, né delle fasi dei lavori né dell’inaugurazione dell’ala nuova delle scuole, esistono rari testi in cui P. Casara accenna a fabriche, al plurale, e parla di questa impresa come di cosa che deve servire sia agli studi cioè alle scuole (in prima posizione) sia anche alla comunità. Si veda in proposito:

  1. Il 5 novembre 1877, P. Sebastiano Casara scrive al Generale dei Certosini di Grenoble (Francia), da cui aveva già ricevuto un’offerta di franchi 100, per la fabrica per la comunità: “Il bisogno era di una fabrica di vera necessità e di grande utilità allo scopo dell’Istituto, che è di educare, col mezzo delle lettere, a vera religione e pietà i fanciulli principalmente poveri, che vi concorrono numerosi; e dei quali in generale si ha molte consolazioni.”

  2. Il 19 settembre 1879, P. Sebastiano Casara scrive a P. Guglielmo Lockart, padre scolopio inglese, tre lettere pregando di inoltrarle, con una lettera di raccomandazione, a tre nobili cattolici inglesi, il duca di Norfolk, il marchese Ripon e il marchese Bute, per ottenere offerte per le fabriche. La data di questo gruppo di documenti è del 19 settembre 1879.

Al Duca di Norfolk scrive: “(…) Ma oltre gli ordinarii gravi dispendii è da due anni che abbiamo dovuto per vera necessità affrontare uno straordinario e assai rilevante, intraprendendo una fabrica indispensabile ad ampliazione di scuole e ad abitazione per noi meno angusta e men disagiata, e più salubre di quella che ancora abbiam.” Al marchese Ripon: più o meno un testo uguale. Al marchese Bute “Urgeva intanto da lunghi anni il bisogno di fabricare per ampliazione e migliore ordinamento delle Scuole, e per abitazione di noi che le sosteniamo; e finalmente da oltre due anni vi ci siamo accinti”.”

L’Istituto ricevette altri 100 franchi francesi dai generosi certosini di Grenoble, come nel 1877, ma non avrebbe ricevuto alcuna offerta dai tre nobili inglesi, che del resto non avevano alcun dovere di aiutare un’opera pia tanto distante dal loro paese. Essi, tramite il loro segretario, spiegarono, ciascuno per suo conto, in modo abbastanza secco, che avevano già troppe richieste di sussidi e aiuti in patria.

Anche dopo essere stata terminata, inaugurata e benedetta la fabrica dell’edificio della comunità, P. Casara continua a raccogliere elemosine, in Italia e all’estero, per continuare i lavori programmati. A pag. 72 del vol V del DC, in data 24 aprile 1881, ricorda le due offerte ricevute brevi manu in occasione di una sua visita, da un giovane principe Carlo Klary che “ci conforta di elemosina per la fabrica, prima di lire mille, e ieri di altre 230”; per suo suggerimento, e infilando la richiesta in un’enveloppe fornito dal giovane principe con scritto di sua mano l’indirizzo, invia una richiesta di offerta al principe Costantino Radziwill, “all’Hotel Radziwill, Paris”. Non sappiamo se ne abbia ricevuto.

Il 4 ottobre 1881, (prot. 297 del 1881) si scrive nel DC, vol. V p. 83: “Condizioni alle quali si è conceduta l’applicazione dei fili pel telefono al fabricato delle Scuole”. (solo sul palazzo da Mosto o anche sui muri del pianterreno già eventualmente costruito del fabbricato nuovo per le scuole?).

Il 26 giugno 1882, (prot. 204 del 1882), a pagina 106 del vol. V del DC, troviamo, di mano di P. Casara: “Scrivo alla benedetta C.ssa Gatterburg Morosini, un parere sul modo di dare a noi il mezzo per fabricare, e conservare la vecchia Casa nostra al nuovo Orfanotrofio Emiliani”. (Dunque: hanno intenzione di fabbricare ancora, forse la nuova ala delle scuole?). Si tratta del documento “Se e Come” di cui parleremo più sotto.

Un documento prezioso – di cui purtroppo non si trova la risposta del patriarca nello stesso fascicolo 1881 – è la minuta della lunga lettera del 23 marzo 1881, scritta da P. Casara al patriarca Domenico Agostini, manifestandogli l’intenzione e il progetto avanzato di costruire “l’ala nuova della scuole”:

“Eccellenza Rever.ma

1. Con Atto del 7 7bre la R[egia] Amministrazione del Fondo per il Culto, rappresentata dal R. Intendente Provinciale delle Finanze Giacomo Cav.r Guaita, cedeva all’Emin.mo Card. Luigi Trevisanato Patriarca la Chiesa di S.a Agnese con tre appezzamenti contigui di terreno, quella e quelli nell’Atto stesso descritti. E tale Cessione venivagli fatta (ar. I) con tutti i diritti, gli obblighi, le azioni, le servitù attive e passive, inerenti allo stabile ceduto e spettanti all’Ente soppresso, ch’era la Congregazione Cavanis delle Scuole di Carità.

2. Nel dì 8 maggio 1873 all’Asta pubblica io acquistai il Palazzo già della stessa Congregazione ad uso di dette Scuole di Carità coll’Ortaglia ad esso adiacente, e confinante cogli appezzamenti suddetti; il qual fondo costituiva il lotto 1077.

3. Finalmente con Atto 19 8bre 1876, in seguito a ripetute mie istanze, e dietro graziosa restituzione dei tre medesimi appezzamenti, fatta dal prefato Emin.mo Patriarca, con Verbale 8 luglio di detto anno, questi furono venduti a me sotto l’osservanza delle condizioni generali contenuti nel Capitolato d’Incanto del lotto 1077, come se il Capitolato medesimo formasse parte integrante dell’Atto presente (ar. V). Con che io subentrai in tutti i diritti e in tutti gli obblighi del Demanio rispetto al fondo (già prima della Congregazione), giusta il tenore dell’ar. 6 del detto Capitolato

4. Ciò tutto premesso passo a significare all’Ecc.za V.ra Rever.ma, che, essendomi determinato di elevare una fabrica, la quale sul Rio terrà di S.a Agnese si estenda dall’attuale Palazzo delle Scuole di Carità fino alla Chiesa; benchè mi creda io in diritto di potermi alla Chiesa stessa congiungere, non mi contento però di darne all’Ecc.za V.ra semplicemente l’avviso, né intendo di prevalermene, se prima non me ne abbia dato V.ra Ecc.za positivamente l’assenso.

5. Ma prima, quanto all’accennato diritto, esso evidentemente consegue dal sopra detto e premesso (nn. 1-3). Osservo infatti:

a. Che il Demanio riconosca in sè come i diritti così gli obblighi inerenti agli stabili della soppressa Congregazione Cavanis, e ad essa spettanti.

b. Che con tali diritti ed obblighi cedette al Patriarca la Chiesa e vendette a me lo stabile delle Scuole e tutto il terreno tra esso e la Chiesa.

c. Che tra gli appezzamenti di terreno venduti a me c’è quello che estendesi lungo tutto il lato della Chiesa a tramontana, ed a contatto con esso.

d. Che dall’angolo del Palazzo delle Scuole a quello delle facciate della Chiesa si estende il muro di cinta con una porta di accesso dal Rio terrà all’interno terreno, e questa porta precisamente all’angolo della facciata.

e. Che in questo angolo, per quanto si eleva sopra il muro di cinta, avvi l’addentellato fattovi dalla Congregazione Cavanis, quando eresse la facciata dai fondamenti, appunto per la intenzione che aveva di eriger la fabrica a che mi sono io determinato, il che medesimo viene indicato dalla porta aperta a tramontana nel piano superiore dell’atrio costruito colla facciata.

f. Che all’erezione di questa fabbrica, e alla congiunzione colla Chiesa, la Congregazione aveva tutto il diritto per la piena e libera proprietà sua così della Chiesa come del Palazzo delle Scuole e di tutto lo spazio intermedio.

g. che un tal diritto non può essere diminuito o infirmato da quanto prescrive il Codice civile sulle distanze di altri edifizii dai publici, avendo la Chiesa di S.a Agnese cessato di esserlo fino dal 1810, quando cessò di esser Parochia, e fu chiusa, e come magazzino usata finchè la comprarono i Sac. Fr. Cavanis, che poi la passarono in proprietà della loro Congregazione

h. Che in fine un tal diritto, per conseguenza, passò intiero in me, sottentrato ora alla Congregazione: e questo direttamente per la parte divenuta di mia proprietà, ed indirettamente per la parte ceduta al Patriarcato con tutti gli obblighi e le servitù passive inerenti allo stabile ceduto e spettanti all’Ente soppresso (n.1).

6. Il che tutto osservato, non punto al fine di far valere presso V.ra Ecc.za un mio diritto, ma sì e unicamente a piena sua informazione, acciocchè dubitare non possa del pieno potere che Le compete di accordarmi l’assenso che Le dimando; passo ora, come Rettore che son della Chiesa, ad esporre all’Ecc.za V.ra Rever.ma vera e forte ragione, per cui Le tornerà anzi interessante e caro accordarmelo.

7. Questa Chiesa, in antico e fino al momento di sua chiusura nel 1810, lungo tutto il lato della sua fronte, dove ora è l’atrio, aveva la Casa canonica abitata dal Paroco, e naturalmente così era assai ben custodita. Dalla sua riapertura invece al Culto, avvenuta nel 1854, fino al presente resta da ogni parte isolata. Di che approfittando i tristi capaci di tutto, tentarono per ben due volte di introdurvisi nottetempo per derubarla. Il che avvenne la prima volta nel 1864, la notte dal 20 al 21 gen.°, nel quale, ricorrendo la Festa del Titolare, ripromettevansi di farne grasso bottino: la seconda volta poi l’anno scorso, la notte del venerdì al sabbato santo (26 a 27 marzo); e poco mancò l’una volta e l’altra che non compissero l’iniquo e sacrilego loro attentato, che abbandonarono perchè ne mancò loro il tempo, non già perchè ne siano stati da alcuno scoperti ed impediti.

Congiunta quindi alla Chiesa la nuova fabrica, ne vien rinovata pure l’antica naturale custodia, e allontanato con ciò il pericolo di sacrileghi nuovi attentati.

8. Prevedendo in fine ogni caso possibile, e dovendo e volendovi provedere, dichiaro che, ove mai in qualunque tempo avvenire la proprietà o l’uso della nuova fabrica, che vorrebbe congiunta alla Chiesa, non fosse più del Rettore della medesima, io son prontissimo ad obligarmi, per me e successori, di acconsentire che tolta ne sia ogni comunicazione col piano superiore dell’atrio, e venga proveduto all’accesso alla Chiesa nel piano terreno.

Il che tutto esposto V.ra Ecc.za, non mi resta che anticiparLe i miei umili ringraziamenti, e, baciandoLe la Sacra Mano, riconfermarmi della Ecc.za V.ra Rever.ma

[P. Sebastiano Casara]

23 marzo 1881”

Come si diceva, non siamo riusciti a localizzare una risposta del patriarca dando il suo consenso alla costruzione, e quindi al congiungimento del Palazzo Da Mosto con la chiesa di S. Agnese, né nel Diario della Congregazione, né nei carteggi di Curia generalizia. C’è però in questi ultimi un documento prezioso che ci permette di conoscere che il 29 giugno 1881, circa tre mesi e qualche giorno dopo la lettera al patriarca del 23 marzo, si erano di fatto già scavate le fosse e costruiti i fondamenti per il nuovo edificio, con dovizia di dettagli.

Nel fascicolo 1881 dei carteggi di curia, faldone 49 (1876-1881) in seconda posizione (dopo un progetto architettonico in pianta per un terzo piano del noviziato), e prima dell’ultima carta del 1881, di prot. n°424 del 1881 (le carte sono depositate dal n° 1 in basso al n° ultimo di ogni anno), c’è infatti una preziosa carta: un disegno delle fondazioni della “fabrica” dell’ala nuova delle scuole, disegnata in modo un po’ grezzo, ma da professionista, in inchiostro nero e rosso, con la seguente dicitura: “Promemoria sulle fondazioni eseguite dall’Impresa Costantini nell’anno 1881, nel campazzo fra la Chiesa di S. Agnese e la vecchia Casa. Proprietà RR. Padri Cavagnis”. In calce a sinistra c’è scritto da altra mano:

“Venezia, li 29 giugno 1881

Visto per la verità delle dimensioni esposte.

Antonio Bianchini

[ing]”.

Il documento, che non porta stranamente il n° di protocollo dell’Istituto, cioè di P. Casara, in questo periodo, e di cui non di trova riferimento nel Diario di Congregazione al giorno 29 giugno 1881, né nelle altre pagine del 1881 nel DC, non è di mano dei padri Cavanis, perché essi non chiamerebbero se stessi “Cavagnis”.

Sebbene ciò non sia scritto nella carta, questo disegno rappresenta senza alcun dubbio le fondazioni dell’ala nuova delle scuole, sita fra il palazzo da Mosto (ala vecchia delle scuole) e la chiesa di S. Agnese; di cui da tanto tempo si cercava senza successo la data di costruzione. In genere si pensava, come si diceva sopra, che la costruzione ne risalisse al mandato del P. Chiereghin (1900-1904). Come si è visto sopra, P. Casara accenna bensì a una fabrica oltre a quella di cui si preparano le fondazioni a partire dal novembre 1876, è posta la prima pietra il 20.1.1879, e si fa l’inaugurazione l’8.1.1881, cioè il nuovo edificio di residenza della comunità religiosa; ma accenna soltanto, raramente e di passaggio, allo scopo educativo, ad uso di scuola, di una seconda fabrica.

Il disegno rappresenta in inchiostro rosso le fondazioni nuove, del primo semestre del 1881; e in inchiostro nero la “vecchia fondazione robustata” (cioè, si immagina, rinforzata). Queste vecchie fondazioni risultano un mistero, e consistono in una fondazione di direzione grosso modo nord-sud di circa 25 metri, che univa il muro del palazzo Da Mosto al muro della chiesa di S. Agnese e di una fondazione, con una distanza di 1,5 metri, e parallela alla precedente verso ponente, lunga circa 9 metri. 

La prima fondazione, più occidentale (verso il rio terà), che unisce i due edifici, palazzo da Mosto e chiesa di S. Agnese, si può interpretare come fondazione del muro di cinta che separava il cortile o orto privato dal campazzo della strada pubblica, in continuità con il palazzo Da Mosto e sulla stessa linea della facciata di S. Agnese; tale muro di cinta, parzialmente diroccato all’estremità settentrionale, si può vedere in una fotografia apparentemente anteriore al 1838, nella tavola VI fuori testo della Positio dei Fondatori; immagine ripresa con certezza dal primo piano o al massimo dal secondo del palazzo Pisani, gotico, sito dall’altra parte del rio di S. Agnese, sopra l’allora fondamenta degli Arsenalotti; trasformato attualmente (da qualche anno prima del 2014) in Hotel Pisani. All’epoca di cui si parla (1881) uno di questi piani era occupato da una depencence dell’Orfanotrofio dei padri Somaschi.

Tale immagine è assolutamente preziosa, tuttavia presenta non pochi problemi, se la data della foto fosse anteriore al 1838, come scrive P. Aldo Servini nella didascalia. Infatti nel 1838 (e tanto più prima di questa data), non esisteva ancora un vero processo fotografico che permettesse di fissare le immagini. Anche il procedimento proto-fotografico di fissazione su supporto solido (una lastra di rame, nel caso) e di sviluppo di immagini, detto dagherrotipia (che produceva “fotografie” o meglio dagherrotipi anche di buona qualità ma non riproducibili, cioè non stampabili su carta), inventato dal francese Louis J.M. Daguerre, risale al 1837, fu presentato al pubblico a Parigi nel 1839 ed entrò in Italia il 2 settembre dello stesso anno (a Firenze), diventandovi popolare molto più tardi e rimanendo in applicazione fino almeno al 1855; non sembrerebbe probabile allora che già prima del 1838, quando fu interrato il rio di S. Agnese, si potesse ottenere un dagherrotipo così perfetto nell’allora decadente città di Venezia.

Sembra che qui P. Servini si sia sbagliato nella didascalia dell’immagine. Vi è caduto perché vi si vede ancora il rio di S. Agnese, che egli doveva credere essere stato interrato interamente già nel 1838 dal comune di Venezia, e qui lo si vede ancora esistente come rio, attraversato dal “ponte dei frati”, in legno che univa le due fondamente e tra l’altro permetteva ai padri Cavanis (appunto i frati; ma più anticamente anche i padri domenicani) di passare dal loro convento (la Casetta per i Cavanis, il grande convento per i domenicani), e raggiungere direttamente la fondamenta S. Agnese e le scuole.

La lapide che ricorda l’interramento del rio “Gesuatico” e la trasformazione della strada da due fondamente e un rio in un ampio rioterà (il rioterà ancora oggi chiamato “Rioterà dei Gesuati” nel 1838 può essere vista all’angolo fra la sacristia della chiesa della Madonna del Rosario, detta dei Gesuati e l’antico convento dei domenicani, in seguito e attualmente appartenente ai religiosi orionini. La lapide di cui sopra riporta la seguente scritta:

 

IESVATICO . RIVO

IN . AQUAEDVCTVM . MVTATO

PONTES . VTRINQVE

ABLATI . SVNT

A . MDCCCXXXVIII

AERE . CIVICO

 

cioè “Essendo stato mutato in acquedotto (in un canale sotterraneo) il rio dei Gesuati, i due ponti sono stati eliminati nell’anno 1838 a spese civiche”.

Tuttavia, se si guarda bene la fotografia, si può notare che al tempo in cui essa fu scattata, era stata di fatto già interrata la parte meridionale del Rio detto, a quanto pare, in questo tratto, chiamato Rio dei Gesuati, per una lunghezza di 48 metri; questo primo interramento del rio, e la realizzazione di questo primo rio terà, effettuati nel 1838, davano continuità alla “fondamenta de le Zatere ai Gesuati”, come si può vedere nella foto, con un po’ di buona volontà e di analisi, tra la casa che attualmente alberga una gelateria-bar e porta al primo piano un caratteristico “liagò” o “diagò” in legno, e il convento già dei domenicani, e permetteva inoltre, dalla fondamenta delle Zattere, di accedere a piedi in campo S. Agnese. 

Non arrivava invece a permettere di raggiungere la fondamenta dei Arsenaloti (quella che si trovava sul lato occidentale del rio di S. Agnese e passava sotto la “casetta” della comunità Cavanis. Si vede chiaramente che il rio ancora esistente nella foto (il rio di S. Agnese) è sbarrato in fondo, cioè verso le Zattere e che il rio dei Gesuati, cioè l’ultima parte meridionale del rio, è interrato; con una lente si può vedere anche la nuova testata di riva con il muretto o spalletta con ringhiere metalliche che impedivano alla gente di cadere nel canale; e sembra di vedere anche l’imboccatura ad arco dell’aquaeductus cioè del rio sotterraneo che passava sotto il rio terà

A questo primo imbonimento, ossia interramento, e soltanto a questo, si riferisce dunque la lapide affissa nell’angolo tra la chiesa di S. Maria dei Gesuati e l’ex-convento dei Domenicani.

I due ponti eliminati, citati nella suddetta lapide del 1838 erano il ponte dei Gesuati detto anche ponte de la guera, sulle Zattere, presso la chiesa di S. Maria del Rosario e, poco più a nord, il ponte in pietra e cotto detto ponte de S. Agnese; non il ponte chiamato il “ponte dei preti”, in legno, che si vede ancora nella foto più volte citata. I lavori non tennero conto della statica della chiesa di S. Maria del Rosario, e, mal condotti sotto la direzione del tristemente famoso ing. capo municipale Giuseppe Bianco, causarono lesioni alle fondazioni della chiesa dei Gesuati; inoltre sembra che essi si conclusero nel 1839, anche se la targa corrispondente parla del 1838.

Con tale imbonimento, rimaneva chiuso definitivamente anche il canale o rio che fino al 1726 circa passava nell’area in cui si trova ora il presbiterio della chiesa di Santa Maria del Rosario, che era stato ridotto a rio sotterraneo (o acquedotto, come si diceva) per una lunghezza di circa 36 metri, e di cui si vede ancora l’apertura orientale, con un arco la cui pietra di volta mostra in bassorilievo un animale stilizzato che a me sembra assolutamente un cane (più esattamente un cane da pastore, simbolo dei domenicani: “Domini canes”, ossia, cani da pastore del gregge del Signore, come essi stessi si chiamavano).

Tale arco non è e non era, come si dice spesso, una cavana, cioè un’entrata per le barche nella sacristia della chiesa e/o nel convento; ma l’entrata di levante di questo canale sotterraneo, detto vòlto, la cui volta doveva permettere lo scorrere dell’acqua. Tale rio (de la Carità) era stato reso sotterraneo al momento della costruzione della chiesa (1726-1736), su progetto di Giorgio Massari, per poter rendere più lungo l’edificio; ora, nel 1838, esso veniva definitivamente chiuso e interrato.

A proposito di cavane, ne esistono realmente due nelle pareti dell’antico convento dei domenicani rivolte verso il rioterrà Antonio Foscarini, tutte e due naturalmente murate, dato che che il canale non c’è più. Su una, quella più bella, in pietra d’Istria, c’è scolpita una stella a otto punte, altro simbolo dei Domenicani e la lettera P. dei Predicatori.

Il resto del rio, che in questo tratto più lungo si chiamava rio di S. Agnese, quello che si vede ancora esistente e fluente nella foto di cui sopra, fu interrato più tardi, cominciando il cantiere nel 1858 e concludendolo nel 1863 (o anche nel 1864), e ciò spiega l’esistenza della bella fotografia di cui si sta scrivendo qui da tempo; tale data si trova in una targa di marmo attualmente (2020) poco leggibile perché molto sporca, infissa sopra la porta del numero civico 879/A, attualmente un un piccolo supercato tenuto da cinesi, sul rio terà, che inizialmente si chiamava rio terà Sant’Agnese, ma poi cambiò il nome in rio terà Antonio Foscarini, lato orientale, tra la calesela Rota e la cale nova S. Agnese. La lapide dice:

COLMATO IL RIVO

APRIVASI LA NUOVA VIA

MDCCCLXIII

PODESTÀ BEMBO


La fotografia quindi era stata scattata senz’altro molto dopo il 1838, per i molti motivi detti sopra, e prima del 1863, o meglio qualche anno prima; prima cioè dell’inizio dei lavori di interramento del canale. Tale data non pone problemi per una buona foto, fatta su lastra di vetro e poi stampata su carta o cartone.

Da notare che, come il rio che univa il Canal de la Zueca (della Giudecca) al Canalasso (Canal Grande) si divideva in due parti: a sud il rio dei Gesuati, in un tratto lungo 48 metri; e in un tratto più lungo al centro, di fronte alla chiesa e campo di S. Agnese e a nord, a fianco dell’Accademia delle Belle Arti, già convento de la Carità, tratto che si chiamava Rio de S. Agnese, così il rioterà corrispondente è diviso in due parti, come si legge nei corrispondenti ninsioleti (targhe di malta dipinta, indicatrici toponomastiche): il rioterà dei Gesuati, a sud, a fianco della sola chiesa di S. Maria del Rosario; e rioterà Antonio Foscarini per tutto il percorso, fino al ponte dell’Accademia e al Canalasso

Per la verità, la porzione sud del rioterà, quella che fiancheggia la chiesa di S. Maria del Rosario, ha due ninsioleti: uno, vicino all’angolo con la facciata della chiesa, con il nome rioterà Antonio Foscarini, per uno sbaglio degli incaricati di questo servizio; e una, più vicina alla sacristia, con il nome (corretto) rio terà dei Gesuati.

La foto mette in evidenza anche la facciata di stile tra tardo-barocco e neoclassico della chiesa di S. Agnese. Non ci è ancora chiaro se tale stile sia stato scelto per la ricostruzione della facciata di S. Agnese dai Fondatori (nel 1850), o se essa riproducesse, in fase di tale ricostruzione, la facciata del rifacimento barocco della chiesa realizzato dal clero diocesano della parrocchia di S. Agnese e dai fabbriceri tra il 1795 e il 1810 (vedi sopra nel capitolo su S. Agnese).

Di questo cantiere si fa cenno più volte anche nel diario della Congregazione, quando P. Casara stava cercando che un tratto della fondamenta (ora che la strada si era allargata a formare un ampio rio terà), fosse data in uso all’Istituto Cavanis, con la costruzione di un muretto, sia che si trattasse della fronte delle scuole, sia della fronte della casetta.

L’interramento del tratto del rio della Carità giacente sotto la chiesa di S. Maria del Rosario e del rio di S. Agnese in due fasi, come descritto sopra, non furono episodi isolati: il sestiere di Dorsoduro fu in realtà uno dei più colpiti dalla smania ottocentesca (e un po’ già fine-settecentesca) di interrare i canali veneziani. 

Solo nella zona strettamente adiacente all’Istituto Cavanis, fu interrato anche l’intero rio della Carità, dal suo sbocco in Canal Grande presso l’Accademia al convento dei Domenicani, nel 1817 o subito dopo, per una lunghezza complessiva di 113 metri. 

Non esistono lapidi per ricordare questo ulteriore misfatto. Il rio della Carità così divenne, stranamente, “Campo della Carità”, nome che si applica non solo al campo effettivo, sito davanti al ponte dell’Accademia e all’ingresso dell’Accademia delle Belle Arti, ma anche alla strada ben poco larga che fiancheggia questa pinacoteca fino ad addentrarsi nella calle senza sbocco che porta alla palestra e al cortile grande dei Padri Cavanis, all’ingresso di ponente della cale Baleca e al ristorante S. Trovaso. In questo complesso viario non esistono neanche i ninsioleti con il nome.

 Questa via o campo, che in realtà è un rioterà, interessa anche l’Istituto, perché questo rio de la Carità al tempo degli inizi dell’Opera delle scuola di Carità scorreva a fianco dell’ “Orto” e di un lato (occidentale) della casetta della comunità Cavanis.

Ancora, fu interrato il canale di nome a me sconosciuto, che riuniva il rio de Sant’Agnese al rio de San Vio, e aveva la lunghezza che ho calcolato in circa 100 metri. Sebbene ciò non sia molto conosciuto, anche per il fatto che non porta il nome di rio terà, ma quello di cale nova de sant’Agnese, tale rio fu interrato nel 1864, l’anno dopo dell’interramento completo del rio di S. Agnese, che passava davanti all’Istituto Cavanis. Infatti, in questa cale nova, al numero civico 880/B, che corrisponde a un negozio di chincaglieria per turisti, è infissa la seguente lapide:


PRIVATO CITTADINO

IDEAVA

IL COMUNE

APRIVA LA NUOVA VIA

MDCCCLXIV

PODESTÀ BEMBO


Per concludere, si può osservare che, al tempo dei fondatori e dei loro immediati successori nel governo della Congregazione, il convento della Carità e la chiesa di Santa Maria della Carità (costruito il primo e ricostruita la seconda in parte su progetto di Andrea Palladio, già dei Canonici Regolari Lateranensi, chiesa questa sconsacrata e soppressa nel 1807, poi galleria dell’Accademia e Accademia delle Belle Arti), come pure la Scuola Granda de la Carità, erano circondati completamente da canali e occupavano un’isola intera; e che le scuole di Carità ossia Istituto Cavanis, con l’annessa antica chiesa di S. Agnese, si trovavano in un’isola molto più piccola di quella attuale, mentre la “casetta” e l’Orto si trovavano in un’altra isola, di là del rio di S. Agnese, di fronte alle scuole.

Per passare il canale, dalla “casetta”, cioè la loro residenza, alle scuole, i religiosi Cavanis si servivano del ponte in legno detto “ponte dei Frati”, più probabilmente con riferimento ai frati domenicani o predicatori che ai Cavanis, che non sono propriamente frati. Il ponte si trovava esattamente tra la porta del cortile dell’ “Orto” delle origini dell’Istituto (non l’attuale entrata dell’Albergo Belle Arti), ancora oggi cortile grande delle ricreazioni, lasciando la fondamenta degli Arsenalotti all’angolo con il convento già dei domenicani, ora degli Orionini; e sboccava sulla fondamenta di S. Agnese di fronte all’imbocco della cale de la Chiesa, poi privatizzata dai Cavanis e trasformata in corridoio detto caleta che unisce l’ala della scuole alla chiesa di S. Agnese.

Almeno da quando il 2 febbraio 1869 il P. Casara ricuperò, ricomprandola all’asta, la casa di stile gotico sita al n° 834 in Piscina Venier, che attualmente (dal 2013) corrisponde all’abitazione della comunità dei religiosi Cavanis di Venezia e alla sede dell’archivio storico, e più probabilmente con l’acquisto di questa casa già dal tempo dei fondatori in data sconosciuta, l’Istituto aveva due porte di ingresso ed uscita principali: la porta ufficiale e “nobile” (Dorsoduro 898) verso ponente, ossia il portone del palazzo da Mosto, sulla fondamenta di s. Agnese e dopo il 1863 sul rio terà Antonio Foscarini o dei alboreti; e la porta di servizio sulla piscina Venier, verso levante. A differenza di tanti palazzi e case veneziane, il complesso di edifici non aveva dunque (come del resto anche il palazzo natale dei fondatori) una porta da mar, raggiungibile in barca, e una porta da terra, raggiungibile a piedi; infatti la porta del palazzo da Mosto dava sulla fondamenta S. Agnese, e quella di servizio, sul retro (n° 834 e 834 A e B) dava sulla piscina che fin da principio doveva essere in epoche antiche uno stagno non raggiungibile in barca, e al tempo dei fondatori era già interrata da molto tempo, come dimostra tra l’altro la presenza dell’antico pozzo in piscina S. Agnese. Ciò doveva provocare un aggravio delle spese di trasporto – che a Venezia avveniva e avviene prevalentemente per barca – delle forniture di ogni genere; tanto più dopo che il rio di Sant’Agnese fu interrato.

 

Saremo anche noi come tutti i popoli

E qui vale la pena di parlare brevemente di questo strano fenomeno che spinse Venezia a voler imbonir i canali, in forma moderata nella fase di decadenza finale della serenissima Repubblica, nella seconda metà del secolo XVIII (i tempi del conte Giovanni Cavanis per intendersi, e dell’infanzia e gioventù dei suoi figli Apollonia, Antonio e Marco) e tanto più nel secolo XIX.

Questo fenomeno, si parva licet, mi fa ricordare l’episodio del momento storico in cui il popolo d’Israele, due o tre decenni prima dell’anno 1000 a.C., si stancò dei giudici e della stessa istituzione, e volle un re; domandò allora al giudice e veggente Samuele di dargli un re. Samuele, scontento per motivi teologici, di visione politica e forse di difesa del prestigio personale, fa un lungo discorso su quali saranno i diritti, le tasse, le coscrizioni e gli altri svantaggi del sistema monarchico; e conclude: “Allora griderete a causa del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà”. 19Il popolo rifiutò di ascoltare la voce di Samuele e disse: “No! Ci sia un re su di noi. 20Saremo anche noi come tutti i popoli; il nostro re ci farà da giudice, uscirà alla nostra testa e combatterà le nostre battaglie”. Ed ebbero un re, Saul prima e Davide poi e molti altri in seguito. E molto spesso ebbero a pentirsene.

Ecco, anche Venezia, verso la fine dell’antica Repubblica e soprattutto sotto i successivi governi ottocenteschi, proclamava “ Saremo anche noi come tutti i popoli e avremo le vie e, dove si passa, avremo anche le carrozze e i cavalli. Si tendeva così a snaturare la città. Scriveva l’ingegnere idraulico e uomo politico Pietro Paleocapa nel 1844: “Otturare i Rivi, per Venezia, corrisponderebbe allo sbarrare, in una città di terra-ferma le strade in guisa che, lasciati liberi i soli marciapiedi, non vi potessero passare più che i pedoni”.

In realtà Venezia, come pure le isole che l’accompagnano nella laguna, era (e in parte è ancora) una città dove si circola principalmente in barca; era (molto più di oggi) una città, con i suoi centri abitati satelliti, in cui le vie più importanti erano i canali; e in effetti, per conoscere veramente Venezia – per i turisti ma anche per i veneziani e chi scrive è veneziano – bisogna andare in giro ogni tanto o spesso in barca, e se ne ha una prospettiva del tutto differente e senz’altro più autentica e originaria, oltre che più originale. I palazzi, le chiese, le ripartizioni pubbliche avevano la facciata principale rivolta verso i canali ed erano tutte raggiungibili in barca. Anche la basilica di S. Marco e il Palazzo Ducale (facciata di ponente), erano costruiti sulle rive di un’insenatura, un vero porticciolo, che poi, interrato fin dall’antichità, occupava l’area dell’attuale piazzetta S. Marco e arrivava almeno fino alla Porta della Carta del palazzo ducale, ma probabilmente anche più avanti verso nord a fianco della facciata della Basilica di S. Marco, che non per nulla è ancora la zona più bassa della città, con estrema frequenza coperta dall’ “acqua alta”, per la gioia dei cronisti della TV. Anche l’antico campanile di S. Marco era lambito dalle acque di questo porto; e par di vedere le antiche piccole galee parzialmente spiaggiate e ormeggiate tutto attorno alla spiaggia di questa insenatura.

A Venezia antica, quasi tutti i benestanti (ma anche i lavoratori) possedevano una barca e comunque circolavano principalmente in barca. Le calli erano considerate quasi come percorsi di servizio. Da notare però che, per esempio, la famiglia Cavanis, nobile e benestante anche se non ricca, almeno al tempo di cui trattiamo, non possedeva una gondola e doveva ricorrere a prestiti nelle occasioni in cui ne avevano bisogno per eventi sociali, in cui mancare di gondola era troppo mortificante. In altri casi la gondola poteva essere affittata. Ma la famiglia non possedeva una gondola e non contava, nella ridotta servitù, di un gondoliere.

La bonifica sistematica di Venezia fu importante nella fase più antica dello stanziamento della popolazione proto-veneziana nelle barene e velme della zona centrale della laguna di Venezia, che gradualmente, da ambiente paludoso e spesso sommerso venivano trasformate in isole abitabili; i canali e ghebi erano mantenuti per le comunicazioni e per facilitare l’afflusso e il deflusso delle acque, ma erano anche gradualmente raddrizzati, per accompagnare le facciate delle capanne e poi delle case; a volte nuovi rii erano tagliati e scavati per aumentare la viabilità e per utilizzare il sedimento scavato per alzare il livello delle isole.

Alcuni termini toponomastici di Venezia ricordano proprio questo lavoro di trasformazione di un arcipelago pantanoso in una città. Si vedano per esempio i termini arzere, “piscina”, paludo, sacca, spiagia e il termine antico pantano dato un tempo ad alcune vie o campi. La maggioranza dei canali o rii furono conservati, sia per il trasporto acqueo, sia per l’ufficio che ha l’acqua di mare a Venezia, di drenare due volte al giorno, con l’abbassarsi della marea, l’acqua carica di liquami organici (le fogne delle case private ancora oggi scaricano quasi sempre direttamente nei canali) e di altre acque reflue, e di portarle al mare; e di rifornire la laguna e specialmente l’ambiente urbano due volte al giorno di acqua marina pulita e ossigenata, di un meraviglioso color verde-acqua. Si tratta del fenomeno che si chiama “ricambio di marea”.

Dell’interramento di rii tra l’anno 1156 e il secolo XVIII si hanno notizie rare, che possono essere contate sulle dita di una o al massimo due mani. Si potevano imbonir piscine e laghi, bonificare pantani e paludi, creare terrapieni per allargare l’area edificabile e abitabile ai margini della città, ma si evitava di permettere l’imbonimento di rii, per preservare il regime idrico della città. Si cominciò ad attenuare questa politica idro-geografica della città di Venezia con l’indebolimento del governo della Serenissima; e dodici rii furono interrati così negli ultimi 25 anni della repubblica veneta, ma quattro di loro erano stati fatti scorrere in volte sotterranee in mattoni prima di trasformare il loro corso in strade. Già dal XIII secolo esistevano degli uffici super rivis et piscinis et super canalibus. Dal XVI secolo, la cura di mantenere i rii e i canali maggiori puliti e profondi quanto necessario per il passaggio di navi o barche, secondo i casi, era compito del Magistrato alle Acque, chiamato in quel secolo provedadori [provveditori] sopra le acque, che in genere era contrario, salvo casi eccezionali, ad eliminare il corso di qualche rio e si opponeva duramente ai richiedenti.

Sotto i governi successivi, francese (nelle varie fasi di invasione e controllo), austriaco (pure nelle varie fasi di dominazione) e italiano (dopo il 1866), l’interramento di canali, la loro sostituzione con strade e il tentativo qualunquista di modernizzare Venezia con il programma di renderla uguale a qualunque altra città, divenne una politica sistematica; soprattutto durante le dominazioni austriache (49% del totale interrato). Sparirono 38 rii, per un insieme lineare di circa 6 chilometri; tra di essi alcuni erano molto importanti per l’equilibrio idrico e il ricambio dei fluidi. La responsabilità di questa politica di interramento sistematico con il fine di modernizzare la città, cioè di stravolgerne la natura, ricade senz’altro anche sui vari governi stranieri o su quello nazionale italiano; ma ancor più sui vari sindaci o podestà veneziani dell’Ottocento: particolarmente le amministrazioni Renier, Gradenigo, Morosini, Correr, Bembo, Grimani, tutti nobili, e dei loro tecnici, ingegneri e architetti. La responsabilità di questo stile è soprattutto del secolo XIX, un secolo distruttore, e non solo nei riguardi della città di Venezia.

A Venezia un proverbio dice “Palo, palù”, cioè: “palo, palude”. Se piantare un palo tende a far impantanare la zona intorno, chiudere parzialmente un rio – come nel caso dell’interramento dell’estremità meridionale del rio di S. Agnese nel 1838 – o eliminare un rio ampio che ne mette in contatto altri due, e soprattutto i rii secondari con i canali principali, tende a impantanare la città, ad aumentare il deposito di sedimenti (chiamamoli così, ma si tratta soprattutto di detriti organici provenienti dalle fogne), rendere più difficile la navigazione e aumentare la spesa dello scavo periodico dei rii, fino a farne diminuire o sparire la pratica, come di fatto è accaduto nei recenti decen ni. L’interramento dei rii genera dunque un circolo vizioso. Si aggiunge che come nota opportunamente Zucchetta, molti servizi pubblici di pronto soccorso, di emergenza e di sicurezza, come il trasporto di ammalati, il soccorso a feriti, il servizio rapido di polizia e quello dei vigili del fuoco, dipendono ampiamente, in quell’arcipelago di più di cento isole che è Venezia e nelle isole vicine, dalla circolazione acquea e sono molto penalizzati in quartieri ampiamente privati di rii.

Si è parlato un po’ troppo lungamente, forse, del tema dei “rii terà” e quindi dell’interramento dei rii veneziani e nel quartiere di S. Agnese. Lo si è fatto perché la casa-madre dell’Istituto Cavanis si trova tra un rio terà (Rio terà Antonio Foscarini), interrato ai tempi delle prime prepositure di P. Casara e concluso durante il mandato di P. Giovanni Battista Traiber come preposito; e due piscine pure interrate, queste in tempi ben più antichi. Inoltre, l’ “imbonimento” completo del rio di S. Agnese nel 1863 spiega perché P. Casara poté iniziare a costruire l’ala “nuova” delle scuole nel 1881 senza procedere alla palificazione standard, ma costruendo su fondazioni come quelle che si potevano realizzare in terraferma. Un’altra notizia che riguarda questo interramento concluso nel 1863, si trova nel Diario: P. Casara scrisse al municipio di Venezia, a quanto pare, chiedendo che la fondamenta (di S. Agnese) adiacente agli edifici e altri mappali di proprietà della Congregazione divenisse privata e fosse cintata con un muro; ma registra: “ Lunedì 19 [maggio 1862] “Il Municipio finalmente risponde alla nostra domanda della erezione di un muro sul limite della nostra fondamenta, che con dispiacere non può.”

Ritorniamo allora alla questione della “fabbrica”, e alla pianta della sue fondazioni, ritrovata recentemente in archivio storico.

La pianta indica chiaramente un corpo di fabbrica costruito mettendo in contatto i due edifici precedenti; nella mappa, da sinistra a destra (all’incirca da sud a nord), si distinguono (in modo poco distinto, anzi segnato solo in matita, (segno che non si era ancora decisa la larghezza da dare al corridoio) 1) il corridoio detto caletta e che corrispondeva all’estremità occidentale della ex-Calle de la chiesa; e in modo distinto: 2) la sala (aula scolastica dall’inizio, poi dal 2002 trasformata in ambiente principale del Museo della Memoria dei Fondatori; 3) un corridoio che serviva da spogliatoio degli allievi, che vi appendevano le giacche e i cappotti e che attualmente serve di sgabuzzino per deposito di materiale di pulizia e igiene; 4) una sala utilizzata sempre come aula scolastica; 5) un’aula scolastica, dal 2016 utilizzata invece come ufficio del vicepreside e dei responsabili dei cicli della scuola; e infine 6) un corridoio parallelo e adiacente al muro meridionale del palazzo da Mosto, che serviva storicamente e almeno fino al 1964 di entrata feriale per gli allievi, con la sua porta minore marcata dal numero civico Dorsoduro 899.

Verso levante, e verso il cortile, questi 6 ambienti sono serviti, nella mappa di cui si parla, da un corridoio che mette in comunicazione, allora come oggi, il palazzo da Mosto e in particolare il suo androne o salone di ingresso con la navata di sinistra della chiesa di S. Agnese e permette l’entrata nelle varie classi e corridoi di cui sopra e dà anche adito alla scala meridionale che porta al 2° piano (e poi al 3°, dal 2005 in poi). In questa pianta delle fondazioni, di cui si parla, non sono naturalmente disegnate le porte.

Il corpo di fabbrica ha la lunghezza di m 24,77, dal muro della chiesa di S. Agnese a quello del palazzo Da Mosto; e una larghezza, tra il cortile interno e la “Strada comunale”, ossia il rio terà Antonio Foscarini o dei alboreti, di circa m 13.45, con un’area di m² 333,15 al pianterreno; e di m² 306,26 nel primo e secondo piano. Il disegno delle fondazioni dell’ala nuova della scuola mostra quindi un edificio di pianterreno e due altri piani (tre piani in tutto) con un’area totale coperta di m² 945,67 circa. Con l’aggiunta del 3° piano nel 1936, l’edificio “nuovo” delle scuole raggiunge l’area di m² 1.251.93 circa; area cui andrebbero aggiunte le ampie soffitte, poi trasformate progressivamente, a partire dal 1958, e ancora più dal 2015, in ambienti ad uso dell’osservatorio meteorologico e ad ambiente didattico.

Il prezioso disegno di cui si parla presenta anche parecchie sezioni verticali, di estremo interesse, delle fondazioni sia longitudinali sia trasversali e, probabilmente, anche dei canali di scolo delle acque piovane e della acque nere. L’altezza o spessore delle strutture di fondazione vanno da 1,45 m a 2,49 m.

Il 10 luglio 1882, nel DC vol. 5°, prot. 216 del 1882, dal titolo “Approvazione” si dice: “Lunedì (10), Il Municipio mi ritorna il disegno della nuova fabrica approvandolo”: qui si tratta certamente della fabrica delle scuole, dato che quella della residenza comunità era finita da un anno e mezzo. Infatti, nei carteggi di curia, si trova una lettera del gabinetto del sindaco di Venezia, del 10 luglio 1882, che, “viste le modificazioni introdotte nel progetto di erezione di un fabbricato in rio terrà S. Agnese la Commissione dell’ornato ha trovato d’approvare il progetto stesso. (ecc.)”. Strano che la “commissione dell’ornato”, addetta si immagina alla bellezza, abbia dato l’assenso alla costruzione dell’edificio, data la sua bruttezza e la mancanza assoluta, appunto, dell’”ornato”. Tuttavia, immagino si debba essere grati alla stessa, per tutto il bene che si è fatto in quella scuola nell’educazione gratuita della gioventù soprattutto povera per quasi un secolo, e poi, purtroppo non più gratuitamente, fino ad oggi.

Nello stesso fascicolo del 1882 si trova una minuta di P. Casara, accompagnata da una copia più definitiva firmata e timbrata da lui e dai due definitori residenti a Venezia, in cui si discute la possibilità di costruire l’edificio senza ritardi, se si potesse vendere la “casetta” ai PP. Somaschi, cui era stata data in commodato; questi l’avrebbero comprata grazie a una offerta generosa di lire italiane 22.000 da parte della ND Loredana Gatterburg Morosini, che si era disposta a farla, e l’offerta sarebbe stata girata allora ai Cavanis, proprietari della “casetta”.

A quanto si capisce da questa e da altre carte, il P. Casara, nel suo caratteristico spirito di carità e nell’entusiasmo dell’inaugurazione della nuova residenza della comunità nel gennaio 1881, sembra proprio nel giorno dell’inaugurazione, un po’ in fretta e forse senza rifletterci sopra troppo, aveva dato in comodato gratuito – pare senza un documento scritto – la “casetta”, da cui i Cavanis si ritiravano per andare ad abitare nella casa nuova, e l’ “orto” ai padri Somaschi. Questi infatti avevano perso la loro sede precedente,in cui gestivano il loro orfanotrofio, nel grande palazzo sito a fianco della basilica della Salute (attuale seminario patriarcale), e non sapevano dove andare con i loro piccoli orfani.

Ora, in seguito a questo atto di generosità, misericordioso ma forse improvvido, Casara e la comunità Cavanis si trovavano in situazione difficile: i Somaschi continuavano ad occupare gratuitamente questa sede della “casetta” e del grande cortile adiacente, lo storico “orto”, in quello che doveva essere un prestito provvisorio e di emergenza; non riuscivano infatti a trovare un’altra sede alternativa. I religiosi di Girolamo Miani si erano leggermente allargati occupando (non sappiamo se per affitto o in che modo, né chi era il proprietario di quell’immobile) il piano dei mezzanini del vicino anzi contiguo palazzo Pisani; però anche questa soluzione non era più sufficiente. Il P. Giuseppe Palmieri, superiore dei Somaschi di Venezia, non si decideva a trovare una soluzione alternativa, e a questo punto i Cavanis non si sentivano logicamente di dare sfratto agli orfani e alla congregazione che li ospitava; ma d’altra parte avevano bisogno di molto denaro per la costruzione dell’edificio dell’ala nuova delle scuole; e la soluzione era quella di vendere l’edificio occupato dai Somaschi con la loro opera.

Casara e i Cavanis si sentivano “incastrati” in questa situazione, che rischiava anche di far perdere loro una grande elemosina che la ND Gatterburg-Morosini voleva fare ai Somaschi per la nuova sede, o perché essi comprassero l’immobile della “casetta” e dell’orto ai Cavanis. Scrive infatti P. Casara: “Tale speranza però, se non è affatto perduta, è grandemente assai affievolita: sicchè egli [= il P. Palmieri] si sta attualmente adoperando per ottenere e raccogliere da molti oblatori ciò che da uno solo [la ND Gatterburg-Morosini] non osa più ripromettersi; …”.

È anche chiaro che la presenza e l’estrema vicinanza dei due istituti e opere, dei Cavanis e dei Somaschi, l’uno in faccia agli altri, tutti e due in fase di espansione e tutti e due bisognosi di mezzi per costruire, l’uno, o per comprare, l’altro, oltre all’ordinaria amministrazione, rendeva più difficile anche la ricerca di questi fondi.

Il documento citato, aveva il titolo “Se e Come”, e il sottotitolo: “…potrebbesi non ritardare all’Istituto Cavanis il mezzo di erigere l’ala di fabrica lungo la strada [ossia il rio terà Antonio Foscarini, NdA], che dee servire ad uso di scuole e insieme assicurare al nascente Orfanotrofio Emiliani in perpetuo l’uso dello stabile da un anno e mezzo cedutogli ad uso temporaneo e gratuito”.

Sul tema del “non ritardare”, il documento spiega: “…e quindi resta pure incerto quando potrebbe l’Istituto Cavanis avere il mezzo per la sua fabrica, che avrebbe bisogno di poter erigere entro l’attuale buona stagione”. La lettera è del 26 giugno 1882, Casara quindi voleva completare l’opera entro l’estate e probabilmente l’autunno 1882.

Il documento fu scritto allora per esporre alla “Nobilissima Dama” il seguente “parere”, che è piuttosto un suggerimento o una richiesta:

Se la Nob. Dama credesse dare la somma al P. Casara, per non differire il benefizio all’Istituto Cavanis, il P. Casara per sè, come rappresentante dell’Istituto, si obbligherebbe:

1°. A continuar la cessione dell’uso del fondo all’Orfanotrofio, col solo onere del pagamento delle pubbliche imposte, a cominciare dal prossimo anno 1883.

2°. A cedere in favor dell’Orfanotrofio stesso anche la proprietà, subito che fosse assicurato l’acquisto del vicino palazzo [palazzo Pisani, a quanto pare, NdA].

3°. Per dar valore a tale obbligatoria dichiarazione, questo verrebbe firmato dai tre sottoscritti

4°. Verificata che si fosse la condizione del n°.2, sarebbe da intendersi coi Superiori della Congregazione Somasca, quanto alla persona o alle persone a cui nominalmente far la cessione

5°. Nel caso poi (Dio nol permetta) che l’iniziato Orfanotrofio Emiliani non potesse stabilirsi, e ne dovesse essere abbandonata l’impresa, nè si potesse quindi effettuare la cessione del fondo; questo, se così piace alla Nob. Benefattrice, potrebbe restare all’Istituto Cavanis, ed allo scopo determinato di costituire qualche Patrimonio ecclesiastico ad uno o più Chierici dell’Istituto che ne abbisognassero, e la cui vocazione fosse riconosciuta e sicura.

6°. Per ora al P. Palmieri si comunicherà solamente, che, ove non possa entro l’anno [1882] il vicino palazzo; col cominciare del prossimo anno 1883 dovrà almeno pagar le pubbliche imposte, oltre l’obbligo di buona manutenzione”.

La ND Gatterburg-Morosini evidentemente, nella sua ben nota generosità scelse di seguire l’opzione suggerita dal P. Casara con le parole “Se la Nob. Dama credesse dare la somma al P. Casara, per non differire il benefizio all’Istituto Cavanis, il P. Casara per sè, come rappresentante dell’Istituto, si obbligherebbe: ecc.”, nella lettera intitolata “Se e come” del 26 giugno 1882, citata sopra. Infatti, nello stesso fascicolo 1882, si trova la minuta di una lettera del 22 settembre 1882, a mano del P. Casara, che è in realtà una ricevuta, di aver avuto dalla ND Gatterburg-Morosini la somma di £ (lire italiane) “22,000, ventiduemila”. La somma permise evidentemente alla Congregazione di continuare la costruzione dell’ala nuova delle scuole.

Il testo integrale della lettera è il seguente:

“Venezia li 22 7bre 1882

Il sottoscritto, per sè ed eredi, dichiara di aver ricevuto dalla Nob Contessa Loredana Gatterburg Morosini la somma di ite. lire 22.000, ventiduemila, ai riguardi del futuro Contratto di Compravendita dello stabile con annesso Orto, situato a S. Agnese, e descritto in Mappa del Comune Censuario (?) di Dorsoduro ai numeri 1952, 1954 con la superfe di p.e , e c.e 0,42, e rendita imponibile di £620,50, e n°1953B, suddistinto in num.o 2665 Ortaglia di p.e, e c.e 1.82 colla rendita censuaria di £ 32,03 e n° 2667 Luogo terreno con la sup.e di 4(?),03 e rendita censuaria di lire 20

Stante tale esborso per parte della Nob. Dama Contessa Gatterburg Morosini, il sottoscritto si obbliga di devenire alla formale stipulazione del Contratto di compravendita ad ogni richiesta della prefata Nob. Contessa Gatterburg, e alla consegna materiale dello stabile sudescritto sia alla Nobil Dama medesima, sia a quella persona che venisse da lei designata.

Nel frattempo il sottoscritto si obbliga di continuare la cessione gratuita dello stabile a favore del pio Orfanotrofio Emiliani, condotto dal R. P. Giuseppe Palmieri.

Le rendite qualsisieno dell’Ortaglia restano frattanto, e fino alla stipulazione finale del Contratto, a vantaggio del sottoscritto, in quanto intendesse di coltivarla a tutte sue spese.

Per conseguenza avrà libero l’accesso all’Orto medesimo il sottoscritto ed i maestri e gli scolari dell’Istituto Cavanis

La presente dichiarazione verrà restituira al firmatario nell’atto della stipulazione del Contratto di compravendita

P. Sebastiano Casara del fu Francesco”

Il contratto di compravendita tra PP. Cavanis e PP. Somaschi fu poi finalmente stipulato il 10 giugno 1884, presso il notaio Candiani. La “casetta” così fu persa, ma sarà ricuperata ossia ricomprata molto più tardi con l’aiuto prezioso del Banco San Marco (il 16 luglio 1919). Ebbe in seguito vari usi: propri, come sede di studentato, come si dirà sotto; e impropri, come albergo turistico informale, e poi fu distrutta in parte e sostituita dalla grande nuova foresteria trasformata infine in albergo; l’ultima parte che rimane in piedi, quella con asse nord-sud, facente fronte al rio terà Antonio Foscarini, è stata pure affittata allo stesso albergo. Bisogna dire che, nonostante le liriche dichiarazioni su questa culla della Congregazione, presenti in tanti libri e articoli, l’Istituto non ha mai dimostrato autentica stima e affetto a questo piccolo, caro edificio.

Un altro documento che ci fa pensare che la costruzione dell’ala nuova delle scuole sia proceduta, come desiderato, piuttosto rapidamente, è una proposta commerciale dello “Stabilimento asfaltico di Venezia” a P. Casara e all’Istituto. Il proprietario di tale stabilimento, tale Alessandro Remy, che tra l’altro aveva asfaltato la piscina S. Agnese per conto del municipio di Venezia, come pure cortili e terrazzi (pavimenti) dell’Istituto Coletti. i chiostri dell’Istituto S. Caterina-Foscarini, in data 10 Settembre 1882 scrive a P. Casara che: “…a cognizione che inerentemente (=accanto) alle vecchie Scuole si stà per ultimare un nuovo fabbricato, si permette di proporre l’eseguimento delle pavimentazioni terreni e anche superiori in Asfalto ecc.”. Nel Diario di Congregazione, a pag. 113, prot. n° 275, al 28 settembre, P. Casara annota di aver ricevuto altra offerta di asfalto e cemento da (una ditta della) Madonna dell’Orto, parrocchia e quartiere al nord di Venezia.

Sembra proprio dunque che l’edificio della cosiddetta ala nuova delle scuole, come continuiamo a chiamarla ancora oggi, passati 138 anni (nel 2020), fosse al tetto e quasi nell’autunno 1882.

Del resto, ciò viene confermato e completato da un’altra lettera, questa volta dell’inizio dell’anno successivo, datata del 15 febbraio 1883 scritta a P. Casara da un prete a noi sconosciuto, che offre un suo dipendente:

“M.R. Padre Superiore

Se è vero che l’artista addetto alla sua fabbrica non voglia aggiustarsi per ciò che riguarda il lavoro da finestrajo, il latore della presente assumerebbe ben volentieri l’incarico colla più desiderabile Sua soddisfazione. È di nome Filippo Molin lavorante in parrocchia nostra, uomo probo e capacissimo che lavorò, già tempo nella Chiesa di S. Cassiano. Non cesso di raccomandarglielo perché, in fatto, merita.

Accolga le proteste della massima mia considerazione, e le sono:

Devotissimo servo

don Antonio Gallimberti Vicario

15/2 83-”

È chiaro che la fabbrica dell’ala nuova delle scuole era quasi terminata e che si stavano completando gli ultimi dettagli: le finestre, oggetti fragili, sono in genere le ultime cose. Nel Diario di Congregazione si trova una brevissima notizia nell’11 o 12 aprile seguente: “Dichiarazione della qualità e del prezzo del terrazzo (che in veneziano si deve intendere: pavimento, probabilmente terrazzo alla veneziana, N.d.A.) che l’artista Giuseppe De Venuto si obbliga fare entro maggio nelle tre scuole a pian terreno della nuova fabrica”. Sono le aule adiacenti al corridoio che porta dall’androne del palazzo Da Mosto alla chiesa di S. Agnese.

La costruzione dell’edificio, cominciata nella tarda primavera 1881, finisce dunque alla fine della primavera del 1883, e probabilmente si cominciò ad utilizzar l’ala nuova per le scuole, almeno nel pianterreno, nell’autunno 1883; la “fabbrica” era durata un po’ più di due anni. L’anno scolastico 1883-84 risulta già cominciato da qualche tempo il 12 novembre 1883.

Nel Diario di Congregazione non si trovano più riferimenti alla costruzione della nuova ala delle scuole, fino alla fine del governo come preposito di P. Sebastiano Casara, cioè fino al 30 agosto 1885, salvo un riferimento a “un debito di lire 3000 che ci resta dall’anno passato per lavori di fabriche”, per il quale debito si chiede un aiuto al Principe Giovanelli, benefattore, il 26 maggio 1885. Come non ci si trovano notizie sulla posa della prima pietra, così non ci si leggono cenni alla festa dell’inaugurazione e benedizione di questo imponente ed importante edificio. Ciò sembra molto strano, se si confronta questo fatto con l’entusiasmo che aveva accompagnato il periodo della costruzione del primo fabbricato, quello della residenza della comunità nel 1881. Sembra strano anche perché, se è vero che le annotazioni di P. Casara sul diario, particolarmente in questi ultimi due o tre anni del suo governo, sono molto stringate e laconiche, facendo del diario un puro libro di protocollo, è anche vero che in occasioni particolari, come la morte della contessa Loredana Gatterburg-Morosini, avvenuta il 7 dicembre 1884, e in occasione della celebrazione di battesimo e cresima di tre bambini in S. Agnese, il 16 aprile 1885, il Casara dedica in ambedue i casi quasi una pagina completa all’evento.

Il silenzio su questo tema forse dipende dall’età e dalla stanchezza del P. Casara e da una progressiva disillusione, che lo porterà a dare le dimissioni definitive nell’agosto 1885; e anche dal fatto che in questi anni P. Sebastiano di occupava quasi più della questione rosminiana che degli affari di costruzioni e in genere della Congregazione, se si deve dar retta alla quantità enorme di lettere su tale questione che occupano il Diario di Congregazione in questi anni. Avendo voluto fare un controllo su questo aspetto della corrispondenza (e degli interessi) del P. Casara, per il solo anno 1885, dal 1° gennaio al 30 agosto, ultima data del Diario di Congregazione da lui redatto, ho contato 84 numeri di protocollo relativi a questioni rosminiane; 114 relative alla Congregazione e alla casa di Venezia; più sette numeri su argomenti vari, su un totale di 205 numeri di protocollo.

Inoltre erano notevoli le preoccupazioni per la preparazione della seconda parte delle regole e per il comportamento di alcuni giovani confratelli della comunità al riguardo (soprattutto ma non esclusivamente i padri Michele Marini e Giuseppe Miorelli).

Si costruì dunque il grande edificio tra l’antico palazzo e la chiesa di S. Agnese, al posto del “campazzo” o “ortaglia” che c’era, lungo il rio terà Antonio Foscarini o dei Alboreti, ma si lasciò un cortile con grandi alberi, dei platani più esattamente, tra la chiesa, la casa della comunità, il nuovo edificio delle scuole e altre piccole case che più tardi divennero di proprietà della Congregazione, cortile adibito alle ricreazioni degli alunni, che esiste ancora oggi, pur senza alberi, che sono stati tagliati negli anni ’80 del secolo scorso, e senza l’antica voliera, nell’angolo presso la direzione delle scuole, pure ritirata da quasi 70 anni.

Il nuovo edificio scolastico, costruito in mattoni, molto semplice e piuttosto brutto, aveva il pianterreno e due altri piani. Si lasciò una stradina stretta tra la chiesa e il nuovo edificio (la caléta), che fu successivamente coperta da un tetto piano incatrameto, e divenne quindi un corridoio interno e privato. L’estremità orientale di tale caléta, ancora esiste come calle pubblica, e si chiama Cale de la Chiesa. Sarebbe piuttosto Ramo de la Chiesa, dato che, sboccando a est nella piscina S. Agnese, è chiusa invece verso ponente da un muro che la separa dal cortile delle ricreazioni dell’istituto.

A proposito di CALÉTE

A proposito della caléta, cioè la viuzza lasciata da P. Casara tra la nuova ala delle scuole e la chiesa di S. Agnese, più tardi trasformata in corridoio interno, nel quale attualmente si trova una parte degli ambienti del “Museo della memoria” dell’Istituto a Venezia, si può raccontare che negli anni antichi, prima dell’invenzione o dell’uso corrente dei frigoriferi, fino agli anni ’50-’60 del secolo XX, c’era l’abitudine di servirsi della caléta per un altro uso, oltre a quello di passaggio alla chiesa di S. Agnese.

A quei tempi in comunità non si tenevano in casa bibite fresche, meno ancora birre, anche se a tavola si beveva il tipico quartino di vino. E non c’era frigorifero e, a mia memoria, neppure ghiacciaie. Eppure, nei mesi caldi e afosi dell’estate veneziana, si sentiva un religioso invitare un altro: “Vieni, andiamo in caléta e ti offro una birra”. Il fatto è che in caléta c’era, e c’è ancora, la tubazione che porta dall’acquedotto esterno l’acqua nel complesso dell’Istituto, e il contatore; e lì, anche d’estate, l’acqua era molto fresca e gradevole, prima di passare nelle lunghe tubature che raggiungono gli ambienti di comunità. L’invito a bere una birra era una realtà più modesta: si facevano due passi insieme, lì c’erano dei bicchieri e si beveva insieme un bicchiere d’acqua fresca, scambiando amichevolmente due chiacchiere.

C’è anche un’altra caléta di cui parlavano con una certa frequenza i ragazzi della scuola, forse ne parlano ancora, certamente lo facevano ai miei tempi di scolaro e studente ai Cavanis. È la cale del Pistor, strettissima, come si usa spesso a Venezia, che è uno dei percorsi degli studenti del Cavanis che vengono dai sestieri di S. Polo, S. Croce e dalla parte occidentale di Dorsoduro, nei tempi in cui si andava a scuola a piedi.

Quando c’era un conto da regolare e si voleva passare alle vie di fatto, cosa che non si poteva certo fare, in genere, negli ambienti della scuola, un ragazzo diceva all’avversario “Te spèto in caléta”, cioè “Ti aspetto nella

viuzza”, e si sapeva già di quale viuzza si trattava, anche se a Venezia le viuzze o caléte sono molte. In realtà era nel campiello adiacente, Campielo Calbo, che i ragazzi facevano a botte, quando le parole non erano state sufficienti a risolvere il caso. Succede anche nelle migliori scuole cattoliche!

L’intenzione originaria di P. Casara era di non limitarsi ad addossare (lui scrive meglio “congiungere”) l’ala nuova delle scuole alla chiesa di S. Agnese solo a livello di pianterreno, per permettere il passaggio diretto dalla scuola alla chiesa. Prevedeva che il nuovo edificio si addossasse o congiungesse alla cortina muraria della navata di sinistra della chiesa anche al primo piano, in modo che si potesse passare dal primo piano delle nuove scuole, attraverso una porticina, agli ambienti che esistevano sopra la cappella del crocifisso e sopra l’atrio della chiesa. A questa porticina accenna P. Casara, come segno di antica intenzione di congiungere le scuole con la chiesa, nella lettera al patriarca Domenico Agostini del 23 marzo 1881, di cui si è parlato sopra: “ …la porta aperta a tramontana nel piano superiore dell’atrio costrutto colla facciata”.

Tale porticina si può vedere anche nella fotografia di cui di parlava sopra, subito a sinistra di un lunettone corrispondente al piano della canonica (più tardi biblioteca della comunità Cavanis) appartamento in cui abitava il parroco di S. Agnese fino al 1810, e situato sopra l’atrio della chiesa stessa. Non si giunse però nel 1881-83 ad addossare tutto l’edificio alla chiesa, e probabilmente i religiosi della comunità di Venezia dovevano passare allo scoperto sul terrazzino asfaltato che copre la “caleta” per aver adito alla biblioteca sita sopra la cappella del crocifisso e l’atrio della chiesa, fino a quando nella grande riforma e restauro Forlati del 1937-40 tutto l’ambiente dell’antica canonica e più recente biblioteca di comunità fu completamente distrutto, assieme alla facciata neoclassica della chiesa.

Si può chiedersi, tra tanti cantieri e fabbriche, vecchie e nuove, di abitazione e di scuole, di dove venisse l’acqua dolce, da bere, per la cucina, per lavare, per lavarsi (ma ci si lavava molto poco a quei tempi!), per lo sciacquone (manuale) dei gabinetti, per le piante e l’orto o ortaglia di cui si parla a volte; e così via. 

Venezia come si sa è un “arcipelago” di un centinaio di isole lagunari, circondate da acqua assolutamente marina e quindi salata. L’acqua dolce veniva soltanto dalla pioggia e altre intemperie e, raccolta da apposite “bocche di pozzo” situate nei campi, campielli, corti e corti private, era filtrata in qualche modo piuttosto inadeguato nei cassoni di sabbia costruiti attorno ai pozzi, veniva attinta con secchi e corde nei pozzi e con i secchi portata a casa. 

Il pozzo più vicino all’Istituto Cavanis, attualmente, è quello della piscina S. Agnese, dietro l’Istituto; gli si aggiunge, un po’ più distante, il più grande pozzo del campo S. Agnese, che porta nella seicentesca vera da pozzo una tosca e consunta immagine della santa patrona della chiesa e de campo attiguo. Non risulta che ci fosse pozzo privato nei cortili dell’Istituto. Non se ne parla mai.

L’approvigionamento idrico era stato sempre un problema gravissimo per la città di Venezia e per le altre isole delle lagune venete. Tra l’altro, il sistema dei pozzi era molto poco igienico, e l’acqua di pozzo era uno dei veicoli delle malattie e delle varie pestilenze storiche.

Dell’acquedotto municipale che portava (o meglio avrebbe portato) l’acqua potabile a Venezia, attingendola nella pianura veneta, più esattamente dalla fascia delle risorgive, e in particolare dalla località di S. Ambrogio, frazione del paese di Trebaseleghe in provincia di Padova, si parla per la prima volta nel Diario di Congregazione Domenica 17 febbraio 1884. 

P. Casara in questa data, sotto il n° di protocollo 55, registra l’arrivo di uno “Stampato della Compagnia delle acque con tutte le indicazioni e la condizioni per chi vuol acqua potabile dal pubblico acquedotto, ormai prossimo al suo compimento”. 

L’acquedotto di Venezia fu compiuto e inaugurato di fatto qualche mese dopo, il 23 giugno 1884, e migliorò enormemente la vita della città, sia con le fontanelle pubbliche, ancora in uso in molti quartieri di Venezia, anche in piscina S. Agnese per esempio, a fianco dell’antico pozzo, divenuto solo decorativo con i suoi tre stemmi nobiliari; sia nelle case private e nelle istituzioni pubbliche, scuole in particolare. 

L’acqua di Venezia, che chiamiamo giustamente acqua di S. Ambrogio, è per la maggior parte di falda, attinta all’inizio direttamente dalle risorgive, in seguito e tuttora da una sessantina di pozzi a una profondità che arriva oggi a 300 metri. 

È tra le migliori d’Italia per qualità e caratteristiche, economica, attentamente controllata e sicura, anche se un po’ troppo calcarea, dato che proviene dalle prealpi calcaree e carsiche, principalmente dal massiccio del Monte Grappa e da quello del Cesen. È curioso che, sotto vari nomi, la stessa acqua è venduta in bottiglia come acqua minerale, e minerale lo è senza dubbio, come tutta l’acqua del resto!

Altri lavori nel grande edificio delle scuole si svolsero più tardi e furono annotati nel Diario della Congregazione, che era anche diario della casa di Venezia:

1) L’Istituto di Venezia, per iniziativa del P. Giovanni Chiereghin, vicario generale e prefetto delle scuole di Venezia, appoggiato dalla comunità, chiede, fin dall’aprile 1899, un contributo straordinario e notevole a tutti gli amici e conoscenti per “lavori dispendiosi e di necessità da farsi nel locale del nostro Istituto ad uso delle scuole”.

2) Il 19 novembre 1901 il Diario di Congregazione registra una « Forte spesa di carpenteria e falegnameria (£ 2.190)”, in buon parte per infissi, pavimenti in tavole, soffitti, sia per la casa della comunità, sia per le aule della scuola tecnica, sia probabilmente per l’ala nuova delle scuole.

3) In una sua lettera dell’aprile 1899, P. Giovanni Chiereghin scrive con tono abbastanza ruvido, di cui si scusa alla fine della lettera in post-scriptum del denaro raccolto, e ancora in fase di raccolta nella colletta per lavori di cui sopra al n°1, in evidente opposizione alle idee o alla prassi di un «procuratore», termine che a quel tempo voleva dire economo, locale o generale; e dell’uso da farne per «le migliorie necessarie al palazzo vecchio, prima d’ogni altra quella dell’androne», cioè il restauro completo dell’androne delle scuole (l’attuale androne, nel palazzo Da Mosto) e delle scale, che definisce «la prima scala che dall’androne conduce alle scuole vecchie, per aver anche il modo di assicurare al muro vecchio del palazzo [Da Mosto], che prospetta la corte delle galline, con una torretta in cui si farebbero i cessi di I e II Elementare ». P. Giovanni Chiereghin continua, ricordando come d’accordo con la comunità e con il preposito, avesse stampato un foglietto con la richiesta di contributi per questi lavori in corso. Continua definendo i lavori in corso «lavori straordinari» e di «spese straordinarie» e che «manca ancora non poco a raggiungere le 2000 [£] che vorrei raccogliere».

Queste spese e questi cantieri riguardarono senza dubbio lavori di restauro o di ristrutturazioni minori.

Nel 1929 fu costruita obbligatoriamente la colonna dei servizi igienici adossata presso l’angolo di sudest alla cortina muraria dell’ala nuova; colonna che più tardi, nel 1936, fu innalzata per servire anche al 3° piano. La colonna era coperta dal terrazzino che, oltre ad essere un ottimo belvedere su Venezia, servirà per alloggiare gli strumenti scientifici dell’osservatorio meteorologico. Prima della costruzione di questa colonna di servizi igienici, ogni classe aveva uno sgabbiotto o sgabuzzino in legno che serviva da gabinetto o toilette. Erano altri tempi: anche nelle case di buona famiglie a quei tempi i gabinetti erano sistemati in analoghi “sgabbiotti” lignei nelle cucine, o in sostituzione di antichi Diagò, al di fuori delle mura degli appartamenti.

Un quarto piano (se si considera il pianterreno e i tre piani) fu aggiunto al nuovo palazzo delle scuole più tardi, più esattamente nel 1936, con materiali semplicissimi ed economici, come ebbe a scoprire con sgomento chi scrive, nel 2004, nel momento in cui bisognò rinnovare l’edificio e metterlo a norma di legge, e bisognò sostituire molte pareti con materiale più consistente. Il cortile a est dell’ala nuova è uno dei tre cortili per la ricreazione che abbiamo nelle scuole di Venezia.

Più tardi ancora, nel 1958, Padre Riccardo Janeselli, doppiamente dottore in Matematica e in Fisica e professore di queste due materie nel liceo Cavanis di Venezia, organizzava un’osservatorio meteorologico nel terrazzino sopra la colonna dei servizi igienici e in una stanza adiacente, riprendendo così, dopo 8 anni di interruzione, la tradizione dell’osservatorio meteorologico astronomico e sismico del seminario patriarcale diretto da Padri Cavanis fin dal 17 novembre 1917. Nell’aprile 2016, P. Pietro Luigi Pennacchi, direttorre dell’osservatorio, trasformò tutto il grande soffittone dell’ “ala nuova “ delle scuole, finora adibita a polveroso deposito di mobili scaduti o non più necessari, in un quarto piano dell’edificio, tipo mansarda (quinto piano se si considera il pianterreno), in un ambiente scientifico e didattico del nuovo osservatorio meteo.

5.3 La storia della casa di Venezia, dopo la prepositura di P. Sebastiano Casara

“Il 3 settembre 1887, finito il capitolo provinciale ordinario elettivo, si riunì il capitolo locale di Venezia, in cui i PP. Professi di questa famiglia (…) elessero a proprio Rettore il Preposito e poscia a Procuratore (= economo) il P. Larese. Sian benedetti il Signore, la Madonna, ed i ss. Protettori della Congregazione, che tutto si concluse in pace ed in Santa carità”.

La scuola dell’Istituto di Venezia, essendo non statale, riceveva periodicamente delle ispezioni da parte del ministero. Il ginnasio per esempio ricevette una lunga e accurata ispezione da parte del provveditore agli studi e di due ispettori nei giorni 14 a 17 maggio 1888, con esito del tutto positivo. Anche il risultato di questa visita di controllo fu definita nel diario “consolante”, curioso aggettivo che era di costume negli ambienti ecclesiastici dell’ottocento, e del resto anche nella prima metà del novecento.

All’inizio del XX secolo, troviamo in un documento Cavanis un’interessante definizione della popolazione studentesca veneziana che frequentava a quel tempo le Scuole di Carità Cavanis nella casa-madre: “Qui abbiamo una gioventù sveglia, furba quanto mai per sottrarsi alla disciplina, terribilmente caustica nel giudicare gli insegnanti, e con la quale ci vuole anche una certa coltura esterna per imporsi”. Ed è P. Giovanni Chiereghin a pronunciarsi. Certamente non aveva visto la popolazione studentesca odierna! Ma sembra ne stia dando una descrizione accurata. Al suo tempo egli voleva far notare, con questa frase, la differenza tra i giovani della città e quelli della Pedemontana del Grappa (cioè i giovani che frequentavano il collegio Canova di Possagno). Oggigiorno la globalizzazione e particolarmente i mezzi di comunicazione sociale hanno appiattito un po’ tutto, con vantaggi e svantaggi.

1901 (23 ottobre) – Quella mattina, nella sala benedetta il giorno prima, iniziarono le lezioni del corso tecnico con 23 allievi. “Inizio magnifico, scrive P. Giovanni Chiereghin, preposito, delle feste centenarie dell’anno prossimo!”

Nel periodo 1903-1904 nel Diario di Congregazione (che è anche il diario della casa di Venezia) si parla spesso di casette situate nell’angolo di nordest del complesso di edifici dell’Istituto (zona dell’attuale biblioteca), dove si voleva costruire il noviziato, poi studentato. Si decide anche, il 18 aprile 1904, se vendere la casa natale dei fondatori e si trattano con i PP. Somaschi questioni riguardanti la “casetta” e “orto”. 

Sebbene la proprietà di questi beni spettasse in qualche modo alla casa di Venezia, le decisioni vennero prese a livello di Congregazione, consultando anche i definitori di Possagno: questi affari sono riportati allora nel capitolo della conclusione della prepositura del P. Giovanni Chiereghin. La casa di Venezia ne ricevette delle compensazioni economiche dalla curia generalizia.

Due anni dopo si trova la seguente frase nel Diario di Congregazione: “Capitolo di famiglia [di Venezia] per decidere in riguardo della casa Scatturin, di cui ci occorre una parte per costruire il passaggio al nuovo noviziato. Si approvò di lasciarla comperare dal Sig. Dolcetti, il quale ci cederà la parte necessaria in cambio della calle conducente al nuovo fabbricato dal Rio terrà Gesuati”.

La “casa Scatturin” era in realtà di proprietà della signora Domenica Costantini maritata Cavagnis ed è con ogni evidenza, in base a un documento di “Perizia di compenso a proprietario confinante” accompagnato da preziosa mappa catastale dell’area, la casetta gialla, con fronte sul rio terà Foscarini, già sede della scuola tipografica Cavanis, già sede di ambienti per la pastorale universitaria e attualmente corrispondente al settore occidentale (cioè con facciata sul rio terà) della Domus Cavanis. Il passaggio coperto, attualmente chiuso, al nuovo noviziato è quello pensile che attraversa la calle suddetta e portava (dal 1904 ai primi anni del secolo XXI) dal primo piano del palazzo da Mosto (dall’area compresa tra le aule di fisica e di informatica dal 2016 al 2020 almeno) al nuovo noviziato, ora Domus Cavanis.

Della “casa Scatturin” si parla ancora il 10 gennaio 1906, in tono completamente differente: “Si è conchiuso il contratto di compra-vendita della casa Scatturin di proprietà Cavagnis (sic), adiacente alla nuova fabbrica del Noviziato. Costerà complessivamente più di £13000. Si è decisa tale compera per praticare un passaggio coperto al nuovo noviziato”. Molto interessante per comprendere questi testi il progetto del noviziato (con data 20 giugno1905), conservato in AICV nei carteggi di curia, busta Curia 17, fascicolo 1906.

Il 21 maggio 1907 la comunità Cavanis di Venezia acquista dalle suore canossiane dell’istituto alle “Romite”, dal convento e /o chiesa che era appartenuta al ramo femminile dell’Istituto Cavanis, un altare di marmo, dove tante volte aveva celebrato la S. Messa P. Marco Cavanis, tra gli altri, che viene collocato come unico altare nella cappella del nuovo noviziato, costruito nel 1905-06. Tale altare, di marmo bianco con parti incrostate in lastre di marmo verde serpentinoso, era in uso nella cappella dello studentato almeno fino al 1968; poco dopo la cappella venne ridotta ad ambiente di deposito e l’altare fu smontato e distrutto. Varie parti dello stesso si trovano oggi sparse qua e là a titolo ornamentale nel giardino della comunità tra lo studentato a l’antica residenza dei padri.

Si noti che dall’inizio del volume VI del Diario di Congregazione, pur essendo preposito il P. Vincenzo Rossi, la scrittura non è più la sua, ma di altra persona, e il diario e scritto con maggiore regolarità e frequenza.

Una novità del 23 ottobre 1909 è l’apertura del liceo. Il DC dice: “Apertura regolare della Iª Liceale, diretta dal P. Casoli della Compagnia di Gesù, e del Pensionato sotto la responsabilità immediata del Generale, P. Vincenzo Rossi, nel locale di fronte alle scuole nostre, già appartemente un tempo alla Congregazione, ed ora alla medesima affidato dal Banco di S. Marco, che ne è proprietario”.

È poco conosciuta e interessante questa alleanza tra Cavanis e Gesuiti a Venezia, con la collaborazione del Banco San Marco, per la realizzazione del liceo Cavanis, nell’edificio che aveva sostituito parte della casetta. “21 novembre 1910. – Il Padre Rossi Vincenzo offre a nome del S.r Candiani, un pranzo ai più noti capitalisti del banco di S. Marco e ai professori tutti del Liceo nel locale stesso delle Scuole liceali, e l’adunanza servì a cementare ognora più gli ottimi rapporti che intercedono fra il Banco di S. Marco, i PP. Gesuiti e i PP. Cavanis”.

Più tardi, alla fine di maggio 1911, la comunità Cavanis sembra stanca del pensionato che, evidentemente, come tutti i pensionati universitari, dava delle difficoltà. Il liceo stesso, cui i Cavanis tenevano di più, “per una serie di avvenimenti che tolsero forse credito ai Gesuiti presso il Banco di S. Marco, restò lettera morta”. Il Sr. Candiani a nome del Banco venne a chiedere ai Cavanis di assumere di più o del tutto il liceo (anche se il testo del diario su tutta la questone non è molto chiara). Si offrivano di fornire maggior numero di ambienti e uno stipendio per il “censore”, cioè probabilmente per il direttore laico o per l’assistente di disciplina. Una lettera del preposito e rettore di Venezia, P. Antonio Dalla Venezia, riprodotta nel diario stesso, chiede maggiore sicurezza e impegno per il futuro; la risposta orale del Banco di S. Marco fu che questo non poteva dare sicurezza e che questa dipendeva dall’accordo tra Gesuiti e Cavanis. Si firmò dunque un impegno tra le due parti il 7 giugno 1911: “Il padre Preposito P. Antonio Dalla Venezia, ha apposto la sua firma sotto a quella del P. Provinciale dei Gesuiti a una lettera da indirizzarsi al dott. Candiani dove gli ha posta l’alternativa del pensionato con locali appositi nuovi o del solo esternato con locali da adattarsi. Ed ha dichiarato al P. Locatelli, superiore della Casa di Venezia dei Gesuiti, che in caso venissero fatti questi locali i Cavanis riassumerebbero, dietro però garanzia scritta, il Pensionato senza restrizioni di tempo”.

Pare insomma che l’impresa non fosse stata cominciata con contratti e impegni scritti e legali. Entrerà nel litigio con una polemica pubblica anche il giornale “l’Adriatico” che attacca il quotidiano cattolico “La Difesa”, sul tema del libro di testo di storia scelto dai Cavanis per il Liceo. Si tratta del testo del Savio. “L’Adriatico” per la verità se la prendeva solo con i Gesuiti, e ai Cavanis attribuiva solo il torto di aver prestato il loro nome all’inizio dell’opera.

L’Istituto, a livello generale, cioè per decisione del preposito con il suo consiglio definitoriale riunito a Possagno, rinuncia ad occuparsi del convitto o pensionato, pur mantenendo il liceo. Il superiore dei Gesuiti prende atto.

La scuola e la comunità di Venezia parteciparono il 25 aprile 1912, festa di S. Marco, con 70 persone, tra alunni e professori, con numero proporzionato al numero totale della scolaresca, secondo criteri fissati con il provveditorato, all’inaugurazione del campanile di S, Marco, ricostruito “Dov’era e com’era” in 10 anni, dopo la sua caduta nel 1902.

Il 6 giugno 1912 la comunità di Venezia riceve in regalo dal parroco di S. Salvador, il canonico Previtali, un tabernacolo di marmo di fattura delicata, scolpito tutto d’un pezzo, per l’oratorio domestico; è con tuta probabilità quello, ammirevole per la sua fattura, che si trova nella piccola cappella di comunità a Venezia. E dubbio però che sia di stile rinascimentale come dice il Diario di Congregazione, a me risulta di gusto nettamente barocco.

Nel 1912 circa, la comunità di Venezia costruì il muro a est del cortile delle scuole, quello compreso tra l’abitazione della comunità, costruita da P. Casara, l’ala nuova delle scuole e la chiesa di S. Agnese. Il muro fu costruito per schermare il cortile stesso e l’abitazione della comunità dalle due casette comperate poi solo nel 1952; il muro aveva lo scopo di “liberare la casa e il cortile nobile (sic) dalla schiavitù del secolo (sic)”. Dato il prezzo senza dubbio rilevante della costruzione del muro, sembra molto probabile che in una o due delle casette di cui sopra abitassero famiglie di costumi immorali o addirittura case giudicate a quel tempo in qualche modo di malaffare.

A metà ottobre del 1920 nel diario si parla con soddisfazione dell’inizio dell’anno scolastico nelle case, che ora sono tre. A Venezia, l’anno 1920-21 si apre con abbondanza di iscrizioni, 440 allievi, dopo gli anni magri del profugato dei veneziani e del loro lento ritorno; a differenza delle altre due (una nuova, Porcari, e una rinnovata dopo la guerra, Possagno); si può aggiungere il dato che a Possagno c’erano, all’inizio di quell’anno scolastico 1921, 89 convittori (oltre naturalmente agli alunni esterni, ossia non convittori, che dovevano essere ben più numerosi) e ben 18 aspiranti religiosi.

Inoltre a Venezia, a richiesta del patriarca La Fontaine, il sabato 10 gennaio 1920 “si aprì il nuovo Pensionato Universitario Cattolico “Antonio Paganuzzi” nella “Casetta” dei Padri di fronte alle Scuole. Ci entrò un primo giovane a cui si uniranno fra domani e postdomani, al riprendersi delle lezioni alla Scuola Superiore di Commercio, altri giovani già iscritti. Ne è direttore il P. Fr[ancesco]. Sav[erio]. Zanon. Nel locale stesso si è pure trasferita da questa sera la Sede del Circolo Univ. Catt. “Luigi Olivi” di cui devono far parte i giovani per poter essere ricevuti nel Pensionato, essendo esso stato fatto apposta per quei giovani del Circolo che non hanno qui la famiglia, e per loro insistente preghiera presso il Patriarca e l’Istituto nostro . – Il Signore benedica questa nuova Opera dell’Istituto che si spera sia conforme alla Volontà di Dio essendo sorta per impulso del Patriarca, con spirito di Fede nella D. Provvidenza che ci ha facilitato in modo singolare e l’acquisto dell’arredamento e la designazione della Custode nella persona della Sig.na Bertiato, che ci ha spianate le vie difficili e in tempore opportuno mandati i soccorsi per le spese non lievi, mostrandoci di esser vigile, generosa se in lei si ha fede. Patrono speciale sia S. Antonio a cui il Preposito affidò il Pensionato fin dalla prima idea venuta della sua Fondazione. Con Lui proteggano la nuova Opera S. Gius. Calasanzio e i PP. nostri Fondatori ai quali speriamo sia presto tributato onore di gloria e benedizione per la voce della S. Chiesa, in codesta loro Casa ritornata all’Istituto forse per la loro intercessione nel Cielo. In memoria dell’ottimo giovane Antonio Paganuzzi il Circolo che lo ebbe socio ne propose il nome al Pensionato chiedendone consenso alla Famiglia che commossa non solo acconsentì, ma vi fece dono anche di un letto e comò. Così il nome del caro ex alunno dei Cavanis, raccogliendo in sé memorie, affetti ed esempi di soavità santa e luminosa, è di comune soddisfazione, simbolo di virtù, programma ai giovani di feconda operosità nel bene”. Il pensionato e sede del Circolo fu inaugurato e benedetto dal Patriarca il 1° febbraio 1920. La cappella fu benedetta dal preposito l’11 febbraio, per incarico del patriarca. Del pensionato si celebrò poi anche un’inaugurazione pubblica più solenne il 25 aprile 1920, festa di S. Marco, presente e discorsante anche l’assistente ecclesiastico della Federazione Universitaria Cattolica Italiana-FUCI, Mons. Domenico Pini.

In seguito le cose non andranno sempre bene con il pensionato e le associazioni annesse. Il 6 agosto 1920 il preposito fu chiamato dal patriarca che gli espose dei “lamenti” sul pensionato. Si giunse a separare il pensionato dal circolo studentesco universitario. Si continuò tuttavia a gestire in proprio il Pensionato e a mantenere il Circolo universitario S. Giuseppe Calasanzio. Nel mese di Agosto, in occasione della festa di S. Giuseppe Calasanzio, si festeggiò in buona compagnia con colti personaggi della chiesa che è in Venezia il 1° centenario dell’inizio della comunità Cavanis nella Casetta.

Un’altra impresa che si propose P. Tormene, assieme al parroco della parrocchia S. Maria del Rosario, vulgo i Gesuati, don Barbaro, fu quella di acquistare in comproprietà tra Cavanis e parrocchia la fabbrica di birra e birreria che si trovava adiacente all’Istituto e alla chiesa di S. Agnese, esattamente ove si trova ora il patronato della parrocchia, con il nome attualmente di “Patronato Parrocchiale Alberto Cosulich – Centro di Cultura – Scuola di Formazione Cristiana” e in più tutta l’area a sud, che arrivava a quel tempo, attraverso un’area di tipo industriale, coperta da tettoie per la lavorazione della birra e/o il deposito della stessa, alle case prospicienti sulle Zattere. Il sig. Trevisan, proprietario, avendo cessato la produzione e il commercio della birra, era disposto a vendere per una somma stimata preliminarmente in circa £ 100.000. Scopo dell’acquisto era un po’ vago: per una lato si voleva impedire che essa, così “incollata” agli edifici dell’Istituto, potesse essere acquistata da altri che ne facessero cattivo uso – si presenta una lista di possibilità varie di uso improprio o sconveniente, compreso quella di sede di associazioni socialiste – per altro lato di disporre di ambienti per un futuro patronato e/o doposcuola, o per qualsiasi opera futura dell’Istituto e/o della parrocchia. La comunità fu consultata preliminarmente il 14 gennaio e dette risposta positiva all’unanimità, nonostante fosse chiaro che la comunità non disponeva di un centesimo. Si confidava totalmente sulla provvidenza.

Il 22 gennaio 1920 il sig. Trevisan ricevette tuttavia un’offerta dall’Istituto Autonomo Case Popolari-IACP per l’acquisto di tutta l’area, comprese le case che guardano verso il canale (della Giudecca?). Faceva notare che trattandosi di un ente pubblico, questo aveva diritti di requisizione. Il proprietario vedeva più interessante per i suoi interessi vendere tutto all’IACP. Si parlamentò tuttavia con lui e con rappresentanti di detto Istituto, tra cui con un ingegner Bertanza, che era amico dell’Istituto ed ex-allievo, e si addivenne alla decisione di dividere in due parti l’area; l’Istituto Cavanis assieme alla parrocchia avrebbe comprato la parte adiacente al cortile delle ricreazioni e alla chiesa di S. Agnese, fino all’attuale Calle Cavanis, parte consistente nell’edificio abbastanza recente che porta oggi il n° civico 908 B e il cortile che attualmente è utilizzato esclusivamente (contro l’uso precedente, che era misto, cioè di ambe le parti) dalla Parrocchia di S. Maria del Rosario; e l’IACP il resto, dalla calle Cavanis alle Zattere. Tale area attribuita all’IACP comprendeva probabilmente l’area corrispondente all’attuale Calle Cavanis, alla casa popolare a tre piani più pianterreno con i quattro numeri civici 906 E-F-G-H, la calle Antonio Da Ponte e vari edifici tra questa nuova calle e il canale della Giudecca. È poi probabile che il sig. Trevisan e famiglia abitassero nel palazzo gotico Trevisan degli Ulivi, attualmente adibito a consolato della Svizzera a Venezia.

La nuova situazione era anche più conveniente per l’Istituto, per una serie di motivi esposti nel diario. Il 25 dennaio 1920  si tenne un altro capitolo di famiglia che approvò sia l’acquisto della porzione suddetta della ex-birreria, sia l’acquisto in comproprietà con la parrocchia. Il progetto fu sottoposto al Patriarca il giorno stesso dall’Istituto e il giorno seguente dal parroco don Barbaro, e fu da lui approvato. Fu il 31 agosto 1920 che si giunse a firmare davanti al notaio il contratto d’acquisto nella forma seguente: “Oggi alle 15 si stipulò dinanzi al Notaio Chiarlotto il definitivo contratto per l’acquisto del fondo dietro la Chiesa di S. Agnese (Casa Benedetti ed ex Birreria) per 40 mila lire versate all’ex propretario Sig.r Franco Trevisan. La parte ritenuta dall’Istituto è la Casa Benedetti per 20.000 lire; il rimanente per egual cifra ad uso di Patronato fu acquistato dalla Parrocchia; il tutto però in perfetta comproprietà (…) e con convenzioni approvate dal Patriarca e dalla Comunità (V. Archivio, 9 maggio 1920). Ne sono intestati per l’Istituto i PP. [Agostino] Menegoz e [Alessandro] Vianello. La Provvidenza pensò a mandare il denaro per mezzo d’un pio benefattore, Dn. Pietro Rover, che già l’aveva dato a P. Zamattio pel Collegio, e servì invece per questo urgente bisogno. Alle rimanenti spese, non indifferenti, penserà pure la Divina Provvidenza. Il Municipio di Venezia, dietro istanza fatta dall’Istituto Autonomo delle Case Popolari (acquirente della IIª parte del fondo Birreria) cedette ai Cavanis la Calle dietro la Chiesa, ma anche per ciò nuove spese”.

Il patriarca chiese e ottenne che i padri Cavanis divenissero responsabili ed esecutori di un nuovo giornaletto diocesano, dal titolo “La Madonna di Lido”, in favore dell’erezione del Tempio Votivo di Venezia. Il Preposito accettò, con difficoltà, e ricevette l’appoggio logistico degli Orionini, con la tipografia dell’Istituto Manin o più probabilmente della tipografia Emiliana, praticamente adiacente all’Istituto Cavanis. Il 24 maggio 1921 uscì il primo numero del foglietto. P. Tormene del resto era anche membro della commissione diocesana per la realizzazione di questo voto emesso dalla diocesi di Venezia nel corso della grande guerra, ma che la popolazione di Venezia era (e rimase) molto lenta e fiacca nel compiere.

Un momento di gioia per l’Istituto, prima di quello di un grande dolore, fu il giorno 10 dicembre 1921, quando la porzione di proprietà della ex birreria Trevisan, appartenente ora all’Istituto Cavanis e alla parrocchia dei Gesuati, separata dalla parte dell’IACP (nella quale sorse la casa popolare a tre piani più pianterreno con i quattro numeri civici 906 E-F-G-H) dalla nuova calle, questa prese il nome di Calle Cavanis, su suggerimento di Mons. Ferdinando Apollonio, amico dell’Istituto e membro della Commissione cittadina per i nuovi nomi da darsi alle strade. La previsione era che a nuova calle si chiamasse Calle S. Agnese, come era stato concordato il 21 giugno 1921, ma il nome della calle, riferentesi specificamente ai Fondatori, fu origine di gioia per l’Istituto che porta il loro nome. Da notare, dalla stessa fonte, che il nuovo lotto, separato dalla calle Cavanis e adiacente alla chiesa di S. Agnese e al suo cortile, già in questa data del 10 dicembre 1921 portava il nome di Patronato Alberto Cosulich.

Il diario qui conclude “Felice e inaspettato epilogo questo delle lunghe pratiche e gravi spese incontrate dall’Istituto dal gennaio 1920 ad oggi per l’acquisto dell’ex Birreria e la cessione della “Calle dietro la Chiesa”.

Il 15 dicembre 1921 P. Tormene – sentiti senza dubbio i padri della casa di Venezia – assunse un nuovo incarico pastorale per l’Istituto: su richiesta del patriarca accettò per l’Istituto la responsabilità pastorale dell’istruzione religiosa dei marinaretti a bordo della Nave Scuola Scilla. Questi marinaretti erano bambini e ragazzi orfani di pescatori e marinai. Essi venivano già alla messa della domenica a S. Agnese e i padri Cavanis li assistevano per i sacramenti. Ora si aggiungeva l’istruzione religiosa. Vedremo che questo fatto si rivelò prezioso durante il ventennio fascista, quando i ragazzi del Cavanis furono associati ai Marinaretti della Nave Scilla, e l’Istituto Cavanis poté mantenere meglio il controllo dell’educazione dei ragazzi nel sabato fascista e in altre situazioni ed occasioni, che se essi fossero dipesi dall’Opera Nazionale Balilla.

Nell’ottobre 1922 inizia il liceo Cavanis (questa volta Cavanis in senso stretto e univoco) a Venezia, con un solo studente esterno, tale Angelini Francesco, e un solo studente interno, cioè seminarista, Antonio Eibenstein. “Speriamo sia il granello di senape”. Si trovano dati e date (1922 o 1923?) differenti su differenti documenti, a proposito dell’apertura di questo liceo classico Cavanis, che finora serviva soltanto per i seminaristi ed era un’attività interna, anche a pochi giovani esterni, non provenienti da altri licei e di buona famiglia veramente cristiana, più spesso figli di ex-allievi, naturalmente soltanto maschi. Di questo liceo di ebbe a discutere più volte, e particolarmente nella riunione del consiglio definitoriale del 17-19 luglio 1926 (soprattutto il 19 luglio), perché non tutti erano convinti della bontà dell’iniziativa e del metodo. Il sistema di formazione a quel tempo, infatti, tendeva a isolare completamente i formandi religiosi dagli alunni esterni (e dal mondo in genere), salvo che nell’esercizio dell’educazione e delle scuole. Il liceo comunque continuò ad aprirsi agli esterni, il cui numero continuò ad aumentare.

Intanto, il 30 maggio 1926, a conclusione del mese di di maggio, la Congregazione mariana di Venezia aveva organizzato la gita annuale, con meta a Monte Rua, nei Colli Euganei. Giunti nei pressi di Noale – dice il diario- ma in realtà a Massanzago (a quel tempo un paese, in provincia di Padova), sito a sud-ovest della via Castellana (Venezia-Castelfranco), uno dei torpedoni, che erano dei piccoli pullmann scoperti, si rovesciò nel fosso e i 14 giovani occupanti avrebbero potuto essere schiacciati. Per esempio il papà di chi scrive questo libro, Piero Leonardi, che aveva a quell’epoca 18 anni ed era associato alla Congregazione mariana e allievo del suddetto liceo Cavanis, era rimasto con il bordo del torpedone che gli attraversava la schiena, e fu necessario l’intervento di un un mezzo di soccorso stradale per rialzare il torpedone accidentato e perché il giovane potesso uscire; così accadde anche ad altri. Eppure, nessuno si accidentò veramente: “Per grazia speciale di Maria vi furono solo lievi contusioni. Sia benedetta la nostra amorosa Madre!” Il diario, che era stato piuttosto laconico il 30 maggio, commenta anche più avanti l’avvenuto: il 13 giugno P. Zamattio scrive: “Oggi funzione speciale della Congr. Mariana per ringr. la Madonna del miracolo ottenuto il 30 maggio – Celebrante il P. Preposito.” E il 20 giugno: “Il 20 [giugno] i graziati si recarono a Noale a ringraziar nuovamente la Madonna, il dottore e le buone suore. Giornata riuscitissima.”.

Il 3 aprile 1927, in segno di gratitudine alla Madonna, si pose la prima pietra di un Sacello a Massanzago, e lo si inaugurò il 26 maggio 1927.

La Congregazione mariana di Venezia aveva l’abitudine di organizzare con una certa frequenza visite e pellegrinaggi a questo sacello o cappella, anzi era diventata un’abitudine annuale. Conchiusa praticamente sul finire del secolo XX, l’esperienza della Congregazione mariana, anche se alcuni membri della stessa continuarono a frequentare l’Istituto, e a celebrare insieme delle feste mariane, l’Istituto nella persona del preposito nel 1994 decise di donare il suddetto sacello alla parrocchia di Massanzago, che lo accettò.

Il 1927 vide un generoso dono fatto alla casa di Venezia e specialmente alla sua scuola: “… una splendida collezione di animali imbalsamati in due bellissime vetrine è venuta im quest’ultimo mese ad arricchire il Gabinetto di Storia Naturale delle nostre Scuole. Si tratta di una collezione di 242 esemplari di uccelli e mammiferi, amorosamente composta da un appassionato cultore della Natura, il Cav. Costantino Carmignani (…) La sua vedova (…) ne fece dono alle nostre Scuole.” L’articolo da cui sono tratte queste frasi è del P. Francesco Saverio Zanon, professore per decenni nelle nostre scuole di Venezia.

Interessante la notizia, del 14 settembre 1928, che a Venezia in prima elementare furono accolti ben 56 bambini! In quei tempi, e fino agli anni tardi Sessanta del XX secolo, in genere le scuole elementari erano tenute soprattutto dai chierici teologi, e questi lavoravano due per classe.

Il Preposito decide che l’edificio della casetta (chiamato nel Diario di Congregazione “dell’ex-pensionato”) non sarà più affittato a terzi, ma verrà utilizzato per diversi scopi dell’Istituto stesso e delle scuole. Tre stanze sono adattate ad appartamento per una coppia di coniugi, di cui uno sarà il portinaio delle scuole, l’altra portinaia della casetta stessa. Di passaggio, si deve notare qui che il pensionato aveva avuto breve durata, e che già nel settembre 1928 lo si chiamava “ex-pensionato”.

Nell’autunno 1928, come si dirà più ampiamente nel capitolo sulla prima guerra mondiale, a Venezia (e nel DC, vol. VIII) molto tempo e spazio sono dedicati all’evento, eccessivamente valutato dal preposito P. Giovanni Rizzardo, dell’inaugurazione della lapide dei caduti, avvenuta il 21 ottobre 1928, a 10 anni dalla conclusione del conflitto.

Il 14 maggio 1931, nel 15° centenario del concilio di Efeso, assise ecclesiale che aveva proclamato tra l’altro la maternità divina di Maria, si pose sul muro est del cortile della chiesa, muro di cui si diceva sopra, costruito nel 1912 circa, il bassorilievo della “Mater Dei”, in forma di una Madonna orante, con il bambino Gesù in una “mandorla” sul petto delle madre, prospiciente il cortile, invocando così la protezione della santa Madre di Dio sui ragazzi nelle ricreazioni in cortile. Il bassorilievo, concepito e scolpito dall’architetto e scultore Domenico Rupolo, porta la scritta: XIV.V.MCMXXXI – D. Drupolo; e alla base la frase: “Monstra te esse matrem”, tolta dall’inno Ave maris stella.

Per il quarto di secolo tra il settembre 1933 e l’agosto 1959, è particolarmente interessante leggere, come complemento alla storia della comunità di Venezia, il Diario dello Studentato Teologico, iniziato da P. Giovanni D’Ambrosi e poi continuato dai vari maestri degli studenti o chierici che si sono succeduti nella carica e nell’incarico. Sebbene sia di carattere soprattutto devozionale, con un’infinità di feste (soprattutto mariane) e novene e ore di adorazione e rosari e traccia di innumerevoli preghiere vocali, in modo francamente – per i gusti attuali – eccessivo, contiene molti dati utili per servire alla storia non solo della formazione Cavanis ma anche della casa di Venezia e dell’Istituto in genere, della liturgia di quell’epoca, e di molti altri aspetti e fatti. È un ritratto perfetto della vita di formazione religiosa preconciliare.

Si può ricordare qui che, come consta in detto diario del Teologato, i maestri o assistenti dei chierici teologi nel periodo 1933-1959 (il periodo coperto da questo diario) furono i seguenti:

Settembre 1933-settembre 1937
P. Giovanni D’Ambrosi

Settembre 1937-settembre 1938
P. Carlo Donati

Settembre 1938-settembre 1940
P. Gioachino Tomasi

Settembre 1940-giugno 1943
P. Antonio Cristelli

1943-1945: scritta “Nulla da segnalare”
P. Basilio Martinelli (questi non ha scritto nulla)

1945-1946: scritta “Nulla da segnalare”
P. Riccardo Janeselli (questi non ha scritto nulla)

Settembre 1946-settembre 1949
P. Guerrino Molon

Settembre 1949-settembre 1951
P. Luigi Ferrari

Settembre 1951-settembre 1955
P. Giuseppe Simioni

Settembre 1955-settembre 1956
P. Alessandro Valeriani (questi non scrisse il Diario)

Settembre 1956-settembre 1958
P. Luigi Ferrari

Settembre 1958-settembre 1960
P. Alessandro Vianello.

Il 27 agosto 1959 finisce il quaderno, e il diario passa ad altro quaderno. Dal settembre 1960 alla sua elezione come preposito generale nell’estate 1967, il maestro dei filosofi e teologi (riuniti) sarà P. Orfeo Mason. In seguito il teologato passerà a Roma.

Il 26 giugno 1936 si decide in capitolo di comunità di cominciare il restauro dell’oratorio domestico, ora aula magna, come pure di realizzare la sopraelevazione di un piano (3°) di tutto l’edificio delle scuole, sopra l’ala antica (palazzo Da Mosto) e sopra l’ala recente. Il lavori sono effetuati dalla ditta Scattolin, su progetto dell’architetto Lino Scattolin. Furono purtroppo eseguiti in economia, con pessimo materiale, con i muri in buona parte consistenti di un traliccio di travi lignee collegato da tavole di legno coperte di intonaco, con lo spazio tra le travi e le tavole riempito di materiale di risulta. Tale situazione sarà scoperta con sconcerto al momento della messa a norma (con tutti gli apparati antincendio e porte REI) degli ambienti della scuola nelle estati 2004 e 2005.

Nell’anno scolastico 1938-39 gli alunni della scuole di Venezia sono più di 700.

Nello stesso anno 1938, più precisamente il 5 dicembre, il preposito P. Aurelio Andreatta, che era anche rettore della casa di Venezia, assieme al prefetto delle scuole, P. Vincenzo Saveri, si recano dal provveditore agli studi di Venezia, su suo invito, per trattare di una questione alquanto imbarazzante. I padri avevano aperto da una quindicina d’anni il liceo, senza renderne edotto il provvedidorato, anche perché all’inizio il liceo Cavanis aveva soprattutto lo scopo di far studiare a Venezia i giovanissimi religiosi professi dell’Istituto che dovevano frequentare un liceo; a questi avevano aggiunto un gruppo selezionato di allievi laici, che dalle scuole medie passavano al liceo. Col passare del tempo tuttavia il gruppo di liceali laici era aumentato, ma l’Istituto non aveva chiesto né l’autorizzazione né la parifica. Il provveditore, gentilissimo, aveva notato che gli allievi del Cavanis, che necessariamente dovevano sostenere anno per anno gli esami presso un liceo statale (probabilmente il Marco Polo, prossimo all’Istituto Cavanis), ottenevano ottimi risultati. Invitava quindi l’Istituto a regolarizzare anche formalmente la posizione del liceo. I padri aderirono all’invito “del resto fatto con tanta cortesia e con dimostrazioni di larga stima verso l’Istituto”.

Interessante la notizia del 14 dicembre 1938, sulla benedizione e inaugurazione del “trittico dell’oratorio domestico, che rappresenta la Madonna del Carmine, S. Giuseppe Calasanzio e S. Luigi Gonzaga (…) dipinto dal prof. Umberto Martina”. Tale trittico, fatto dipingere come pala d’altare per la grande cappella o oratorio del primo piano della palazzo Da Mosto, attualmente aula magna o auditorium delle scuole, è stato successivamente spostato alla cappella privata della comunità, la quale a sua volta ha subito spostamenti nel tempo; attualmente, dal 2004, la cappella, con il suo trittico, è sita sopra una delle sale di deposito della biblioteca dell’Istituto, negli ambienti della comunità.

Due giorni più tardi, il diario di Congregazione riporta la prima riunione del comitato per i festeggiamenti in occasione di detto centenario. Esso era “così costituito: Il Preposito [P. Aurelio Andreatta] – P. Prefetto delle Scuole [P. Vincenzo Saveri] – P. Michele Busellato – P. Amedeo Fedel – Sigr. Luigi Benvenuti – Mons. [Giovanni] Urbani – Comm. Nordio – don Luigi Vio.”

Il sabato 29 aprile 1939 è benedetta e inaugurata la cappella “nuova”, su progetto dell’arch. Renato Renosto, adattata in uno degli ambienti del nuovo edificio che aveva sostituito l’ala settentrionale della “casetta”, prima sede della comunità Cavanis. Questo edificio fu poi distrutto per costruire, nei primi anni ’60 del XX secolo, la foresteria per l’opera della pastorale universitaria, detta all’inizio Domus Antoniana e subito dopo Domus Cavanis, oggi trasformata purtroppo in albergo Belle Arti. La cappella, compreso l’altare, era tutta rivestita di mosaico dorato. P. Aurelio Andreatta, preposito generale, nel discorso tenuto durante la celebrazione eucaristica di inaugurazione, ricordava che “L’aria è press’a poco, almeno in parte, quella della stanza, dalla quale, morendo, i nostri Ven.ti Fondatori spiccarono il volo per il Paradiso”. Dicendo “l’aria”, P. Aurelio, come mi ricordo di aver ascoltato più tardi più di una volta dalla sua stessa bocca, intendeva dire che la cappella non corrispondeva esattamente all’ “area” della stanza suddetta, perché il perimetro dell’ambiente non le corrispondeva pienamente, e anche perché il pavimento era stato rialzato e non corrispondeva al livello originale della Casetta, molto più basso, tanto da essere inondato in caso di acqua alta. P. Aurelio faceva un gioco di parole tra “aria” e “area”; voleva dire che il volume della cappella corrispondeva in parte a quello della camera che era stata successivamente quella di P. Marco e poi di P. Antonio, nella malattia e nella morte. In questa camera, poi nella cappella, e ora in una stanza estrema verso ovest, a pianterreno dell’albergo (deposito di bagagli, purtroppo) c’era una lapide che ricordava questo luogo santo. Bisogna però fare attenziane a non dire che detta camera è quella in cui si trova attualmente la lapide. La cappella di cui si parla si trovava esattamente di fronte all’entrata (atrio) dell’attuale albergo, come ricordo personalmente.

Nel 1939 si inaugura la cappella nell’edificio della “casetta”, si celebrano vari eventi e festeggiamenti per il centenario dell’erezione canonica dell’Istituto e si restaura l’oratorio al primo piano del palazzo Da Mosto, ove si pone una lapide-ricordo. Del restauro generale della chiesa di S. Agnese si parla nel capitolo apposito.

Il 21 gennaio 1940 si suona per la prima volta, nella festa di S. Agnese, il nuovo organo Mascioni della chiesa. Domenica successiva, il 28, si celebra in S. Agnese l’inaugurazione del restauro della chiesa stessa e dell’organo.

Dal 1941 fu anche provvisto a una dignitosa cappella funeraria per i religiosi defunti della casa-madre di Venezia: in occasione della santa morte del P. Agostino Zamattio, avvenuta appunto il 2 maggio 1941. Più esattamente, si arrivò a tanto per iniziativa degli ex-allievi di Possagno e di Venezia, guidati dal’avv. Celeste Bastianetto, e si giunse a compiere un voto della comunità veneziana: quella di avere una cappella mortuaria per i religiosi defunti della comunità nel cimitero comunale di S. Michele. “Un gruppo di ex-allievi devoti e volonterosi si fece promotore dell’iniziativa di dare all’Ist.o, in memoria di P. Zamattio, una tomba nel Cimitero di S. Michele. L’iniziativa ebbe esito favorevole. La tomba, ampia e capace, è nella Chiesetta di S. Cristoforo. Il P. Zamattio vi è sepolto a salma intera in doppia cassa. Gli altri religiosi vi saranno in seguito deposti in quei pochi resti mortali, che saranno esumati dopo un decennio o quindicennio di sepoltura nel campo comune degli ecclesiastici. E ciò per evidenti ragioni pratiche”. Il progetto della cappellina o absidiola fu redatto dall’arch. Lino Scattolin, anche lui ex-allievo, e fu eseguito dalla ditta Feifer e Mander di Venezia. Tale notizia si trova in un breve articolo della rivista Charitas, che prosegue, dopo aver parlato della traslazione della salma di P. Zamattio: “…ed in minori cassette i resti mortali del P. Sebastiano Casara, che da parecchi anni riposavano in un loculo perpetuo, e dei Padri Carlo Simeoni, Augusto Tormene, Mario Miotello, che, morti da più di un ventennio, dovevano essere riesumati proprio in quei giorni dal Campo comune degli ecclesiastici. Tutto ciò fu eseguito nella settimana precedente alla domenica 3 Maggio 1942, nella quale si era stabilito di procedere alla benedizione della nuova tomba e alla commemorazione del P. Zamattio. (…). La tomba reca la seguente scritta: Heic Scholarum Charitatis Sodales expectant diem Christi Jesu (qui i religiosi delle Scuole di Carità aspettano il giorno di Cristo Salvatore (sic). Vi saranno incise anche, a titolo di riconoscenza, le parole: Ex alumnorum cura et pietate. Il catino absidale, che sovrasta la tomba, sarà decorato a mosaico e recherà il nome e lo stemma dell’Istituto con i due alberi, i tre monti, la cavagna, la colomba e il motto: Sola in Deo sors.”. Il catino absidale è realmente ricoperto di mosaico a foglia d’oro, nella migliore tradizione veneziana, con lo stemma dell’Istituto al centro, disegnato a tessere di pietre e di pasta vetrosa a vari colori; l’abside è foderata di marmo bianco, su cui sono scritti via via i nomi dei religiosi ivi sepolti. Al centro dell’abside si trova incassata una grande croce alta e stretta, con una sindone, il tutto in marmo color porpora scura, probabilmente pavonazzetto.

Attualmente (2020) in questa cappella sono sepolti e i loro nomi sono iscritti nell’ordine da sinistra a destra e dall’alto in basso, a sinistra della croce centrale in pavonazzetto rosso:

Sebastiano P. Casara, Augusto P. Tormene, Simeoni P. Carlo,      Miotello P. Mario.

D’Andrea P. Luigi,    Cognolato fra Enrico,  Fedel P. Amedeo,       Angelo fra Furian.

E a destra della croce, nello stesso ordine:

Zamattio P. Agostino, Giuseppe P. Borghese, Giuseppe fra Vedovato,  Filippo fra Fornasier.

Aurelio P. Andreatta,  Cesare P. Turetta,     Giovanni P. D’Ambrosi, Alessandro P. Vianello.

Francesco Sav. Zanon, Ausonio fra Bassan,   Mansueto P. Janeselli,   Francesco P. Rizzardo.

Alcuni altri religiosi Cavanis sono ancora inumati in terra nel campo degli ecclesiastici, e sono poi periodicamente riesumati e sistemati in cassettine-ossario ben distinte nominalmente e conservate piamente nella tomba comunitaria.

Nello stesso anno 1941 ritornava dal fronte in Ucraina un ex-allievo di Venezia, l’architetto Renato Renosto, allora membro dell’ARMIR, che aveva collaborato e collaborerà ancora più tardi con l’Istituto con i suoi progetti. Tra le rovine di una chiesa o di un’isba di quel paese questo ufficiale aveva rinvenuto e portato in Italia, quasi a titolo di ex-voto, per la grazia di essere ritornato in patria sano e salvo, un’icona della Madonna col bambino, dipinta delicatamente su tavola e coperta da una “camicia” di metallo (ottone) a sbalzo. Aveva voluto portarla in Istituto e esporla in perpetuo nell’oratorio dei piccoli (l’attuale aula magna), incassandola nel muro di sinistra e inquadrandola in una sobria cornice di marmo. Vi si trova ancora fino ad oggi.

Il 21 gennaio 1945 si inaugura a Venezia la lapide in onore dei benefattori di questo istituto, una specie di libro d’oro. Tale lapide si trova sulle pareti del corridoio di cui sopra. Più tardi, credo negli anni Sessanta, ne fu aggiunta una seconda, che per ora rimane ancora incompleta.

Nel 1947 leggiamo al 14 dicembre nel Diario di Congregazione (che, ancora per due o tre anni, è anche diario della casa di Venezia): “Giornata fausta! Il Rettore della Casa, P. Saveri, benedice la macchina stampatrice della Scuola Tip.[ografica] Cavanis. Son passati 140 anni dacchè la prima scuola tipogr. tentata dai Fratelli Cavanis era stata chiusa per merito della Rivoluzione Francese!”

Si riproduce di seguito, su questo tema, una pagina tratta dal Diario dello Studentato, qui di mano di P. Guerrino Molon, giovane assistente o maestro dei chierici teologi:

“Fin dall’ottobre di quest’anno [1946]si è dato principio alla piccola Tipografia, che dovrà avere, specialmente per l’instancabile interessamento del P. Livio Donati, fulgidi destini.

Il lavoro fu interrotto; si è ricominciato con i biglietti da teatro per la Congregazione Marianae si sono poi susseguite sempre nuove ordinazioni anche da gente estranea.

Cartoline all’ordine del giorno. Clichè in legno compensato di mirabile effetto. È l’arte dei nostri Chierici (l’artista disegnatore è Pinese Luigi – lo scultore in legno-traforo Don Giuseppe Colombara).

Si esordisce con la prima serie di cartoline sportive. Si stampano a migliaia cartoline con l’intestazione dei tre Probandati – Si continua con il supplemento del SOS e avanti, avanti sempre. Già si profila l’impianto di una Tipografia in grande stile. Penserà la Provvidenza.

Già con scambio di piombo e caratteri vecchi si sono acquistati in buon numero caratteri moderni a Milano, che hanno ottimi risultati, Confidite!”

Da ricordare l’inverno 1946-47, freddissimo, in cui, almeno nella casa di Venezia, si ebbero nelle due comunità dei padri e dei chierici molti malati, delle malattie più varie; probabilmente dovute anche al freddo eccezionale e alla situazione di scarsa alimentazione del periodo di guerra e dell’immediato dopoguerra, senza contare lo stress bellico e post-bellico. Tra l’altro, per fare un esempio documentato, nello studentato (nell’edificio della “casetta” in quegli anni) si riscaldava con una stufa solo la “saletta”, cioè la stanza dove i chierici si riunivano per studiare quando erano liberi dalla scuola, e anche per riscaldarsi. Non esisteva altro riscaldamento, e le camere doveva essere a temperature bassissime. Chi scrive del resto si ricorda che a quel tempo era uguale la situazione nelle famiglie.

Il 14 settembre 1950 vede adattata una saletta a pianterreno, prospiciente alla Piscina S. Agnese come refettorio dei chierici: “Da questo momento il gruppo Chierici per la prima volta è completamente assente dal refettorio dei padri. – per motivi di spazio.”

Sebbene non se ne sia trovata traccia nel diario di Venezia, sembra che prima degli esami di riparazione del settembre 1950 la scuola media di Venezia abbia ottenuto la parifica. C’erano state in precedenza visite di ispettori a questo scopo. Il 2 aprile 1951 iniziano le ispezioni del ginnasio e liceo, in vista della parifica. Questa arriverà prima del 7 luglio 1951, dato che gli esami sia delle medie che del ginnasio e liceo si compiono finalmente nell’Istituto. L’approvazione definitiva di tutte le classi, anche pregresse, fu concessa tuttavia dal ministero dell’educazione il 20 giugno 1952.

L’11 luglio 1952 fu “firmato l’acquisto, per tre milioni, di quel blocco di casette adiacenti all’Istituto, al di là del muro di distensione, fabbricato quaranta anni fa per liberare la casa e il cortile nobile (sic) dalla schiavitù del secolo (sic). I proprietari (due) che avevano sempre rifiutato di vendere, improvvisamente hanno offerto l’acquisto, che venne a cascare in un momento economicamente opportuno. Anche se si parla di “blocco di casette”, non è chiaro dal testo, tuttavia, se si tratta delle due case, cioè il palazzetto gotico e la casa barocca con la statua della Madonna, o soltanto di questa seconda, divisa tra due proprietari. Infatti il “muro di distensione” di cui si parla è disposto in modo di separare dal cortile della ricreazione soltanto la casa barocca e annessi.

Su queste due case, si trova il seguente commento, accompagnato da disegni della facciata e della pianta, in un libro, di cui si sono trovate delle fotocopie delle pagine interessate, senza che si sia potuto risalire al libro originale e alla scheda bibliografica corrispondente.

Per il palazzetto gotico:

“48 Dd 834 / Piscina Venier (S. Agnese) / L. 1 e 2 – Accademia / p. A. Palazzetto del XV sec. caratteristico dell’architettura veneziana del periodo: spaziature delle finestre non costanti, zona basamentale indipendente dai piani superiori; ingresso e finestre laterali raggruppati attorno al grande e bel camino.”

Per la casa barocca con la statua della Madonna troviamo il seguente commento:

“86 Dd. 830-33 / Piscina S. Agnese / L. 1 e 2 – Accademia / p. A. La parte più alta di questa casa di origine sei-settecentesca è coronata da frontone. Le quattro porte, riunite due a due, lasciano un pieno al centro della composizione che indica l’affrontarsi simmetrico di due uguali organismi planimetrici. Una figuretta di Madonna entro una nicchia anima l’ampia stesura del muro centrale,”

Un altro acquisto viene approvato dalla comunità di Venezia riunita in capitolo il 6 ottobre 1952, cioè quello del “magazzino dell’E.C.A. (probabilmente Ente Comunale di Assistenza), situato in piscina S. Agnese, per un prezzo di £ 800.000”. Non è facile per ora comprendere di quale edificio si tratti; ciò dipende anche dal fatto che a volte si parla di “Piscina S. Agnese” per riferirsi a tutta la via che si trova a est del compound dell’Istituto; ma essa in realtà è divisa in due parti, che si chiamano rispettivamente Piscina Venier nella parte settentrinale, dalla Cale nova S. Agnese, fino all’altezza del palazzetto gotico di cui si è parlato e dell’imbocco della Cale de mezo; la parte meridionale, dalla casa con la statua della Madonna barocca fino a Cale Antonio da Ponte si chiama invece piscina S. Agnese. Ho il sospetto che il detto magazzino possa corrispondere alla grande sala di deposito principale della biblioteca dell’Istituto, a pianterreno, anche se si trova di fatto localizzata nella piscina Venier; pure per il fatto che l’Istituto attualmente e fin dagli anni ’50 non possiede nessun edificio che sembri possa essere stato un magazzino nella piscina S. Agnese sensu stricto. Detta sala di deposito libri (nelle scaffalature) ha ancora oggi un grande portone ligneo che porta alla piscina Venier, al n° civico 838, ma che non viene mai utilizzato a memoria d’uomo.

Dopo la riunione del capitolo di famiglia si dette corso alla pratica, probabilmente chiedendo licenza al capitolo definitoriale, dato l’ammontare della spesa.

Il capitolo definitoriale del 17 luglio 1953 approva la costruzione della palestra di ginnastica per la scuola, su proposta di P. Luigi Candiago, rettore della casa di Venezia. Il conte Cini collabora con una generosa offerta; il resto deve essere raggranellato con il ricavato dell’attività del doposcuola e con altre offerte. Il nuovo edificio fu costruito adiacente alla casetta, nell’angolo di nordovest del grande cortile. Fino a quella data, si utilizzavano per la ginnastica o educazione fisica i cortili e, in caso di pioggia o altre precipitazioni, e nei periodi più freddi, la sala Bernach, sotto lo studentato, ove attualmente si trova la sala di lettura della biblioteca dell’Istituto.

Il 30 settembre 1953 sul fianco nord-ovest del cortile grande, presso la “casetta”, si pone la prima pietra della palestra di ginnastica, tanto necessaria per le scuole dell’Istituto, e con tanta insistenza e costanza voluta da P. Luigi Candiago, allora rettore della casa-madre. La palestra risulta già agibile, senza che lo si dica esplicitamente, il 29 aprile del 1954, almeno al greggio. Fu inaugurata nel maggio 1954.

Nel 1968 la comunità di Venezia, tramite il suo rettore P. Gioachino Tomasi, chiede al preposito P. Orfeo Mason e al suo consiglio di poter rinnovare completamente le camere dei religiosi a Venezia, tra l’altro fornendo ogni camera dei servizi igienici per uso personale di ciascuno. La richiesta viene accolta e approvata.

A Venezia, come del resto nelle altre case dell’Istituto, non ci si limitava tuttavia a comperare edifici e a costruirne altri. Il lavoro e la vita della comunità erano costituiti soprattutto dall’impegno pastorale dell’educazione e della scuola; sarà bene quindi, per esempio per l’anno scolastico 1952-1953, preso a campione, esporre quali erano le attività ordinarie e straordinarie.

La scuola Cavanis a Venezia era naturalmente, come in tutte le altre case, gratuita, e sia per questo, sia per il prestigio, era molto richiesta. Nei giorni dell’iscrizione dei nuovi allievi, c’erano lunghe code di genitori in Rio terà, e si cominciava già all’alba ad attendere. Alcuni passavano la notte davanti la porta dell’Istituto, per essere sicuri di vedere accolta la loro richiesta. I figli degli ex-allievi avevano qualche vantaggio sugli altri. Le classi erano numerose: alle elementari c’erano anche 40 o 50 alunni; alle medie si passavano abbondantemente i trenta. Le scuole, pur essendo gratuite, come di tradizione, accoglievano ragazzi – solo maschi, scrupolosamente – di tutte le classi sociali. Nella mia classe, alle medie, in quell’anno-campione, c’erano insieme per esempio Alberto, figlio del sindaco comunista di Venezia, Giovanni Battista (Giobatta) Gianquinto, avvocato penalista, deputato e successivamente senatore, un buon sindaco; figli di professionisti e professori universitari; e insieme, in maggioranza, figli di operai, di disoccupati; molti venivano dai quartieri poveri di allora: la Giudecca, le Terese, Santa Marta, La Baia del Re e così via. Si stava tutti insieme senza problema di classi sociali, almeno a scuola.

Alle scuole elementari gli insegnanti erano in genere i chierici, pur senza titolo, allora forse non necessari: alla mattina, fino agli anni Sessanta, essi insegnavano, a volte due per classe, essendo difficile mantenere l’ordine e la disciplina in classi così numerose; e al pomeriggio frequentavano il corso di teologia, tenuto nell’Istituto stesso, avendo come insegnanti quasi solamente padri Cavanis, che in genere non avevano altro titolo che i loro stessi corsi seminaristici di teologia. Il livello di insegnamento della teologia era piuttosto basso e, diciamo, casereccio. Si cominciò ad avere degli insegnanti licenziati o (molto raramente) dottorati nelle varie branche della teologia nelle università romane solo a partire dal 1961.

Nelle medie e nel ginnasio-liceo (classico), gli insegnanti erano quasi esclusivamente padri Cavanis, laureati e, almeno a partire dagli anni ’50, abilitati. Il livello dell’insegnamento era in genere da buono a molto buono.

Ogni mattina, incluse le domeniche e le “feste comandate”, c’era l’oratorio strettamente obbligatorio: per le elementari, nella grande cappella al primo piano del palazzo Da Mosto, si recitava il rosario o altre preghiere devozionali; in S. Agnese, per le medie e il ginnasio-liceo, si celebrava tutti i giorni la S. Messa. Chi faceva la comunione, dato che esisteva nella chiesa, a quei tempi, l’obbligo del digiuno eucaristico dalla mezzanotte, aveva diritto a consumare una breve colazione sul banco scolastico, durante la prima ora di scuola successiva alla s. Messa. Si portava da casa il termos con il caffelatte e un panino a altro.

Si celebravano molte feste e solennità, quasi tutte di carattere devozionale, secondo lo stile dell’epoca: Nel 1952-53, ma vale per tutta la storia degli istituti Cavanis, a Venezia e altrove, dall’inizio fino al Concilio ecumenico Vaticano II, si celebrarono le seguenti feste principali:

  • Celebrazione eucaristica per l’inizio dell’anno scolastico, domenica 12 ottobre 1952.

  • Festa di Cristo Re, allora celebrata nell’ultima domenica di ottobre (26 ottobre 1952). Spesso vi si celebrava anche la professione perpetua di nostri religiosi.

  • Festa degli Angeli custodi, celebrata “pro pueris”, cioè fuori della data del calendario liturgico (2 ottobre), perché in quella data la scuola non era ancora cominciata. Quell’anno si celebrò il 3 novembre 1952.

  • Immacolata, con grande solennità, per i ragazzi, con la presenza di numerose famiglie, e, in altro orario, per la Congregazione Mariana. Otto dicembre 1952.

  • Accademia davanti al presepio per le elementari. Tredici gennaio 1953.

  • Festa solenne di S. Agnese, patrona della chiesa dell’Istituto, il 21 gennaio, con oratorio e messa solenne alle ore 9. Molti preti veneziani venivano a celebrare la messa all’altare della santa, ogni mezz’ora, o in contemporanea su altari diversi; ma più silenziosamente e in privato, su altro altare. La chiesa era parata a festa. Messa solenne a metà mattina, per la cittadinanza. E la gente veniva. In seguito era tradizione che venissero a celebrare la messa solenne le “Beniamine” dell’Azione Cattolica, ossia le bambine, a venerare la santa vergine e martire, adolescente. La chiesa si riempiva di nuovo. La festa prevedeva una solenne novena. Era costume che il padre sacrista (da distinguersi dal sagrestano, che era un fratello laico) offriva ai padri le fragole con la panna a tavola, nell’ottava della festa, per ringraziare la comunità per la collaborazione ricevuta nella preparazione e conduzione della solennità.

  • Giornata vocazionale, con oratorio speciale e varie atività, nella domenica di sessagesima, l’8 febbraio 1953.

  • Si celebravano in date varie i compleanni e i giubilei dei padri anziani e, naturalmente del rettore e del prefetto delle scuole.

  • La festa di S. Giuseppe, il 19 marzo, era celebrata come festa delle famiglie. Non esisteva ancora a quel tempo la festa del papà, di origine posteriore e commerciale. Le famiglie degli alunni venivano all’oratorio, e poi quelle dei bambini delle elementari salivano nelle classi, all’ultimo piano, dove erano accolti in festa e assistevano ad “accademie” con poesie, canti e scenette. C’era anche esposizione di disegni e lavori.

  • Nella prima parte della settimana santa c’erano gli esercizi spirituali di tre giorni, per gli alunni delle medie e licei, predicati da uno dei padri, per tutta la mattina, per tre giorni. Al pomeriggio qualcuno dei religiosi si aggirava per la città, controllando che gli allievi non si dessero alla pazza gioia per le strade invece di rimanere in casa a meditare, come era previsto. “Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!” C’era anche, alla sera, un triduo di prediche e meditazioni per genitori ed ex-allievi. Il mercoledì santo c’era in genere “una consolante Comunione Pasquale”: un’espressione un po’ ottocentesca, che ritorna ancora nel novecento, e appare nei diari e documenti fino almeno al 1956.

  • Il 16 aprile 1953, sempre verso la fine dell’anno scolastico, si celebrò la solennità di S. Giuseppe Calasanzio, patrono dell’Istituto pro pueris, con grande pompa, quasi sempre con la presenza del patriarca, in quest’anno con il nuovo patriarca Angelo Giuseppe Roncalli, cordialissimo. Naturalmente il piatto forte della festa era la distribuzione dei bussolai con i fichi, di cui quell’anno il rettore con una commissione portò un campione personalmente al patriarca, che dopo la S. Messa si era ritirato. La festa durava tutto il giorno. I bussolai, in clima di carestia del dopoguerra, erano molto graditi. A volte, specie in anni più antichi, qua e là si trovano nelle righe dl Diario di Congregazione e di Venezia delle lagnanze perché per la festa di S. Giuseppe Calasanzio ci sono state poche sante messe, dato la festa era caduta di domenica, però c’era stata almeno una messa ogni mezz’ora. Oppure, in un’altra festa del nostro patrono, si scrive che c’erano state soltanto 22 sante messe. Certo, a quel tempo non si concelebrava e ogni padre Cavanis o ogni prete diocesano o altro religioso celebrava la “sua” messa su uno degli altari della chiesa (nove in tutti, calcolando l’altare della sacristia e della cappella del crocifisso); e questo numero o questa frequenza oggi ci sembrano altissimi, se si confrontano queste antiche feste con le nostre attuali magre feste di S. Giuseppe Calasanzio, che erano totalmente sparite dopo il Concilio Vaticano secondo, e si stanno riprendendo ora molto debolmente. A quel tempo la devozione ai santi era molto diffusa sia nel clero che tra i religiosi che nel popolo, indubbiamente in modo troppo esagerato; si circolava per le parrocchie e altre chiese, partecipando alle novene e poi alle feste, si celebravano le messe di tutti i santi, nel giorno dei vari patroni, nelle chiese rispettive. E i preti, religiosi o secolari, erano molto numerosi.

  • A maggio c’erano le prime comunioni e le cresime degli alunni, queste ultime impartite da uno dei vescovi ausiliari di Venezia o a volte da qualcuno dei numerosi (allora) vescovi veneziani, specialmente se ex-allievi, o da Mons. Piasentini, dei Cavanis.

  • Spesso, ma non in quell’anno, si celebrava verso la fine dell’anno scolastico la festa pro pueris di S. Luigi Gonzaga.

  • Il 24 maggio si celebrò al pomeriggio la premiazione catechistica e per il profitto, sempre con la presenza del patriarca.

  • Infine, il 31 maggio ebbe luogo la conclusione dell’anno scolastico in forma di solenne ringraziamento eucaristico.

  • La festa di Fondatori si celebrava in varie date alternative, il 2 maggio, o nell’anniversario della morte di uno o di ambedue i servi di Dio.

  • Le ordinazioni presbiterali, diaconali e degli altri ordini erano, abbastanza stranamente ma in modo universale, cioè non solo per l’Istituto Cavanis ma nella Chiesa in genere, celebrate a quel tempo in forma privata, senza partecipazione di altri che delle famiglie degli ordinandi. Erano più importanti e solenni, le prime messe, che erano celebrate o meglio, come si diceva, cantate, da uno degli ordinati, dato che non esisteva ancora la possibilità di concelebrare.


A tutta la vita della scuola Cavanis, specialmente a Venezia, presiedeva il padre prefetto delle scuole, sempre presente all’entrata e all’uscita degli alunni, con molta disciplina e severità. I ritardi non erano ammessi, e il portone veniva chiuso quando suonava la campana. Il prefetto dava comunicazioni nelle classi con gli altoparlanti istallati in ogni ambiente, e questi servivano anche per ascoltare quello che dicevano gli insegnanti, e qual era il livello di disciplina o di baccano.

L’associazionismo a quel tempo era ancora molto forte ed efficiente. Nell’Istituto Cavanis di Venezia c’erano varie associazioni interne, assistite religiosamente dai diversi padri: la Congregazione mariana; l’associazione degli ex-allievi; la Gioventù maschile di Azione Cattolica (Giac), con i vari gradi (ciascuno con programma, orario, calendario ecc. indipendente) di Aspirante, Junior e Senior; gli esploratori cattolici o Scout, le Conferenze di S. Vincenzo, il movimento Oasi, Lega Missionaria Studenti dell’Istituto ed eventualmente altre.

La Giac, Gioventù Italiana di Azione Cattolica (Aspiranti e Juniores) continuerà nell’Istituto di Venezia, nella stessa sede, fino almeno al 1958, e probabilmente fino agli anni del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo,

Il passaggio tra l’anno 1954 e 1955 vide a Venezia due eventi da segnalare: la morte avvenuta il 29 dicembre 1954 del P. Francesco Saverio Zanon, quasi ottantenne, e persona estremamente importante per la comunità locale, compresi allievi ed ex-allievi, con una serie di celebrazioni funebri e commemorazioni anche a livello cittadino, lungamente registrate nel diario della casa; e un principio d’incendio nella soffitta della casa della comunità, prontamente spento dai chierici di teologia con secchi d’acqua; l’intervento dei pompieri non fece che constatare il cessato pericolo.

È del giugno 1956 la decisione si sopraelevare di un piano l’edificio dello studentato teologico, per mancanza di spazio (buon segno, i giovani leviti erano in aumento, anche se ancora per pochi anni). L’anno successivo si approva il passaggio degli “studenti di filosofia” (in realtà erano dei liceali, di liceo classico, e pare che ricevessero un supplemento tomistico e/o scolastico con un corso specifico) da Possagno a Venezia. Lo stesso anno si chiede e si ottiene dal definitorio l’approvazione per ampliare l’edificio adibito a foresteria. Non è chiaro se si tratta già del grande edificio attualmente affittato come albergo Belle Arti, ma, dal prezzo molto esiguo della spesa (20 milioni di lire), sembra si tratti di un progetto minore.

Nel 1957, e ne dà riscontro la relazione del rettore, a Venezia si è rialzato e rifatto il pavimento dell’aula “Everardo Gasparetto”, la biblioteca fu sistemata nella sala Bernach, non più necessaria come palestra di ginnastica, e che quindi fu fornita di scaffalatura metallica. Il locale cadente, a fianco della cucina, fu trasformato in mensa per gli ospiti e i parenti; gli stanzoni, ancora allo stato grezzo “sopra la palestra furono trasformati in camerette, con acqua corrente”. La casa fu fornita di una centralina telefonica con nove citofoni, dei quali cinque possono servire anche come telefoni per comunicare con l’esterno.

Fu rialzato di un piano, come si diceva, lo studentato, ancora chiamato “Noviziato”, così tra virgolette nella relazione, fu rifatto il pavimento negli altri due piani e tutte le stanze furono dotate di acqua corrente e di impianto di termosifone. Tale lavoro durò in complesso circa due anni, e i seminaristi continuavano ad abitarci, spostandosi quando necessario, per brevi periodi di maggiore necessità, a dormire in alcune classi, dove di notte mettevane dei lettucci o giacigli. Quando si fecero le nuove scale dello studentato, quelle attuali che si svolgono in una colonna scale sul lato nord dell’edificio (lato sul giardino che non appartiene all’Istituto) i chierici e il loro maestro (P. Luigi Ferrari) salivano da un piano all’altro su scale a pioli, pericolosamente e una volta il chierico liceale Sergio Busato di notte, senza luce, cadde nel pozzo del vano scale, ancora sprovvisto di scale, ed ebbe seri problemi alla colonna vertebrale, rimanendo ammalato anzi infermo per un lungo periodo. L’intenzione di completare, aumentare e rimodernare lo studentato era buona, ma fu fatta come se si andasse a un campeggio, invece di organizzarsi con più saggezza e previdenza.

Sui rapporti tra la comunità generale (e locale di Venezia) verso lo studentato, P. Luigi Ferrari, maestro dei teologi e poi anche dei filosofi, il buonissimo P. Luigi Ferrari, ha delle parole dure, nel diario del teologato, su 1) eccessivo carico di lavoro, che i chierici teologi e poi anche i liceali dovevano sopportare e sostenere, con estrema difficoltà a riuscire poi anche a studiare; 2) eccessiva frequente dispersione dei chierici, che venivano inviati non solo durante le vacanze ma anche per un anno intero o più in altre case a sostituire padri o a completare comunque lo staff, perdendo anni di studio teologico; 3) eccessivo spirito di critica da parte dei padri a riguardo dei chierici, che erano accusati di lavorare poco e di studiare poco, mentre era vero il contrario, a quanto scrive P. Ferrari; 4) sul modo “pressapochistico” in cui si era organizzato e condotto il cantiere dei lavori dello studentato, con grave incomodo e pericolo per i seminaristi.

A Venezia inoltre fu progressivamente aumentata la foresteria, dove si ospitavano da anni turisti, durante tutto l’anno nell’antica “casetta”, sia sopra il teatro, sia sopra la palestra, sia ancora negli ambienti annessi alla “casetta” nel ramo verso nord, sopra alla cappella (ramo non più esistente). Il vantaggio economico era notevole e aiutava il mantenimento della comunità e aiutava a sostenere la gratuità della scuola. D’estate poi, durante le vacanze scolastiche, i “chierici” svuotavano le classi dai banchi e li sistemavano in soffitta, e nelle classi erano sistemate delle brande e dei materassi che accoglievano una clientela più economica. Era difficile tuttavia trovare un personale stagionale adatto a questa attività alberghiera e qualche volta lo sostituivano i padri più volonterosi, anche se, come nota P. Grigolo nella sua relazione suddetta, il lavoro era più adatto a laici, sia per l’orario a volte notturno degli ospiti, sia per la loro libertà eccessiva, sia ancora per il loro modo di vestire a volte molto poco modesto.

Nell’autunno 1959 le suore Figlie del S. Nome accettano di venire a Venezia per occuparsi dell’appoggio logistico di quella comunità. In preparazione della loro venuta a Venezia, si effettuano vari lavori di miglioramento, restauro e soluzioni pratiche per la loro presenza in Istituto, in cucina, guardaroba e altri ambienti logistici. Tra l’altro la cucina era stata ampliata, con la parte ove ora si trovano i grandi fornelli industriali, e che corrisponde al piccolo terrazzo davanti alle finestre dell’ufficio amministrativo e dell’archivio della casa di Venezia. Il refettorio dei padri perdeva una finestra.

Le suore arrivarono e furono accolte molto cordialmente il 26 dicembre 1959. Esse erano suor Alva Rovai, superiora; Sr. Elisa Vardanega e Sr. Aladina D’Antraccoli.

Per intervento dell’ex-allievo Giobatta Bianchini, l’Istituto di Venezia ricevette in una data imprecisata negli anni ’60 la gradita e improvvisa visita del ministro della pubblica istruzione Luigi Gui, che oltre a visitare le scuole, rimase a pranzo dai padri.

Con un certo stupore, evidente dalla formulazione del resto, il diario della comunità di Venezia ricorda la sostituzione dei banchi delle scuole, che erano del tipo classico in legno massiccio, due a due insieme, con gli stipetti a coperchio ribaltabile e con il foro per il calamaio, con i nuovi banchi singoli, leggeri, in metallo, legno e copertura in formica, individuali per di più, il 24 dicembre 1959. Cambia anche l’ornato della chiesa di S. Agnese, sotto l’impulso del nuovo sagrista, P. Giorgio Dal Pos.

Questi organizza anche un gruppo di “Zelatrici” dell’opera delle vocazioni, associazione di pie signore che si impegnavano a pregare per le vocazioni all’Istituto Cavanis, e anche, in misura minore, a sostenere i seminari. Il gruppo era in azione almeno dal 1957. Gruppi analoghi esistettero in tempi diversi anche in altre case.

Un avvenimento importante accadde nel 1960 – in parte discutibile – con la distruzione di parte della “casetta” e la costruzione della Domus Cavanis. Il compilatore del diario di Venezia alla data del 21 novembre 1960 commenta così, com gusto molto dubbio, l’inizio del cantiere: “Con grande fiducia nella divina Provvidenza si sono oggi iniziati i lavori di rinnovamento completo e ampliamento del vecchio e decrepito fabbricato corrispondente alla “Casetta” dei Fondatori. Brillante progettista del nuovo di fabbricato è l’ex-allievo Arch. Prof. Angelo Scattolin; esecutrice la Ditta Francalancia nella iniezione di pali in cemento per le fondazioni. Intanto si comincia col demolire completamente lo stabile vecchio dalla palestra fino al Rio Terà.” Interessante sottolineare che la nota in margine al foglio del diario dice: “21/XI Inizio dei lavori per la ‘Domus Antoniana’ ”. La casa in realtà prese poi il nome di ‘Domus Cavanis’, e questo nome si trova nel diario di Venezia già il 29 dicembre 1961; ma si continua qua e là, anche nei verbali del consiglio definitoriale, a chiamarla “Domus Antoniana” fino almeno al 1963. La palificazione, con un centinaio di pali di cemento, si conclude il 1° febbraio 1961, come recita il diario di Venezia. In occasione di questi lavori, ci si rese conto che le fondamenta della palestra di ginnastica, edificio realizzato nel 1953 purtroppo in economia, erano troppo deboli e che il fabbricato rischiava il collasso. La stessa ditta aggiunse allora dei nuovi pali in cemento per rinforzare la struttura. La relazione del preposito P. Panizzolo al 25° capitolo generale del 1967 dice che “fu costruita la “DOMUS” nel suo primo lotto; essa da qualche anno funziona come pensionato-studenti durante il periodo scolastico, e come foresteria nei mesi estivi”. La stessa relazione relata altri lavori svolti a Venezia nel sessennio: “Si devono pure ricordare i lavori di restauro e le migliorie apportate nella parte destinata a scuole e casa religiosa: la nuova portineria con le stanzette delle visite; le aule del liceo, del Ginnasio, di Fisica e Scienze, del Museo di Storia Naturale”. Il restauro di questi ultimi ambienti per l’insegnamento delle scienze e della fisica fu effettuato nel 1965, in occasione del decennale della morte del P. Francesco Saverio Zanon (marzo 1955).

In questi anni si trovano frequentemente nel diario della casa di Venezia dei cenni alla lotta ferma del P. Vincenzo Saveri, allora prefetto delle scuole a Venezia, in collaborazione con la FIDAE, per la libertà della scuola, cioè per la reale possibilità dei genitori di scegliere non solo la scuola di stato, ma anche la scuola pubblica cattolica (o altra) per i loro figli, senza dover pagare, oltre alle normali tasse, anche le rette della scuola non statale. La scuola Cavanis continuava del tutto gratuita, come al solito e ancora per almeno un decennio, ma con enormi difficoltà. La lotta del P. Saveri, dell’Istituto e della FIDAE non doveva avere purtroppo nessun risultato.

Il 23 maggio 1961 si mette in opera una bella Via Crucis in terracotta, moderna, nelle pareti della cappella detta “oratorio domestico”, al primo piano del palazzo Da Mosto.

Nel 1961, dopo il capitolo generale celebrato a Venezia, e la nomina del nuovo rettore P. Luigi Ferrari, la comunità decide di costruire una lavanderia/guardaroba, adattando l’ambiente precedente; e di risistemare il parlatorio o sala delle visite in portineria. Risulta anche che è stato nominato P. Orfeo Mason maestro dei chierici, al posto dell’anziano P. Alessandro Vianello. Ciò porta con sé un grande sviluppo spirituale e culturale dello studentato.

Nel 1962 iniziò una nuova impresa della casa di Venezia, quella di affittare inizialmente e acquistare poi una casa prima nella borgata di Cima Sappada (Belluno), poi nella borgata di Kratten, e di formarvi una casa, per uso inizialmente solo estivo, di villeggiatura con ripetizioni per preparazione agli esami di riparazione di settembre, per gli allievi di Venezia. Il promotore era stato soprattutto il P. Valentino Pozzobon, prefetto delle scuole. Una breve storia di questa casa, che in seguito (1982) esce dall’orbita della casa di Venezia e diviene immediatamente soggetta al preposito generale, si trova al suo posto tra le storie delle case della Pars Italiae, con la relativa tabella dei componenti la comunità.

Nel luglio 1982, il preposito con il suo consiglio accettarono la proposta della comunità di Venezia cosa inaudita a quei tempi – di aprire una classe di scuola mista (ragazzi e ragazze) nella IV ginnasio del liceo classico. Era una svolta notevole che, da un lato, rinforzò numericamente il liceo Cavanis, dall’altra creò qualche critica e protesta da parte di scuole cattoliche femminili veneziane, che vedevano “migrare” una parte delle loro ragazze.

Un altro avvenimento accadde nella casa di Venezia: la Congregazione ricevette nell’aprile 1982 l’invito dal patriarca di Venezia, card. Marco Cè, di assumere la direzione della scuola media e di un liceo scientifico sito a Mestre, al viale S. Marco, come sezioni staccate della scuola Cavanis della casa-madre. L’invito venne accolto, e si formò a Mestre una nuova attività, al momento con il solo P. Tino Comunian, come responsabile, anche se purtroppo non aveva il titolo conveniente né per l’insegnamento né tanto meno per la presidenza, come si scoprì più tardi, con qualche sgradevole problema. Più tardi si creò una piccola comunità di due e poi di tre religiosi. La scuola di Mestre fu accettata dall’inizio dell’anno scolastico 1982-83.

Da un incontro successivo risulta che “L’Istituto Cavanis dovrebbe assumere, a forma di Cooperativa (PP. Cavanis – Curia di Venezia – Suore di Nevers) la direzione della scuola media, per cui il Preside della Scuola Media sarebbe anche vice-preside del liceo scientifico, che diventerebbe sezione staccata dl ns. liceo scientifico di Venezia”. In pratica le cose non andarono così, e tutto il peso della scuola, della direzione, dell’affitto degli ambienti e così via venne a gravare sulla cooperativa dei genitori e sull’Istituto Cavanis.

Nel settembre 1985 la diocesi di Venezia chiese all’Istituto Cavanis un ulteriore sforzo: di accettare la direzione per un biennio almeno (1986-88) della scuola elementare, che si trovava in un altro quartiere della città di Mestre. Nonostante le difficoltà tecniche e di personale, il preposito e il suo consiglio decise di continuare a collaborare e di accogliere anche questa richiesta per amore di chiesa.

La casa di Venezia, già prima del resto, stava offrendo al seminario patriarcale di Venezia, su richiesta del card. Patriarca Albino Luciani (15 dicembre 196926 agosto 1978), la partecipazione alla sua condizione paritaria, allora chiamata “parificata” o “legalmente riconosciuta”. E ciò continuerà per circa 40 anni, in forma del tutto gratuita e disinteressata.

Il 15 dicembre 2005, al preposito generale P. Pietro Fietta, giunse una lettera estremamente simpatica da parte del patriarca Angelo Scola, di riconoscimento dell’aiuto offerto dall’Istituto e in particolare dalla casa di Venezia al seminario patriarcale e perciò alla chiesa che è in Venezia:

 

Il Patriarca di Venezia

Venezia, 15 dicembre 2005

Reverendo Padre,

nel momento in cui la Fondazione Giovanni Paolo I ha ricevuto la “parità”, sento il dovere di ringraziare tutta la Congregazione e in modo particolare l’Istituto Cavanis di Venezia, per tutto il sostegno e l’aiuto col quale ha accompagnato in questi anni 1’azione scolastica del Seminário prima e della stessa Fondazione poi.

Il Vostro è stato un esempio preclaro di cosa sia la comunione nella Chiesa.

Sono profondamente convinto della necessità di continuare la nostra attiva collaborazione secondo le diverse forme che non cesso di ricordare, soprattutto attraverso il Vicario Generale, a tutti i responsabili della nostra proposta pedagógica.

PregandoLa di voler estendere questo mio grazie a tutti i superiori, al preside, ai docenti e al personale dell’lstituto Cavanis, mi è grato porgerLe un sincero augurio natalizio. Reverendissimo

Padre Pietro Fietta

Preposito Generale

Congregazione delle Scuole di Carità

Istituto Cavanis

Via Casilina, 600

00177 ROMA

Nel 2004 si celebrò nella casa di Venezia il bicentenario della prima scuola dell’Istituto delle Scuole di Carità. La celebrazione eucaristica fu presieduta dal card. Patriarca Marco Cè, molto amico dell’Istituto. Tale celebrazione del bicentenario, per qualche motivo ora non evidente, si tenne il 6 maggio 2004, anche se in realtà, la data storica dell’inizio fu il 2 gennaio 1804. Si scelse come luogo la chiesa dei santi Gervasio e Protasio, vulgo di S. Trovaso, vicina all’Istituto, sia perché questa è molto più vasta della chiesa di S. Agnese e di quella di Santa Maria del Rosario ai Gesuati, e realmente ce ne fu bisogno, perché lo spazio fu addirittura insufficiente; sia perché i due piccoli ambienti che i padri fondatori presero in affitto in una casa privata, per cominciare formalmente la scuola, prima di acquistare il palazzo Da Mosto nel 1806, si trovava nel territorio della parrocchia di S. Trovaso, prima che fosse interrato il rio che oggi corrisponde al rio terà della Carità, al fianco ovest dell’immenso edificio dell’Accademia alle Belle Arti.

La casa di Venezia, con la sua scuola, si sta rivolgendo al futuro. Come si può constatare nella lettura della tabella sulla comunità Cavanis, c’è stata un diminuzione rilevante della comunità. Intorno al 2020 i membri dell’Istituto nella comunità di Venezia sono quattro, cui si aggiungono due religiosi che risiedono a Venezia, ma sono uno superiore della Delegazione Italia-Romania, l’altro Vicario generale ed economo generale. Attualmente quasi tutte le attività pastorali di educazione della gioventù nella scuola sono svolte da docenti laici; dei religiosi, anche a causa della pandemia del covid 19, soltanto uno, il diacono congolese Moïse Kibala Sakivuvu insegna ancora nella scuola o comunque ci si dedica direttamente. Gli altri religiosi si fanno presenti con la preghiera, con una presenza piena di amore ma dalla finestra e comunque da lontano, per via della pandemia; e si occupano di pastorale collaborndo con le parrocchie e comunità religiose femminili vicine.

È importante però guardare al futuro della città di Venezia e della sua chiesa, in una città in cui la popolazione del comune diminuisce e invecchia; e in cui la popolazione del centro storico è diminuita drasticamente e si è ridotta al 28,33% di quanto era quando nacque chi scrive nel 1939. Urge pensare e meditare che cosa si può fare per aiutare pastoralmente l’infanzia e la gioventù di una città morente e in fase di invecchiamento, come si può definire con preoccupazione Venezia, nel 2022. Un aureo libretto può essere di valido aiuto per una seria meditazione su questo tema.

Tabella: costruzioni, acquisti e affitti della casa di Venezia

 

ACQUISTI, VENDITE,

DONAZIONI,

ESPROPRIAZIONI, DEMOLIZIONI

COSTRUZIONI

O RESTAURI

AFFITTI, COMODATI ECC.

OSSERVAZIONI

2.1.1804

  

Affitto di una stanza in una casa di cale Baleca

per la prima fase della scuola

16.7.1806

Palazzo da Mosto

Lavori di ristrutturazione per adattare l’ambiente

 

come palazzo delle scuole e per esercizi spirituali

10.9.1808

  

Affittanza di un appartamento a S. Vio per l’Ist. femminile

 

dopo il 12.5.1810

  

Affittanza monastero Spirito Santo per l’Ist. femminile

 

10.9.1811

 

Restauri del monastero delle Romite, prima e dopo l’entrata nell’edificio

Inizio affittanza monastero Romite per l’Ist. femminile (fino al 2.6.1863)

L’edificio, demaniato, apparteneva al comune di Venezia

1814

Acquisto di una casa, compreso il n°civico 1076

  

La piccola casa doveva far parte del complesso della “casetta”

27 agosto 1820

Acquisto della “casetta”, come prima residenza della comunità Cavanis.

  

Si costituisce così la prima comunità Cavanis, e la prima casa dell’Istituto.

Prima del 1824

“demoliti … alcuni Stabili in Calle e Corte Balecca fino dall’anno 1824”.

  

Probabilmente per sistemazione dello spazio complesivo della “Casetta”

poco dopo il 1.5.1832

  

Inizia l’affittanza a privati del II piano del palazzo in cui abitava la famiglia Cavanis.

Dopo la morte della madre dei Fondatori e il passaggio di P. Marco in comunità nella casetta.

27.11.1839

Acquisto della chiesa S. Agnese da parte dei Fondatori.

e inizio restauri

  

Estate 1842

 

Costruzione di un edificio a pianterreno, in economia, senza soffitto e senza pavimento, addossato alla casetta, all’angolo tra la fondamenta Arsenaloti e la Cale Baleca.

  

28.06.1843

Acquisto dalla Congregazione Municipale, da parte dei “Fratelli Co. Cavanis” (firma P. Marco Cavanis “anche a nome di mio fratello”), per interessione del Vicerè, della porzione di “Calle dietro la Chiesa di Sant’Agnese” (per un totale di m² 112,70; masegni, cioè selciato, inclusi) che corrisponde alla larghezza di circa 1,5 metri lungo tutto il fianco nord della chiesa di S. Agnese e alla “calletta” tra chiesa e ala “nuova” scuole, attualmente adibita a parte del Museo della Memoria.

   

1843

All’inizio di quest’ann, o forse anche prima.

 

Distruzione dell’antica casa canonica nell’avancorpo della chiesa di S. Agnese, e della scala di accesso alla stessa dall’atrio.

Segue l’indebolimento statico della facciata della chiesa e, poco dopo il 1843, il rifacimento della facciata della chiesa. Ricostruzione anche del primo piano sopra l’atrio, più tardi ad uso di biblioteca di comunità.

  

15.8.1854

 

Fine restauri e nuova dedicazione e inaugurazione della chiesa di S. Agnese

  

1857

 

Progetti e piante per la riforma completa del complesso di edifici Cavanis.

 

I progetti includono l’ala nuova per la comunità e l’ala nuova delle scuole. Ing. Francesco Astori.

2.6.1863

  

Fine del pagamento dell’affitto per il monastero delle Romite, passato alle canossiane.

 

11.4.1866

 

Fuoriuscita di un cosiddetto “geyser” in campo S. Agnese. Primi restauri di emergenza della chiesa.

  

24.9.1867

Espropriazione di casa, scuole e chiesa a Venezia

   

15.7.1868

Riacquisto della casa di fianco alle scuole, poi demolita; £ 3.400

   

21.1.1869

Riacquisto della vigna a S. Erasmo, per £ 3.200

   

5.2.1869

Riacquisto della casa Cavanis (il 2° piano del palazzo gotico sulle Zattere, già della famiglia Cavanis, con annessi: androne scale, stanze del 3° piano, altana) per £ 7.400

  

NB: £7.400 del 1869 corrispondono a € 35.188,75 secondo la voce web “Calcola il potere d’acquisto in lire ed euro”; € 33.776,86 nella voce “convertitore storico lira.euro. I due valori corrispondono bene. Il mercato delle abitazione era evidentemente molto basso. Una casa così oggi (2018) potrebbe costare almeno 20 volte tanto

5.2.1869

Riacquisto o ricupero all’asta della casetta al n° 834 in Piscina Venier (non S. Agnese, come dice la cartella), per £4.800

  

Probabilmente corrisponde oggi alla casetta demolita e sulla cui area si è costruita la sede del noviziato nel 1904, ora saletta e cappella di comunità al 1° piano.

15.12.1871

Riacquisto all’asta della “casetta” a Venezia dal demanio, per £18.000

  

Probabilmente con annesso il grande cortile.

7.7.1871

Il demanio del regno d’Italia cede la chiesa S. Agnese e tre appezzamenti annessi al Patriarca, e questi lo cede al P. Casara (per la Congregazione) (lotto 1077 dell’asta).

   

fino al 18.8.1872

 

Restauri e nuova dedicazione chiesa S. Agnese, con la spesa di £ 14.000.

 

Somma corrispondente oggi 2018 a circa

€ 66.573,31, secondo la voce web “Calcola il potere d’acquisto in lire ed euro”.

15.12.1872

8.5.1873

Riacquisto del Palazzo delle scuole (Palazzo Da Mosto) e di tre appezzamenti di terreno annessi. Per £16.100,00

  

Somma corrispondente oggi 2018 a circa

€ 77.030,08, secondo la voce web “Calcola il potere d’acquisto in lire ed euro”.

NB: esistono due date differenti per questo acquisto in due fonti differenti. E in realtà si tratta di due operazioni distinte.

18.8.1972

(nuova dedicazione)

 

Restauro, riapertura e consacrazione della chiesa di S. Agnese, con la spesa di £ 14.000

 

Somma corrispondente oggi 2018 a circa

€ 66.573,31

22.4.1875

 

Posa di due lapidi sulla controfacciata destra di S. Agnese

 

Una ricordando i fondatori; l’altra la storia della chiesa di S. Agnese.

19.10.1876

Acquisto dal Patriarca (per compra-vendita) dei tre appezzamenti annessi al lotto 1077 della chiesa di S. Agnese

   

novembre 1876

 

Inizio scavo delle fondazioni per la costruzione della nuova casa di abitazione della comunità

 

da parte di P. Casara

20.1.1877

 

Posa prima pietra nuova abitazione comunità

  

3.1.1880

Acquisto mappali 2026 e 2021 da un tale Francesco Hruschka e corrispondono alla zona dell’attuale Domus Cavanis (ex-studentato) e giardino.

   

5.1.1881

Certificato di abitabilità di un edificio a tre piani e di una più piccolo di solo pianterreno nella zona occupata più tardi dallo studentato e zona prospiciente piscina Venier.

   

8.1.1881

 

Inaugurazione e benedizione della “Casa Nuova” della comunità

  

8.1.1881

  

la “casetta” è offerta in questa data e subito dopo concessa, il giorno 15 gennaio, in comodato gratuito ai Somaschi.

 

Prima del 1881 (o inizio del -)

Acquisto dei mappali 2015, 2016, 2020 e 2568

  

(Tali mappali nel 1909 [almeno] corrispondono all’ala nuova scuole, soprattutto il 2020, e al cortile retrostante)

23.3.1881

 

Richiesta dell’assenso al patriarca per la costruzione dell’Ala Nuova Scuole e per ricongiungere il vecchio fabbricato scuole con la chiesa S. Agnese.

  

1° semestre 1881

 

Scavo dei fossati e costruzione delle fondazioni e fognature per l’ala nuova delle scuole.

  

29.6.1881

 

Controllo e disegno delle fondazioni Scavo dei fossati e costruzione delle fondazioni per l’ala nuova delle scuole.

  

Primavera 1881

 

Costruzione delle fondamenta (e altro) dell’ala nuova delle scuole, a DD 899.

  

Entro l’inizio dell’autunno 1883, e quindi prima dell’inizio dell’anno scolastico 1883-84

 

Probabile conclusione almeno al grezzo dell’ala nuova delle scuole, con pianterreno, 1° e 2° piano e soffittone.

  

Progetto conservato nel fascicolo 1881 carteggi di curia

 

Progetto di P. Casara, ma disegnato da un tale Raff[aele] Pancino per “innalzare un piano sopra il fabbricato della casa, ad uso Noviziato, poi studentato teologico, cioè l’attuale (2020) Domus Cavanis.

  

22.09.1882

Contratto tra privati, in attesa di contratto formale, tra P. Casara e la Nob. Contessa Loredana Gatterburg Morosini, in cui la seconda versa la somma di ite. lire 22.000, ventiduemila, ai riguardi del futuro Contratto di Compravendita (e passaggio dai Cavanis alla Gattembung-Morosini e/o a persona da essa designata) dello stabile con annesso Orto, situato a S. Agnese, e descritto in Mappa del Comune Censuario (?) di Dorsoduro ai numeri 1952, 1954 con la superfe di p.e, e c.e 0,42, e rendita imponibile di di £ 620,50, e n°1953B, suddistinto in num.o 2665 Ortaglia di p.e, e c.e 1.82 colla rendita censuaria di £ 32,03 e n° 2667 Luogo terreno con la sup.e di 4(?),03 e rendita censuaria di lire 20.

  

L’orto rimane però per contratto (qui provvisorio e informale, tra privati) disponibile per le ricreazione degli alunni dei Cavanis.

10.6. 1884

La casetta è venduta con l’ “orto” ai Somaschi

  

L’orto rimane però per contratto disponibile per le ricreazione degli alunni dei Cavanis

27 settembre 1884

 

“erasi già cominciato il lavoro di tramezzar la cantina [quale cantina? N.d.A.] , e ridurci sopra un quartieretto in aggiunta ai camerini attuali pei giovani” [postulanti anche molto giovani e novizi]

  

22.1.1886

Acquisto da Funes Andrianna maritata Rosa e da altri di piccola casetta e spazi scoperti, siti in una sconosciuta “Cale dei preti” (probabilmente altro nome della Cale de la Chiesa), al civico 904 e al civico 883, numeri non più esistenti, mappali 217, che devono corrispondere a parte del cortile a fianco della chiesa di S. Agnese.

   

18.7.1899

 

L’Istituto di Venezia per iniziativa del P. Giovanni Chiereghin appoggiato dalla comunità, chiede un contributo a tutti gli amici e conoscenti per “lavori dispendiosi e di necessità da farsi nel locale del nostro Istituto ad uso delle scuole”

  

11.6.1901

  

L’Istituto rinnova per un mese l’affitto di una casa non precisata al maestro Coja.

 

23.10.1901

 

Inizia nuovo corso di scuola tecnica. Ci sono state spese per lavori per adattare le aule.

  

19.11.1901

 

Forte spesa di carpenteria e falegnameria (£2.190)

 

Sia per la casa della comunità, sia per le aule della scuola tecnica, sia probabilmente per la nuova ala delle scuole.

9.12.1901

 

Inizio restauro della cappella del crocifisso

 

per il centenario dell’Istituto, a Venezia

2.5.1902

 

Inaugurazione della cappella del centenario

 

che in realtà è la cappella del crocifisso

3.3.1902

 

Lapide apposta sopra la porta della cappella del centenario

  

18.4.1904

Decisione di vendita del palazzo natale dei fondatori

  

Con lo scopo sotto indicato

dopo il 18.4.1904

 

Costruzione del “noviziato”, poi studentato teologico, cioè l’attuale (2018) Domus Cavanis. Pianterreno e 2 piani

 

con i fondi ricavati dalla vendita del palazzo natale dei Fondatori

27.4.1904

Acquisto da tale Cerclin (detta) Goetto Antonia e altri di una casa al civico 839 della piscina Venier, mappale 2023. Corrispondente ora (in parte) alla sala principale del deposito della biblioteca.

   

2 luglio 1904

Demolizione della casa “del Maestro Coja”

  

la casa si trovava nell’area in cui si voleva costruire il noviziato, attuale studentato.

23.4.1904

Acquisto “della casetta limitrofa a quella della Colomba”

   
 

Vendita dell’“antico stabile dei Padri Cavanis con annesso scoperto.

  

Sembra che in realtà è la vendita ai Somaschi della casetta e cortile! Vedi DC V p. 447, 10.1.1906. Da studiare.

5.10.1905

Il patriarca Aristide Cavallari autorizza l’alienazione, da parte dell’Istituto, di una casa a Lendinara e di tre casette a Venezia, abitate da Maria Granziera.

   

2.1.1906

Permuta dei diritti su parte della casa Scatturin in cambio di una calle (o passaggio al primo piamo?) di accesso al noviziato

   

10.1.1906

Cessione dei diritti (parziali) su casetta e orto in cambio di compenso pecuniario

   

10.1.1906

Compra della “casa Scatturin”, di proprietà Cavagnis.

  

con lo scopo di avere un passaggio coperto al nuovo noviziato, al primo piano.

16.7.1906

 

Nuova casa del noviziato a Venezia, probabilmente nel reparto di camerini dove si trova attualmente la dimora della comunità religiosa.

 

Nell’ultimo piano del palazzetto gotico.

21.5.1907

Acquisto di un altare di marmo dalla comunità delle canossiane alle Romite, S. Trovaso, per la cappella del noviziato nuovo (=studentato). Questo altare sarà smembrato e distrutto quando si diede in affitto l’edificio dello studentato all’albergo Belle Arti, e i suoi frammenti si trovano dispersi nel giardino di comunità, o cortile piccolo.

  

Senza dubbio era appartenuto ai Fondatori. Fu collocato nella cappella del nuovo noviziato, il 21 maggio 1907. Oggi giace distrutto, a pezzi, nel giardino di comunità.

9.6.1916

Acquisto di un loculo perpetuo per le ossa del P. Casara in cimitero S. Michele

  

dove rimasero fino all’acquisto della cappella funebre per l‘Istituto nel 1941.

10-12.6.1914

 

Costruzione del muro “di distensione” a est del cortile delle scuole

 

per “liberare la casa e il cortile nobile (sic) dalla schiavitù del secolo (sic)”

5.5.1913

L’Istituto riceve una casa a S. Marco ai numeri 1022,1023,1024.

  

per testamento dalla signora Giustina Furlan.

8.7.1919

Il capitolo della casa di Venezia l’11.2.1919 decide la vendita della casa lasciata dalla defunta Giustina Furlan a S. Marco

  

Si conchiude di fatto la vendita davanti al notaio l’8 luglio 1919

28.2.1919

 

Nella cappella del crocifisso, detta a quel tempo cappella del centenario, “fu posto, in luogo della pala, il crocifisso…”

 

“…come doveva esserci all’inizio della Congregazione Mariana nel 1802”.

16.7.1919

La “casetta” è ricomprata dall’Istituto

  

da P. Augusto Tormene su consiglio anche di don Orione

20.1.1920

Decisione di acquisto del terreno e edificio della birreria Trevisan, ora Patronato di S. Maria del Rosario, edificio e cortiletto

  

in comproprietà con la parrocchia di S. Mª del Rosario. Il resto della proprietà, a sud, è acquistata dall’IACP

31.8.1920

Acquisto come sopra della parte della ex-birreria, in comproprietà con la parrocchia.

   

10.12.1921

 

La proprietà della ex-birreria Trevisan, appartenente ora all’ist. Cavanis e alla parrocchia dei Gesuati è separata dalla parte dell’IACP dalla nuova calle che si chiama Calle Cavanis.

  

1921

 

Apertura porta interna (aperta verso la chiesa) della cappella del  crocifisso; posa della lapide sopra la stessa

  

1921

 

Come conseguenza, le 2 lapidi poste dal P. Casara una per navata, sono riunite sulla controfacciata al fondo della navata di destra.

  

14.2.1922

“Capitolo di famiglia per alienare la calletta aderente alla casa unita a quella nostra affittata al Sig.r Benedetti. La votazione riuscì favorevole”.

  

Localizzazione incerta

28.11.1922

 

Inizio dei lavori per l’impianto del termosifone a Venezia. Il lavoro si conclude il 15 gennaio 1923.

  

9.1-22.6.1923

 

Costruzione della nuova tomba dei fondatori nella cappella del crocifisso, in occasione della ricognizione delle salme.

  

26 maggio 1927

 

Costruzione del sacello di Massanzago (PD)

  

settembre 1928

 

Lavori per sistemazione dell’ “ex-pensionato”, ossia della casetta.

 

tra l’altro organizzando un piccolo appartamento per una coppia di portinai delle scuole e della casetta.

4.11.1928

(o 28.10.1928)

 

Posa della lapide ai caduti in androne a Venezia

  

fine ottobre 1928

 

Restauro della “camera delle visite”

  

dicembre 1928

 

Installazione del telefono in Istituto

  

prima del 1929

 

Muratura della parte inferiore degli archi del corridoio androne-chiesa S. Agnese

 

(essi all’inizio erano stati costruiti come archi aperti. Si vedono però murati, con una finestra al centro, in una foto del Charitas del 1929).

estate-autunno 1929

 

Costruzione della colonna dei servizi igienici nell’ala “nuova” delle scuole.

Inoltre, distruzione della “torre” dei gabinetti nel “cortile minore” (l’attuale giardino della comunità), e apertura di due grandi finestre nell’attuale aula di fisica.

 

Prima i gabinetti era sistemati in modo precario in ogni classe. La novità comportò anche la risistemazione di ogni classe per eliminare questi gabinetti.

Settembre-ottobre 1930

 

Restauro completo della direzione delle scuole

  

14 maggio 1931

 

Posa, inaugurazione e benedizione del bassorilievo della Madonna orante “Mater Dei”, sul muro costruito nel 1912 nel cortile della chiesa.

 

In occasione del 15° centenario del Concilio di Efeso

settembre 1933

 

Organizzazione dello studentato teologico nella “casetta”, con ristrutturazione dell’ambiente, inclusa la (ri)strutturazione della cappella dei “liceisti” . Ci sono 11 camere.

  

8.12.1933

 

Messa in opera di una serie completa di banchi in acero (30 unità), tinteggiati in color noce, in una fila completa al centro della navata principale della chiesa di S. Agnese.

  

11.3.1934

 

Data di inaugurazione del restauro della sala Giovanni Bernach e posa della lapide corrispondente

 

ad uso dei novizi, dei seminaristi e dei giovani. È l’attuale sala di lettura della biblioteca.

Settembre 1935

 

Rifatte le pareti divisorie dei camerini del corridoio sul rioterrà e praticate due nuove finestre verso il cortile, cosicché il Teologato può dare ricetto al P. Assistente e a dodici chierici

 

(ciò nella “Casetta”)

26.6.1936

 

Si decide in comunità di cominciare il restauro dell’oratorio domestico, ora aula magna.

  

26.6.1936

 

Si decide in comunità di aggiungere un terzo piano nell’edificio delle scuole, ad uso delle elementari. I lavori cominciano il 3 agosto 1936.

  

1939

 

Nuovo restauro della cappella nella “casetta”

 

ad uso soprattutto delle associazioni

1939

 

Restauro oratorio dei piccoli, 1° piano del palazzo Da Mosto e posa della lapide ricordo dell’erezione canonica

 

In occasione del 1° centenario dell’erezione canonica. È l’attuale aula magna.

4.10.1937-28.1.1940

 

Grande restauro generale Forlati della chiesa di S. Agnese

 

Operato dalla Soprintendenza

28.1.1940

 

Inaugurazione del restauro compiuto

  

28.1.1940

Acquisto organo Mascioni per la chiesa di S. Agnese

  

Nella chiesa di S. Agnese

24.5.1942

Posa dell’icona ucraina nell’oratorio domestico e dei piccoli nel palazzo Da Mosto

  

da parte dell’arch. Renato Renosto, al ritorno dalla campagna e rotta dell’ARMIR in Russia.

3.5.1942

Cappella (absidiola)  mortuaria dell’Istituto in cimitero di S. Michele in isola, nella chiesa di S. Cristoforo

  

In occasione della morte di P. Zamattio.

18.10.1943

 

Inaugurazione dell’affresco del catino absidale di S. Agnese

 

per voto di guerra

1944 o prima

 

Gli arconi in cotto del corridoio della aule a pian terreno sono completamente murati durante la guerra.

 

Ad evitare che schegge di bombe cadute in cortile potessero entrare nelle aule stesse. Nel muro erano aperte solo due strettissime feritorie in ogni arcata.

21.1.1945

 

Posa della lapide dei benefattori dell’Istituto nel corridoio a pianterreno

  

14.12.1947

 

Inizia la nuova tipografia Cavanis

 

con l’acquisto di una stampatrice.

25.1.1948

 

Impianto del cinema nel salone del teatro

  

ultimi mesi 1949

 

Restauri pilastri e due navate [laterali?] chiesa S. Agnese

  

15.2.1950

 

Trasferimento dei chierici teologi da un’ala della casetta a quello che era il noviziato, sopra l’attuale giardino, o cortile minore, l’edificio detto oggi (2020) Domus Cavanis.

 

Con qualche adattamento dell’ambiente. Gli anziani, di 4ª e 3ª teologia si sistemarono nelle camere individuali; gli altri in un dormitorio che c’era nel secondo piano, Non si era ancora costruito il terzo piano (si farà nel 1956) né la scala sul lato nord dell’edificio, dove si trova attualmente.

14.9.1950

 

Istituzione della saletta refettorio per i chierici

 

Attuale refettorio della comunità

11.7.1952

Acquisto della casa barocca con Madonna su piscina S. Agnese; forse anche del palazzetto gotico in piscina Venier, sede quest’ultimo attualmente del refettorio religiosi, dell’AICV, delle camere religiosi Cavanis (2020)

   

1.8.1952

Definizione notarile dei confini tra Istituto Cavanis e casa Tamaro, sulla piscina S. Agnese; la calle della Chiesa tra l’altro diviene (ridiviene) calle pubblica (del comune di Venezia), permettendo all’Istituto Cavanis accesso al suo edificio (mensa piccola studenti cucina, guardaroba al primo piano) dal civico o anagrafico DD n° 905.

   

6.10.1952

Acquisto grande sala ora deposito principale della biblioteca.

  

Dal Comune di Venezia; era un deposito dell’E.C.A. Ente Comunale di Assistenza.

7.2.1953

 

Impianto microfonico a S. Agnese

  

30.9.1953

 

Inizia costruzione della palestra di ginnastica

 

con al 1° piano, un salone per il doposcuola; più tardi refettorio, più tardi parte dell’albergo.

giugno 1956

 

Costruzione del

terzo piano dello studentato e inizio di quest’opera di rifacimento parziale ma abbondante di tutto l’edificio.

  

primi mesi 1957

 

Primo impianto di riscaldamento della chiesa di S. Agnese

  

1957

 

“ampliare l’edificio adibito a foresteria”: quale? Forse nella “casetta”

  

1957

 

La biblioteca è trasferita nella sala Bernach e annessi

  

1957

 

Il locale cadente, a fianco della cucina, fu trasformato in mensa per gli ospiti e i parenti.

 

Localizzazione incerta

1957

 

Gli stanzoni, sopra la palestra, prima utilizzati come refettorio per la foresteria, furono trasformati in camerette, con acqua corrente.

  

Luglio 1957-febbraio 1958

 

Continuano i lavori di riforma completa dell’edificio dello studentato, iniziata nel giugno 1956 Sembra sia in questo tempo che la scala è portata dal lato sud dell’edificio, verso il cortile piccolo, oggi giardino, al lato nord dell’edificio (a fianco della colonna dei bagni e gabinetti. Il nuovo edificio rinnovato completamente fu benedetto e inaugurato il 10 febbraio 1958.

  

1957

 

Centralina telefonica con nove citofoni interni

  

1958

L’osservatorio meteo che era in seminario patriarcale viene riproposto e ne continua le attività, sopra le scuole dell’Ist. Cavanis-

  

È l’osservatorio più antico del Veneto, con 180 anni.

estate 1959

 

Risistemazioni e costruzioni in cucina, guardaroba e altri ambienti logistici

 

In vista dell’arrivo delle suore del S. Nome a Venezia

24.12.1959

 

Ricambio di tutti i banchi delle scuole con banchi di tipo moderno, e distruzione di tutti i banchi antichi in legno

  

Gennaio 1960

 

Importanti lavori di aggiornamento del decoro liturgico della chiesa di S. Agnese

  

9.12.1960

 

Rifacimento tetto in coppi di S. Agnese

  

21.11.1960

 

Inizio costruzione Domus Cavanis a fianco della palestra e fino al Rio terà, al posto di una delle due ali della casetta (ala est-ovest)

 

..e distruzione di metà della casetta e cappella dell’ala più recente della stessa casetta

1°.2.1961

 

Ri-palificazione delle fondamenta della palestra

 

perché il lavoro del 1953-54, fatto in economia, non si appoggiava su fondamenta solide.

23.5.1961

 

Posa di Via Crucis in terracotta nell’oratorio domestico

 

(ora aula magna)

9.1961

 

Costruzione degli ambienti della lavanderia e del guardaroba.

 

dopo l’arrivo delle suore del S. Nome.

9.1961

 

Sistemazione di tre sale da visite in portineria

  

1°.7.1962

  

Affitto da parte della casa di Venezia di un edificio a Cima Sappada per villeggiatura di allievi di Venezia

 

Inizio 1964

 

Posa della lapide autentica di dedicazione della chiesa di S. Agnese del 1321 sulla controfacciata di sinistra, nella chiesa stessa.

  

23 aprile 1965

Donazione della nuda proprietà di una casa a Riva de Biasio a Venezia

  

Da parte delle sorelle Cosulich, con lo scopo di servirsene per un’opera di educazione in loco o almeno nel comune di Venezia. Appartiene però non alla casa di Venezia ma alla curia generalizia.

1965-66

 

Importanti restauri nela casa e nelle scuole

 

lavori di restauro e le migliorie apportate nella parte destinata a scuole e casa religiosa: la nuova portineria con le stanzette delle visite; le aule del liceo, del Ginnasio, di Fisica e Scienze, del Museo di Storia Naturale

1965-67

 

Ristrutturazione del presbiterio di S. Agnese secondo le norme conciliari

  

1967

 

Affresco dell’ultima cena da parte di Ernani Costantini nella parete di fondo del presbiterio a S. Agnese

  

21 marzo 1968

 

Il preposito e consiglio autorizzano la richiesta della comunità di Venezia di ristrutturare le camere dei religiosi di Venezia, aggiungendo anche i servizi igienici in ogni camera.

  

ottobre 1968

 

Restauri dell’ex-studentato?

 

Trasferimento dello studentato filosofico e teologico da Venezia a Roma. Rimane libero lo studentato, che inizialmente viene occupato da una foresteria per universitari.

Dopo l’ottobre 1968

   

Trasferimento dell’archivio storico della congregazione nell’ultimo piano dell’ex-studentato.

1°.7.1968

Acquisto della casa di Sappada nella borgata di Kratten, ex-colonia E.C.A. di Trieste, da parte della comunità di Venezia.

 

Dismissione dei due edifici in affitto a Cima Sappada

questa è comunque la data dell’inizio, e fu iniziativa della casa di Ve.

23.5.1971

 

Il consiglio generale autorizza il rifacimento del tetto dell’ala vecchia della Domus Cavanis. Si deve intendere quello della Casetta? O dell’ex-Studentato?

  

1971-1973

 

Riforma e restauro ambienti: al pianterreno biblioteca (con 6 sale deposito libri, e incluso nuova sala di lettura nella sala Bernach), ascensore per abitazione padri, cantine, e magazzini e dispensa; al primo piano corridoio detto “manegheta” con camere; uffici, archivio e sala di lettura archivio, e museo storico; secondo piano camere; ambienti tutti prospicienti piscina Venier e cortile-giardino.

  

1972

 

Rifacimento e messa a norma impianto termico chiesa S. Agnese

  

1972

 

“decoroso restauro” della cappella del crocifisso

  

febbraio 1974

 

Si trasforma la centrale termica della Domus e degli ambienti della comunità e delle scuole

  

1975-76

 

Risanamento servizi igienici del cortile grande

 

Negli anni ’50 e seguenti, almeno, i servizi igienici del cortile si trovavano tra l’edificio della caldaia riscaldamento chiesa e la sede della congregazione mariana.

1975-76

 

Acquisto scaffalature per tutta la biblioteca

  

1978

 

Costruzione dell’ascensore della comunità di Venezia

 

Purtroppo estremamente piccolo

agosto 1980

 

Restauro di una parete cadente dell’androne

  

estate 1982

 

Costruzione di servizi igienici femminili a Venezia, dato l’inizio della scuola mista nel ginnasio.

 

Inoltre le scuole di Venezia si espandono con l’accettazione delle scuole medie e del liceo linguistico a Mestre.

1984

Vendita della casa al civico 906 e 906° a privati, per provvedere alle spese di pavimentazione dei cortili

  

Improvvidamente, da parte della comunità di Venezia.

1984

 

Copertura o pavimentazione cortile della chiesa

  

1985

 

Copertura o pavimentazione cortile grande o della Domus

  

1985

 

Sistemazione “aule jolly” (pianterreno della casetta) e nel pianterreno Domus per aule liceo scientifico

  

1985

 

Costruzione servizi igienici ambisessi al piano terreno della scuola; lavoro in corso senza autorizzazione della curia generalizia; viene chiesta una sanatoria.

  

1985

  

L’Istituto dà in affitto um grande magazzino sulle Zattere di sua proprietà a terzi.

In seguito, passa alla palestra “Club Delfino”.

estate 1987

 

Ristrutturazione e restauro della sala adiacente alla cucina, come sala per le associazioni (Congr. Mariana, Ex-Allievi), attuale mensa minore per i bambini

  

1992

 

Creazione di una palestra nel piano terra della casa Scarpa in campo S. Agnese.

  

Autunno 1994

Donazione del sacello di Massanzago alla parrocchia locale

   

1995

 

Restauro completo, con il nuovo pavimento e aggiunta dell’altare fisso nella cappella del crocifisso, in vista del 31° capitolo generale.

  

prima del maggio 1996

 

Adattamento di ambienti nella casa di Venezia per la sede della provincia Italia.

  

2.2.1997

 

La curia generalizia passa a Roma. Ristrutturazione degli ambienti per il nuovo uso.

  

2004-2005

 

Messa a norma delle scuole e casa con porte taglia-fuoco, seconda scala ecc.

  

aprile 2016

 

Trasformazione del soffittone dell’ala nuova delle scuole in ambiente mansardato per ricerca meteo e didattica relativa.

  

aprile-giugno 2016

 

Ristrutturazione travatuta e pavimento 5ª liceo e classe soggiacente

  

fine estate 2016

 

ristrutturazione e risanamento della biblioteca, della sala lettura della stessa e “sala del Capitolo”, come pure uffici rettore e sala direzione settoriale scuole.

  

2020

 

Restauro del pavimento e del tetto della chiesa di S. Agnese e di alcuni pavimenti della scuola dopo “l’aqua granda” del 2019

  

2022

 

Restauro della facciata del palazzo delle scuole (Da Mosto) e dell’antico studentato.

  

Tabella: mappali e numeri anagrafici della casa di Venezia

Odonimo

(calle ecc.)

N° civico

mappale

porta che entra a…

proprietario

proprietario precedente

anno di acquisto dall’Istituto Cavanis

Affittato attualmente a

Rio terà Antonio Foscarini (dei Alboreti)

895

2007, 2027

antica tipografia Cavanis, ora entrata di servizio della “Domus Cavanis”

Istituto Cavanis, almeno dal 1808

?

1808?

Albergo Belle Arti

Rio terà Antonio Foscarini (dei Alboreti)

896

2007, 2027

entrata di servizio Domus Cavanis, dependence dell’ Hotel Belle Arti

Istituto Cavanis

famiglia Gattoni

~1950-70

Domus Cavanis (è edificio del secolo XV con scudo Gradenigo scalpellato sostenuto da tre teste di leone. Edificio monumentale storico

Rio terà Antonio Foscarini (dei Alboreti)

897

2026 e 2021 (casa con porzione di orto)

calletta a fianco N del palazzo Da Mosto che dà accesso al cortile della biblioteca ora giardino

Istituto Cavanis

suolo pubblico, Comune di Venezia, la calletta. I mappali citati 2026 e 2021 acquistati da un tale Francesco Hruschka e corrispondono alla zona dell’attuale Domus Cavanis (ex-studentato) e giardino.

3.1.1880

Rio terà Antonio Foscarini (dei Alboreti)

898

2016, (=2568),

2020 (Tali mappali nel 1909 [almeno] corrispondono al cortile della chiesa)

androne scuole, palazzo Da Mosto

Istituto Cavanis

Famiglia Da Mosto

16.7.1806

Edificio monumentale storico

Rio terà Antonio Foscarini (dei Alboreti)

899

2015, 2016, 2020 e 2568 (Tali mappali nel 1909 [almeno] corrispondono all’ala nuova scuole, soprattutto il 2020, e al cortile)

entrata di servizio scuole, antica entrata feriale scuole; propriamente, entrata dell’ala nuova. Non viene praticamente più usata.

Istituto Cavanis

 

16.7.1806

Rio terà Antonio Foscarini (dei Alboreti)

900-900A-901

2015 (Tale mappale nel 1909 [almeno] corrisponde all’ala nuova scuole)

porte ora assenti, nell’ala nuova delle scuole

Istituto Cavanis

 

Rio terà Antonio Foscarini (dei Alboreti)

902

2568 e altri numeri di mappale. Questo è lungo il muro settentr. della chiesa in cortile

Porta della “calletta”, ora corridoio tra ala nuova scuole e chiesa S. Agnese, antica cale de la Chiesa

Istituto Cavanis

pubblico, Comune di Venezia

7.9.1871 il terreno corrispondente fu ceduto assieme alla chiesa di S. Agnese al patriarca e da questi all’Istituto Cavanis.

Cale dei Preti (=Cale de la Chiesa?)

904 e 883 in altro repertorio (numeri civici non più esistenti

mappale 217

parte del cortile a fianco della chiesa di S. Agnese.

Istituto Cavanis

Andrianna maritata Rosa e da altri.

22.1.1886

 

Campo S. Agnese

senza numero

 

Porta della Cappella del Crocifisso

Demanio-Comune Venezia

Diocesi Venezia fino al 1810; Istituto Cavanis dal 27.11.1839 al 20.5.1867.

acquisito dall’Istituto il 27.11.1839

incamerata il 20.5.1867

(ricuperata per comodato dalla curia diocesana e ceduta all’Istituto Cavanis il 14.8.1971):

data dal demanio in comodato alla curia e da quest’ultima all’Istituto il 14.8.1871

Campo S. Agnese

senza numero

 

Porta centrale della Chiesa S. Agnese

Demanio-Comune Venezia

Diocesi Venezia fino al 1810; Istituto Cavanis dal 27.11.1839 al 20.5.1867.

acquisto dall’Istituto il 27.11.1839

incamerata il 20.5.1867

(ricuperata per comodato dalla curia diocesana e ceduta all’Istituto Cavanis il 14.8.1971):

data dal demanio in comodato alla curia e da questa all’Istituto il 14.8.1871

Campo S. Agnese

senza numero

 

Porta laterale della Chiesa S. Agnese, nella navata destra.

Demanio-Comune Venezia

Diocesi Venezia fino al 1810; Istituto Cavanis dal 27.11.1839 al 20.5.1867. In seguito, Demanio, e nel 7.9.1871 cessione al Patriarca e da questi all’Istituto.

acquisto dall’Istituto il 27.11.1839

incamerata il 20.5.1867

(ricuperata per comodato dalla curia diocesana e ceduta all’Istituto Cavanis il 14.8.1971):

data dal demanio in comodato alla curia e da questa all’Istituto il 14.8.1871

Rio terà Antonio Foscarini (dei Alboreti)

910-910A-910B-911-912

 

numeri non esistenti (soppressi o in parte, cfr nel giardinetto lungo davanti alla casetta e dietro al muro)

   

Rio terà Antonio Foscarini (dei Alboreti)

senza numero?

 

portone del cortile grande (ex “orto”)

Istituto Cavanis

sconosciuto

 

affittata una parte all’Hotel Belle Arti, con entrata dal n°912A

Rio terà Antonio Foscarini (dei Alboreti)

910, 910A, 911, 912

numeri non più esistenti

porte che entravano alla casetta

Istituto Cavanis

sconosciuto

 

Albergo Belle Arti

Rio terà Antonio Foscarini (dei Alboreti)

912A

 

ingresso principale alla casetta, poi all’ Hotel Belle Arti

Istituto Cavanis

sconosciuto

 

Albergo Belle Arti

Rio terà Antonio Foscarini (dei Alboreti)

senza numero

 

inizio est della Cale Baleca

Istituto Cavanis

suolo pubblico, Comune di Venezia, la calle.

 

Albergo Belle Arti

Calletta senza nome, all’incrocio tra Larga Nani/ e rio terà de la carità

senza numero

 

inizio ovest della Cale Baleca; entrata al cortile grande e alla palestra

Istituto Cavanis

 

Albergo Belle Arti

Calletta senza nome, all’incrocio tra Larga Nani/ e rio terà de la carità

senza numero

 

entrata nel cortile grande, a fianco della palestra di ginnastica

Istituto Cavanis

Cortile grande di ricreazione, attiguo alla “casetta” e oggi alla Palestra, all’albergo Belle Arti, al convento degli Orionini

  

Orto, annesso alla “Casetta”: mappali ai numeri 1952, 1954 con la superfe di p.e, e c.e 0,42, e n°1953B, suddistinto in num.o 2665, ortaglia di p.e, e c.e 1.82 e n° 2667, Luogo terreno con la sup.e di 4(?).03.

    

piscina Venier

839

2022-2023-2026

porta esterna biblioteca, dando accesso ad attuale sala principale deposito libri biblioteca e cortile della biblioteca.

Istituto Cavanis

Cerclin Goetto Antonia e altri, già di Martinelli Stefano

27.4.1904

piscina Venier

838

2022-2023-2026

porta grande (murata all’interno) biblioteca

Istituto Cavanis

Comune di Venezia, Ente Comunale di Assistenza, ECA

 

piscina Venier

834B

2017 (cucina e mensa piccola e guardaroba al 1° piano)

ingresso di servizio Istituto (“posticum”)

Istituto Cavanis

Famiglia Spigariol. Edificio monumentale storico

 

piscina Venier

834A

2019, (2718?)

porta deposito cassonetti immond.

Istituto Cavanis

Famiglia Spigariol

 

piscina Venier

834

2019

porta della dispensa

Istituto Cavanis

Famiglia Spigariol

 

Piscina S. Agnese

833

2018

porta palazzetto barocco con statua Madonna

Istituto Cavanis

Da due proprietari insieme; nome finora sconosciuto

 

affittato a terzi

Piscina S. Agnese

832

2018

porta palazzetto barocco con statua Madonna

Istituto Cavanis

  

affittato a terzi

Piscina S. Agnese

831

2018

porta palazzetto barocco con statua Madonna

Istituto Cavanis

  

affittato a terzi

Piscina S. Agnese

830

2018

porta palazzetto barocco con statua Madonna

Istituto Cavanis

  

affittato a terzi

Piscina S. Agnese

senza numero

2018

falegnameria nel palazzetto barocco con statua Madonna

Istituto Cavanis

  

affittato a terzi

Cale de la Chiesa

904

2017-2018

2022

ingresso mensa piccola, già sede congreg. Mariana; porta chiusa con carton gesso.

Istituto Cavanis

  

affittato a terzi

Cale de la Chiesa

905

2018?

ingresso mensa piccola, già sede congreg. Mariana, porta murata

Istituto Cavanis

magazzino, probabilmente negozio

 

Piscina S. Agnese

906B

3067

entrata edificio patronato Gesuati sulla piscina S. Agnese

Parrocchia Gesuati

Istituto Cavanis e Parrocchia Gesuati (50%-50%)

  

Piscina S. Agnese

907

n° soppresso

Piscina S. Agnese

908

2008-2010-2884

numero inesistente; ma dovrebbe essere impresso sopra la porta del cortile patronato Gesuati

Parrocchia Gesuati

Istituto Cavanis e Parrocchia Gesuati (50-50%)

  

Campo S. Agnese

senza numero

2008-2010

entrata cortile patronato Gesuati

Parrocchia Gesuati

Ist. Cavanis e Parrocchia Gesuati (50-50%)

  

6. La Chiesa di s. Agnese a Venezia 1839-2020

“Dicemmo già, che un altro grande ideale occupava in questi anni la mente ed il cuore dei venerandi Fratelli Cavanis: il ricupero della Chiesa di S. Agnese.

La Chiesa parrocchiale ov’erano stati battezzati, dove avevano assistito nella loro infanzia e nella loro giovinezza alla celebrazione delle sacre funzioni, dove avevano esercitato le primizie del loro ministero sacerdotale, dove avevano fondato quella Congregazione mariana così benedetta da Dio, non poteva non suscitare piamente in quelle nobili e sante anime una nostalgia di generosi desideri; profanata com’era, dopo la soppressione napoleonica, e ridotta a miserabile magazzino di legna da ardere.

D’altronde, il numero degli alunni delle Scuole di Carità cresceva e si trovava angustiato nell’Oratorio, pur capace, del palazzo Da Mosto, cui si aggiungeva il ristretto, umido e brutto oratorio dei piccini. Di più ancora, la novella Congregazione aveva bisogno di una chiesa appartenente alla sua Casa Madre per l’esercizio decoroso del Culto divino, da cui non conveniva che si sottraesse.

Tutto ciò in quelle Anime generose, che non guardavano alle difficoltà apparentemente insormontabili, ma solo alla gloria di Dio, suscitava già da molto tempo il grande disegno che abbiamo enunciato: ricuperare e riaprire la Chiesa di S.a Agnese.”

Così inizia, con alate parole, P. Francesco Saverio Zanon il suo capitolo sulla chiesa di S. Agnese. Pare opportuno che queste stesse parole servano di inizio anche al capitolo sullo stesso tema in questa Storia della Congregazione.

6.1 Origine e vicende

La Chiesa di Sant’Agnese a Venezia – la chiesa-madre dell’Istituto Cavanis – risale almeno alla prima metà del secolo XI (forse addirittura nel secolo IX o X), e sarebbe stata fondata da una famiglia Mellini; il primo documento certo è del 1081, quando è citato un suo parroco o piovano, il prete Pietro. La prima fabbrica fu distrutta dal fuoco nel 1105 o 1106. Ricostruita o ampiamente restaurata ben presto, fu consacrata di nuovo il 15 giugno del 1321, festa di San Vito (San Vio in dialetto veneziano), come attesta una lapide di estremo interesse che ora si conserva incassata nella controfacciata della chiesa stessa, a sinistra dell’entrata. Eccone il testo, scolpito in latino approssimato e molto abbreviato, come di costume, in caratteri gotici di non facilissima lettura, anche per le cattive condizioni di conservazione dei due terzi della pietra:

An . Dni . . MCCCXXI . mens . junii . i – die . beati . Viti . martis . inditione

. IV . de . consensu . et . volutate . reverendi . patris . Jacobi . Dei . et . apostolica .

gra . epi . castellani : Nos . Johes . Caprulanus . eps . Johes . Magno . eps . Equi-

linus . et . Otonelus . Clugiens . eps . ad . petitione . Marci . Semiteculo . plebani •

Eccle . sce . Agnetis . P. Nri . officii . debito . Eccm . suprscm . ad . honore . bea-

tissime . virginis . et . martiris . Se . Agnetis . edificata . invocata . Sci . Sps – gra

Ddicavims . et . onibss . qui . in . annivo . dedicationis . ipius . tribs . diebs . ante .

et . trib . post . ipam . devote . et . humiliter . visitaverint . de – injuncta . sibi . peni-

tencia . p . crimina . liberaliter . XL . dies . p . q . libet . nrm .de.de. Xpi . mia .

et . gloriose . Virginis . Marie . ac . beatorum . apostoloru . Petri . et Pauli . et .

beate . Agnetis . predce . meritis . confissi . duximus . indulgendos . • .

Il testo della lapide, senza le abbreviazioni e con qualche correzione della lingua, suonerebbe così:

Anno . Domini . . MCCCXXI . mens . junii . in . die . beati . Viti . martyris . indictione

. IV . de . consensu . et . voluntate . reverendi . patris . Jacobi . Dei . et . apostolica .

gratia . episcopi . castellani : Nos . Johannes . Caprulanus . episcopus, . Johannes .

Magno . episcopus . Equilinus . et . Otonelus . Clugiensis . episcopus . ad . petitionem .

Marci . Semiteculo . plebani • Ecclesiae . sanctae . Agnetis . Pro. Nostri . officii .

debito . Excellentissimum . suprascriptum . ad . honorem . beatissimae . virginis . et .

martyris . Sanctae . Agnetis . aedificata . invocata . Sancti . Spiritus – gratia

dedicavimus . et . omnibus . qui . in . anniversario . dedicationis . ipsius . tribus . diebus

. ante . et . tribus . post . ipsam . devote . et . humiliter . visitaverint . de – injuncta .

sibi . penitencia . pro . crimina . liberaliter . XL . dies . pro . quolibet . numerum . de .

Christi . misericordia . et . gloriosae . Virginis . Mariae . ac . beatorum . apostolorum

. Petri . et Pauli . et . beatae . Agnetis . predictae . meritis . confessi duximus . indulgendos .

E in italiano:

L’anno del Signore 1321, nel mese di giugno, nel giorno di San Vito martire, nell’indizione IV, con il consenso e la volontà del reverendo padre Giacomo per la grazia di Dio e [della Sede] apostolica vescovo di Castello:

Noi, Giovanni vescovo di Caorle, Giovanni Magno, vescovo di Equilio/Iesolo. e Ottonello, vescovo di Chioggia, secondo la capacità del nostro ufficio a riguardo dell’Eccellentissimo soprascritto, a richiesta di Marco Semitecolo, pievano della chiesa di Santa Agnese, edificata in onore della beatissima vergine e martire Santa Agnese, invocata la grazia della Spirito Santo, abbiamo compiuto la dedicazione; e a tutti quelli che nell’anniversario della dedicazione, tre giorni prima o tre giorni più tardi di essa, la visiteranno devotamente e umilmente, concediamo liberalmente – se confessati – il perdono (l’indulgenza) di 40 giorni della penitenza ingiunta loro per i peccati di qualunque numero, per la misericordia di Cristo e per i meriti della gloriosa vergine Maria e degli apostoli Pietro e Paolo e della suddetta Sant’Agnese.

Questa lapide di (seconda?) dedicazione della chiesa, che si può dire in qualche modo, forse per una seconda volta, l’atto di nascita (della prima dedicazione attorno al mille non si ha un ricordo marmoreo di questo tipo), è stata lungamente lontana da S. Agnese. Infatti nel 1810, quando il governo napoleonico soppresse la parrocchia e vendette l’edificio, la lapide fu tolta, e ritornò ad essere infissa nella parete della controfacciata della chiesa solo nel 1964. Fu assente quindi per ben 154 anni. Ci sono due storie sul cammino della lapide, a conoscenza di chi scrive.

La tesi della Gavagnin, cita abusivamente (o con merito soltanto in piccola parte) la rivista Charitas. XXX (1964), 1: 11; ma qui si dice ben poco sull’argomento, e quanto la Gavagnin espone deve provenire dal Cicogna o da altra fonte, che cita proprio quest’ultimo prezioso autore. Dice comunque la Gavagnin che la lapide di cui si parla fu ritrovata, in uno stato di assoluta incuria, dal letterato ed erudito Zeno Apostolo, che abitava appunto in parrocchia di S. Agnese, alle Zattere, non lungi dalla chiesa. E che questi la fece istallare sulla parete esterna della facciata. 

Al momento della soppressione della parrocchia di S. Agnese (1810) la lapide fu tolta, assieme ad altri oggetti che si poterono salvare; la lapide completa fu salvata dall’abate Giannantonio Moschini, che la comperò da uno scalpellino o tagiapiera, ed la fece affiggere sulle pareti del chiostro dell’attuale Seminario Patriarcale di Venezia, a fianco della basilica della Madonna della Salute, dove si era costituito un vero lapidario, tuttora (2020) esistente, soprattutto con materiale lapideo ritirato dalle chiese e altri ambienti ecclesiali incamerati dallo stato napoleonico (demaniatizzati) nel primo decennio del XIX secolo. 

La lapide di dedicazione di S. Agnese si trovava a sinistra dello scalone principale che dal chiostro porta al primo piano, con il numero di matricola XXXIII; e lì rimase fino al 1964, quando fu riconosciuta e, per intercessione dell’avvocato Luigi Benvenuti, trasportata e infissa di nuovo a S. Agnese.

Chi scrive però, ha sentito narrare che in realtà la lapide, che è attraversata da una frattura principale che separa il quarto di destra da tutto il resto, abbia percorso due cammini differenti; la parte di destra infatti si presenta molto ben conservata ed è di facile lettura; la seconda parte, quella di sinistra e del centro, è molto mal conservata e di lettura più difficile, perché pestata e martellinata un po’ da per tutto e particolarmente in una fascia orizzontale alla base e in una fascia verticale, a destra del primo terzo da sinistra. Ho sentito dunque narrare che il lacerto di destra, ben conservato, fu prontamente raccolto come sopra e conservato nel lapidario del seminario patriarcale, mentre la parte picchiettata ed escoriata sarebbe rimasta nella chiesa trasformata in magazzino di legna da ardere, ove, caduto in mezzo ai calcinacci e ai trucioli e frammenti di pietra, di legno e di carbone, avrebbe sofferto molti colpi e molti danni. Più tardi in tempi recenti, una persona con buona memoria fotografica si accorse che i due frammenti erano parte della stessa lapide, li raccolse, li riunì e li fece affiggere in S. Agnese nel 1964.

Sembra confermare questa seconda storia la chiara differenza di conservazione fra le due parti della lapide: tuttavia, nel libro di P. Zanon (religioso e scienziato che frequentava tutti i giorni, varie volte al giorno, il seminario per raggiungere l’osservatorio) si parla della lapide completa, come presente al n° 25 (non XXXIII) nel lapidario del seminario, nel 1925, “la prima in basso presso l’aula che si trova a sinistra dello scalone,” e ne riporta il testo completo. Forse si deve pensare che sia stato prima di questa data che le due parti della lapide hanno avuto un percorso differente, per poi essere riunite nel suddetto lapidario.

La chiesa di Sant’Agnese sorge a fianco del campo omonimo, attualmente più ampio di quando erano vivi i fondatori dell’Istituto, perché si è inglobato anche lo spazio che prima era il rio di S. Agnese. È un campo molto tranquillo e gradevole, con i suoi quattro grandi platani (disperazione dgli spazzini o operatori ecologi ad autunno, e le panchine rosse. La chiesa romanica a fianco, quella appunto di cui si parla, gli dà un fascino particolare. Il campo di Sant’Agnese comprende altri edifici di proprietà dell’Istituto Cavanis: casa Scarpa, all’inizio della Calle A. da Ponte, proprietà mista tra l’Istituto Cavanis e della Pia Società del S. Nome di Dio; e un grande casamento probabilmente del tutto ricostruito alla fine dell’ Ottocento o inizio novecento, affittato dall’Istituto, nel cui pianterreno esiste e opera il Club Delfino, stimata palestra di ginnastica, diretta dal diacono veneziano Giuseppe Baldan. Questo palazzo porta al n° civico 812 una lapide che ricorda il pittore Gennaro Favai (1879-1958), paesaggista, ritrattista, amante della natura morta. Il pozzo sito al mezzo del campo, di cui si è detto sopra che probabilmente servì anch’esso alle necessità di acqua dolce (o quasi) per la famiglia Cavanis prima e per l’Istituto Cavanis dopo, affiora dal selciato di masegni con una vera da pozzo di formato grande, del 1520, esagonale, che porta oltre a rilievi vegetali e ghirlande, un modesto bassorilievo, molto consumato, di S. Agnese e del suo agnello, cui fa riferimento il nome.

In Campo Sant’Agnese, o meglio nel sotoportego dei bisati che dal campo porta alle Zattere, si manifestò il primo caso di peste che poi diede origine alla grande pestilenza del 1630 e al voto del doge Niccolò Contarini e del patriarca Giovanni Tiepolo (ambedue morti di peste in seguito) di costruire la splendida basilica della Salute e di fare in modo che ogni anno il 21 novembre il doge e la signoria (oggi il sindaco e le altre autorità assieme al patriarca, clero e popolo) andassero a visitare la basilica per ringraziare la Madonna, il che puntualmente si compie, grazie anche a un ponte su barche che mette in contatto diretto, attraverso il Canalasso, S. Maria del Giglio con S. Gregorio. La basilica – in cui poi furono consacrati preti molti dei Cavanis, anche chi scrive – fu inaugurata e dedicata alla Madonna della Salute il 9 novembre 1687.

A portare la peste in città era stato un falegname, Giovanni Maria Tirinello che aveva contratto il morbo nell’isola di S. Clemente dove si era recato a lavorare; là erano appena morti appunto di peste il marchese di Strigis, ambasciatore del duca di Mantova e alcuni membri del suo seguito.

Così descrive brevemente la nostra chiesa, nel 1484 (o 1485), lo scrittore Marcantonio Sabellico, nella sua opera De situ Venetiae urbis, libri tres; breve opera dove descrive, come in una passeggiata, la città di Venezia. Tale testo uscì successivamente in italiano nel 1544 con il titolo: “Del sito di Vinegia”: “Ligneus pons in Agnetinam transmittit insulam in Jesuatice domus conspectu prejacenti area; Agnetis vetusta aedes modice assurgit, cui perexiguum virginium accubat; divae ara vetustissima”.

L’altare di cui si parla, realmente antichissimo, e probabilmente quello originario, è l’altare maggiore, quello di cui parla Zanon citando l’antico documento “Descritione della fabbrica dell’Altar grande” conservato attualmente nell’archivio della parrocchia di S. Maria del Rosario, con tutto quello che è rimasto dell’antico archivio della chiesa di S. Agnese. Quando su iniziativa di Lodovico Bruzzoni, benefattore e amico della chiesa di S. Agnese e del suo clero, nel 1672 si volle erigere un nuovo altare maggiore in pietra, in luogo di quello preesistente che era in legno, e ottenuto il permesso dell’ordinario si cominciò l’opera, il 1° ottobre 1674, si scoperse in parte l’altare antico, medievale, che era naturalmente al centro del presbiterio, staccato dalla parete di fondo, che portava invece la sede per il presidente dell’eucaristia, i preti e i ministri; e si scopersero anche lacerti di un antico affresco, con ogni probabilità rappresentante il martirio della santa martire patrona e titolare della chiesa:

Hor levato che era l’Altare di legno che è quello che al presente è nella scola della Misericordia, si scoperse l’altare antico che era dipinto sopra il Muro, dove per quanto si poteva discernere frà gli avvanzi del tempo si vedea à Basso un san Christoforo et in alto in mezzo una S. Agnese et dalle parti molte figure che non si puotè comprendere che cosa fossero, è ben vero che una Donna frà molti che tenevano tutti spada in mano s’argomentò parte del Martirio di detta Santa; levato poi l’Altare si diede principio alli fondamenti…. e nel far l’escavatione si trovò una Banca dove anticamente sedevano i Preti à officiare in Choro che era uguale al più basso pavimento di Chiesa et la Mensa dell’Altare antico all’altezza della Predella del presente, con il pavimento à proportione. L’Altare si conobbe essere stato in isola (isolato) per la Banca che seguitava l’Ordine attorno il Choro…

Nel 1390 la chiesa di S. Agnese fu arricchita delle preziose reliquie del corpo di S. Venereo Abate; nel 1612, quello che più contava, ha ricevuto in dono dal segretario del Duca di Urbino Giovanni Battista Faccio, tramite il parroco pro tempore don Gaspare de Martinis, reliquie della santa titolare, cioè S. Agnese, fornite di autentica: “porzioni del cranio, del sangue, delle ossa e delle ceneri”. Si nota che delle reliquie “ex ossibus” potrebbero essere anche autentiche; ben più improbabili quelle dal sangue e dalle ceneri. Comunque, la stessa fonte relata che il patriarca dell’epoca, Francesco Vendramin, esaminò le autentiche e approvò la conservazione e l’esposizione di dette reliquie alla venerazione dei fedeli.

Nel 1660 poi la chiesa di S. Agnese ricevette in regalo da Nicolò Cavanis e da suo fratello Cesare, come detto in ricevuta di cui si dirà in nota, anche il corpo di S. Secondino o Secondin Martire, donato dal Papa Alessandro VII al suddetto conte Nicolò Cavanis, che era stato membro di una ambasceria della Repubblica Veneta a Roma. Questo sacro corpo rimase sempre nella Chiesa di S. Agnese come proprietà della famiglia Cavanis, che teneva una delle due chiavi sotto le quali era custodito nella sua urna in chiesa.

Del fatto che la salma di S. Secondino conservata fino al tempo della gioventù dei Fondatori a S. Agnese, si parla nel diario del Conte Giovanni conte Cavanis, con l’annotazione: “Addì 23 agosto 1761 – In questo giorno dal nonzolo della Scuola de’ Morti in S. Agnese mi fu data la chiave della nuova cassa di S. Secondino, ch’è sull’altare di quella Scuola, essendo stato fra questo mese trasportato in altra cassa più adeguata all’altare, con licenza della nostra casa, dalla quale l’hanno ricevuto nell’anno 1660”. Analogo testo si trova nella cartella o fascicolo relativo al corpo di s. Secondino.

La storia del corpo di San Secondino martire, ritrovata ed estratta dalle catacombe di S. Callisto a Roma, donata dal Papa Alessandro VII a Nicolao Cavanis nel 1660, e dai Cavanis donata alla chiesa di S. Agnese pochi mesi dopo, è tanto diversa dalla storia del corpo di S. Secondo narrata e descritta ampiamente nello splendido libro organizzato dalla parrocchia di S. Maria del Rosario e dalla editrice Studium, e pubblicata a cura della dottoressa Silvia Lunardon, che si rimane con l’impressione che si tratta di due storie differenti e di due corpi (forse di due santi) diversi. Rimane in questo caso il problema di dove sia andato a finire il corpo di S. Secondin che certamente si trovava a S. Agnese dal 1660 al 1810.

6.2 Scuole e confraternite relative alla parrocchia di s. Agnese

La chiesa di S. Agnese era sede, nei secoli precedenti alla sua soppressione, di varie “Scuole”, nel senso veneziano dei termine, cioè confraternite, associazioni. Ne presentiamo una lista, probabilmente parziale:

Contrada
di S. Agnese

fondazione

Nome completo della scuola

1325

Scuola di Sant’Agnese

1410

Scuola di San Vitale, Università dei Poveggiotti (abitanti dell’isola di Poveglia)

1580

Scuola del Santissimo Sacramento

1589

Scuola e sovvegno della Natività della Madonna

1656

Suffragio dei Morti, dedicato alla Madonna e (più tardi) a San Secondino

1681

Compagnia di Santa Agnese, dei sacerdoti alunni di chiesa (abusiva)

1712

Confraternita dei sacerdoti della Santissima Trinità (abusiva)

1736

Compagnia del cingolo di San Tommaso (abusiva)

1764

Compagnia di San Valentino (abusiva)

1764

Compagnia di San Venanzio (abusiva)

1764

Compagnia di San Pietro d’Alcantara

1785

Adunanza del Rosario

1785

Devozione al santo Nome di Gesù (abusiva)

6.3 Gli altari antichi della chiesa di s. Agnese

6.3.1 Presbiterio

Dell’altare maggiore, bisogna distinguere:

  • Quello più antico, almeno dei conosciuti, cioè quello romanico di cui parla il documento “Descritione della fabbrica dell’Altar grande”, a forma di tavola e separato dalla parete di fondo, di cui si parlerà più sotto; questo altare era anche l’altare di S. Agnese.

  • L’altar maggiore eretto da Lodovico Bruzzoni, all’epoca Guardian Grando della Schola granda de la Misericordia, tra il 1670 e il 1674; sopra l’altare c’era la pala rappresentante il Martirio di Sant’Agnese dipinto da Antonio Foller su tavola. Dopo la soppresssione della parrocchia e prima dell’acquisto della stessa da parte dei Cavanis, questo altare fu venduto nel 1836, dal proprietario dell’edificio della chiesa che era diventato un magazzino di legna, come si sa, alla parrocchiale di Spresiano in provincia di Treviso, che poi venne completamente distrutta nel corso della prima guerra mondiale.

  • L’altare maggiore, enorme, costruito dai PP. Fondatori dopo aver acquistato la Chiesa; era separato dalla parete di fondo, ma naturalmente rivolto verso questa, in modo che il sacerdote celebrante dava le spalle al popolo, alla Tridentina; tale altare aveva un grande tabernacolo al centro e non era sormontato da una pala di altare, quindi, tra l’altro, non era più l’altare di S. Agnese, come nei periodi precedenti, e si dedicò alla santa un altare laterale, come era giusto. Invece della pala d’altare, dopo il 1940, c’era e c’è il grande affresco del Cristo Pantocrator (e S. Cuore) nel Catino absidale. Dietro il tabernacolo tuttavia c’erano dei ganci metallici che permettevano di infilarvi degli spuntoni che reggevano dei quadri provvisori ossia temporanei, che vi si mettevano nelle grandi feste devozionali e particolarmente nelle novene; questi quadri provvisori rappresentavano a seconda dei periodi e delle occasioni di devozione, l’Immacolata, S. Giuseppe Calasanzio; S. Giuseppe Sposo. Dietro l’altare c’era uno spazio ampio, dove si trovava tra l’altro la prima tomba dei fondatori, al suolo, ora vuota. Questo spazio permetteva il passaggio (di disbrigo) tra il cortile della chiesa e la sacristia; era occupato anche dalla suoneria (canne) dell’organo. Tale altare rimase in uso fino al 1967. La fronte dell’altare verso la chiesa e il popolo, di calcescisto, in lamine composite in forma di produrre un disegno a righe bianche, grigie e nere, verticali, che si ripetono lungo tutta la superficie, fu tolta, al momento di eliminare l’altare, e murata in sagrestia, alla base della parete settentrinonale, a ricordo o a ornamento. Si trova al momento in cattivo stato di conservazione, per via della salinità e dell’umidità.

  • L’altare in stile conciliare, costruito nel 1966-67, con la base dorata in foglia d’oro e con una mensa enorme, di un solo pezzo di marmo massiccio; sito al centro del presbitero, (e al centro della celebrazione), con il presidente, gli altri preti e i ministri rivolti verso il popolo; e accompagnato dalla larga sede per gli stessi, e dalla parete semiellittica con l’ultima cena rappresentata bellamente in affresco da Ernani Costantini (1967), parete che serve di sfondo e permette il passaggio come sopra.

6.3.2 Navata di destra

PRIMO ALTARE

Altare dell’ Università dei Poveggiotti ossia degli abitanti dell’isola lagunare di Poveglia che avevano quale loro patrono appunto San Vidal (San Vitale).

Pala d’altare: tavola rappresentante San Vitale armato e i figli San Gervasio e San Protasio; della scuola del Damiano [Mazza].

SECONDO ALTARE

altare: eretto a spese di Andrea Berengo.

all’altare: tela San Giacomo Apostolo di Alessandro Varotari, noto anche come il Padovanino.

TERZO ALTARE

all’altare: olio su tela, rappresentava Mosè che fa scaturire l’acqua dalla roccia; e un altro quadro, pure in olio si tela sul tema della Manna nel deserto di Antonio Vassillacchi detto l’Aliense.

QUARTO ALTARE (cappella del Santissimo)

all’altare: una tela rappresentante i Quattro Evangelisti, pure di Antonio Vassillacchi detto l’Aliense.

QUINTO ALTARE

all’altare: una tela rappresentante Cristo davanti a Pilato, di Odoardo Fialetti. Questa pittura forse non era una pala d’altare, e comunque doveva trovarsi sul fianco destro del presbiterio.

In questa navata si trovava anche l’altare di S. Agnese, ovviamente, dopo che la sua immagine venne tolta dall’altare maggiore.

6.3.3 Navata di sinistra

QUINTO ALTARE (non risulta pala)

QUARTO ALTARE

all’altare: una pala su tavola, rappresentante Maria, Gesù, San Girolamo e San Sebastiano, della scuola del Damiano Mazza.

TERZO ALTARE

all’altare: tavola dipinta a olio su tavola, con una Natività della Vergine di Antonio Foller.

SECONDO ALTARE

all’altare: tela con lo Sposalizio della Vergine di Pietro Malombra.

PRIMO ALTARE

all’altare: una pala a olio su tela, rappresentante Cristo nell’orto del Getsemani, di Bartolomeo de’ Negri.

C’erano inoltre nella chiesa, senza che si sappia esattamente dove collocarli, un altare di S. Antonio, uno della Madonna delle Grazie; uno della Madonna del Rosario; una cappella dedicata in modo poco logico (ma questo era normale all’epoca) alla Madonna Assunta e a S. Lodovico.

A fianco dell’atrio della Chiesa, sulla sinistra entrando nell’atrio dall’esterno, c’era poi la cappella del crocifisso, che non comunicava come oggi con una porta direttamente con la chiesa, ma soltanto con l’atrio. A questa si dedicherà un capitolo speciale in appendice, data la sua importanza.

L’organo, con delle interessanti portelle dipinte, doveva trovarsi, forse con una cantoria sopraelevata, al fondo della chiesa, dietro l’altare maggiore. Sulle portelle, all’esterno era rappresentato il Padre Eterno con Sant’Agnese in gloria: “in aria, sopra le nuuole” e con grande folla di fedeli plaudenti e il parroco restauratore; opera di Maffeo Verona; all’interno l’Annunciazione, pure di Antonio Foller. La consolle dell’organo Mascioni nel 1938 venne istallata in sede diversa, cioè sulla parete destra della navata di destra, presso l’altare della Madonna, mentre l’insieme delle canne venne disposto dietro l’altare maggiore, sotto la finestrina.

6.3.4 Sagrestia

Sullo sfondo della sagrestia esiste un piccolo altare, fatto costruire nel 1677 da Lodovico Bruzzoni, benefattore della chiesa di S. Agnese, mecenate nella costruzione dell’altare maggiore. Il suo stemma si trova scolpito sul pannello marmoreo del lato destro dell’altare; il ricordo del suo nome sul lato sinistro, in cornu evangelii.

Diversi restauri ed abbellimenti di pregiati dipinti e di numerosi altari nel corso dei secoli si susseguirono in questo tempio devoto. Alcuni di questi dipinti (pale da altare) si trovano attualmente conservati, dopo essere stati predati dal governo di matrice napoleonica, con accenno alla provenienza, nella sala del Capitolo, contenente opere del Trecento-Quattrocento (sala 1) dell’Accademia delle Belle Arti di Venezia, pinacoteca quasi adiacente all’Istituto Cavanis, dall’altra parte del rio terà Antonio Foscarini; altri sono in deposito. Nella sala di cui sopra si trovano esposti (2020):

  • N° 25, Michele Giambono (notizie intorno al 1420-1462), Incoronazione della Vergine in Paradiso, attorniata da santi e angeli. Acquistato dalla galleria dell’Accademia nel 1816, cioè 6 anni dopo la chiusura forzata della chiesa e della parrocchia. Ricorda un po’ il paradiso, piccolo splendido quadro del Vivarini a S. Pantaleone (S. Pantalon). C’è annotazione che è proveniente da S. Agnese.

  • N° 19, Stefano “Plebanus” di S. Agnese (attivo tra 1369 e 1385), Incoronazione della Vergine con angeli musicanti. Datato 1381, acquisito dall’Accademia nel 1816, probabilmente nello stesso lotto di quadri. Lo stile ricorda Paolo Veneziano (1300 circa – 1365 circa) , ma con una rilettura gotica. È una piccola tavola di circa 40×70 cm, in senso verticale.

  • Oltre a pale di altare del XIII e XIV secolo, dato anche che le devozioni verso i santi hanno cambiato con i diversi secoli, e dato che di secolo in secolo ci fu anche un cambiamento ripetuto più volte nella posizione e nel numero degli altari, la chiesa era stata arricchita di quadri e pale di altare anche nell’epoca barocca. Zanon ricorda la presenza di opere do Giacomo Palma (detto Palma il Giovane; il suo nome era tuttavia Giacomo Negretti) , del Verotari (probabilmente Alessandro Varotari, noto anche come il Padovanino), di Odoardo Fialetti, dell’Aliense (così era ed è soprannominato Antonio Vassillacchi, di origine grega), di Bartolomeo Negri. In genere si tratta di manieristi, più o meno del passaggio tra una continuazione ripetitiva del tardo cinquecento veneziano e l’inizio del barocco.

Lo stile della fabbrica di S. Agnese era il romanico (più che romanico-bizantino, come si dice spesso), di cui si vedono soprattutto all’esterno anche oggi (in parte) chiare tracce. Ricordiamo:

  1. L’antico (e non più esistente almeno dal 1795) sottoportico o esonartece aperto e leggero davanti alla facciata, con funzione di protezione dell’ingresso ma anche cimiteriale;

  2. La pianta basilicale a tre navate ma monoabsidata;

  3. Gli archetti pensili e gemini, ciechi e puramente decorativi, dall’alto peduccio, bellissimi, all’esterno della cortina muraria ai fianchi della navata centrale;

  4. La bellissima abside semi-cilindrica, visibile e visitabile dal cortile del patronato;

  5. Il tetto a capanna, cioè ligneo, a capriate.

  6. La piccola finestra con arco a tutto sesto e doppia strombatura al centro dell’abside;

  7. Le arcate gemine cieche a più ordini e reseghe o denti di sega, in cotto all’esterno della bellissima abside, visibile dal cortile del patronato parrocchiale dei “Gesuati”;

  8. L’orientamento dell’abside e della chiesa nel complesso, verso oriente.

  9. La facciata rivolta verso il canale di S. Agnese, interrato più tardi (1838 e 1863).

  10. Dimensioni piuttosto modeste, come sempre nelle più antiche chiese veneziane; in questo caso lunghezza di circa 34,5 m e larghezza di circa 26 m.

  11. Campanile cuspidato, con cuspide conica, con lesene e archetti pensili.

 

Più tardi sono state gradualmente aggiunti:

  1. Finestre ogivali gotiche, ben più tardive, sulle stesse pareti;
  2. Lunettoni barocchi, in buona parte chiusi nel restauro del XX secolo sulle pareti delle navate laterali.

 

Per avere un’immagine chiara di come doveva essere la chiesa di S. Agnese nel Medio Evo, si può osservare con cura la grande stampa o incisione in legno (xilografia) di Jacopo’ de Barberi (circa 1500), che è una meravigliosa e dettagliatissima pianta prospettica della città di Venezia, nella quale la chiesa di S. Agnese è molto ben rappresentata; oppure un disegno ricavato dalla stesssa incisione dal prof. Lino (Angelo) Scattolin e conservato nell’AICV, oltre ad esssere stato rappresentato più volte nella rivista Charitas e anche nella tesi di Elisa Gavagnin (1989-90, fig. 6). Da tali immagini, e soprattutto da quella del De’ Barberi, risulta chiaro che il campanile di S. Agnese non era, come si dice a volte, staccato dalla chiesa (come per esempio lo era, e la base ancora oggi è, a S. Maria del Giglio o Zabenigo), ma attaccato, almeno dal 1500, tramite due corpi uguali di fabbrica.

Contrariamente a quanto si dice spesso, le influenze bizantine sono minime, praticamente nulle. Antichissimo e di stile romanico puro era il campanile, uno dei più alti di Venezia (a quei tempi), perché raggiungeva quasi l’altezza di 30 metri. Terminava esso in una cuspide conica e portava nella cella una trifora romanica e sui fianchi lesene che terminavano in alto con archetti pensili: assomigliava molto agli attuali campanili di S. Polo o di S. Barnaba. Il campanile fu demolito intorno all’anno 1837-38, come vorrebbe il Cicogna o nel 1821 come scrive P. Francesco Saverio Zanon, non si sa con quale base; in ogni caso, il bel campanile non cadde, ma fu abbattuto (purtroppo) dopo che la chiesa aveva perso il suo scopo di culto ed era diventato un magazzino. A quel tempo di miseria economica e di grettezza intellettuale, si usava distruggere edifici giudicati inutili per ricavare e vendere i mattoni e gli elementi marmorei come materiale da costruzione. Del campanile si era mantenuta soltanto la base (sacristia e sopra-sacristia) e fu sostituito più tardi dai Fondatori (attorno al 1843) con un piccolo campanile alla romana o a vela, cioè da un grosso muro maestro con tre archetti che ospitano le tre campane, di cui si muovono i battagli o battacchi, non le campane stesse. Queste oggigiorno funzionano elettricamente, sebbene si usino molto raramente.

Internamente l’abside era semicilindrica con il catino absidale che, in origine, doveva essere ricoperto da un prezioso mosaico come tante chiese veneziane a quell’epoca; davanti, si ergeva l’arco trionfale al quale si addossava la possente travatura, che continuava per tutta la lunghezza della Chiesa.

La travatura era tutta scoperta fino ai restauri del 1795 ed è proprio quella rimessa a vista e in onore dal ripristino degli anni Trenta (1937-40) del secolo XX. Dai biscantieri (o puntoni), che sostengono il tetto, pende il solito colonnello (o monaco), e le chiavi (chiave o più spesso catena) orizzontali sono rafforzate alle estremità da eleganti mensole, pure di legno. All’altezza di queste mensole gira tutto intorno una larga fascia di larice, liscia nel mezzo, guarnita sopra e sotto di fregio a corda e sopra anche di un secondo fregio a scacchi. Sotto la fascia di legno comincia una fascia affrescata, del secolo XIII-XIV, dove tondi geometrici di quasi un metro di diametro, con figure di santi, sono recinti ciascuno di tre corone di colore diverso, e sono uniti da disegni a grandi foglie di acanto, di ottima fattura. Risulta che non siano mai stati restaurati e le figure di santi sono poco leggibili.

Anche dopo un profondo restauro realizzato nel 1733, il vecchio edificio verso la fine del secolo XVIII dava indizi assai gravi di lesioni che mettevano le sue condizioni statiche in pericolo, come risulta da una perizia eseguita nell’agosto del 1795, sicché vi si resero necessari dei grandi restauri. Di questi venne subito cominciata la parte più urgente e tutto l’interno della Chiesa venne radicalmente mutato. Furono rafforzati i pilastri in muratura, la bellissima travatura scoperta fu mascherata da una volta a botte in legno e stucco, le fasce di ornati che decoravano l’interno furono tolte alla vista e in parte danneggiate. Vennero aperte grandi finestre a lunettone dove occorrevano, e l’antica architettura rimase guastata all’esterno e del tutto distrutta all’interno.

Alla caduta della Repubblica Veneta, i lavori della chiesa di S. Agnese erano soltanto in parte eseguiti, e l’opera rimase incompiuta, come in tante altre chiese veneziane, come, per indicare solo due esempi la mancanza di copertura marmorea della facciata di San Marcuola e di San Pantalon, o i due terzi superiori della stessa che mancano nella chiesa di S. Giovanni Nuovo. Si continuò a lavorare ancora, ma solamente per assai poco tempo.

Nel 1810 (più esattamente il 12 aprile di quell’anno) la seconda robusta riforma religiosa della città promossa da Napoleone, cacciati i domenicani dalla chiesa di Santa Maria del Rosario (vulgo ed erroneamente detta dei Gesuati), vi trasportava la parrocchia, e la chiesa parrocchiale di S. Agnese venne chiusa al culto, venduta all’asta e ridotta ad un magazzino commerciale di legna da ardere.

Poche cose si salvarono anche del mobilio liturgico, dei paramenti, dei quadri e statue. Qualche pala di altare trecentesca e/o quattrocentesca, come si è detto, fu trasferito all’Accademia delle Belle Arti; l’altare maggiore passò a S. Maria Formosa; il resto fu disperso, salvo forse alcuni oggetti che si trovano ora nel museo della memoria dell’Istituto Cavanis di Venezia, come forse delle carteglorie in argento.

Sembra che la mensa dell’altare della piccola (quasi) abside di sinistra, l’attuale altare del SS.mo Sacramento (2020) sia ancora oggi quella che era stata comprata e portata a S. Agnese dalla soppressa ed estinta chiesa di S. Giorgio in Alega, nell’isola omonima, secondo afferma P. F.S. Zanon.

Intanto i Fratelli Cavanis avevano dato inizio alla Congregazione Mariana, inizialmente proprio nella cappella del crocifisso nell’atrio della chiesa; e alle Scuole di Carità nelle immediate vicinanze; più tardi avevano fondato anche un Istituto religioso di Sacerdoti per la continuazione della loro opera in favore della gioventù. Sentivano il bisogno di una chiesa capace di contenere i loro giovani sempre più numerosi ed atta al tempo stesso all’esercizio decoroso del culto divino da parte dei sacerdoti dell’Istituto. La chiesa di S. Agnese rispondeva completamente allo scopo: era attigua al palazzo delle scuole e poi ridestava un fascino particolare nei loro cuori, poiché in essa erano stati battezzati, in essa avevano assistito nella loro infanzia e nella loro giovinezza alla celebrazione delle sacre funzioni, avevano esercitato le primizie (e non solo) del loro ministero sacerdotale, avevano fondata quella Congregazione mariana, da cui si era sviluppato il loro Istituto. Un grande ideale si accese in loro: ricuperarla e riaprirla al culto.

I nostri Padri la chiesero invano più volte al governo, fin dal 1818; finalmente risolsero di comprarla e fecero le loro proposte alla Commissione delle vendite. Anche questo invano: bisognava concorrere all’asta pubblica, e i Padri concorsero. Ebbero per avversario un francese, certo François Charmet, il quale pose tanto ardore nella lotta per l’acquisto, da costringere i Cavanis a desistere, e la chiesa fu aggiudicata a lui per 7.150 lire austriache. Il popolo numeroso che assisteva all’asta fu tanto indignato contro il francese, che si parlava di gettarlo in acqua (c’era a quel tempo il rio di S. Agnese proprio davanti alla chiesa!) e fu necessario chiamare in aiuto la forza militare e far ricondurre per barca alla propria abitazione quel disgraziato vincitore. Non passarono otto giorni e una grave sventura colpiva lo Charmet, il quale, accogliendo i suggerimenti di certe buone persone, comunicò di esser disposto a cedere ai Cavanis la chiesa.

Il P. Marco approfittò delle sue buone disposizioni e il francese, dichiarando legalmente di aver fatto l’acquisto a nome del P. Anton’Angelo Cavanis, gli cedeva ogni diritto. Il 27 novembre 1839, sborsato il prezzo d’acquisto, che fu offerto quasi tutto dal conte Francesco Revedin, uomo insigne per le sue beneficenze, la chiesa di S. Agnese passò in proprietà della Congregazione.

BOX: Il fonte battesimale di S. Agnese, ora a Santa Maria del Rosario

Il battesimo della sorella maggiore Apollonia Cavanis e dei due venerabili fratelli Antonio e Marco nella chiesa parrocchiale di S. Agnese merita un commento di un certo interesse. Credo che non si sapesse finora quale fosse il fonte battesimale nel quale i tre fratelli ricevettero le acque della salvezza e divennero figli di Dio, cristiani. Infatti, accadde che la chiesa di S. Agnese, fin dal tempo in cui i fondatori la riacquistarono (novembre 1839) e dopo lunghi restauri la fecero nuovamente dedicare e la restituirono al culto divino (15 agosto 1850, non era chiesa parrocchiale e quindi non possedeva il battistero o la pila battesimale. Così è naturalmente anche oggi (20 e nel futuro prossimo. Sembra ora sicuro che il fonte battesimale della parrocchia di S. Agnese, all’atto dell’estinzione della parrocchia (1810), fu trasferito, con tutto un patrimonio di oggetti liturgici e con l’archivio parrocchiale, alla vicina chiesa di S. Maria del Rosario, vulgo dei Gesuati, già chiesa conventuale dei padri Domenicani osservanti, e, a partire dal 1810, nuova chiesa parrocchiale per la zona di S. Agnese. Il fonte tuttavia non fu messo in opera ma con ogni probabilità fu depositato provvisoriamente in un magazzino o deposito annesso alla nuova chiesa parrocchiale, e al suo posto fu utilizzata una pila battesimale mobile in metallo, fino all’inizio del 2015.

Il piedestallo del fonte battesimale venne in qualche modo perduto; ma la vasca del fonte fu felicemente recuperata dagli ambienti adiacenti alla chiesa di S. Maria del Rosario, circa due secoli dopo, dal parroco pro tempore don Raffaele Muresu nella preparazione della Pasqua del 2015 e rimesso in opera in cornu evangelii, cioè a sinistra di chi guarda l’altare maggiore, su un piede fatto fare nell’occasione, e purtroppo piuttosto piccolo e sproporzionato ma, a quanto pare, sufficiente a sostenere la vasca del fonte battesimale. Don Muresu utilizzò per la prima volta la vasca battesimale, tanto antica e da secoli abbandonata, battezzando un bambino nella veglia pasquale appunto del sabato santo del 2015.

La vasca battesimale di cui si parla deve essere stata spostata varie volte durante i due secoli di mancata utilizzazione, dal 1810 al 2015: soltanto nei primi 14 anni del XXI secolo essa era servita in un primo tempo come supporto alla statua della Madonna del Rosario settecentesca (la bella “Madonna vestita”) che a quel tempo si trovava sistemata nella cappella a sinistra della Chiesa, dove ora si trova invece il grande crocifisso cinquecentesco provenuto dalla chiesa (autentica) dei Gesuati, ossia della Visitazione o di S. Gerolamo, e che attualmente si trova all’entrata della navata centrale della chiesa. Più tardi, da don Giacinto Danieli, parroco per due anni ai Gesuati, la vasca battesimale fu scoperta sotto la statua della Madonna al momento del trasferimento di quest’ultima; e fu allora estromessa dalla chiesa, e deposta come cosa inutile, con la concavità in giù, al margine del piccolo giardino che si trova dietro la canonica o casa parrocchiale e a fianco della chiesa; e lì la trovò don Raffaele Muresu, che finalmente la apprezzò e decise di riportare in uso quello che era stato per secoli il fonte battesimale del quartiere e della parrocchia.

Questo è uno splendido pezzo scolpito in calcescisto bianco con venature rese brillanti da cristalli di mica multicolore e da altri microcristallini probabilmente di anfiboli o pirosseni, forse serpentino. Infatti era costume di eseguire, costruire o scolpire il fonte battesimale in materiale nobile, in diversi tipi di marmo possibilmente prezioso, per valorizzare il sacramento fondamentale: Debet ergo fons esse lapideus: nam et de silice aqua in baptismi presagium emanavit. Sed et Christus qui est fons vivus est lapis angularis et petra.

La vasca battesimale di cui si parla presenta forma perfettamente circolare al bordo e semisferica nel complesso, con scanalature radiali nella faccia esterna e anche in quella interna, dove presenta un disco in rilievo al centro, dando così l’aspetto di un rosone all’interna della vasca. Il bordo superiore mostra una irregolarità, cioè la mancanza di un frammento di pietra, che dipende senza dubbio da qualche accidente di trasporto. Dato lo stile e il tipo di roccia da cui era stato ricavato, sembra probabile ma difficilmente dimostrabile che tale vasca di fonte battesimale provenga dal saccheggio di Costantinopoli accaduto nel 1204 nella cosiddetta IV crociata, che in realtà era stata un «orrendo scontro tra cristiani culminato con il saccheggio della capitale dell’impero d’Oriente e con la divisione del bottino, reliquie dei santi comprese.»

Agli effetti di questa storia della Congregazione della Scuole di Carità interessa soprattutto che sembra estremamente probabile che i fondatori dell’Istituto Cavanis e la loro sorella maggiore, ma quasi certamente anche il conte Giovanni Cavanis e altri della famiglia nelle varie generazioni Cavanis vissute nel palazzo sulle Zattere, siano stati battezzati proprio in questo fonte battesimale.

6.4 Il rifacimento della chiesa

Ma in quale stato si trovava la povera chiesa! Non era stato ancora condotto a termine il restauro generale del 1795, quando venne la sua chiusura; seguirono, dopo la chiusura della parrocchia, l’incameramento da parte del demanio e la vendita del glorioso e sacro edificio come magazzino di legname, trent’anni di abbandono, la distruzione quasi totale del pavimento, che doveva essere già in quadroni disposti a scacchi, di marmi della Formazione Rosso Ammonitico, del Giurassico medio, rispettivamente rosso e bianco, ambedue di Verona, e delle lapidi sepolcrali; distruzione che ne avevano fatto gli operai del magazzino, scaricando e spaccando la legna; gli altari quasi tutti distrutti o mancanti, il tetto rovinato in più luoghi, tutto ciò aveva portato nel luogo sacro la più squallida desolazione.

I Cavanis si accinsero subito all’opera. «Io stesso, scrive un amico dei Padri, ho veduto gli egregi novizii di quella Congregazione affaticarsi solleciti per ritrarre dalla polvere e dallo squallore ciò ché di quell’augusto tempio è rimasto. Quali con badili ne rimovevano le lordure, quali non sdegnavano caricarsene il dorso, quali con man diligente trattavano le antiche lapidi, ne accozzavano le infrante parti, per ricopiarne solleciti le inscrizioni. Ed oh qual gioia brillava in quei volti, allorché tra i capovolti massi e le ammonticchiate rovine ritrovavano alcuna cosa che ancora al decoro del tempio servir potesse!»

Si sperava che tra breve la cara chiesa sarebbe riaperta al culto divino, ed il Parroco stesso di S. M. del Rosario, Don Giuseppe Roverin, ne dava lietamente l’annunzio ai Parrocchiani al termine di quell’anno 1840. Ma dovevano passare ancora molti anni perché questo voto potesse venir soddisfatto.

Per prima cosa, i Padri domandarono al Patriarca la facoltà di ricorrere al civico Magistrato di Sanità per trasportare dalle tombe infrante e sconnesse gli scheletri dei defunti e dall’oratorio del SS. Crocifìsso le ossa dei bambini che negli antichi tempi vi si seppellivano, e che, stritolato il pavimento, ingombravano, ora, misti a macerie, il terreno. L’operazione venne eseguita col più religioso rispetto: un diligente fascicolo, di mano del P. Giuseppe Marchiori, che si conserva nell’Archivio di Congregazione dà notizia dello stato in cui furono trovate le antiche sepolture, quali si poterono lasciare intatte, quali furono ricolmate di materiali, e dove furono collocate le ossa di quelle che non avevano più alcuna indicazione.

Poi l’anima delicatissima dei Servi di Dio volle premunirsi di un’altra facoltà dal Sommo Pontefice. Sebbene più e più volte ne avessero avute le più ampie concessioni relativamente all’acquisto ed alla vendita di beni e di oggetti ecclesiastici a benefizio dei loro Istituti, pur non osando di valersene senza una espressa dichiarazione, chiesero e ottennero il permesso di usare nella nuova fabbrica il molto materiale di marmi, pietre, frantumi, ferramenta che ingombravano inutilmente il terreno della Chiesa, di vendere il rimanente a benefizio della medesima, e di bruciare il legname inservibile.

Al comando superiore della Marina chiesero, e li ottennero, due altari senza la mensa, che ancora rimanevano nella abbandonata chiesa di S. Giustina. E all’architetto Francesco Carlo Astori, loro amico, diedero incarico di preparare il preventivo dei lavori e delle spese necessarie per il restauro.

Alla fine di quest’anno 1840 la Provvidenza divina veniva in soccorso ai santi Sacerdoti che tanto si adoperavano per la gloria ed il culto di Dio. Moriva l’8 ottobre in Milano il distinto e pio cavaliere, Marchese Federico Fagnani, già altre volte loro generoso benefattore, e nominando esecutore testamentario l’amico suo, conte Giacomo Mellerio, pure generoso benefattore dei Cavanis, lasciava a questi un legato di mille lire milanesi all’anno per vent’anni; somma che essi ottennero fosse loro anticipata dal Mellerio tutta in una volta. Le 20.000 lire furono un ristoro per i loro debiti, e una buona scorta per i grandi lavori che avevano intrapresi.

Il Mellerio stesso alle preghiere che continuamente gli rivolgeva il P. Marco aveva risposto con la generosa limosina di mille lire milanesi nell’Agosto del 1839, per l’acquisto della Chiesa, e mandava poi offerta doppia nell’aprile del 1843, ed altre di diversa importanza in altre circostanze.

Molte pie persone si obbligarono a corrispondere a rate fisse qualche elemosina; si trovarono diversi artefici della città che offrirono gratuito il loro lavoro per fare, per esempio, chi l’una, chi l’altra delle inferriate delle finestre, od altri piccoli lavori. Ma, con tutto questo, il grosso delle spese era sempre un impegno che richiedeva da quel santo vecchio del P. Marco continue fatiche nel ricercare sussidi dai benefattori.

Il pavimento fu naturalmente lastricato nuovamente in marmo rosso e bianco di Verona, a quadroni, secondo il costume veneziano. Il livello di questo pavimento in tale occasione fu alzato di un piede, circa 30 cm, eppure il livello della chiesa rimase e rimane tuttora troppo basso rispetto a quello delle strade (e anche a quello dello zero idrografico), tanto che sono necessari tre gradini attorno alla bussola dell’entrata, per vincere il dislivello, di 66 cm; il che crea il problema della periodica inondazione della chiesa soprattutto ad ogni autunno, da parte delle acque salse di infiltrazione, che si vede risalire nei giorni di acqua alta, negli interstizi tra le pietre, principalmente in cinque punti. Il pavimento originario si trovava probabilmente a un livello ancora inferiore a quello del 1795 e poi del tempo dei fondatori, di circa 1,10 m, dato il fenomeno continuo della subsidenza del livello del suolo, in atto da millenni (almeno) a Venezia. Il pavimento originale probabilmente doveva essere coperto da mosaico di pietre di colori diversi.

I lavori procedevano, e continueranno per circa 14 anni (1839-1854) dall’acquisto del nudo edificio all’inaugurazione e nuova consacrazione della chiesa. Ma quale impresa per le povere finanze dell’Istituto! Dal preventivo dell’Astori ricaviamo, in riassunto, che si doveva rimaneggiare tutto il tetto, cambiando in molti luoghi le travature, specialmente delle navate laterali, restaurare le muraglie in molti luoghi, togliere il battistero e otturarne la nicchia, togliere gli avanzi degli antichi altari, anche quelli grandiosi dell’antico altare maggiore addossato al muro dell’abside, che ancora sussistevano, appianare i muri anche internamente, chiudere a muro la finestra circolare dell’abside, fare il soffitto al posto della finestra semicircolare (?) del Presbitero, e accompagnare l’ornamentazione dipinta a cassettoni nell’intonaco del catino absidale. Dare l’intonaco a tutti i muri della chiesa, perché nel rifacimento del 1795 solo il presbitero era stato compito, tutto il resto era ancora in grezzo e già scrostato nelle parti inferiori; compiere i capitelli dei pilastri della navata maggiore e intonacare la cornice principale della medesima, levare tutto il pavimento preesistente, riempire le tombe, elevare come si è visto il suolo di un piede, e lastricare a quadroni di marmo tutto il pavimento. Far nuovi i gradini del Presbitero e delle cappelle laterali, rifare di marmo la mensa dell’altare maggiore ed altri suoi accessori. Regolare la forma dell’atrio, rifarne il pavimento e abolire la scala della antica Canonica. Nella Sacrestia e nell’annesso piccolo locale superiore (che corrispondevano al pianterreno e al primo piano dell’antico campanile demolito prima dell’acquisto della chiesa da parte dei Cavanis) demolire e rifare il tetto, murare tre finestre, far nuovo il pavimento.

Nel locale all’atrio della chiesa, dice l’Astori occorreva «distruggere lo sfondato sulla calle ed otturare il foro a pieno muro, restaurare la muraglia che dà all’esterno, rifare il soffitto e il pavimento, regolare la porta sull’atrio e rifornire il tutto di vetrate, ferramenta e serramenti.»

Tutto ciò nel preventivo dell’Astori importava una spesa di 22.138 lire austriache. Si comprende che, se grande era il coraggio dei Padri per la 1oro fiducia nella Provvidenza del Signore, grande pure era la fatica, che si addossava il P. Marco per procurare i mezzi occorrenti all’impresa.

Dai numerosi documenti che ci rimangono, risulta ch’egli era efficacemente aiutato dal P. Alessandro Scarella, dal P. Marchiori e specialmente dal P. Casara, che già aveva appresa dal suo santo maestro quell’attività energica per cui sarà in avvenire quasi un terzo fondatore dell’Istituto.

Fu di grande utilità anche il fratello laico Bartolo Slavieri, scalpellino di professione, che fece i balaustri dell’altar maggiore e delle due cappelle laterali e i capitelli in legno dei grandi pilastri. Ma lo Slaviero non perseverò in Congregazione. Più utile fu il fratello laico Giovanni Cherubin, falegname, che diresse e lavorò nella costruzione del coro, degli armadi di sacrestia, dei banchi della Chiesa.

I lavori furono assunti e condotti dall’impresario Gaspare Biondetti Crovato, amicissimo dell’Istituto e pieno di venerazione per i nostri Fondatori.

Nel 1843 si attese a demolire la canonica parrocchiale che era stata costruita anticamente sulla fronte della Chiesa (ambiente situato sopra l’atrio e sopra la cappella del Crocifisso, che sarà poi ricostruita in buona parte e trasformata in biblioteca della comunità e della scuola), e aveva la scala nell’atrio stesso di essa. In quest’atrio in tempi ancora più antichi doveva esser il cimitero parrocchiale, come si riscontrò nel corso dei lavori, che fecero trovare molte vetuste sepolture. Con ciò rimaneva indebolito il muro della facciata anteriore, che si dovette (purtroppo) demolire e ricostruire. Si costituì la facciata esterna della Chiesa, il piccolo campanile alla romana o a vela che è ancora in funzione, e si fecero fondere le tre campane alla Ditta Colbacchini di Bassano (Vicenza)

Si continuò a lavorare per lungo tempo perché le necessità del vecchio e malandato edificio erano molte e i mezzi erano scarsi. Qualche volta anche si dovettero sospendere i lavori per alcuni mesi. Una lunga interruzione si dovette fare poi durante l’assedio del 1849; ma poi si riprese il lavoro, e nel 1850 l’Astori presentava il preventivo per ridurre ad uso di cappella l’antico sacello del SS.mo Crocifisso, sede della prima Congregazione mariana, senza dubbio per mancanza di mezzi: si continuò invece a lavorare intorno ad altri bisogni più urgenti. Il restauro di questa storica cappella si farà molto più tardi, nel 1902.

Un altro problema era l’assenza delle pale d’altare e di altre opere d’arte: quadri, statue, ornamenti e tutto il materiale liturgico, che in origine era ricchissimo. E qui entrarono anche parecchi amici e benefattori, che, se non potevano ricuperare le opere d’arte antiche, demaniate e conservate all’Accademia e in altri musei e pinacoteche oppure disperse, almeno potevano provvedere opere, ben più modeste, della stanca arte ottocentesca veneziana, e purtuttavia dignitose.

Il benemerito Mons. Andrea Salsi, già allievo carissimo dei Padri, fece dipingere nel 1842 a sue spese, per il primo altare della navata di sinistra, la pala dell’altare dell’Angelo Custode dall’egregio pittore Lattanzio Querena, definito in modo brillante “il pittore della restaurazione per eccellenza” dal Niero. Lo stesso Querena dipinse pure, a spese della Congregazione, la pala di S. Giuseppe Calasanzio, sistemata attualmente nel secondo altare della navata di sinistra.

L’altare di S. Alfonso fu eretto a spese di alcuni sacerdoti veneziani; la pala d’altare è di qualità piuttosto scadente. Essa, dopo una risistemazione della localizzazione degli altari, fu ritirata dalla chiesa e appesa in un primo tempo, prima del 1925, nella biblioteca dell’Istituto, situata allora al primo piano dell’edificio dell’avancorpo della chiesa; in seguito (probabilmente dopo la grande riforma architettonica Forlati della chiesa del 1937-1940, nel corso della quale l’avancorpo fu quasi totalmente distrutto, risparmiando soltanto, e con difficoltà, la cappella del Crocifisso) essa fu trasferita nel corridoio del primo piano della residenza dei religiosi (l’edificio costruito da Casara dal 1876 al 1881); dopo la cessione da parte della comunità religiosa di questa residenza alla scuola nel 2004, la pala fu trasferita in modo provvisorio alla nuova, più modesta residenza della comunità, nell’edificio prospicente la Piscina Venier; infine verso il 2006 essa fu riportata nella chiesa di S. Agnese e appesa, fuori contesto e senza cornice, sulla parete sinistra (settentrionale) della cappella del Santissimo Sacramento. Una vera odissea del povero quadro!

La pala del primo altare della navata di destra, quella dei santi veneziani, fu dipinta (non troppo brillantemente in questo caso) dal pittore Sebastiano Santi (1786-1866), allievo di Teodoro Matteini (1754-1831), “colle elemosine di devoti Patrizi veneti”. Quest’ultima pala è sinceramente piuttosto brutta, anche se interessante da un punto di vista documentario e forse politico, e anche se si sa che Sebastiano Santi ha prodotto in altre sedi quadri e cicli di affreschi di buona o ottima fattura. Interessante l’osservazione che fa Antonio Niero, a proposito di questo tema di arte sacra, ossia i santi locali, parlando di dipinti eseguiti dallo stesso Sebastiano Santi per la chiesa di San Luca: “In qualsiasi caso, qui, come altrove (S. Agnese, S. Aponal), il ricupero iconografico dei santi indigeni acquistava il valore di testimonianza nazionalistica: in particolare per il doge Pietro Orseolo, che il Querena, poco prima delle vicende quarantottesche, dipingeva a S. Aponal”.

Questa pala illustra al centro S. Lorenzo Giustiniani, monaco e vescovo, primo patriarca di Venezia, portante la croce processionale da arcivescovo, con il senso di bastone o baculo pastorale. Alla sua destra, dall’alto in basso, il beato Giacomo Salomoni, religioso e prete, riconoscibile per l’abito da domenicano; il beato Giovanni Marinoni prete e canonico di S. Marco; S. Gerardo (Sagredo), vescovo e martire; alla sinistra del protopatriarca, S. Gerolamo Miani (impropriamente detto Emiliani), religioso e presbitero, fondatore dei Somaschi; Il Beato Pietro Acotanto, laico, riconoscibile, con qualche difficoltà, per la moneta che porta nella mano sinistra, per darla in elemosina, e la borsa di denaro che tiene nella destra per lo stesso scopo; e più in basso, S. Pietro Orseolo, doge e poi monaco, riconoscibile per la cappa di ermellino e per il corno dogale sistemato su un cuscino ai suoi piedi; e alla sua sinistra, S. Gregorio Bargarigo, veneziano, vescovo di Padova.

Sopra a questo gruppo di otto santi e beati veneziani, il pittore ha rappresentato sulla destra S. Giuseppe, con gusto tipicamente ottocentesco (e che non c’entra in alcun modo nel tema del quadro), e sulla destra S. Marco Evangelista patrono principale di Venezia, accompagnati da piccoli angioletti; al centro poi, più in alto, un brutto triangolo con l’occhio, rappresentante in qualche modo e secondo una pessima tradizione, la SS.ma Trinità.

Mancano in questa pala d’altare alcuni altri santi venerati dai Veneziani ma non veneziani di nascita, che trovano posto, con messe proprie, nel libro delle messe proprie del Patriarcato di Venezia. Oltre ad alcune feste del Signore e della Madonna (Annunciazione del Signore e insieme festa della Madonna Nicopeia, il Redentore, Dedicazione della Cattedrale; la festa della Madonna della Salute); la festa di tutti i santi e sante, beati e beate venerati a Venezia; S. Eliodoro vescovo: S. Lorenzo da Brindisi; S. Gaetano Thiene; S. Pio X (che del resto aveva soltanto 4 anni al momento dell’acquisto della chiesa da parte dei Fondatori e doveva essere adolescente alla data della dipintura della pala d’altare); la beata Giuliana da Collalto; S. Magno, vescovo; S. Teodoro, martire, antico patrono di Venezia

La pala dell’altare di S. Agnese, il secondo della navata di destra, rappresenta una delle fasi del martirio della santa, quella del supplizio del rogo, da cui sarebbe stata risparmiata; ma con un cenno alla morte per decapitazione o sgozzamento, nel gladio tenuto in mano da un soldato. La pala, firmata F. Zennaro, fu dipinta nel 1857, come consta dal diario di Congregazione del 1857, a mano del P. Sebastiano Casara, che scrive in data 11 gennaio 1857: “È venuto pure a visitarmi il Sig.r Zennaro, pittore, che per commissione della Sig.ra Schiavoni dipinse la nuova pala di S.ta Agnese, posta già sull’altare Giovedì ultimo scorso, mentre io ero fuor di Venezia. Pel cattivo lume che ha sull’altare, il dipinto non ispira e non apparisce sì bello, come parea nello studio dell’artista; tuttavia piace generalmente.” D’altra parte, senza alcun dubbio, sulla pala d’altare risulta con tutta chiarezza la firma “F. Zennaro 1872”, dipinta in rosso vermiglione all’angolo sinistro in basso della pala, dal Zennaro (o da un aiuto). La signora Schiavoni era devota della santa. Si può fare l’ipotesi che lo Zennaro abbia ricevuto l’incarico di rivedere o restaurare il dipinto nel 1872 e che in quell’occasione abbia rinnovato la firma, con la nuovo data; ma non c’è di questo nessun appoggio di documenti. La necessità di restauro o semplice pulitura, seguita dalla nuova firma, e data, poteva provenire dalla situazione di totale incuria e di eventuali danni avvenuti durante il periodo di sei o sette anni (1866-1872) in cui, dopo l’evento del “geyser” provocato dalla birreria sita a S. Agnese, e dopo l’espropriazione della Chiesa, la pala era stata sottoposta a rischi e forse a malanni. Permane però questo piccolo mistero.

Questa pala d’altare è quella dipinta in onore della titolare della chiesa; per questo sembra opportuno valorizzarla, aggiungendo la descrizione che ne fa il prof. Alberto Peratoner in un articolo pubblicato sul settimanale del Patriarcato di Venezia, “Gente Veneta”, in occasione della memoria di S. Agnese nel 2022.

ARTE E FEDE A Venezia, nella chiesa dedicata alla santa, il dipinto realizzato da Francesco Zennaro

Una luce nuova irrompe dinanzi al martirio di Agnese

Compie 150 anni l’olio su tela che rappresenta Sant’Agnese. Fu dipinto per arricchire la chiesa che proprio nel 1872, retta dai fratelli Cavanis, riapriva al culto

La chiesa romanica di S. Agnese, a Venezia, risalente alla fine del X – inizio dell’XI, secolo, fu sconsacrata nel 1810 in seguito alle soppressioni napoleoniche e spogliata degli arredi e delle opere d’arte, in parte risalenti all’età gotica (alcune delle quali attualmente conservate alle Gallerie dell’Accademia), in parte cinque-seicentesche, che ne decoravano l’interno e che andarono disperse.

L’antico altar maggiore, dedicato a S. Agnese, venne rifatto tra il 1670 e il 1674 per iniziativa di Lodovico Bruzzoni, Guardian Grando della Scuola Grande della Misericordia, con una pala col Martirio di Sant’Agnese dipinto da Antonio Foller. A quanto sappiamo, la santa figurava inoltre, in gloria, sulle portelle dell’organo, opera di Maffeo Verona, dietro l’altar maggiore. Quando la chiesa, sconsacrata a seguito della chiusura al culto, dapprima adibita a deposito e poi acquistata nel 1839 all’asta dall’imprenditore francese François Charmet, fu da questi poco dopo, in quello stesso anno, rivenduta ai Padri Antonangelo e Marcantonio Cavanis – che da anni aspiravano di acquisirne la proprietà e annetterla all’adiacente Casa madre della Congregazione da loro fondata – fu realizzato un nuovo altar maggiore, e alla Santa titolare fu dedicato un altare laterale. Riaperta al culto dopo un ventennio di lavori di restauro e ristrutturazione, la chiesa fu riconsacrata nel 1854. Le nuove confische dei beni ecclesiastici decretate nel 1866 crearono una nuova interruzione nella vita cultuale dell’edificio, che, grazie all’intervento del Patriarca di Venezia, card. Giuseppe Luigi Trevisanato, fu ceduto dal Governo alla diocesi e da questa riconsegnato nel 1871 ai Padri Cavanis. Nella festa di S. Agnese del 1872, la chiesa fu così riaperta al culto, e domenica 18 agosto dello stesso anno nuovamente consacrata dallo stesso Patriarca. Fu in quell’anno che la Congregazione affidò al pittore

Francesco Zennaro, nativo di Chioggia e allievo di Natale Schiavoni all’Accademia di Venezia, già autore di alcuni apprezzati dipinti a soggetto sacro, tra cui riproduzioni di alcuni capolavori della pittura veneziana, la pala dell’altare di S. Agnese che tuttora si conserva nell’omonima chiesa, sulla parete della navata destra. La pala, offerta dalla signora Schiavoni, devota della santa e in rapporti di familiarità con la Congregazione, è firmata e datata, in basso a sinistra, F. Zennaro / 1872. A causa dell’iniziale puntata del nome, l’autore fu a volte confuso con il pittore Felice Zennaro, detto Leppa, artista più noto di Francesco, ma prevalentemente attivo nell’area lombarda, del tutto estraneo alla committenza dell’ambiente ecclesiastico e del quale non risulta alcuna opera a soggetto sacro, e comunque dal carattere stilistico marcatamente difforme da quello candidamente classicheggiante che caratterizza la pala col Martirio di Sant’Agnese in oggetto.

Il dipinto raffigura la Santa – le fonti lasciano ampi margini d’incertezza sugli anni in cui visse e fu martirizzata, con una maggiore probabilità intorno alla metà del III secolo – inginocchiata frontalmente, davanti all’osservatore, sulla pira sopra la quale avrebbe dovuto subire il supplizio del rogo. Secondo la tradizione agiografica, fallito questo tentativo, si procedette all’esecuzione della vergine per decapitazione, probabilmente integrando le diverse fonti che tramandano il martirio per fuoco (Damaso) o per decollazione (Ambrogio e Prudenzio). Il dipinto dello Zennaro di fatto fonde nella rappresentazione le due modalità, giacché mentre Agnese è inginocchiata sopra le fiamme, alimentate da uno sgherro che si prodiga sulla destra della scena, a sinistra un soldato estrae la spada, accingendosi così all’esecuzione. Le pose delle figure dei carnefici, rudi, oscure e impacciate (e pure, va pur detto, un po’ goffe nella resa figurativa), contrastano con la celestiale compostezza della Santa, avvolta in una candida veste dal morbido panneggio e in un manto rosso simboleggiante il martirio che va a compiersi, ormai rapita nella contemplazione del Cielo, dal quale scende, in uno squarcio di luce che la investe e le si trasmette, dipingendole un nimbo luminoso intorno al capo, un angioletto a recarle la corona e la palma del martirio. Sullo sfondo oscuro, un colonnato dall’andamento leggermente curvilineo che sembra cingere d’intorno la scena, offre il contesto dell’evento e accenna a un mondo ormai in dissolvimento, vinto dall’irrompere della luce di una nuova comprensione della realtà.

Alberto Peratoner

Nella stessa pagina, si trova anche questo breve testo aggiuntivo:

L’agnello che stavolta non c’è. In genere è associato alla santa

L’iconografia di S. Agnese è tradizionalmente accompagnata da un agnello, che la santa ha accanto a sé o, più frequentemente, tiene in braccio.

L’assonanza Agnes – Agnus, il significato cristologico dell’agnello e l’essere questo simbolo di candore e purezza, lo hanno associato alla martire romana del III secolo. Nella pala ottocentesca dello Zennaro questo simbolo, però, non compare, essendo il dipinto interamente speso su un piano agiografico storico-narrativo, mentre l’agnello è regolarmente riscontrabile nelle figurazioni della Santa singolarmente ritratta, quale suo preciso elemento identificativo.

Alberto Peratoner

L’altare della Madonna, in fondo alla navata di destra, era stata provvista di un’antica icone della Madonna col bambino, di fattura bizantina, anche qui, in forma di dono da parte di un amico dell’Istituto. Ne parla P. Casara nel diario di congregazione, trattando della riapertura al culto della chiesa di S. Agnese e della sua ri-consacrazione, dopo 40 anni di degradazione allo stato di magazzino, nel 1854: “Era una soavissima consolazione il veder tanta gente, e l’intendere come tutti restavano soddisfattissimi ed ammirati della bella semplicità della Chiesa, e della proprietà e del decoro degli ornamenti, nobili, eleganti ed uniformi. La compiacenza poi principale la provavano della Cappella della Madonna, che ispirava singolare e santa allegrezza, e la cui imagine destava gran divozione”.

Questa immagine era ed è – ancora al centro della parete di fondo di quella cappella – un’icona orientale del principio del secolo XVI, dipinta su tavola, sotto il titolo di Madonna del Soccorso. “L’immagine apparteneva alla nobile famiglia Foscolo, forse era conservata nella cappella privata. È probabile che il professor Conte Giorgio Foscolo l’abbia donata nel 1854 al P. Sebastiano Casara, discepolo e successore dei Fondatori nella dirazione dell’Istituto. Infatti il suddetto conte era amicissimo dei Servi di Dio e loro ammiratore. (…) “Sarebbe interessante poter rintracciare le strade attraverso le quali il devoto dipinto giunse in possesso della nobíle famiglia veneziana: forse per mezzo di qualche governatore dei possedimenti veneziani nel Medio Oriente? Forse per mezzo di qualche commerciante o di qualche amatore di cose orientali? Due cose sono sicure: la provenienza dal vicino oriente e un rifacimento subito nel ‘700. L’icona è una tavola rettangolare dello spessore di 2 cm e di 35 x 45 cm di lato. È in due pezzi uniti verticalmente e cioè nel senso della lunghezza, e saldamente congiunti con due assicelle trasversali di epoca posteriore, forse del ‘700. Nella stessa epoca tutto il dipinto originale subì un rimaneggiamento e fu poi coperto, ad eccezione dei volti e delle mani della Madonna, del Bambino Gesù e dei due Angeli, con una lamina d’argento sbalzato. II lavoro tradisce il gusto dell’epoca e fu compiuto nella bottega di un artista veneziano, non troppo abile per la verità.

In questa forma il piccolo quadro, rinchiuso in una edicoletta a vetro, copribile con una tendina avvolgibile su cilindro orizzontale, rimase sull’altare nella cappella a destra di chi guarda l’altare maggiore, dal 1854 (quando, presente ancora il più anziano dei due santi fratelli fu riaperta al culto la Chiesa di S. Agnese) fino ai nostri giorni, oggetto di venerazione da parte dei fedeli.

Dobbiamo al confratello P. Vincenzo Saveri e al padre redentorista Mario Cattapan I’idea di ispezionare il dipinto sotto la lamina argentea, per studiarne la provenienza e il valore. Tolta dunque con facilità la lamina o “camicia”, si trovò che sul mezzo, in corrispondenza con la giuntura delle due tavolette lignee, il dipinto presentava qualche guasto di non grande entità. Fu allora che si pensò di mettere il dipinto in mano al professor Antonio Lazzarin, che aveva compiuto lavori di restauro ben piü difficili e impegnativi, come quello della famosissima immagine trecentesca dell’altar maggiore nella Basilica della Salute.

II carissimo amico dell’Istituto si assunse con generosa passione e rara competenza il delicato lavoro. Studiò il tipo di legno e il lavoro: e tosto si accorse, cominciando la ripulitura, che l’immagine originale stava sotto a una ridipintura fatta a tempera grassa, opera di bottega, come si è accennato, di un qualche artista veneziano del secolo XVIII.

Ne era risultato un volto settecentesco, e un manto di stile bizantino. Tolta completamente la tempera, emerse in ottimo stato di conservazione il dipinto originale. Trattasi di opera che si deve ascrivere, per numerosi sicuri indizi, alla prima metà del 1500. Infatti il legno usato, il materiale tipico, i colori, Ia impostazione, fanno riferire l’opera certamente a un artista orientale di questo periodo. A Venezia esistono altri esemplari della stessa epoca. Lo sfondo in origine era in foglia d’oro, applicata col solito sistema. Purtroppo nel rifacimento sopraddetto, lo sfondo scomparve e sono rimaste solo le aureole della Vergine e del Bambino che presentano una bulinatura decorativa. Da notare ancora che il disegno è inciso sulla tavola di legno. Lo strato di pittura, salvo poche integrazioni, è di una consistenza singolare, quasi vitrea, cosi da sembrare addirittura una lacca o uno smalto. Anche il legno che non è di quello usato da noi in occidente, è ottimamente conservato, nonostante vari leggeri segni di logorio dai tarli. L’osservazione microscopica che stiamo preparando ci potrà dire se si tratta di cedro del Libano o di altro legno.

II Prof. Lazzarin, col quale abbiamo potuto parlare, ci ha ripetuto che valeva la pena di riportare il lavoro all’originale. Ora con la prima domenica di Novembre, festa annuale della B. Vergine del Soccorso, la bella immagine è tornata sull’altare in veste nuova, cioè, meglio, nella sua veste antica orientale, piena di soave dolcezza e di mistero nei volti bruni e nei vividi colori delle vesti, a suscitare nelle anime devote della Madre di Dio sentimenti di umile devozione e di confidente pietà cristiana.”

Da notare che alcune pale d’altare vennero mutate di posizione nel corso del tempo, approfittando anche del fatto che gli altari laterali e i loro annessi sono tutti uguali e con le stesse dimensioni dopo il restauro radicale del tempo dei Fondatori, essendo stati tutti distrutti nella fase “napoleonica” gli altari originali, diversi tra loro per dimensione e per ornato. Con la riforma liturgica post-conciliare, l’altare maggiore, su cui si trovava anche un grande tabernacolo, e dove era conservato il SS.mo sacramento, fu totalmente trasformato (1967), e il tabernacolo fu trasferito nella cappella absidale di sinistra (verso il cortile); sicché la pala di San Giuseppe Calasanzio, che si trovava in questa cappella, fu trasferita al secondo altare della navata di sinistra; e quella di S. Alfonso de’ Liguori come conseguenza fu ribassata a quadro senza cornice, e girovago, come si è detto. Sembra che anche la pala dell’Angelo custode abbia mutata la sua posizione dal posto di quella di Sant’Alfonso de’ Liguori, se si segue la tesi di Elisa Gavagnin.

Ritornando ora alla grande riforma della chiesa da parte dei fondatori: si continuò a lavorare per molto tempo, procedendo a seconda dei mezzi che la provvidenza forniva. Talora anche si dovette sospendere il lavoro, come si diceva, per esempio durante la rivolta anti-austriaca e l’assedio del 1848-1849; poi si riprendeva. Il 22 giugno 1850 fu collocata in posto l’ultima pietra viva del frontone della facciata esterna, completamente rifatta; infine, ultimate alcune altre opere, il 15 agosto 1854 la Chiesa fu aperta al culto con rito solenne di dedicazione, essendo vescovo presidente della dedicazione il patriarca Giovanni-Pietro-Aurelio Mutti.

Grande fu la consolazione dell’Istituto, che vi depose successivamente anche in apposita tomba dietro l’altar maggiore le salme dei Fondatori: quella del P. Marcantonio nel settembre dello stesso anno 1854, un anno dopo la sua morte, trasportandola trionfalmente dal cimitero cittadino, quella del P. Anton’Angelo alla sua morte, avvenuta il 12 marzo 1858.

P. Marco, che tanto aveva lavorato, faticato e sofferto per la ricostruzione e restauro della bella chiesa – la Chiesa-madre dell’Istituto Cavanis, se così si può dire – era purtroppo già morto da un anno al momento dell’inaugurazione e nuova dedicazione.

Ma le vicende della Chiesa non erano terminate, tutt’altro. Nel 1866 per un’eruzione improvvisa di gas avvenuta in un orto vicino, dove si stava perforando un pozzo artesiano, si ebbe un abbassamento del terreno circostante, sicché le case attorno al campo di S. Agnese minacciavano rovina e nella Chiesa si apersero enormi squarci. Per paura di un crollo si dovette chiudere nuovamente al culto. Intanto avvenimenti pubblici di grande importanza si compivano. Con la pace di Verona del 3 ottobre 1866, a conclusione delle III guerra di indipendenza italiana, erano annesse al regno d’Italia le provincie venete, alle quali furono subito estese le leggi di confisca dei beni ecclesiastici approvate poco prima dal Parlamento a Firenze. Anche la pericolante Chiesa di S. Agnese fu incamerata e si pensò di farne una palestra ginnastica. In quegli anni di anticlericalismo piuttosto fanatico tutto era possibile.

I nostri padri erano costernati, gli amici dell’Istituto scattarono. Il giornale «Il Veneto Cattolico» scrisse parole ardenti, amici, ex-allievi e buone persone si riunirono e presentarono al P. Casara, Preposito dell’Istituto, l’indirizzo che riportiamo:

M. R.do P. Sebastiano Casara.

La notizia ormai diffusa in città, che da taluno si mediti e si procuri di convertire ad uso profano, e propriamente a scuola di ginnastica, la chiesa di S. Agnese, ove riposano le venerate salme dei nostri due grandi e santi concittadini, i Nob.li Fratelli Sacerdoti Anton’Angelo e Marcantonio Conti dei Cavanis, come fu detto ne «Il Veneto Cattolico» (Numero 185, martedì 18 Agosto), fece fremere di vivo orrore ed alto sdegno il nostro buon popolo e generale è la riprovazione dell’opera meditata.

Non si sarebbe creduto mai che si potesse sì presto dimenticare, nonché la santità specchiatissima di quelle due Anime grandi, ma i loro meriti inestimabili e tanti nella cristiana e civile educazione dei figli e delle figlie del popolo principalmente, e si osasse di insultare così freddamente ed alla soave memoria, e al sentimento universale dei cittadini, che nei Fratelli Cavanis ricordano con religiosa venerazione due Santi e due insigni Benefattori della Città, e li considerano come una delle più vere e grandi glorie sue, come una gloria tanto più cara e preziosa, perchè del secolo nostro, e perchè splende tuttavia di vividi raggi nei due Istituti fondati dalla cristiana e civile lor carità. Un freddo orrore ci sentiamo ricercare tutte le ossa, pensando all’atto enorme d’ingratitudine che si compirebbe, e al disonore eterno, all’infamia, di che ne saremo tutti coperti! E quale poi non sarebbe il dolore di voi, R.do Padre, e dei Confratelli vostri, che in quella Tomba considerate meritamente racchiuso il vostro tesoro, e anelavate al momento di riaprire la Chiesa, per veder onorati dalla riconoscenza e dall’amore dei Veneziani, i due vostri amatissimi Padri!

Ma voi non ne avete ancor perduta la speranza, e siatene benedetto! Voi siete disposto di assumere a tutto vostro pensiero l’impegno di ristorare la Chiesa scrollata e fessa in più parti, purché vi sia conceduta, e provvedere poi alla manutenzione futura ed alle spese di culto quando l’aveste riaperta. Un desiderio sì pio, sì giusto, sì generoso, un voto così conforme a quello della universalità dei cittadini non rimarrà certamente deluso. Domandate voi, anche a nome di questi, la Chiesa dovuta chiudersi unicamente per il disastro sovraccennato, nè troverete difficoltà ad ottenerla.

E poiché le Regie Potestà che ve la debbon concedere da un qualche saggio argomentino il comun desiderio, tutto contrario ai divisamenti di alcuni, che pretendeano di rappresentar essi soli, e valere l’intiera città, aggradite la presente, a cui numerosi e spontanei e ardenti sottoscriviamo, ed usatene allo scopo da Voi, dai Confratelli vostri ed da tutti gli onestj desiderato.

Venezia, li 25 Agosto 1868.”

Alla lettera erano uniti dodici libretti di firme.

Difficoltà che ben si possono comprendere impedirono al P. Casara di seguire l’iniziativa di questi benevoli. Soltanto nel dicembre 1870 gli fu suggerito da un buon impiegato all’Intendenza di Finanza di far domandare dal Patriarca al Governo la chiesa di S. Agnese per riaprirla al culto. E così fece il Card. Trevisanato.

Lo stato rovinoso dell’edificio, da cui il Governo poco o nulla poteva ricavare, il dispetto che avrebbe provato la popolazione se fosse stato venduto all’asta o adoperato ad altri usi profani; ma sopratutto l’essere la chiesa di S. Agnese un monumento di carità di due Grandi Cittadini, che in essa erano sepolti, furono gli argomenti coi quali il Regio Prefetto Senatore Torelli appoggiò presso il Governo la domanda del Patriarca. E piacque a Dio che la risposta fosse favorevole. La vigilia dell’Assunta del 1871 (14 agosto 1871) veniva da Firenze il Decreto che cedeva al Patriarca la chiesa, la quale fu subito riconsegnata, contestualmente, ai Padri Cavanis.

Fatti con offerte della pietà cittadina i necessari restauri, nella festa di Santa Agnese del 1872 la Chiesa era definitivamente riaperta al culto e la domenica 18 agosto dello stesso anno il Card. Trevisanato con grande solennità ne faceva la consacrazione. In memoria di questi fatti il citato giornale « Il Veneto Cattolico » proponeva che si erigesse in S. Agnese una lapide « che ricordasse ai posteri i meriti e le virtù dei Padri Cavanis, veri amici del popolo perchè il loro amore pel popolo attinsero alla verace virtù di Gesù Cristo ». Il voto fu accolto, e il 22 aprile 1875, cantata Messa solenne di Requiem dall’Arcidiacono di S. Marco Mons. Ghega, dopo affettuoso discorso, pieno di riverenza per i nostri venerati Fondatori alla tomba dei quali l’Em.mo Patriarca diede solennemente l’assoluzione, furono scoperte due lapidi, una in onore dei Servi di Dio, l’altra in memoria delle più salienti vicende della nostra chiesa.

Da quel tempo tutto procedette con ritmo regolare, e tra le antiche pareti si avvicendarono innumeri generazioni di giovani a educarsi nello spirito di fede e di pietà. Non vi è forse alcuno degli attuali ex-allievi che non conservi tra le visioni più serene della sua età giovanile il ricordo dei momenti di preghiera liturgica o devozionale celebrati nella Chiesa di S. Agnese in una cornice di decoro e di devozione.

6.5 Si pensa al ripristino

Negli anni Trenta del XX secolo però si facevano sempre più visibili i segni della vecchiaia e le ingiurie del tempo nel sacro edificio, tanto che diveniva sempre più palese la necessità di restauri radicali. Ma piuttosto che a un restauro, perché non si sarebbe intrapreso addirittura un ripristino, che rimettesse in luce le belle linee originarie della costruzione romanica? Si sapeva, dalle ricerche fatte nel 1921 dal defunto P. Arturo Zanon e più tardi dall’ex-allievo Prof. Arch. Angelo (Lino) Scattolin, che sopra la bassa volta a botte della Chiesa esistevano ancora in ottimo stato l’antica travatura e le antiche decorazioni di fasce lignee ed in affresco. Anzi il Prof. Scattolin ne aveva ricavato dei disegni rivelatori e si era dato poi con viva passione allo studio del’antico edificio tracciando anche qualche soluzione per il suo ritorno alla forma primiera.

Intanto il P. Preposito dell’Istituto nel 1933 aveva richiamata l’attenzione della locale Soprintendenza ai monumenti sullo stato della Chiesa e sull’opportunità di procedere ad un restauro: ne ebbe delle promesse che rimasero però senza efficacia. Ma si avvicinava per l’Istituto una data fausa: il 1° centenario della sua erezione canonica, che si doveva celebrare entro l’anno scolastico 1938-39.

Parve questa una circostanza favorevole per fare un altro tentativo presso la Regia Soprintendenza, dove intanto si erano avvicendati uomini nuovi. Fu quindi inviata la seguente lettera.

Venezia, li 29 Ottobre 1936 XV

Ill.mo Ing. Comm. Forlati, R. Soprintendente all’Arte Medioevale e Moderna,

Venezia

Questo Comitato si permette di richiamare l’attenzione della S. V. Ill.ma sopra la Chiesa di S. Agnese della nostra città. Di origine antica essa mostra all’esterno ben chiari i segni dello stile originario romanicobizantino, mentre nell’interno una volta a botte, dovuta ad un restauro verso la fine del 700 o gli inìzi dell’800, nasconde l’antica copertura a capriate scoperte ancora conservata.

La Chiesa è officiata dai PP. Cavanis che l’adoperano anche per gli alunni delle loro Scuole gratuite. I detti PP. celebreranno nel 1938 il primo centenario dell’istituzione canonica detta loro Congregazione religiosa, che ha avuto le umili origini proprio nella Chiesa in parola, nella quale pertanto in tale fausta ricorrenza dovranno aver luogo solenni funzioni commemorative.

Sembrerebbe quindi molto opportuno che per il 1938 la Chiesa di S. Agnese si presentasse in un aspetto più decoroso e meno contrastante con l’antico originario.

Questo Comitato crede d’interpretare e il sentimento di gran parte della cittadinanza veneziana così devota verso l’opera benefica dei PP. Cavanis segnalando questa proposta alla S. V. Ill.ma, che con tanto amore cura le sorti dei nostri gloriosi monumenti.

Nella fiducia d’incontrare la benevola considerazione della S. V. ci permettiamo di presentarvi in rispettoso omaggio la « Storia documentata dei Fratelli Cavanis » in due volumi, nel secondo dei quali si discorre diffusamente della Chiesa di S. Agnese.

Con distinta osservanza

Il Presidente del Comitato

Luigi Benvenuti

Questa lettera ebbe un pronto e benevolo riscontro:

5 Novembre 1936 XV

All’Ill.mo Signor Luigi Benvenuti – Presidente Comitato Iniziative Benefiche prò « Istituto Cavanis »

Città

Oggetto: Venezia. — Chiesa di S. Agnese

Questa Soprintendenza si compiace vivamente con la S. V. Ill.ma per le iniziative e i programmi esposti a favore della Chiesa di S. Agnese e assicura che verrà studiato senz’altro un restauro che varrà a ridonare ad essa l’interesse e la bellezza antica, ora travisata da infelicissimi rifacimenti.

Riterrei pertanto opportuno fare assieme alla S. V. Ill.ma una visita al vetusto edificio, anche per gettare le basi di un programma di lavori che spero poter nel prossimo anno iniziare.

Prego intanto di voler accettare i miei ringraziamenti per l’omaggio dei due volumi riguardanti la storia dei fratelli Cavanis.

Deferenti saluti

Il Soprintendente F. Forlati

Ci fu anche il 10 dicembre 1936 una visita del preposito P. Aurelio Andreatta al sovrintendente Forlati; il preposito “gli prospetta la convenienza e la necessità di procedere ad un restauro, che potrebbe anche essere un ripristino, della Chiesa di S. Agnese. Il Comm. Forlati s’interessò molto della proposta e promise di fare quanto prima un sopraluogo per constatare de visu le condizioni della Chiesa”.

Il Comm. Forlati qualche tempo dopo eseguì un sopraluogo e si rese conto dell’importanza della Chiesa di S. Agnese, che è tra le più antiche della città. Compiuti quindi dei rilievi e studiato un progetto di massima, il 4 ottobre 1937 iniziò i lavori di restauro e di ripristino.

6.6 La Soprintendenza all’opera

Non è stata lieve la fatica della Soprintendenza, che procedette nel delicato compito con cautela e oculatezza.

Fu ripassata da prima tutta la copertura della navata centrale, che è a doppio tetto con intercapedine: l’inferiore a tavole sostenute da travicelli e decorate alle giunture da « sansovine » dipinte, in parte ripristinate e in parte rifatte secondo la tecnica antica; il superiore costituito da uno strato di tavelle reggenti gli embrici.

Fu poi abbattuta la volta sottostante, tolti il pesante cornicione neo-classico che correva lungo le due pareti e le paraste che lo sostenevano ad ogni pilastro; demolite le quattro colonne in cotto e stucco del presbitero, dove sono state riaperte a destra e a sinistra le due arcate ridotte nel restauro precedente a tribune con vetrate; asportata la cantoria in legno che era appoggiata alla parete sopra e d’attorno alla porta d’ingresso; chiusi i lunettoni nelle pareti nord e sud e quindi rifatti all’esterno gli archetti geminati e le lesene che fregiano l’edifìcio sotto la linea del tetto.

I muri si rivelarono in condizioni preoccupanti; crepe, squarci e cedimenti ne compromettevano la statica, sicché sì dovette provvedere a un risanamento e rafforzamento con delicate operazioni chirurgiche. Delle due fascie correnti all’altezza dei mensoloni delle travature o inferiormente, quella lignea era ben conservata, quella in affresco con tondi di santi interrotta qua e là e deteriorata, per cui fu necessario non solo ripulire e ravvivare le tinte, ma anche in certi punti rifare e restaurare.

Sul fianco sud furono riaperte due finestre ad arco acuto, murate nel passato; una terza era stata conservata e serviva per trasportarsi dal tetto nel soffittale formatosi al di sopra della volta ottocentesca.

A ridosso dei pilastri si ripristinarono le sottili lesene che si arrestano a due terzi della parete soprastante alle arcate. Nel coro le due ampie finestre che tagliavano l’abside, interrompendo anche nella curva esterna il ritmo delle lesene, sono state chiuse, mentre al centro dell’abside stessa riapparve una caratteristica finestrella romanica a doppia strombatura, dalla quale il coro, specie al mattino, riceve una luce calma e diffusa. I balaustri dell’800 nella navata ricondotta alla severità antica erano un’evidente stonatura e perciò sono stati collocati ai fianchi del presbitero in modo che servono di parapetto tra questo e le cappelle laterali della Madonna del Soccorso e di S. Giuseppe Calasanzio. L’intonaco rinnovato sull’intera superficie delle vaste pareti, ricevette una tinta giallo antico a macchie, che ben si accorda con l’austerità dell’ambiente.

Anche l’illuminazione, sostituite le lampade di ottone che rappresentavano ormai un anacronismo con altre più sobrie in ferro battuto, fu curata in armonia alle esigenze del ripristino. Sistemata la navata centrale, la soprintendenza volle risolvere il problema della facciata, che nulla più mostrava dell’antico. L’avancorpo col prospetto neoclassico venne abbattuto e fu messa quindi in luce la vera facciata, in cui è stato riaperto il grande rosone che dà luce all’interno. Il portale dell’ottocento fu sostituito con un altro di maggiore ampiezza, di stile rinascimento, proveniente dalle antiche fabbriche di San Marco. La facciata fu mantenuta in mattoni a vista e sul suo lato sinistro fu conservata la cappella del Crocifisso per ragioni storiche e affettive, staccandola però nettamente dalla restante costruzione mediante un intonaco in rosso veneziano. In tale cappella, come si sa, il 2 maggio 1802 i nostri fondatori iniziarono la loro opera benefica e là riposano le loro venerate spoglie in attesa della glorificazione. La cappella fu però raccorciata per ragioni estetiche dell’alcova che conteneva l’altare, il quale venne ricostruito in proporzioni minori sul lato di fronte all’ingresso dalla Chiesa.

Una porta immette in diretta comunicazione la cappella con l’area esterna, in modo che è possibile ora entrare e far visita alla tomba dei Fondatori dalla strada senza passare per la Chiesa. Alcuni generosi ex-allievi ne sostennero la spesa. Un capitello con la Vergine Assunta, collocato all’esterno nel posto dove prima si apriva una finestra, introduce una nota gradita di abbellimento sulla parete prospicente la strada.

6.7 II risultato

Questa la mole di lavori condotta a termine dalla soprintendenza in poco più di due anni, dal 4 ottobre del 1937 al gennaio del 1940. Naturalmente i cenni surriferiti lasciano in ombra un complesso di problemi artistici, tecnici, decorativi che dovettero pur esser presenti alla mente di chi dirigeva l’opera di restauro e di ripristino.

Il risultato è stato quanto mai lusinghiero. La Chiesa di S. Agnese, liberata dall’ingombro di rifacimenti infelici e di sovrastrutture deturpanti, è risorta a nuova bellezza, e oggi nell’armonia e nella semplicità delle linee originarie parla un suasivo linguaggio di fede all’animo di chi ne varca la soglia per pregare ed avvicinarsi al soprannaturale.

6.8 Il nuovo Organo

Mentre procedevano così felicemente i restauri dell’edificio, l’attenzione dei superiori dell’Istituto si è fermata sull’organo che, ormai troppo vecchio, non rispondeva più né per intonazione e robustezza di voce né per tecnica, alle necessità dei nostri oratòri, nei quali una gran massa di alunni spiega la voce a cantare le lodi di Dio. E l’occasione del centenario parve buona per tentarne la sostituzione con uno più moderno. L’idea, comunicata ad alcune mamme di allievi e di ex-allievi, piacque e si costituì subito un Comitato tutto femminile pro-Organo, con ottimo risultato. Il montaggio dell’organo – un Mascioni – era in atto qualche settimana prima del Natale 1939 e per il 21 gennaio 1940, festa di Santa Agnese, era perfettamente intonato e accordato, e in tale circostanza fu sonato per la prima volta durante la Messa prelatizia di S. E. Rev.ma Mons. Giovanni Jeremich e poi alla Messa solenne, cantata a tre voci dalla Cappella Marciana sotto la direzione dei maestro Don Luigi Vio ed applicata per tutti indistintamente gli offerenti pro Organo.

6.9 Il collaudo dei restauri e del nuovo organo

Durante la prima metà di gennaio erano intanto ultimati i lavori da parte della soprintendenza intorno alla Chiesa; si pensò quindi di unire in una sola giornata il collaudo dei restauri e del nuovo organo. La giornata scelta fu il 28 gennaio.

Come concertista si era offerto con un atto di squisita nobiltà e delicatezza, che rimarrà sempre vivo nel cuore dei padri dell’Istituto, il concittadino maestro Goffredo Giarda, organista di gran fama. Alla manifestazione intervennero le autorità cittadine con alla testa l’Em.mo Card. Patriarca. Ricordiamo tra queste il rappresentante del Prefetto, il Vice Podestà Co. Rocca, il soprintendente ai monumenti Comm. Arch. Forlati, il Provveditore agli Studi. La Chiesa, gremitissima di pubblico, era trasformata in un vasto auditorio.

L’Em.mo Card. Piazza benedì pontificalmente il nuovo organo assistito dal cerimoniere patriarcale e da alcuni padri e chierici dell’Istituto. Quindi i padrini del nuovo organo, Sig.ra Iva Pancino e Co. Rocca, tagliavano il nastro con i colori papali e nazionali che avvolgeva la maestosa consolle. Seguì un discorso del preposito generale P. Aurelio Andreatta e poi il concerto di collaudo.

La chiesa, che risale al secolo XI, venne acquistata dai Fratelli Cavanis Antonio e Marco nel 1839 e riaperta al culto, dopo i profondi restauri, il 14 agosto 1854. Nel settembre dello stesso anno vi fu trasportata la salma del P. Marco e nel 1858 vi fu seppellito il P. Antonio. Nel 1866 veniva di nuovo chiusa al culto. Quali i motivi? Sentiamo il Diario.

— Mercoledì 11 aprile 1866 — «Nell’orto della Birraria vicina alla nostra chiesa, stavasi perforando un pozzo artesiano, quando oggi alle ore 4 pomeridiane ne è scoppiato d’improvviso uno sgorgo impetuoso d’acqua, mista a melma ed a sabbia, che dalla profondità di quasi 50 metri del suolo saliva a circa metri 40 sopra il suolo portando seco e deponendo all’intorno una quantità incredibile di materia, senza quella che veniva portata dall’acqua stessa nel vicino canale, ove a guisa di torrente si scaricava. In seguito a ciò cominciarono presto a manifestarsi e nella Chiesa nostra e nelle fabbriche allo intorno segni di movimenti, per cui e le case furono fatte sgombrare, e noi dalla Chiesa trasportammo alla sera sulle ore 11 in Casa il SS. Sacramento, e si cominciò a portar via paramenti, cera ecc. Lo sgorgo cessò alle ore 11 e 1 /4 ».

Il P. Traiber, allora Prepósito Generale, e i proprietari dei locali vicini, inoltrarono energica protesta al Municipio contro la continuazione del lavoro di perforazione.

In data 16 aprile altra protesta al Municipio nella quale il P. Traiber, «nella sua qualità di Preposito, e per dovere di ovviare possibilmente ogni danno alla sua Congregazione» chiamava «responsabile il Municipio … di tutti i danni d’ogni maniera, reclamandone con regolare petizione presso l’Autorità Giudiziaria il pieno rifacimento ».

La Chiesa venne chiusa al culto. Preoccupazione viva dei Padri fu quella di trovare i fondi (circa cinque mila fiorini) necessari al restauro. Sollecitarono allo scopo la generosità di tutti i fedeli, animati in questo « dal sapere ed avere anche in questa occasione conosciuto quanto piena di venerazione ed affetto viva nei cuori di tutti in generale la memoria dei due piissimi Sacerdoti fondatori dell’Istituto, i Nobili fratelli Anton’Angelo, e Marcantonio Conti de’ Cavanis, che ricchezza, talenti, ogni cosa sì lungamente e generosamente sacrificarono in bene principalmente della povera gioventù d’ambi i sessi, con infinito vantaggio della Società civile, a pura gloria di Dio; e le cui ossa, venerate con tanta gioia dei Buoni, riposano appunto nel coro della chiesa stessa, a cui ora è chiuso dolorosamente l’ingresso ».

L’invito rivolto ai cittadini di Venezia venne sottoscritto anche dal Patriarca Trevisanato: «Raccomandiamo vivamente ai Fedeli di questa Archidiocesi di concorrere colle loro pie elargizioni alle gravi spese che si richieggono per riparare ai guasti della sopraindicata Chiesa, e di sovvenire in tal guisa, la benemerita Congregazione delle Scuole di Carità nelle dolorose circostanze in cui si attrova ».

Con la pace di Vienna del 3 ottobre 1866 venivano annesse al Regno d’Italia le provincie venete, alle quali furono subito estese le leggi di confisca dei beni ecclesiastici approvate poco prima dal Parlamento di Firenze. Il Demanio prese ufficialmente possesso della Chiesa di S. Agnese, del Palazzo delle Scuole e della Casa dei Padri il 24 settembre 1867. Ai Padri fu concesso di rimanere e di continuare la scuola. Il Padre Casara, allora Preposito Generale, si mise subito all’opera per riavere tutti i beni demaniati compresa la Chiesa. Annota nel diario in data 31 marzo 1868: « Scrivo al Patriarca perché ci conceda se può, o ci ottenga, se non può, dal Santo Padre la facoltà di poter concorrere, per mezzo di persona idonea a ciò incaricata, sull’asta dei nostri fondi, quando la si farà per ricuperare quel che potremo ».

Ben presto cominciarono le prime difficoltà dovute al fatto che il Municipio voleva trasformare la Chiesa di S. Agnese in una palestra. Grande fu la costernazione dei Padri e l’indignazione della cittadinanza che indirizzò in data 25 agosto 1868 al P. Casara una lettera accompagnata da dodici libretti di firme, come detto sopra.

Il progetto del Municipio non venne realizzato. La Chiesa rimase però ancora demaniata; e nel diario della Congregazione non se ne parla più se non in data 22 dicembre 1870. «Recatomi ieri, (scrive P. Casara) dal R.I. Volpi all’Intendenza, e conferito con lui, se mai si potesse riavere la nostra Chiesa senza doverla ricomprare, mi suggerì di farla domandare dal Patriarca, e come bene rovinoso da cui ben poco vantaggio potrebbe averne il Demanio, e perché non sia l’unica chiesa che vada venduta all’asta, e perché in essa stanno deposte le spoglie dei due Venerati Fratelli Cavanis: sicché ne verrebbe una fortissima dispiacenza nella popolazione, che grandemente ne desidera il riaprimento, anche per ragione del caro deposito che in essa si conserva. Detta quindi stamattina la cosa all’Em.mo egli se ne dichiarò tosto molto contento, mi rimise subito al cancelliere perché oggi stesso scriva la istanza, e domani gliela porti». In questa leggiamo tra l’altro: «Vi sono infatti sepolti (nella Chiesa di S. Agnese) quei due onorandissimi Fratelli Sacerdoti Conti Cavanis che dopo aver sacrificato il loro censo avito e la loro vita per la educazione gratuitamente impartita a tanta parte di questa popolazione e ciò per il periodo di quaranta e più anni, riposano nel Signore in quella Chiesa che sorge vicina al campo dei loro sudori spesi al bene di tanta gioventù cittadina, la quale conserva tuttora viva e grata memoria di quei benemeriti Sacerdoti ». L’istanza così termina: «È chiaro il motivo che mi induce a porgere tale richiesta che io mi affido verrà apprezzata dalla stessa Autorità civile che vorrà darsi il merito di cooperare a quel rispetto onde vuolsi circondata la tomba dei due personaggi quanto chiari per nobiltà di casato altrettanto benemeriti di Venezia per le lunghe e disinteressate loro fatiche ».

Si incominciarono subito le pratiche necessarie: essere quindi assai rilevante il tentar ora di avere dal Municipio un voto di favore. La cosa era assai poco sperabile, per esserci attualmente nella Giunta quegli stessi che nel 1868 volevano convertire la nostra Chiesa in scuola di ginnastica e scherma. Ma Iddio dispose tutto a suo tempo con infinita sapienza e soavità. Per altra ragione ero entrato in qualche grazia presso alcuni di quei signori, e molto con l’avv. Giorgio Marangoni loro amico. Ne parlai dunque con questo, ed ei mi promise e mi assicurò che il voto desiderato lo avrei. Assicurato di questo, parlai all’Intendenza col Volpi perché il provocasse, ed ei ne scrisse ai 12 di gennaio sotto il n. 56196, e la carta andò in Municipio il dì 13 e fu registrata nel protocollo al n. 1513. Il Marangoni poi attenne benissimo la sua parola, e si prestò in modo che ieri andò all’Intendenza la risposta del Municipio, di cui ho avuto copia confidenziale. È di un favore non quasi spiegato: ma attesa la circostanza surricordata, e lo spirito che predomina nella Giunta attuale, il ricordare che vi si fa i meriti dei PP. Cavanis e il sentimento per loro in città è cosa che ha alquanto del prodigioso». (P. Casara — Diario — 1-2-1871 ).

Ecco la interessante risposta: «Il Municipio di Venezia alla R. Intendenza delle Finanze. Non potè il sottoscritto evadere prima d’ora la nota 12 corrente gen. n. 56196 di cod. a R. Intendenza relativamente alla Chiesa di S. Agnese, perché non era il caso di manifestare una opinione individuale o della Giunta, ma piuttosto indagare quale potesse essere la opinione di una buona parte dei cittadini. Il solo modo pratico per avere nozioni abbastanza esatte in proposito era quello di consultare qualcuno ed esaminare atti che esistevano in Municipio riguardo al riaprimento della Chiesa avvenuto nel 1855.

Dalle indagini fatte puossi desumere che se il Municipio d’allora assoggettò al Consiglio Comunale, e questi votò con grande maggioranza un sussidio di L. 1500 per la riapertura di quella Chiesa, ne sarebbe certo veduta da moltissimi con grave dispiacere la vendita per uso diverso dal culto, e che le stesse espressioni usate allora a favore dei Conti Cavanis, e la eredità di gratitudine lasciata da molti tra loro per la popolazione bisognosa, e la gioventù per loro cura e per loro spese educata, lasciano luogo a credere che per la vendita di detta Chiesa, dove stanno le ossa dei Fondatori, sarebbe mosso lagno da molti. Ciò è quanto il sottoscritto crede di poter dire, appoggiandosi a puri fatti del passato. Firmato Fornoni ». (31-1-1871). Dello stesso tenore la risposta data dal Municipio al Prefetto di Venezia Sen. Torelli in data 27 luglio 1871.

Tutte le pratiche furono mandate a Firenze al Ministero di Finanza, Divisione Generale del Demanio. P. Casara più volte scrive all’Avv. Feri « pregandolo caldamente a tener dietro all’affare della chiesa» (Diario 23 maggio – giugno-31 luglio-17 agosto 1871).

Il 29 luglio la Prefettura spediva all’Amministrazione del Fondo per il Culto il suo parere favorevole per la cessione della chiesa e il 15 agosto arrivava l’ordine all’Intendenza di farne consegna al Patriarca. L’atto di cessione veniva firmato il 7 settembre. Ecco cosa scrive P. Casara: «Oggi, Vigilia della Natività di Maria, in casa nostra, è stato sottoscritto l’atto di cessione della Chiesa dai rispettivi incaricati, che furono Mons. Zuannich, Cancelliere, per l’Em.mo Patriarca, e il Dott. Volpi per l’Intendente: e fattane dal Volpi al Zuannich la consegna. Dell’allegrezza nostra non è a dire quanto al fatto: e grande e viva assai si è manifestata quella dei vicini, accorsi subito sul luogo. Ma un motivo per noi di sentire la gioia più vivamente, e insieme più fondate speranze è la circostanza del giorno. Doveva la consegna aver luogo ben prima, ma fu ritardata per male sopravvenuto al Sig. Intendente, che doveva vedere ed approvare la minuta dell’atto, come fu sottoposta all’esame ed all’approvazione di S. Em.za. Così intanto si venne ad oggi, e siamo lietissimi che se il Decreto arrivò da Firenze la Vigilia dell’Assunta, la esecuzione ne ebbe luogo la Vigilia della Natività. Evviva dunque, evviva Maria. Questa sera si è esposta la Sacra Pisside, e cantato giulivamente il Te Deum ».

Si iniziarono subito i lavori di restauro che permisero la riapertura della Chiesa, nel gennaio dell’anno successivo.

Sabato 20 gennaio 1872 — « Com’era stato stabilito, si è riaperta stamattina la chiesa, e inauguratane la nuova offìciatura con la Messa dello Em.mo Patriarca, che prima d’intonare il Te Deum fece opportune e calde parole. Già di ciò e del resto della festa di oggi e domani verrà stampata relazione sul Veneto Cattolico . . . Sul fin della Messa del Patriarca venne anche il r. Prefetto, e si fermò al discorso ed al Te Deum. Di qui venne che anche la Gazzetta desse un cenno del fatto, e ricordasse che in S. Agnese riposano le ossa dei benemeriti Conti fratelli Cavanis, fondatori delle Scuole di Carità. Sia benedetto anche di questo il Signore ».

« Fu proprio uno spettacolo commoventissimo, una cara festa di famiglia . . . un via vai continuo di gente che entrava ed usciva, e si piaceva di guardar tutto, di esaminar tutto, di ammirar tutto, di informarsi di tutto. Un narrarsi i tristi casi avvenuti, un affollarsi intorno agli altari e sulla tomba, che chiude i Padri Cavanis, ricordare i fatti preziosi della loro vita, un parlare affettuoso della loro virtù, dei loro meriti, della lor carità … Fu codesto un vero plebiscito in favore delle Scuole di Carità, dopo del quale noi speriamo sia finita la dura prova, a cui troppo lungamente furono sottoposti gli eredi dello spirito, della virtù, della carità dei fratelli Cavanis». (Il Veneto Cattolico, n. 17; 22 gennaio 1872).

A ricordo di questi avvenimenti lo stesso giornale “Il Veneto Cattolico” proponeva che si erigesse in S. Agnese una lapide « che ricordasse ai posteri i meriti e le virtù dei Padri Cavanis, veri amici del popolo perché il loro amore pel popolo attinsero alla verace virtù di Gesù Cristo ». Il voto fu realizzato il 22 aprile 1875, con la scoperta di due lapidi, una in onore dei Fratelli Cavanis, l’altra per ricordare le vicende più importanti della Chiesa di S. Agnese.

Domenica 18 agosto 1872 — « La consacrazione della chiesa di S. Agnese è stata oggi eseguita dall’Emin.mo Patriarca (Trevisanato), assistito dai mons.ri Marchiori canonico arciprete e Spandri canonico, con tutta la solennità e maestà augusta del sacro rito. Venne l’Emin.mo anche ier sera ad iniziare la venerazione delle sacre reliquie nell’oratorio minor delle Scuole: in onor delle quali si recitò con esso Emin.mo e vari sacerdoti amici Mattutino e Laudi del comune dei Martiri, e si vegliò poi alternatamente tutta la notte. Questa mattina poi dalle ore 5 fin verso le 7 vi si celebrarono 4 Messe. Alle 7, com’era stabilito, il Patriarca era venuto, e si cominciò la funzione, che durò fino a un’ora e mezzo pomeridiana, compresa la santa Messa, celebrata dal medesimo Patriarca: dopo del quale celebrò subito il P. Mihator che per ogni accidente si era tenuto digiuno. Ogni cosa procedette con ordine mirabile, e il canto lunghissimo, con l’aiuto di Sacerdoti amici e intelligenti, fu sino all’ultimo sempre bene eseguito. Assistette alla funzione popolo numeroso, che riempiè quasi la chiesa, appena vi potè entrare. Più numeroso assai concorse la sera al Vespero corale, al Discorso, ed al Te Deum. La Chiesa ne ritonava.

La sera poi illuminazione nei contorni, fuochi di Bengala suoni musicali, come nelle occasioni di feste pubbliche e grandi, e concorso continuo di gente tranquilla e giuliva, fino a sera molto inoltrata: ed era comune la manifestazione della causa di tanto contento, la manifestazione cioè della riverenza devota ai nostri fondatori, come a due Santi, e dell’affetto verso la nostra Congregazione».

Nel 18 ottobre 1903 la comunità di Venezia riunita in capitolo decide di “mettere all’altare dell’Angelo un’immagine di S. Luigi Gonzaga. La proposta fu subito accolta, perchè conforme alle idee dei Fondatori, che nella vecchia pala di S. Agnese aveano fatto dipingere, a destra della Santa, S. Tomaso, alla sinistra, S. Luigi”. Notizia curiosa, che ci informa 1° che la pala attuale non è quella fatta dipingere dai Fondatori, ma da P. Casara; e 2°, non è chiaro se la pala voluta dai fondatori, e di cui qui si parla, fosse un trittico, o piuttosto una pala con vari santi. Non è raro del resto che, nelle pale d’altare antiche, fossero associati santi di devozione dei committenti, senza riguardo agli anacronismi evidenti. Era una forma devozionale molto diffusa. Il quadro di S. Luigi è poi scomparso da vari decenni dall’altare dell’Angelo custode, ed è possibilmente uno di quelli che si conservano in vari ambienti dell’Istituto.

Un altro dato relativo a una pala d’altare fatta dipingere – senza committenza o autorizzazione ufficiale – per la chiesa di S. Agnese e destinata poi altrove, si trova nel Diario di Congregazione alla data del 2 maggio 1932: una “ignota e pia benefattrice”, aveva fatto dipingere a sue spese dal pittore Umberto Martina, abituato a ricevere committenze dall’Istituto Cavanis, una pala d’altare rappresentante San Gabriele dell’Addolorata; il quadro aveva le dimensioni opportune per entrare nelle cornici marmoree degli altari della chiesa di S. Agnese, ed era stato dipinto con l’intenzione o il suggerimento che servisse per sostituire uno dei quadri già esposti sopra gli otto altari laterali della chiesa. “Si seppe poi che alla cosa non era estraneo il nostro P. Borghese il quale desiderava che uno degli altari della chiesa di S. Agnese fosse dedicato a S. Gabriele dell’Addolorata. (…) Il Preposito, però, ‘re mature perpensa’, non crede conveniente la sostituzione di culto a nessuno degli altari e pensa invece d’inviare il nuovo quadro a Porcari, dove potrà essere molto utile per la cappella di S. Gabriele, ancora senza altare, e senza alcune effige del Santo. Nella nostra Chiesa di S. Agnese tanto per una soddisfazione alla persona oblatrice si potrà mettere, col permesso, dell’autorità diocesana, un sottoquadro di S. Gabriele all’altare dell’Angelo Custode”. E così fu fatto. Il giovane San Gabriele divenne (o forse già era prima di questo fatto) compatrono o patrono secondario del Collegio Cavanis di Porcari, dopo San Giuseppe Calasanzio.

Il quadro (o meglio piccola pala d’altare) di S. Gabriele dell’Addolorata attualmente è stato tolto dalla chiesa già del collegio Cavanis, che è stata graziosamente ceduta dalla Congregazione alla parrocchia di San Giusto di Porcari; ed è stato portato a Possagno, nella cappella della comunità del Collegio Canova-Liceo Calasanzio.

Il diario di congregazione del resto dava una descrizione piuttosto negativa della pala d’altare: “Il quadro in parola porta i segni dell’arte vigorosa del prof. Martina: non soddisfa però per la figura del Santo, che è troppo muscoloso, rude, né l’Addolorata, che vista come in visione, presenta un insieme non simpatico e persuasivo”.

A proposito di quadri, P. Andreatta subito di seguito ci dà notizia anche di un altro: “È giunto un nuovo quadro del pittore Giuseppe Corolli di Tortona. Rappresenta i nostri Ven.ti Fondatori mentre consegnano le Costituzioni ai loro primi seguaci. A dire la verità il quadro piace poco: non ben condotta la composizione, non ben fusi i colori e impacciate le figure dei protagonisti. Ad ogni modo, teniamo conto della buona volontà dell’Autore e del loro committente (D. Agostino Menegoz residente a Voghera (…). Il quadro, di notevoli proporzioni e decorato di bella cornice, sarà appeso ad una delle pareti dell’Oratorio domestico. Ci sembra questo il luogo più conveniente all’argomento trattato”.

In occasione della solennità dell’Immacolata, l’8 dicembre 1933, furono messi in opera i nuovi banchi in legno di acero, tinteggiati in color noce, in una fila completa al centro della navata principale della chiesa di S. Agnese.

Il 9 maggio 1943 il Diario di Congregazione riporta laconicamente: “Voto in S. Agnese di affrescare con l’effigie del Cuore di Gesù il catino absidale per avere l’incolumità di persone e cose nel conflitto in corso”.

Effettivamente, nella chiesa di S. Agnese, che di recente era stata completamente restaurata e riportata alla struttura romanica, come detto sopra, il catino absidale, una volta probabilmente adorno di una copertura musiva dorata (si pensi per esempio a quella della bellissima chiesa romanica dei SS. Maria e Donato a Murano), poi, nella chiesa rivestita di una patina barocca sul finire del ‘700, da una pittura “trompe-l’oeil” a cassettoni; si presentava ora completamento vuoto. Si pensò ad ornarlo di un affresco e tramite un concorso si scelse il bozzetto del pittore prof. Pino Casarini, approvato anche dalla Commissione Patriarcale di Arte Sacra. L’inaugurazione dell’affresco si tenne la domenica 31 ottobre 1943. L’affresco piacque, dice la rivista Charitas. Ma P. Aurelio Andreatta, nel diario di Congregazione, scrive: “I giudizi sul valore del dipinto sono disparati.” A chi scrive piace molto. È un Cristo pantocrator circondato da una splendida sintesi dell’universo, in qualche modo riavvolto su se stesso, anche se è dubbio che ci sia un’influenza relativistica. A questo schema teologico tradizionale, tipico di molti catini absidali, come si vede in quello dell’abside centrale della basilica di S. Marco per esempio, si sono aggiunti in modo un po’ confuso le caratteristiche e il titolo di “Cristo-re” e quello del “S. Cuore del Cristo-re”. I due Fondatori vi sono rappresentati ai fianchi, in modo meno felice, come aspetto, in posizione di oranti.

Il bozzetto preparato dal Casarini per il concorso, che si può vedere illustrato a tutta pagina a pag. 4 del Charitas di quell’anno è abbastanza diverso, meno cosmico e più regale. Sembra più bella la versione definitiva, come si vede affrescata in S. Agnese a tutt’oggi.

Un ulteriore cantiere di restauri dei pilastri e delle due navate [laterali?] della chiesa viene realizzato dopo il capitolo generale del 1949.

“Questa mattina è stato benedetto l’impianto radiofonico installato in Chiesa S. Agnese, per una migliore partecipazione degli alunni alle sacre funzioni”. Era il 7 febbraio 1953.

Nel 1954, l’ing. Panfido, ex-allievo dell’Istituto, gli fece dono di un busto di S. Francesco in bronzo, opera dello scultore veneziano Otello Bertazzolo. Ne venne edificato una semplice edicola in cotto, appoggiata alla controfacciata della Chiesa di S. Agnese, nel passaggio tra la navata centrale e quella di sinistra. L’edicola fu benedetta il 17 ottobre 1954 dal patriarca card. Angelo Giuseppe Roncalli, in occasione della sua partecipazione alla conclusione dell’anno centenario della morte del P. Marco Cavanis.

All’inizio del 1957 “nella Chiesa di S. Agnese è stato installato un impianto di riscaldamento ad aria calda della ditta “Saronno”, sia per riscaldare l’ambiente, in modo anche nel più rigido inverno fosse la temperatura più accogliente, sia per evitare il brusco passaggio dagli ambienti riscaldati, sia anche per evitare il grave disturbo scolastico-disciplinare di dover far prendere il cappotto per andare in Chiesa. Il beneficio fisico e il naturale riflesso nel campo della pietà è stato subito notato”.

Una riforma totale del tetto in coppi e in genere nella copertura della chiesa fu effettuato nel settembre 1960, a spese dell’Istituto, non essendo riusciti, dopo anni di insistenze, a ottenere che la realizzasse a sue spese il demanio, vero proprietario dell’edificio sacro, attraverso la soprintendenza ai monumenti.

Un problema della chiesa-madre dell’Istituto Cavanis è l’acqua alta e, per altro verso, il fatto che la chiesa nei circa dieci secoli di esistenza è scesa per fenomeno di subsidenza e si è, diciamo, impantanata nella sabbia e nel fango della laguna. Il livello del pavimento attuale, già parecchio più alto del livello del pavimento medievale, si trova oggi (2020) a circa 48 cm sotto il livello del rioterrà e del campo. Anche quando l’acqua salsa non entra dalla strada, come fa nelle acque alte eccezionali per altezza, solo dalla porta laterale, si infiltra tra i quadroni di marmo di Verona rosso e bianco del pavimento e sale, a volte, nelle grande acque alte, sopra i 120 o 125 cm rispetto al livello medio del mare, fino a far fluttuare i banchi (di noce e di acero), che naturalmente si danneggiano e deformano, assieme ai confessionali ottocenteschi e ad altri mobili. Ci vuole poi molto tempo per aspettare che l’acqua scenda e che si possa asciugare il pavimento della chiesa.

Il 12 marzo 1961 P. Giorgio Dal Pos, sagrista di S. Agnese, sempre ricco di buone idee, prese l’iniziativa di mantenere abitualmente aperta di giorno la porta della cappella del Crocifisso, permettendo l’accesso al pubblico per la preghiera e per la venerazione della tomba dei Fondatori, fornendo l’ambiente di materiale divulgativo e un ambiente che ispira la devozione.

Dopo il Concilio Vaticano II e prima del capitolo generale del 1967, fu effettuata una completa ristrutturazione del presbiterio di S. Agnese secondo le norme conciliari, costruendo il grande altare e distruggendo il brutto l’altare ottocentesco rivolto verso l’abside. Il nuovo grande altare marmoreo, con l’estesissima mensa marmorea e con il massiccio stipes di marmo dorato (a folha d’oro), fu consacrato dal Patriarca, il card. Giovanni Urbani.

Nella stessa occasione, il disimpegno che permette di entrare dalla porta laterale e raggiungere la sacristia senza disturbare le celebrazioni fu costituito con un muro parabolico affrescato dal buon pittore veneziano Ernani Costantini, forse lui stesso ex-allievo, con una bella “Ultima Cena”, muro che porta anche uno schienale per gli stalli marmorei per il clero celebrante e i ministri. L’affresco è firmato e porta la data del 1967. La risistemazione architettonica e liturgica del presbiterio e dell’altare di S. Agnese fu eseguita su progetto dell’arch. Renato Renosto, amico ed ex-allievo dell’Istituto.

Inoltre la finestra in vetri della bella finestrella romanica strombata dell’abside fu sostituita suggestivamente con una sottile lastra traslucida di alabastro.

Un restauro piuttosto ampio, soprattutto del tetto e degli intonaci della chiesa di S. Agnese ebbe luogo negli anni 1992-1994, durante i quali la chiesa rimase completamente chiusa al culto, essendo trasformata in un cantiere. Le spese del restauro corsero per conto dello stato. L’inaugurazione e la riapertura della chiesa restaurata si fece con vesperi solenni presieduti dal Preposito nella festa di S. Agnese, il 21 gennaio 1995.

Nello stesso periodo, il prof. Antonio Lazzarin, famoso restauratore di opere d’arte, si era dedicato a titolo di amicizia (era anche cognato di P. Angelo Guariento della comunità di Venezia) al restauro di tutte le pale d’altare della chiesa di S. Agnese. Fu omaggioato, festeggiato e ringraziato dalla Comunità di Venezia e dal preposito nella stessa festa di S. Agnese.

Box: P. Giuseppe Panizzolo e l’aqua alta

P. Panizzolo era rettore della casa di Venezia sul finire degli anni ’80 e nei primi anni ’90 del secolo scorso. Alla mattina presto andava spesso a celebrare la messa per le suore Canossiane alle Romite. Un giorno di novembre – uno dei mesi autunnali in cui il fenomeno dell’acqua alta è più frequente –, terminata la celebrazione scoprì che l’acqua si era alzata in modo imprevisto e non aveva gli stivali che si usano normalmente a Venezia in questi casi. Non volendo bagnarsi le scarpe, e conoscendo bene la città e il percorso, scelse astutamente percorsi alternativi, evitando le calli e le fondamente più basse, e riuscì ad arrivare davanti alla chiesa di S. Agnese a piede asciutto, come il popolo ebreo nel mare. Vedendo aperta la porta centrale della chiesa, vi entrò trionfante per raggiungere di là l’Istituto, senza entrare nell’acqua che copriva il rio terà dei Alboreti (o Foscarini). Era ancora buio, discese i quattro gradini senza vederci troppo e si trovò con l’acqua fin sopra le caviglie. Non l’aveva scampata e ridemmo abbastanza della sua impresa, e lui con noi.

6.10 Nota sulle chiese e cappelle dell’Istituto Cavanis di Venezia

Durante la sua lunga storia, l’Istituto Cavanis di Venezia, ossia la casa e scuola-madre, come pure edifici annessi, ha avuto a disposizione e in uso un numero variabile di luoghi di culto, chiesa e cappelle: la chiesa di S. Agnese per uso del pubblico e soprattutto degli allievi (specie dei “grandi”, ossia medie e liceo); la grande sala corrispondente al pòrtego del palazzo Da Mosto, trasformata in “oratorio”, ossia in grande cappella per tutti i ragazzi allievi fino al 1854 e poi in genere per i “piccoli”, ossia gli alunni della scuola primaria. Tale grande cappella serviva anche di cappella comunitaria per la comunità religiosa, che vi si riuniva per le preghiere della mattina Si direbbe meglio dell’alba, ci si trovava alle 5,45, e della sera: meditazione, rosario, preghiere tradizionali Cavanis, celebrazioni penitenziali, a quel tempo chiamate “Accusa”; e ancora devozioni diverse come le novene e la Via Crucis, secondo i periodi dell’anno. L’ufficio divino invece era recitato individualmente, fino al Concilio Vaticano II, più esattamente fino alla primavera del 1971. Tale uso della grande sala da tutta la comunità religiosa di Venezia, durò con ogni probabilità dal 1806 fino agli anni ’70 del XX secolo. Sulla metà di quel secolo e fino al 1968, tra professi perpetui e professo temporanei, la comunità poteva arrivare a comprendere 40-50 religiosi, e quindi era necessaia una grande cappella. In seguito fu sufficiente una cappella ben più piccola.

La comunità religiosa Cavanis di Venezia ha avuto anche delle cappelle minori: oltre alla cappella del crocifisso, adiacente alla chiesa di S. Agnese, cappelle utilizzate per le liturgie, le pratiche di comunità e in genere per la preghiera della comunità e dei religiosi; una cappella per il noviziato-studentato; una cappella per le associazioni, dall’altra parte del rio terà, nell’area della casetta.

Nell’insieme, secondo i periodi, la casa e la scuola di Venezia ha avuto a volte un solo luogo di culto, a volte due, o tre o perfino quattro luoghi di culto contemporaneamente. Più in dettaglio:

2.5.1802 – 16.7.1806
P. Antonio Cavanis ed eventuali collaboratori sacerdoti celebrano la messa a volte per la Congregazione mariana nella cappella del crocifisso annessa alla chiesa di S. Agnese, ma è improbabile che i registri delle messe si trovino in AICV, devono trovarsi, nel caso, nell’archivio della parrocchia di S. Agnese, confluito (nel 1810) nell’archivio della parrocchia della Madonna del Rosario, vulgo dei Gesuati.

16.7.1806
Acquisto del palazzo barocco Da Mosto, adattato a palazzo delle Scuole di Carità.

Mesi dopo il Pòrtego (sala grande del 1° piano) è adattato a cappella o oratorio per uso delle scuole e anche della comunità dell’Istituto. Questa grande cappella d’ora in poi è definita qui: “oratorio”, e sarà per molti anni (1806-1854 per tutti gli alunni e in parte per la comunità religiosa; e 1854-1975 circa per gli alunni delle primarie e per la comunità) il luogo principale di culto dell’Istituto maschile.

1810 – 1854
Interruzione del culto nella chiesa parrocchiale di S. Agnese, demaniata (1810) da Napoleone; l’Istituto Cavanis ha per le scuole solo l’oratorio al 1° piano del palazzo da Mosto. La comunità aveva anche una piccola cappella per la comunità nella casetta, come si dirà.

15.8.1854
Riacquistata dai fratelli Cavanis la chiesa S. Agnese, in questa data dopo i completi restauri la chiesa è riconsacrata (dedicazione) e riaperta al culto.

1854 – 1866
L’Istituto ha due luoghi di culto: chiesa di S. Agnese (per “i grandi” e l’oratorio “dei piccoli”.

11.4.1866 – 18.8.1872
Perdita per disastro ecologico e poi per demaniazione (1867) della chiesa di S. Agnese, poi riacquisto e dedicazione, nella 2ª data. Quindi in questo periodo l’Istituto ha solo una chiesa, l’oratorio, di nuovo al primo piano del palazzo da Mosto, nel “portego”.

1854 – 1998
In questo periodo l’Istituto ha almeno due ambienti di culto: S. Agnese (per i ragazzi delle medie e liceo e per liturgie pubbliche per il popolo, senza essere chiesa parrocchiale) e l’oratorio (per le elementari e la comunità), salvo il breve periodo 1866-72.

8.4.1904
Ottobre 1968 la comunità di Venezia dispone anche di una cappella del nuovo edificio ad uso di noviziato e poi spazio misto di formazione, per novizi e seminaristi minori e maggiori, poi studentato in senso stretto. Tale cappella si trovava immediatamente sulla sinistra di chi entra dal giardino (il cortile più piccolo dei tre) alla Domus Cavanis: tale cappella aveva due finestre sul giardino. Poi tale cappella viene sconsacrata e passa ad altro uso (profano) nell’ottobre 1968 con la partenza dello studentato teologico per la casa di Roma.

Da settembre 1928 al novembre 1960
la casa di Venezia dispone di un’altra cappella, nell’area della casetta, in realtà in un piccolo edificio che era stato costruito da altri (I Somaschi?) al posto dell’ala nord della “casetta” stessa. La cappella serviva soprattutto per le associazioni (Gioventù Italiana di Azione Cattolica-GIAC, Congregazione mariana, ex-allievi). Tale cappella assieme all’edificio stesso, fu distrutta nel 1960 per far posto al nuovo edificio della Domus Cavanis, ossia alla grande foresteria universitaria che ora è l’albergo Belle Arti. La distruzione dell’ambiente precedente cominciò il 21 novembre 1960. In seguito la foresteria universitaria disponeva ancora di una cappella, a pianterreno, nell’ultima stanza verso ovest, dove fu trasferita la lapide che ricordava la camera in cui erano morti successivamente i fondatori. Tale stanza attualmente (proh dolor!) è il deposito bagagli dell’albergo suddetto.

Dal 1998 al 2004
la comunità di Venezia dispone anche di una piccola cappella di comunità, per uso appunto della sola comunità religiosa, dopo che la cappella grande o oratorio nel pòrtego era stata dismessa come ambiente di culto, ed era divenuta aula magna o auditorium delle scuole (1998). Tale cappella era situata inizialmente adiacente all’aula magna, nell’area costituita precedentemente da una camera, la “camera del rettore”, e insieme dallo spazio prima occupato dalla sacristia dell’Oratorio.

2004 – ad oggi (2017)
La cappella di comunità è stata spostata al primo piano dell’edificio della biblioteca, con finestre sulla Piscina Venier.

Dal 1998-ad oggi (2020)
Quindi nel periodo indicato, l’Istituto dispone di due ambienti di culto: la chiesa di S. Agnese e la cappella di comunità nel reparto comunità.

Tabella: cronologia delle chiese e cappelle della casa-madre di Venezia

Ossia dell’uso di detti luoghi di culto nei vari periodi compresi dal 1802 al 2020

Anni notevoli

 

Chiesa S. Agnese in proprietà o in uso dell’Istituto

Cappella del crocifisso

“Oratorio” cioè salone del palazzo da Mosto

Cappella del noviziato e studentato

Cappella della Casetta

Cappella piccola di comunità

1802

Inizio opera

      

1802-1806

       

1806

Fine della congreg. Mariana; acquisto palazzo da Mosto

      

1810

Chiusura della parrocchia S. Agnese

      

1820

Inizio della comunità Cavanis

      
        
        

1854

Acquisto e dedicazione della chiesa S. Agnese

      
        
        

1866

Chiusura e poi perdita chiesa S. Agnese

      
        
        
        

1872

Nuova dedicazione della chiesa S. Agnese

      
        

1881

Costruzione casa della comunità e abbandono della casetta

      
        

1904

Costruzione del noviziato con cappella

      
        

1928

Riacquisto della casetta e costruz. cappella

      
        
        

1960

Costruz. Domus Cavanis e distruz. cappella casetta

      
        

1968

Partenza dello studentato per Roma

      
        
        

1998

Trasformaz. dell’oratorio in aula magna; nuova piccola cappella comunità

      
        

2020

Data attuale

      

Tabella: la comunità di Venezia dal 1820 al 2020

Anno scol.

Rettore

Vicario

Preti

Fratelli laici

Seminaristi

1820-21

Antonio Cavanis

(Marco Cavanis)

Antonio Cavanis, (Marco Cavanis), (Federico Bonlini)

Pietro Zalivani

Pietro Spernich, Matteo Voltolini, Angelo Cerchieri

1821-22

Antonio Cavanis

(Marco Cavanis)

Antonio Cavanis,

(Marco Cavanis), (Federico Bonlini)

???

Pietro Spernich, Matteo Voltolini, Angelo Cerchieri, Giovanni Battista Toscani,

1822-23

Antonio Cavanis

(Marco Cavanis)

Antonio Cavanis, (Marco Cavanis),

(Federico Bonlini)

 

Pietro Spernich, Matteo Voltolini, Angelo Cerchieri, Giovanni Battista Toscani, Giuseppe Barbaro

1823-24

Antonio Cavanis

(Marco Cavanis)

Antonio Cavanis, (Marco Cavanis), (Federico Bonlini)

???

Pietro Spernich, Matteo Voltolini, Angelo Cerchieri, Giovanni Battista Toscani,

1824-25

Antonio Cavanis

( Marco Cavanis )

Antonio Cavanis, (Marco Cavanis), (Federico Bonlini)

???

Pietro Spernich, Matteo Voltolini, Angelo Cerchieri, Giovanni Battista Toscani, Giovanni Paoli, Giovanni Battista Traiber,

1825-26

Antonio Cavanis

(Marco Cavanis)

Antonio Cavanis, (Marco Cavanis), (Federico Bonlini)

???

Pietro Spernich, Pierantonio Voltolini, Matteo Voltolini, Angelo Cerchieri, Giovanni Battista Toscani, Giovanni Paoli, Angelo Battesti, Giovanni Battista Traiber, Giovanni Bertolla, Giuseppe Epis, Angelo Battesti

1826-27

Antonio Cavanis

(Marco Cavanis)

Antonio Cavanis, (Marco Cavanis), (Federico Bonlini)

Cristoforo Roverin ?

Pietro Spernich, Matteo Voltolini, Angelo Cerchieri, Giovanni Battista Toscani, Giovanni Paoli, Giovanni Battista Traiber, Giovanni Bertolla, Giuseppe Epis, Angelo Battesti

1827-28

Antonio Cavanis

(Marco Cavanis)

Antonio Cavanis, (Marco Cavanis), (Federico Bonlini)

Pietro Rossi, Antonio Spernich, Antonio Franceschi, Giuseppe Cissa.

diacono Matteo Voltolini, Pietro Spernich, Pierantonio Voltolini, Angelo Cerchieri, Giovanni Battista Toscani, Giovanni Paoli, Giovanni Battista Traiber, Giovanni Bertolla, Angelo Battesti, Pellegrino Voltolini, Angelo Miani, Angelo Minozzi

1828-29

Antonio Cavanis

(Marco Cavanis)

Antonio Cavanis, (Marco Cavanis), Matteo Voltolini

Pietro Rossi, Antonio Spernich, Antonio Franceschi, Giuseppe Cissa

Pietro Perini.

diac. Pietro Spernich, diac. Angelo Cerchieri, diac. Giovanni Battista Toscani, Pierantonio Voltolini, Giovanni Paoli, Giovanni Battista Traiber, Angelo Battesti, Angelo Miani, Giovanni Bertolla, Pellegrino Voltolini, Angelo Minozzi, Giuseppe Marchiori, Francesco Minozzi.

1829-30

Antonio Cavanis

(Marco Cavanis)

Antonio Cavanis, (Marco Cavanis), Pietro Spernich, Matteo Voltolini, Angelo Cerchieri, Giovanni Battista Toscani, don Leonardo Romanini

Pietro Rossi, Francesco Dall’Agnola, Antonio Spernich, Antonio Franceschi, Giuseppe Cissa, Pietro Perini, Luigi Bonini.

Pellegrino Voltolini, Pierantonio Voltolini, Angelo Miani, Giovanni Paoli, Giovanni Battista Traiber, Giovanni Bertolla, Angelo Minozzi, Giuseppe Marchiori, Angelo Battesti, Francesco Minozzi, Sebastiano Casara, Francesco Selles, Pietro Selles, Francesco Ferrighi, Paolo Dall’Occa, Marcantonio Savorgnan, Giuseppe Rovigo, Eugenio Jehan, Massimiliano Jehan, Francesco Toffoletti, Giovanni Battista Pasqualigo, Carlo Rizzoli, Pietro Gilli, Pietro Jessi,

1830-31

Antonio Cavanis

(Marco Cavanis)

Antonio Cavanis, (Marco Cavanis), Matteo Voltolini, Pietro Spernich, Giovanni Battista Toscani, Angelo Cerchieri, (don Nicolò Pietro Delai), don Leonardo Romanini

Pietro Rossi, Francesco Dall’Agnola,

Antonio Franceschi, Antonio Spernich,

Andrea Urbani, Giuseppe Cissa, Pietro Perini, Luigi Bonini, Michel Traiber.

Sudd. Giovanni Paoli, Giovanni Battista Traiber, Pieraonio Voltolini, Angelo Battesti, Pellegrino Voltolini, Angelo Minozzi, Angelo Miani, Bartolomeo Giacomelli, Sebastiano Casara, Giuseppe Marchiori, Bartolomeo Casara (?),

1831-32

Antonio Cavanis

(Marco Cavanis)

Antonio Cavanis, Marco Cavanis, Pietro Spernich, Matteo Voltolini, don Nicolò Pietro Delai

Pietro Rossi, Francesco Dall’Agnola,

Giovanni Dall’Agnola, Antonio Franceschi, Antonio Spernich,

Andrea Urbani, Giuseppe Cissa, Pietro Perini, Luigi Bonini, Fortunato da Col.

Diac. Angelo Battesti, Diac. Giovanni Paoli, Giovanni Battista Traiber, Pierantonio Voltolini, Pellegrini Voltolini, Giuseppe Scarella, Angelo Minozzi, Angelo Miani, Bartolomeo Giacomello, Francesco Minozzi, Sebastiano Casara, Giuseppe Marchiori, Angelo Miani, Giuseppe Scarella, Alessandro Scarella, Giovanni Bernasconi, Bartolomeo Voltolini, Marcantonio Savorgnan, Pietro Jesi, Giuseppe Rovigo, Giovanni Battista Pasqualigo, Giuseppe Da Col.

1832-33

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis, Pietro Spernich, Matteo Voltolini, Giovanni Paoli,

Pietro Rossi, Francesco Dall’Agnola,

Giovanni Dall’Agnola, Antonio Franceschi, Antonio Spernich,

Andrea Urbani, Giuseppe Cissa, Pietro Perini, Luigi Bonini, Fortunato da Col, Tobia Chiereghin.

Giovanni Battista Traiber, Pellegrino Voltolini, Giuseppe Scarella, Bartolomeo Giacomello, Angelo Minozzi, Francesco Minozzi, Sebastiano Casara, Giuseppe Marchiori, Angelo Miani. Aspiranti: Giuseppe Scarella, Alessandro Scarella, Giovanni Bernasconi, Giovanni Giovannini, Antonio Valentini, Marcantonio Savorgnan, Pietro Jesi, Giuseppe Rovigo, Giovanni Battista Pasqualigo, Giuseppe Da Col, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Grego, Fabio Cernazai.

1833-34

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis, Pietro Spernich, (Matteo Voltolini, Giovanni Paoli.

Pietro Rossi, Francesco Dall’Agnola,

Giovanni Dall’Agnola, Antonio Franceschi, Antonio Spernich,

Andrea Urbani, Giuseppe Cissa, Pietro Perini, Luigi Bonini, Fortunato da Col, Tobia Chiereghin.

Giovanni Battista Traiber, Pellegrino Voltolini, Angelo Minozzi, Francesco Minozzi, Sebastiano Casara, Giuseppe Marchiori. Aspiranti: Alessandro Scarella, Giovanni Bernasconi, Odorico Parissenti, Giovanni Giovannini, Marcantonio Savorgnan, Giuseppe Rovigo, Antonio Spessa, Giuseppe Da Col, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Grego, Fabio Cernazai.

1834-35

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis, Pietro Spernich, Giovanni Paoli.

Francesco Dall’Agnola,

Antonio Franceschi, Antonio Spernich,

Andrea Urbani, Giuseppe Cissa, Pietro Perini, Luigi Bonini, Fortunato da Col, Tobia Chiereghin.

Giovanni Battista Traiber, Pellegrino Voltolini, Angelo Minozzi, Sebastiano Casara, Giuseppe Marchiori. Aspiranti: Alessandro Scarella, Odorico Parissenti, Giovanni Giovannini, Giuseppe Rovigo, Antonio Spessa, Giuseppe Da Col, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Grego, Fabio Cernazai, Giovanni Battista Calligari.

1835-36

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis, Pietro Spernich, Giovanni Paoli.

Francesco Dall’Agnola, Antonio Franceschi, Antonio Spernich,

Andrea Urbani, Giuseppe Cissa, Pietro Perini, Luigi Bonini, Fortunato da Col, Tobia Chiereghin, Giovanni Battista Calligari.

Pellegrino Voltolini, Angelo Minozzi, Sebastiano Casara, Giuseppe Marchiori. Odorico Parissenti, Giovanni Giovannini, Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col. Aspiranti: Giovanni Francesco Mihator, Antonio Grego, Fabio Cernazai, Eugenio (Giuseppe) Novello, Giuseppe Magozzo.

1836-37

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis, Pietro Spernich, Giovanni Paoli, Giovanni Battista Traiber(?).

Francesco Dall’Agnola, Pietro Pezzetta, ……..

Pellegrino Voltolini, Angelo Minozzi, Sebastiano Casara, Giuseppe Marchiori, Alessandro Scarella, Odorico Parissenti, Giovanni Giovannini, Antonio Spessa. Aspiranti: Giovanni Francesco Mihator, Antonio Grego, Eugenio Novello, Giuseppe Novello, Giuseppe Magozzo.

1837-38

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis, Giovanni Paoli, Angelo Minozzi, Sebastiano Casara, Giuseppe Marchiori.

Pietro Rossi, Francesco Dall’Agnola, Carlo Manziega, Fortunato Da Col, Giovanni Battista Callegari, Antonio Spernich, Tobia Chiereghin, Pietro Perini, Giuseppe Cissa, Marco Ortolano

Pellegrino Voltolini, Odorico Parissenti, Giovanni Giovannini, Giuseppe Rovigo, Antonio Spessa, Giuseppe Da Col, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Grego, Luigi Grego, Bartolomeo Courtillac, (Eugenio Novello), Giuseppe Magosso, Guglielmo Gnoato.

1838-39

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis, Giovanni Paoli, Angelo Minozzi, Sebastiano Casara, Giuseppe Marchiori.

(Pietro Rossi), Cristiano Sannicolò, Pietro Pezzetta, Domenico Ducati, Michele Zambelli, Giovanni Dall’Agnola.

Pellegrino Voltolini, Giovanni Giovannini, Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col, Antonio Spessa, Odorico Parissenti, Alessandro Scarella, , Guglielmo Gnoatto, Giovanni Francesco Mihator, Bartolomeo Courtillac, Giacomo Carnera, Mariutto Paolo.

1839-40 

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis,

Angelo Minozzi,

(Angelo Miani), Sebastiano Casara, Giuseppe Marchiori, Pietro Maderò.

Pietro Rossi,

Cristiano Sannicolò, Domenico Ducati,

Giovanni Dall’Agnola, Giovanni Battista Callegari.

Pellegrino Voltolini, Giovanni Giovannini, Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col, Antonio Spessa, Odorico Parissenti, Alessandro Scarella, Giuseppe Magosso, Guglielmo Gnoatto, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Grego, Luigi Grego, Giacomo Haden.

1840-41

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis,

Sebastiano Casara

Angelo Minozzi

Giuseppe Marchiori, Pietro Maderò.

Pietro Rossi,

Carlo Manziega,

Cristiano Sannicolò, Domenico Ducati, Giuseppe Sambo.

Pellegrino Voltolini, Giovanni Giovannini, Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col, Odorico Parissenti, Alessandro Scarella, Giuseppe Magosso, Guglielmo Gnoatto, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Grego, Luigi Grego, Giacomo Haden, Paolo Chiozzotto.

1841-42

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis, Matteo Voltolini, Giovanni Paoli, Sebastiano Casara, Pietro Maderò, Federico Bonlini (prete aggregato),

Pietro Maderò.

sei fratelli laici tra cui Giovanni Dall’Agnola, Bartolomeo Slavieri, Antonio Olivo, Francesco Firtler

Pellegrino Voltolini, Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col, Odorico Parissenti, Alessandro Scarella, Diac. Giuseppe Rovigo, Diac. Alessandro Scarella, Diac. Giuseppe Da Col, Pellegrino Voltolini, Guglielmo Gnoato, Giovanni Francesco Mihator, Eugenio Leva, Paolo Chiozzotto.

1842-43

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis, Giovanni Paoli, Matteo Voltolini, Sebastiano Casara, Alessandro Scarella, Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col, Pietro Maderò.

Domenico Ducati, Giovanni Dall’Agnola, Carlo Manziega, Bartolomeo Slavieri, Antonio Olivo, Francesco Firtler.

Giovanni Francesco Mihator, Eugenio Leva, Paolo Chiozzotto, Giovanni Camuffo, Antonio Grego, Luigi Grego, Giacomo Haden.

1843-44

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis, Matteo Voltolini,

Giovanni Paoli, Sebastiano Casara, Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col, Alessandro Scarella, Pietro Maderò, Vittorio Frigiolini. (ma altra fonte parla di 12 sacerdoti in tutto a Venezia; probabilmente si considerano allora anche i preti insegnanti collaboratori, non appartenenti all’Istituto religioso).

7 fratelli laici, fra cui Pietro Rossi, Carlo Manziega, Bartolomeo Slavieri, Antonio Olivo, Filippo Sartori, Giovanni Avi.

Tre chierici, ma ne risultano quattro e sono: Giovanni Francesco Mihator, Paolo Chiozzotto, Eugenio Leva e Giovanni Camuffo.

1844-45

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis,

Matteo Voltolini,

Giovanni Paoli, Sebastiano Casara, Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col, Alessandro Scarella, Pietro Maderò (12 sacerdoti in tutto a Venezia, dice altra fonte.)

Pietro Rossi, Bartolomeo Slavieri, Antonio Olivo, Filippo Sartori, Giovanni Avi, Antonio Grego, Luigi Grego, Giacomo Moyse, Luigi Bonini (?).

Giovanni Francesco Mihator, Paolo Chiozzotto, Eugenio Leva, Carlo Reginotti, Fausto Turolla,

1845-46

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis,

Matteo Voltolini, Giovanni Paoli, Sebastiano Casara, Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col, Alessandro Scarella, Pietro Maderò, Vittorio Frigiolini.

Pietro Rossi

Filippo Sartori, Giovanni Avi, Domenico Oss, Carlo Manziega, Luigi Bonini (?),

Giovanni Francesco Mihator, Paolo Chiozzotto, Eugenio Leva, Fausto Turolla, Luigi Grego (?).

1846-47

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis,

Matteo Voltolini, Pietro Maderò, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col, Vittorio Frigiolini, Sebastiano Casara, Alessandro Scarella, Pietro Maderò.

.

Giovanni Avi, Filippo Sartori, Francesco Firtler, Giovanni Cherubin(?), Giovanni Avi, Domenico Oss (?)

Giovanni Francesco Mihator, Paolo Chiozzotto, Eugenio Leva, Fausto Turolla.

1847-48

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis, Pietro Maderò, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col, Vittorio Frigiolini, Sebastiano Casara, Alessandro Scarella.

Pietro Rossi, Giovanni Avi, Angelo Facchinelli, Filippo Sartori Giovanni Cherubin.

Gianfrancesco Mihator, Eugenio Leva, Paolo Chiozzotto, Antonio Fontana, Giuseppe Bassi.

1848-49

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis, Pietro Maderò, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col, Alessandro Scarella, Sebastiano Casara, Vittorio Frigiolini

Pietro Rossi, Giovanni Avi, Angelo Facchinelli, Giovanni Cherubin

ianfrancesco Mihator, Paolo Chiozzotto, Eugenio Leva, Antonio Fontana, Giuseppe Bassi.

1849-50

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis, Pietro Maderò, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col, Alessandro Scarella, Sebastiano Casara, Vittorio Frigiolini

Pietro Rossi, Giovanni Avi, Angelo Facchinelli, Giovanni Cherubin

Paolo Chiozzotto, Eugenio Leva, Antonio Fontana, Giuseppe Bassi.

1850-51

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis, Pietro Maderò, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col, Eugenio Leva, Sebastiano Casara, Vittorio Frigiolini

Pietro Rossi, Giovanni Avi, Angelo Facchinelli, Giovanni Cherubin

Antonio Fontana, Giuseppe Bassi, Angelo Brizzi, Vincenzo Brizzi, Luigi Accomazzo, (Domenico Sapori?).

1851-52

Antonio Cavanis

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis, Pietro Maderò, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col, Eugenio Leva, Sebastiano Casara, Vittorio Frigiolini

Pietro Rossi, Giovanni Avi, Angelo Facchinelli, Giovanni Cherubin

Antonio Fontana, Giuseppe Bassi, Angelo Brizzi, Vincenzo Brizzi, Luigi Accomazzo, Domenico Sapori.

1852-53

Vittorio Frigiolini, poi

Sebastiano Casara

Marco Cavanis

Antonio Cavanis, Marco Cavanis, Giovanni Paoli, Sebastiano Casara,

Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col

Pietro Rossi, Giovanni Avi, Angelo Facchinelli, Giovanni Cherubin, Francesco Avi

Luigi Accomazzo, Antonio Fontana, Giuseppe Bassi, Angelo Brizzi, Vincenzo Brizzi, Egidio Franceschi, Domenico Sapori, Giovanni Pallaoro

1853-54

Sebastiano Casara

Marco Cavanis

Antonio Cavanis,

Marco Cavanis,

Sebastiano Casara,

Giovanni Paoli, Giuseppe Da Col, Giuseppe Rovigo

Pietro Rossi?, Giovanni Avi, Giovanni Cherubin, Francesco Avi

Don. Luigi Accomazzo (prete novizio), Antonio Fontana, Giuseppe Bassi, Vincenzo Brizzi, Domenico Sapori, Giovanni Pallaoro

1854-55

Sebastiano Casara

—–

Antonio Cavanis, Sebastiano Casara, Giovanni Paoli,

Giuseppe Marchiori, Giuseppe Da Col, Giuseppe Rovigo, (don Federico Bonlini)

Don Nicolò Morelli (novizio)

Pietro Rossi,

Giovanni Avi, Giovanni Cherubin, Francesco Avi, Giambattista Giacomelli

Diac. Antonio Fontana, Vincenzo Brizzi, Domenico Sapori, Giovanni Pallaoro

1855-56

Sebastiano Casara

Giuseppe Marchiori

Antonio Cavanis, Sebastiano Casara, Giovanni Paoli, Giuseppe Marchiori, Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Fontana,

Vincenzo Brizzi,

Nicolò Morelli,

Giovanni Avi, Angelo Facchinelli, Giovanni Cherubin, Luigi Armanini, Giovanni Battista Giacomelli

Domenico Sapori, Giovanni Chiereghin, Giovanni Fanton

1856-57

Sebastiano Casara

Giuseppe Marchiori, poi Giovanni Paoli

Antonio Cavanis, Sebastiano Casara, Giovanni Paoli, Giuseppe Marchiori, Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Fontana

Nicolò Morelli, Domenico Sapori,

Giovanni Avi, Angelo Facchinelli, Giovanni Cherubin, Luigi Armanini, Giovanni Battista Giacomelli, Giuseppe Bassi

Giovanni Chiereghin. Giovanni Fanton, Giovanni Ghezzo,

1857-58

Sebastiano Casara

Giovanni Paoli

Antonio Cavanis , Sebastiano Casara, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Antonio Fontana, Giovanni Francesco Mihator, Vincenzo Brizzi, Domenico Sapori, Nicolò Morelli

Tito Fusarini

Giovanni Avi. Angelo Facchinelli, Giovanni Cherubin, Luigi Armanini, Giovanni Battista Giacomelli, Giuseppe Bassi

Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech, Domenico Piva, Giovanni Battista Ghezzo.

1858-59

Sebastiano Casara

Giovanni Paoli

Sebastiano Casara, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Antonio Fontana, Giovanni Francesco Mihator, Vincenzo Brizzi, Nicolò Morelli, Tito Fusarini

Giovanni Avi, Giovanni Cherubin, Luigi Armanini, Giovanni Battista Giacomelli

Francesco Bolech, Domenico Piva, Giovanni Battista Ghezzo.

1859-60

Sebastiano Casara

Giovanni Paoli

Sebastiano Casara, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Antonio Fontana, Giovanni Francesco Mihator, Vincenzo Brizzi, Nicolò Morelli (non vocale)

???

Tutti i seminaristi a Venezia

1860-61

Sebastiano Casara

Giovanni Paoli

Sebastiano Casara, Tito Fusarini, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Fontana, Vincenzo Brizzi

Cinque fratelli a Venezia. Quasi certamente:

Giovanni Cherubin, Luigi Armanini, Francesco Avi, Giambattista Giacomelli, Francesco Toller

Seminario a Possagno con 5-7 seminaristi, tra cui Francesco Bolech e Piva, giovani professi; e novizi Ghezzo Giovanni Tomaso, Andrea Berlese, Toller Francesco, Giuseppe Sartori, Augusto Ferrari, Narciso Gretter, Domenico Piva, Giacomo Barbaro

1861-62

Sebastiano Casara

Tito Fusarini

Sebastiano Casara,

Tito Fusarini, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Fontana, Vincenzo Brizzi

Francesco Luteri e come sopra.

Chierici a Possagno

1862-63

Sebastiano Casara

Tito Fusarini

Sebastiano Casara, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Fontana, Vincenzo Brizzi, Tito Fusarini

???

Chierici a Possagno

1863-64

Giovanni Battista Traiber

Tito Fusarini, poi Sebastiano Casara

Sebastiano Casara, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Fontana, Vincenzo Brizzi, Tito Fusarini

???

A Possagno

1864-65

Giovanni Battista Traiber

Tito Fusarini

Giovanni Battista Traiber, Tito Fusarini, Sebastiano Casara, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Giovanni Chiereghin, Antonio Fontana

???

A Possagno

1865-66

Giovanni Battista Traiber

Tito Fusarini

Giovanni Battista Traiber , Tito Fusarini, Sebastiano Casara, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Fontana, Giovanni Fanton, Giovanni Battista Ghezzo, Andrea Berlese

???

Seminaristi tutti a Possagno

1866-67

Sebastiano Casara

Tito Fusarini?

Sebastiano Casara, Tito Fusarini, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Fontana, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin

???

Seminaristi tutti a Venezia

1867-68

Sebastiano Casara

Tito Fusarini

Sebastiano Casara, Tito Fusarini, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin

???

Seminaristi tutti a Venezia

1868-69

Sebastiano Casara

Tito Fusarini

Sebastiano Casara, Tito Fusarini, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin

Andrea Berlese

???

Tutti a Venezia

1869-70

Sebastiano Casara

Tito Fusarini

Sebastiano Casara, Tito Fusarini,

Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Giovanni Fanton, Antonio Fontana, Giovanni Chiereghin

Andrea Berlese

???

Tutti a Venezia, tra cui:

Giuseppe Miorelli

1870-71

Sebastiano Casara

Tito Fusarini

Sebastiano Casara, Tito Fusarini,

Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Giovanni Fanton, Antonio Fontana, Giovanni Chiereghin

Andrea Berlese

???

Tutti a Venezia

1871-72

Sebastiano Casara

Tito Fusarini

Sebastiano Casara, Tito Fusarini, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Traiber Giovanni Battista, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Fontana, Bassi, Domenico Sapori, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Andrea Berlese

???, tra cui Luigi Armanini

Tutti a Venezia, tra cui Giuseppe Miorelli, Carlo Simeoni, Giovanni Sighel (aspirante laico)

1872-73

Sebastiano Casara

Tito Fusarini

Sebastiano Casara, Tito Fusarini, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Fontana, Giuseppe Bassi, Domenico Sapori, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech, Andrea Berlese, Giovanni Battista Larese

???

Tutti a Venezia

1873-74

Sebastiano Casara

Tito Fusarini

Sebastiano Casara, Tito Fusarini, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Fontana, Domenico Sapori, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech, Andrea Berlese, Giovanni Battista Larese

???

Tutti a Venezia

1874-75

Sebastiano Casara

Tito Fusarini

Sebastiano Casara, Tito Fusarini, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Giuseppe Bassi, Antonio Fontana, Domenico Sapori, Andrea Berlese, Giovanni Fanton, Francesco Bolech, Giovanni Battista Larese, Giovanni Ghezzo?, Michele Marini?

???

Tutti a Venezia, fuorché Carlo Simeoni, che è a Lendinara

1875-76

Sebastiano Casara

Tito Fusarini

Sebastiano Casara, Tito Fusarini, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Giuseppe Bassi, Antonio Fontana, Domenico Sapori, Andrea Berlese, Giovanni Fanton, Giovanni Battista Larese, Giovanni Ghezzo?, Michele Marini

Novizio fratello Fabrizio Donini

Tutti a Venezia

1876-77

Sebastiano Casara

Tito Fusarini

Sebastiano Casara, Tito Fusarini, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Fontana, Domenico Sapori, Giuseppe Bassi, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Giovanni Ghezzo, Andrea Berlese, Michele Marini

Pietro Sighel, dalla primavera 1877

Tutti a Venezia

1877-78

Sebastiano Casara

Tito Fusarini, poi

Giuseppe Bassi

Sebastiano Casara, Tito Fusarini, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Fontana, Giuseppe Bassi, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Andrea Berlese, Michele Marini

Pietro Sighel,

Girolamo Vianello (asp. Fratello) e Flaminio Donini (novizio laico)

Tutti a Venezia

1878-79

Sebastiano Casara

Giuseppe Bassi

Sebastiano Casara, Giuseppe Bassi,

Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Fontana, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Andrea Berlese, Michele Marini

???

Tutti a Venezia

1879-80

Sebastiano Casara

Giuseppe Bassi

Sebastiano Casara, Giuseppe Bassi, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Giovanni Francesco Mihator, Antonio Fontana, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Andrea Berlese, Michele Marini

???

Tutti a Venezia

1880-81

Sebastiano Casara

Giuseppe Bassi

Sebastiano Casara, Giuseppe Bassi, più altri 11 preti, in tutto 13 preti.

4 laici professi

2 laici non profes.

Tutti a Venezia, 4 seminaristi.

1881-82

Sebastiano Casara

Giuseppe Bassi

Sebastiano Casara, Giuseppe Bassi, Giovanni Paoli, Antonio Fontana, Domenico Sapori, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech, Giovanni Ghezzo, Michele Marini, Andrea Berlese, Carlo Simeoni, (Giuseppe Miorelli?)

Giacomo Barbaro, Francesco Lutteri,

Pietro Sighel, Giovanni Cavaldoro, Pietro Baio, Pietro Peraro

Gottardo Bernardi, Antonio Dalla Venezia, Francesco Cilligot, Vincenzo Rossi. Quasi tutti a Venezia; + 1 a Lendinara

1882-83

Sebastiano Casara

Giuseppe Bassi

Sebastiano Casara, Giuseppe Bassi, Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col, Giambattista Larese, Giovanni Paoli, Domenico Sapori, Giovanni Chiereghin, Giuseppe Miorelli (forse altri)

???

Tutti a Venezia; ma un aspirante prete, P. Gottardo Bernardi, a Lendinara per un solo anno.

1883-84

Sebastiano Casara

Giuseppe Bassi

Sebastiano Casara, Giuseppe Bassi, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Antonio Fontana, Domenico Sapori, Giovanni Fanton, Francesco Bolech, Giovanni Ghezzo, Andrea Berlese, Michele Marini, Giuseppe Miorelli, Carlo Simeoni, Giovanni Chiereghin

???

Tutti a Venezia.

1884-85

Sebastiano Casara

Domenico Sapori

Sebastiano Casara, Domenico Sapori, Giovanni Paoli, Giuseppe Rovigo, Antonio Fontana, Giovanni Fanton, Giovanni Ghezzo, Andrea Berlese, Giovanni Battista Larese, Michele Marini, Carlo Simeoni, Giuseppe Miorelli, Giovanni Chiereghin, Francesco Cilligot, Vincenzo Rossi

???

Tutti a Venezia.

1885-86

Domenico Sapori

?Sebastiano Casara

Domenico Sapori, Sebastiano Casara, Giuseppe Rovigo, Antonio Fontana, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech, Giovanni Ghezzo, Andrea Berlese, Giovanni Battista Larese, Michele Marini, Giuseppe Miorelli, Francesco Cilligot, Vincenzo Rossi

Pietro Sighel e altri

Tutti a Venezia

1886-87

Domenico Sapori

Sebastiano Casara

Domenico Sapori, Sebastiano Casara, Giuseppe Rovigo, Antonio Fontana, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech, Giovanni Ghezzo, Andrea Berlese, Giovanni Battista Larese, Michele Marini, Francesco Cilligot, Vincenzo Rossi

Francesco Avi, Pietro Sighel

Due aspiranti da Possagno a Venezia; gli altri seminaristi a Venezia

1887-88

Giuseppe Da Col

Sebastiano Casara

Giuseppe Da Col, Sebastiano Casara, Giuseppe Rovigo, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech, Giovanni Ghezzo, Andrea Berlese, Giovanni Battista Larese (procuratore ossia economo), Carlo Simeoni, Antonio Dalla Venezia, Francesco Cilligot, Vincenzo Rossi,

Pietro Sighel, Francesco Avi

Tutti a Venezia

1888-89

Giuseppe Da Col

Sebastiano Casara

Giuseppe Da Col, Sebastiano Casara, Giuseppe Rovigo, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech, Giovanni Ghezzo, Andrea Berlese, Giovanni Battista Larese (procuratore ossia economo), Carlo Simeoni, Antonio Dalla Venezia, Francesco Cilligot, Vincenzo Rossi,

???

Tutti a Venezia

1889-90

Giuseppe Da Col

Sebastiano Casara

Giuseppe Da Col, Sebastiano Casara, Giuseppe Rovigo, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech, Giovanni Ghezzo, Andrea Berlese. Giovanni Battista Larese, Carlo Simeoni, Antonio Dalla Venezia, Vincenzo Rossi

???

Tutti a Venezia

1890-91

Giuseppe Da Col

Sebastiano Casara

Giuseppe Da Col, Sebastiano Casara, Giuseppe Rovigo, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech, Giovanni Ghezzo, Andrea Berlese, Giovanni Battista Larese, Carlo Simeoni, Antonio Dalla Venezia, Vincenzo Rossi.

???

Tutti a Venezia

1891-92

Giuseppe Da Col

Sebastiano Casara

Giuseppe Da Col, Sebastiano Casara, Giuseppe Rovigo, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech, Giovanni Ghezzo, Andrea Berlese, Giovanni Battista Larese, Carlo Simeoni, Antonio Dalla Venezia, Francesco Cilligot, Vincenzo Rossi.

???

Augusto Tormene, Francesco Saverio Zanon, Giacomo Ballarin, Basilio Martinelli. Due soli novizi a Venezia

1892-93

Giuseppe Da Col

Sebastiano Casara

Giuseppe Da Col, Sebastiano Casara, (Giuseppe Rovigo?), Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech, Andrea Berlese, Giovanni Battista Larese, Carlo Simeoni, Antonio Dalla Venezia, Francesco Cilligot, Vincenzo Rossi

???

Augusto Tormene, Francesco Saverio Zanon, Giacomo Ballarin, Basilio Martinelli, Giuseppe Borghese

1893-94

Giuseppe Da Col

Sebastiano Casara

Giuseppe Da Col, Sebastiano Casara, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech, Andrea Berlese, Giovanni Battista Larese, Carlo Simeoni, Antonio Dalla Venezia

???

Augusto Tormene, Francesco Saverio Zanon, Giacomo Ballarin, Basilio Martinelli, Giuseppe Borghese

1894-95

Giuseppe Da Col

Sebastiano Casara

Giuseppe Da Col, Sebastiano Casara, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech, Andrea Berlese, Giovanni Battista Larese, Carlo Simeoni, Antonio Dalla Venezia.

Antonio Spina e altri

Augusto Tormene, Francesco Saverio Zanon, Giacomo Ballarin, Basilio Martinelli, Giuseppe Borghese

1895-96

Giuseppe Da Col

Sebastiano Casara

Giuseppe Da Col, Sebastiano Casara, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech, Andrea Berlese, Giovanni Battista Larese, Carlo Simeoni, Antonio Dalla Venezia.

Antonio Spina e altri

Augusto Tormene, Francesco Saverio Zanon, Giacomo Ballarin, Basilio Martinelli, Giuseppe Borghese

1896-97

Giuseppe Da Col

Sebastiano Casara

Giuseppe Da Col, Sebastiano Casara, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech,  Andrea Berlese, Giovanni Battista Larese, Simeoni, Antonio Dalla Venezia, Giacomo Ballarin, Augusto Tormene, Francesco Saverio Zanon, Basilio Martinelli.

Antonio Spina. Pietro Sighel, dal 18 maggio 1896. Angelo Furian

Giacomo Ballarin, Basilio Martinelli, Giuseppe Borghese

1897-98

Giuseppe Da Col

Sebastiano Casara

Giuseppe Da Col (preposito e rettore eletto), Sebastiano Casara (1° cons. e vicario), Giovanni Fanton (sacrista), Giovanni Chiereghin (prefetto delle scuole), Francesco Bolech (bibliotecario), Giovanni Battista Larese (procuratore ossia economo), Carlo Simeoni, Antonio Dalla Venezia, Giacomo Ballarin, Augusto Tormene (maestro dei novizi eletto), Francesco Saverio Zanon.

Pietro Sighel e vari altri

 

1898-99

Giuseppe Da Col

Giovanni Chiereghin

Giuseppe Da Col, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech, Giovanni Battista Larese, Carlo Simeoni, Antonio Dalla Venezia, Giuseppe Borghese, Augusto Tormene, Giacomo Ballarin, Francesco Saverio Zanon.

Pietro Sighel e vari altri

 

1899-1900

Giuseppe Da Col

Giovanni Chiereghin

Giuseppe Da Col, Giovanni Fanton, Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech, Giovanni Battista Larese, Carlo Simeoni, Antonio Dalla Venezia, Augusto Tormene, Giacomo Ballarin, Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese.

Pietro Sighel e vari altri

 

1900-1

Giovanni Chiereghin

Giovanni Battista Larese

Giovanni Chiereghin (preposito e rettore), Giovanni Battista Larese (vicario), Giuseppe Da Col, Giovanni Fanton, Francesco Bolech, Carlo Simeoni, Giacomo Ballarin, Augusto Tormene (maestro dei novizi, segretario), Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese, Basilio Martinelli

Angelo Furian

quattro chierici di teologia

novizi?

1901-02

Giovanni Chiereghin

Giovanni Battista Larese

Giovanni Chiereghin (preposito e rettore), Giovanni Battista Larese (vicario), Giuseppe Da Col, Giovanni Fanton, Francesco Bolech, Carlo Simeoni, Antonio Dalla Venezia, (Giacomo Ballarin), Augusto Tormene (maestro dei novizi, segretario), Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese,

Angelo Furian, poi Clemente dal Castagné

Tutti a Venezia

1902-03

Giovanni Chiereghin

Giovanni Battista Larese

Giovanni Chiereghin (preposito e rettore), Giovanni Battista Larese (vicario), Giuseppe Da Col, Giovanni Fanton, Francesco Bolech, Carlo Simeoni, Augusto Tormene (maestro dei novizi, segretario), Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese, Basilio Martinelli, Agostino Zamattio.

almeno due fratelli

Quattro teologi, tra cui Giovanni D’Ambrosi, Giovanni Rizzardo ed Enrico Calza; NB: i teologi studiano nello studio dell’Istituto Cavanis, cioè in casa a Venezia. C’è poi Agostino Menegoz Fagaro, probabilmente in ginnasio superiore o forse in liceo

1903-04

Giovanni Chiereghin

Giovanni Battista Larese

Giovanni Chiereghin, Giovanni Battista Larese, Giovanni Fanton, Francesco Bolech, Carlo Simeoni, Augusto Tormene, Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese, Basilio Martinelli, Agostino Zamattio, don Enrico Calza, don Giovanni D’Ambrosi, don Giovanni Rizzardo, diaconi.

Pietro Sighel, Giovanni Cavaldoro, Angelo Furian, Giuseppe Cisco, Vincenzo Faliva

Quattro teologi, tra cui Giovanni D’Ambrosi, Giovanni Rizzardo ed Enrico Calza; e poi Agostino Menegoz Fagaro, probabilmente in ginnasio superiore o forse in liceo

NB: Giovanni Battista Larese muore il 15.7.1904

1904-05

Vincenzo Rossi

Antonio Dalla Venezia

Vincenzo Rossi (preposito e rettore per elezione), Antonio Dalla Venezia (vicario e prefetto delle Scuole), Giovanni Fanton (sagrestano), Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech (bibliotecario), Carlo Simioni (economo per elezione), Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese, Agostino Zamattio, Giovanni Rizzardo, Enrico Calza, Giovanni D’Ambrosi

???

Novizi a Venezia

1905-06

Vincenzo Rossi

Antonio Dalla Venezia

Vincenzo Rossi (preposito e rettore per elezione), Antonio Dalla Venezia (vicario e prefetto delle Scuole), Giovanni Fanton (sagrestano), Giovanni Chiereghin, Francesco Bolech (bibliotecario), Carlo Simioni (economo per elezione), Francesco Saverio Zanon, Basilio Martinelli, Giuseppe Borghese, Agostino Zamattio, Giovanni Rizzardo, Enrico Calza, Giovanni D’Ambrosi,

???

Novizio fratello Costante Piazza

 

1906-07

Vincenzo Rossi

Antonio Dalla Venezia

Vincenzo Rossi (preposito e rettore), Antonio Dalla Venezia,  Francesco Bolech,  Carlo Simeoni, Giuseppe Borghese, Francesco Saverio Zanon, Agostino Zamattio, Giovanni Rizzardo, Enrico Calza, Giovanni D’Ambrosi

???

 

1907-08

Vincenzo Rossi

Carlo Simeoni?

Vincenzo Rossi (preposito e rettore), Antonio Dalla Venezia, Carlo Simeoni, Giuseppe Borghese, Francesco Saverio Zanon, Agostino Zamattio, Giovanni Rizzardo, Enrico Calza, Giovanni D’Ambrosi

???

Lista dei soli vocali (religiosi con voce attiva)

1908-09

Vincenzo Rossi

 

Vincenzo Rossi (preposito e rettore), Antonio Dalla Venezia, Carlo Simeoni, Giuseppe Borghese, Francesco Saverio Zanon, Agostino Zamattio, Giovanni Rizzardo, Enrico Calza, Giovanni D’Ambrosi

???

 

1909-10

Vincenzo Rossi

 

Vincenzo Rossi (preposito e rettore), Antonio Dalla Venezia, Carlo Simeoni, Giuseppe Borghese, Francesco Saverio Zanon, Agostino Zamattio, Giovanni Rizzardo, Enrico Calza, Giovanni D’Ambrosi

???

 

1910-11

Antonio Dalla Venezia

Vincenzo Rossi

Antonio Dalla Venezia (preposito e rettore), Vincenzo Rossi (vicario e economo), Enrico Calza, Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese, Basilio Martinelli (segretario), Enrico Calza (maestro dei novizi), Giovanni D’Ambrosi, Agostino Menegoz

???

 

1911-12

Antonio Dalla Venezia

Vincenzo Rossi

Antonio Dalla Venezia, Vincenzo Rossi (vicario e economo), Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese, Basilio Martinelli (segretario), Enrico Calza (maestro dei novizi), Giovanni D’Ambrosi

???

 

1912-13

Antonio Dalla Venezia

Vincenzo Rossi

Antonio Dalla Venezia, Vincenzo Rossi (vicario e economo), Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese, Basilio Martinelli (segretario), Enrico Calza (maestro dei novizi), Giovanni D’Ambrosi

???

Il diacono don Enrico Perazzolli è ordinato prete il 21.12.1912.

1913-14

Augusto Tormene

Vincenzo Rossi

Augusto Tormene, Vincenzo Rossi (vicario ed economo), Francesco Saverio Zanon (1° cons.), Antonio Dalla Venezia (2° cons., prefetto delle scuole e maestro delle cose sp.), Giuseppe Borghese (bibliotecario), Giovanni D’Ambrosi (sacrista), Agostino Menegoz, Enrico Perazzolli, Arturo Zanon, Agostino Santacattarina

Novizio laico Corrado Salvatori, novizio laico. Non si ha notizia di altri fratelli in tutto questo periodo, ma c’erano senz’altro.

A Venezia sono tutti i chierici, novizi, aspiranti.

1914-15

Augusto Tormene

Vincenzo Rossi

Augusto Tormene, Vincenzo Rossi (vicario ed economo), Francesco Saverio Zanon (1° cons.), Antonio Dalla Venezia (2° cons., prefetto delle scuole e maestro delle cose sp.), Giuseppe Borghese (bibiotecario), Giovanni D’Ambrosi (sacrista), Agostino Menegoz, Enrico Perazzolli, Arturo Zanon, Agostino Santacattarina

Vincenzo Faliva,

Angelo Furian,

Novizio laico Corrado Salvatori.

A Venezia sono tutti i chierici, novizi, aspiranti.

1915-16

Augusto Tormene

Vincenzo Rossi

Augusto Tormene, Vincenzo Rossi (vicario ed economo), Francesco Saverio Zanon (1° cons.), Antonio Dalla Venezia (2° cons., prefetto delle scuole e maestro delle cose sp. . Giuseppe Borghese (bibiotecario), Giovanni D’Ambrosi (sacrista), Agostino Menegoz, Enrico Perazzolli, Arturo Zanon, Agostino Santacattarina

Vincenzo Faliva, Angelo Furian,

Novizio laico Corrado Salvatori, aspirante laico Giuseppe Vedovato.

Inizia la partecipazione del’Italia alla prima guerra mondiale.

1916-17

Augusto Tormene

Vincenzo Rossi

Augusto Tormene (preposito, rettore e bibliotecario), Vincenzo Rossi (vicario, economo, maestro delle cose spirit.), Francesco Saverio Zanon (1° cons. d’amministr.), Giuseppe Borghese (2° cons. d’amminstr.), Basilio Martinelli (Maestro dei Novizi), Giovanni Rizzardo (Prefetto delle scuole), Agostino Menegoz, Enrico Perazzolli (aiuto bibliotecario), Agostino Santacattarina (sacrista), Arturo Zanon, Michele Busellato

Vincenzo Faliva, (fino al 31.1.1917; poi a Possagno)

 

1917-18

Augusto Tormene

Vincenzo Rossi

Augusto Tormene (preposito, rettore e bibliotecario), Vincenzo Rossi (vicario, economo, maestro delle cose spirit.), Francesco Saverio Zanon 1° cons. d’amministr.), Giuseppe Borghese (2° cons. d’amminstr.), Basilio Martinelli (Maestro dei Novizi), Giovanni Rizzardo (Prefetto delle scuole), Agostino Menegoz, Enrico Perazzolli (aiuto bibliotecario), Agostino Santacattarina (sacrista), Arturo Zanon, Michele Busellato. Si aggiungono i PP. Antonio Dalla Venezia, Carlo Simeoni, dal 23.11.1917, sfollati da Possagno.

Fra’ Bortolo Fedel, trentino, viene sfollato a Bologna, dove muore; Angelo Furian, novizio laico Giuseppe Vedovato

Tuttavia ci sono varianti imposte dalla situazione di guerra: Sette Cavanis trentini, tra cui P. Perazzolli e sei chierici, furono inviati a Tortona e altrove, ospiti di don Orione. P. Michele Busellato andò al distretto ma ne ritornò riformato; vari seminaristi e novizi combattono al fronte e qualcuno morirà.

1918-19

Augusto Tormene

Antonio Dalla Venezia

Augusto Tormene (preposito, rettore e bibliotecario), Antonio Dalla Venezia (vicario), Carlo Simeoni, Francesco Saverio Zanon (1° cons.), Giuseppe Borghese (2° cons.), Giovanni Rizzardo, Basilio Martinelli (Maestro dei Novizi), Agostino Menegoz, Michele Busellato, Mario Janeselli, Luigi Janeselli, Agostino Santacattarina (sacrista), Aurelio Andreatta, Arturo Zanon, Michele Busellato

Giuseppe Vedovato

La lista della comunità ha sopportato i movimenti e le varianti dovute alla guerra e all’immediato dopoguerra. Ritornano gradualmente (salvo i morti!) dalla loro residenza i religiosi profughi o combattenti, tempore belli.

1919-20

Augusto Tormene

Carlo Simeoni

Augusto Tormene, Carlo Simeoni, Antonio Dalla Venezia, Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese, Basilio Martinelli, Giovanni Rizzardo, Agostino Menegoz, Arturo Zanon, Michele Busellato, Mario Janeselli, Aurelio Andreatta, Luigi Janeselli

Sebastiano Barbot?, Giuseppe Vedovato e altri

Dodici seminaristi vivono a Venezia nel “Noviziato”, in realtà studentato.

1920-21

Augusto Tormene

Carlo Simeoni

Augusto Tormene, Carlo Simeoni, Antonio Dalla Venezia, Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese, Basilio Martinelli, Giovanni Rizzardo, Agostino Menegoz, Arturo Zanon, Michele Busellato, Mario Janeselli, Aurelio Andreatta

Vincenzo Faliva, Giuseppe Vedovato e altri

 

1921-22

Augusto Tormene

Carlo Simeoni

(Augusto Tormene), Carlo Simeoni, Antonio Dalla Venezia, Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese, Amedeo Fedel, Basilio Martinelli, Giovanni Rizzardo, Agostino Menegoz, Michele Busellato, Aurelio Andreatta

Giuseppe Vedovato, Antonio Andriolo, aspirante laico

P. Augusto Tormene muore tuttavia il 20.12.1921. Viene sostituito, come preposito e anche come rettore da Venezia, da P. Agostino Zamattio

1922-23

Agostino Zamattio

Antonio Dalla Venezia

Agostino Zamattio, Antonio Dalla Venezia, Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese, Giovanni Rizzardo, Agostino Menegoz, Enrico Perazzolli (Maestro dei Novizi), Michele Busellato, Amedeo Fedel

Giuseppe Vedovato, Filippo Fornasier, Antonio Andriolo, aspirante laico

Il noviziato è finora a Venezia

1923-24

Agostino Zamattio

Antonio Dalla Venezia

Agostino Zamattio, Antonio Dalla Venezia, Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese, Giovanni Rizzardo, Agostino Menegoz, Enrico Perazzolli, Michele Busellato, Amedeo Fedel

Giuseppe Vedovato, novizio laico G.B. Cunial.

Il noviziato passa a Possagno, alla cura del maestro P. Basilio Martinelli.

1924-25

Agostino Zamattio

Antonio Dalla Venezia

Agostino Zamattio, Antonio Dalla Venezia, Francesco Saverio Zanon, Giovanni Rizzardo, Enrico Perazzolli, Michele Busellato, Amedeo Fedel, Luigi Janeselli; Mario Miotello (assente per causa di malattia)

Giuseppe Vedovato, novizio laico G.B. Cunial.

P. Giuseppe Borghese passa alla nuova casa di Conselve; P. Agostino Menegoz alla nuova casa di Pieve di Soligo. Un altro padre di Venezia (di cui non si fa il nome nel verbale del definitorio dell’11 ottobre 1924) passerà a Possagno; si tratta probabilmente del P. Enrico Perazzolli, per questioni di salute.

1925-26

Agostino Zamattio

Francesco Saverio Zanon

Agostino Zamattio, Antonio Dalla Venezia, Francesco Saverio Zanon, Giovanni D’Ambrosi, Giuseppe Borghese, Michele Busellato, Amedeo Fedel, Valentino Fedel, Pellegrino Bolzonello; forse anche Giovanni Battista Piasentini e Aurelio Andreatta

Giuseppe Vedovato e altri

Seminaristi, tra gli altri, Marco Cipolat e Basilio Dalla Puppa, richiamati da Porcari dove si trovavano

1926-27

Agostino Zamattio

Francesco Saverio Zanon

Agostino Zamattio, Francesco Saverio Zanon, Giovanni D’Ambrosi?, Giuseppe Borghese, Enrico Perazzolli, Michele Busellato, Amedeo Fedel, Valentino Fedel, Pellegrino Bolzonello; forse anche Giovanni Battista Piasentini e Aurelio Andreatta

Giuseppe Vedovato

I probandi sono nel probandato di Possagno; i novizi e i chierici a Venezia

1927-28

Agostino Zamattio

Francesco Saverio Zanon

Agostino Zamattio, Francesco Saverio Zanon, Giovanni D’Ambrosi?, Giuseppe Borghese, Enrico Perazzolli, Michele Busellato, Amedeo Fedel, Pellegrino Bolzonello

Giuseppe Vedovato

I probandi sono nel probandato di Possagno; i novizi e i chierici a Venezia

1928-29

Giovanni Rizzardo

Basilio Martinelli

Giovanni Rizzardo, Basilio Martinelli, Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese, Amedeo Fedel, Luigi Janeselli, Mario Janeselli, Alessandro Vianello, Vincenzo Saveri, Aurelio Andreatta

Giuseppe Vedovato,

Giorgio Vanin, novizio fratello laico

I probandi sono nel probandato di Possagno; i novizi e i chierici a Venezia.

I chierici teologi a Venezia sono: Gioacchino Sighel, Angelo Sighel, Riccardo Janeselli, Marco Cipolat. Saranno d’ora in poi, dal 10 settembre 1928, separati dai novizi, nel corridoio superiore della residenza dei padri.

1929-30

Giovanni Rizzardo

Basilio Martinelli

Giovanni Rizzardo, Basilio Martinelli, Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese, Amedeo Fedel, Luigi Janeselli, Mario Janeselli, Alessandro Vianello, Vincenzo Saveri, Aurelio Andreatta

Giuseppe Vedovato,

Giorgio Vanin

I probandi sono nel probandato di Possagno; i novizi e i chierici a Venezia

1930-31

Giovanni Rizzardo

Basilio Martinelli

Giovanni Rizzardo, Basilio Martinelli, Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese, Amedeo Fedel, Michele Busellato, Mario Janeselli, Vincenzo Saveri, Pellegrino Bolzonello, Aurelio Andreatta

Giuseppe Vedovato, Enrico Cognolato

I probandi sono nel probandato di Possagno; i novizi e i chierici a Venezia; si propone di spostare il noviziato a Possagno.

Chierici: perpetui e teologi, Giovanni Tamanini, Vittorio Cristelli, Angelo Sighel, Gioacchino Sighel, Riccardo Janeselli, Carlo Donati, Lino Janeselli, due di questi però inviati a Possagno; Gioacchino Sighel a Porcari; vestiti dell’abito e/o professi temp. Pio Pasqualini, Vittorio Cristelli, Ferruccio Vianello, Carlo Martinelli e altri.

1931-32

Aurelio Andreatta

Giovanni Rizzardo

Aurelio Andreatta, Giovanni Rizzardo, Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese (proc. gen.), Giovanni D’Ambrosi, Amedeo Fedel, Mario Janeselli, Vincenzo Saveri, Pellegrino Bolzonello, Antonio Eibenstein, Angelo Sighel, Riccardo Janeselli

Giuseppe Vedovato,

Filippo Fornasier, Luigi Gant, Giorgio Vanin

Chierici: Gioachino Tomasi, Federico Sottopietra, Cesare Turetta, Luigi Ferrari, Carlo Donati, Bruno Marangoni, Pio Pasqualini, Vittorio Cristelli, Ferruccio Vianello.

Prendono l’abito: Egidio Fagiani, Luigi Sighel, Angelo Guariento, Salvatore Gattoni, fratel Olivo Bertelli.

Novizi e aspiranti.

1932-33

Aurelio Andreatta

Giovanni Rizzardo

Aurelio Andreatta, Giovanni Rizzardo, Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese (proc. gen.), Giovanni D’Ambrosi, (Amedeo Fedel), Mario Janeselli, Luigi Janeselli, Vincenzo Saveri, Pellegrino Bolzonello, Antonio Eibenstein, Angelo Sighel, Riccardo Janeselli

Giuseppe Vedovato,

Filippo Fornasier, Luigi Gant, Giorgio Vanin

 

1933-34

Aurelio Andreatta

Giovanni Rizzardo

Aurelio Andreatta, Giovanni Rizzardo, Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese (proc. gen.), Giovanni D’Ambrosi, Amedeo Fedel, Mario Janeselli, Michele Busellato, Vincenzo Saveri, Pellegrino Bolzonello, Antonio Eibenstein, Angelo Sighel, Riccardo Janeselli

Giuseppe Vedovato,

Filippo Fornasier, Luigi Gant, Giorgio Vanin, un fratel Corrado novizio. (non Corrado Salvadori già defunto)

I chierici teologi passano in “casetta” dal settembre 1933, esclusi i tre assegnati a Possagno. Bruno Marangoni, Federico Sottopietra, Giovacchino (sic) Tomasi, Cesare Turetta, Aldo Servini, Livio Donati, Luigi Candiago, Luigi D’Andrea. I tre assegnati a Possagno sono: Guido Cognolato, Antonio Turetta, Alessandro Valeriani, tutti di I teol.

1934-35

Aurelio Andreatta

Giovanni Rizzardo

Aurelio Andreatta, Giovanni Rizzardo, Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese (proc. gen.), Giovanni D’Ambrosi, Amedeo Fedel, Mario Janeselli, Michele Busellato, Vincenzo Saveri, Pellegrino Bolzonello, Valentino Fedel, Angelo Sighel, Riccardo Janeselli

Giuseppe Vedovato,

Filippo Fornasier, Enrico Cognolato

Tre chierici sono a Possagno, tra cui Pio Pasqualini e Luigi D’Andrea. Gli altri sono a Venezia, compresi Guido Cognolato, Antonio Turetta e Alessandro Valeriani, ritornati stabilmente da Possagno.

1935-36

Aurelio Andreatta

Giovanni Rizzardo

Aurelio Andreatta, Giovanni Rizzardo, Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese (proc. gen.), Giovanni D’Ambrosi, Mario Janeselli, Michele Busellato, Vincenzo Saveri, Pellegrino Bolzonello, Valentino Fedel, Riccardo Janeselli, Livio Donati, Aldo Servini

Enrico Cognolato

Tutti i chierici e novizi sono a Venezia, anche quelli addetti come assistenti di disciplina al collegio Canova sono riportati a Venezia. I dodici seminaristi maggiori sono, dai più anziani ai più giovani:

IV teol.: Aldo Servini. Livio Donati; III teol.: Guido Cognolato, Antonio Turetta, Luigi Candiago, Luigi D’Andrea, Alessandro Valeriani; II teol.: Pio Pasqualini, Ferruccio Vianello; I teol.: Vittorio Cristelli, Luigi Sighel, Angelo Guariento.

(don Luigi Sighel a Porcari)

1936-37

Aurelio Andreatta

Mario Janeselli

Aurelio Andreatta, Francesco Saverio Zanon, Giuseppe Borghese (proc. gen.), Giovanni D’Ambrosi, Amedeo Fedel, Mansueto Janeselli, Mario Janeselli, Michele Busellato, Pellegrino Bolzonello, Valentino Fedel, Riccardo Janeselli, Gioachino Fedel (sic), Carlo Donati

Olivo Bertelli

Tutti i chierici e novizi sono a Venezia

1937-38

Agostino Zamattio

Pellegrino Bolzonello

Aurelio Andreatta (preposito), Agostino Zamattio (rettore), Francesco Saverio Zanon, Michele Busellato, Amedeo Fedel, Luigi Janeselli (economo), Vincenzo Saveri (prefetto delle scuole), Pellegrino Bolzonello (vicario e maestro dei chierici), Gioacchino Sighel, Antonio Cristelli, Riccardo Janeselli, Carlo Donati (maestro dei novizi), Gioacchino Tomasi (vice-maestro dei chierici), Federico Sottopietra, Luigi Candiago

Angelo Furian, Vincenzo Faliva, Enrico Cognolato, Ausonio Bassan, Pietro Bada

Tutti i chierici e novizi sono a Venezia

1938-39

(Aurelio Andreatta, rettore interino?)

Pellegrino Bolzonello

Aurelio Andreatta (preposito), Francesco Saverio Zanon, Michele Busellato, Amedeo Fedel, Luigi Janeselli (economo), Vincenzo Saveri (prefetto delle scuole), Pellegrino Bolzonello (vicario e maestro dei chierici), Antonio Cristelli, Carlo Donati (maestro dei novizi), Gioacchino Tomasi (vice-maestro dei chierici [o maestro da quest’anno?]), Federico Sottopietra (vice-maestro dei novizi), Luigi Candiago

Angelo Furian, Enrico Cognolato, Ausonio Bassan, Pietro Bada

Tutti i chierici e novizi sono a Venezia. Chierici teologi: di 4ª: Vittorio Cristelli; Angelo Guariento; di 3ª: Federico Grigolo, Francesco Rizzardo; di 2ª: Guerrino Molon, Andrea Galbussera; di 1ª: Enrico Franchin, Giuseppe Fogarollo.

1939-40

(Aurelio Andreatta, rettore interino?)

Pellegrino Bolzonello

Aurelio Andreatta (preposito), Francesco Saverio Zanon, Michele Busellato, Amedeo Fedel, Luigi Janeselli, Vincenzo Saveri, Pellegrino Bolzonello, Antonio Cristelli, Luigi D’Andrea, Carlo Donati, Gioacchino Tomasi, Aldo Servini, Federico Sottopietra, Luigi Candiago

Angelo Furian, Enrico Cognolato, Ausonio Bassan, Pietro Bada

Tutti i chierici e novizi sono a Venezia. I teologi sono: di 4ª, Federico Grigolo, Francesco Rizzardo; di 3ª, Guerrino Molon e Andrea Galbussera; di 2ª, Enrico Franchin e Giuseppe Fogarollo; di 1ª, Valentino Pozzobon.

1940-41

Aurelio Andreatta

Giovanni Battista Piasentini

Aurelio Andreatta (preposito e rettore), Giovanni Battista Piasentini (Vicario, prefetto delle scuole), Antonio Cristelli (II cons., maestro dei teologi), Luigi Janeselli (economo), Francesco Saverio Zanon, Michele Busellato, Alessandro Vianello, Riccardo Janeselli, Amedeo Fedel, Carlo Donati, Federico Sottopietra, Gioacchino Tomasi (maestro dei novizi), Guido Cognolato, Aldo Servini, Alessandro Valeriani, (Francesco Rizzardo)

Angelo Furian, Ausonio Bassan, Pietro Bada

Tutti i chierici e novizi sono a Venezia. I teologi sono: don Guerrino Molon, don Andrea Galbussera, Enrico Franchin, Giuseppe Fogarollo, Valentino Pozzobon, Giuseppe Simioni, Aldo Quarisa.

1941-42

Aurelio Andreatta

Giovanni Battista Piasentini

Aurelio Andreatta (preposito e rettore), Giovanni Battista Piasentini (Vicario, prefetto delle scuole), Antonio Cristelli (II cons., maestro dei teologi), Luigi Janeselli (economo), Francesco Saverio Zanon, Lino Janeselli, Alessandro Vianello, Riccardo Janeselli, Gioacchino Tomasi (maestro dei novizi), Luigi Candiago, Guido Cognolato, Aldo Servini, Ferruccio Vianello, Antonio Turetta

Ausonio Bassan, Pietro Bada?

Tutti i chierici e novizi sono a Venezia. I teologi sono: del 4° anno: don Enrico Franchin; don Giuseppe Fogarollo; del 3°: Valentino Pozzobon; del 2°: Giuseppe Simioni, Aldo Quarisa; del 1°: Giuseppe Panizzolo, Igino Pagliarin, Antonio Reginato, Riccardo Zardinoni.

1942-43

Aurelio Andreatta

Giovanni Battista Piasentini

Aurelio Andreatta (preposito e rettore), Giovanni Battista Piasentini (Vicario, prefetto delle scuole), Antonio Cristelli (II cons., maestro dei chierici teologi), Luigi Janeselli (economo), Francesco Saverio Zanon, Lino Janeselli, Alessandro Vianello, Alessandro Valeriani, Riccardo Janeselli, Gioacchino Tomasi (maestro dei novizi), Luigi Candiago, Guido Cognolato, Aldo Servini, Ferruccio Vianello, Antonio Turetta, Federico Sottopietra, Angelo Guariento

Ausonio Bassan, Vincenzo Faliva, (Pietro Bada?)

Tutti i chierici e novizi sono a ancora a Venezia I teologi sono i seguenti: della 4ª, don Valentino Pozzobon; della 3ª, Giuseppe Simioni, della 2ª Giuseppe Panizzolo, Igino Pagliarin, Antonio Reginato e Riccardo Zardinoni.

1943-44

Aurelio Andreatta

Antonio Eibenstein

Aurelio Andreatta (Preposito e rettore), Francesco Saverio Zanon, Basilio Martinelli, (Giovanni Rizzardo Vicario e primo consigliere), Antonio Eibenstein (Prefetto delle scuole vicario e 1° cons.), Antonio Cristelli, (Economo), Riccardo Janeselli, Lino Janeselli, Federico Sottopietra, Aldo Servini, Livio Donati, Guido Cognolato, Cesare Turetta, Alessandro Valeriani, Vittorio Cristelli, Ferruccio Vianello, Andrea Galbussera, Valentino Pozzobon

Angelo Furian, Sebastiano Barbot, Ausonio Bassan, Luigi Gant, Aldo Piotto

Chierici del liceo e di teologia. Questi sono:

1944-45

Aurelio Andreatta

Antonio Eibenstein

Aurelio Andreatta (Preposito e rettore), Francesco Saverio Zanon, Basilio Martinelli, (Giovanni Rizzardo Vicario e 1 cons.), Antonio Eibenstein (Prefetto delle scuole vicario e 1° cons.), Antonio Cristelli, (Economo), Riccardo Janeselli, Federico Sottopietra, Aldo Servini, Livio Donati, Guido Cognolato (assistente dei chierici del liceo), Alessandro Valeriani, Vittorio Cristelli, Ferruccio Vianello, Andrea Galbussera, Valentino Pozzobon, Pio Pasqualini, Francesco Rizzardo,

Probabilmente Angelo Furian, Sebastiano Barbot, Ausonio Bassan, Luigi Gant, Aldo Piotto

Ermenegildo Zanon, Giuseppe Da Lio, Pietro Mayer, Francesco Del Favero, Ugo Del Debbio, Giuseppe Maretto, e fra Giusto Larvete, presentati per l’ammissione alla professione perpetua.

1945-46

Aurelio Andreatta

Antonio Eibenstein

Aurelio Andreatta (Preposito e rettore), Francesco Saverio Zanon, Antonio Eibenstein (Prefetto delle scuole vicario e 1° cons.), Antonio Cristelli, (economo), Riccardo Janeselli (assistente dei chierici), Federico Sottopietra, Aldo Servini, Livio Donati, Guido Cognolato (assistente dei chierici del liceo), Alessandro Valeriani, Vittorio Cristelli, Ferruccio Vianello, Andrea Galbussera, Valentino Pozzobon, Pio Pasqualini, Francesco Rizzardo

Sebastiano Barbot, Ausonio Bassan, Luigi Gant

Ermenegildo Zanon, Giuseppe Da Lio, Pietro Mayer, Francesco Del Favero, Ugo Del Debbio, Giuseppe Maretto, e fra Giusto Larvete, presentati per l’ammissione alla professione perpetua.

1946-47

Vincenzo Saveri

Antonio Cristelli

Aurelio Andreatta (Preposito), Vincenzo Saveri (rettore e prefetto delle scuole), Francesco Saverio Zanon, Antonio Cristelli (vicario e 1° cons., economo), Livio Donati (2° cons.), Michele Busellato, Enrico Franchin, Federico Sottopietra, Luigi Ferrari (assistente dei chierici di teologia), Guerrino Molon, Vittorio Cristelli (assistente dei chierici del liceo), Riccardo Zardinoni

 

Chierici teologi: di 4ª: Giuseppe Da Lio, Giuseppe Colombara; di 3ª: Pietro Mayer, Francesco Dal Favero, Ugo Del Debbio, Giuseppe Maretto; di 2ª: Narciso Bastianon, Giovanni De Biasio, Pietro Carraro; di 1ª: Angelo Trevisan, Luigi Pinese; Giorgio Dal Pos, Lino Pollazon. E inoltre, Gildo Zanon

1947-48

Vincenzo Saveri

Antonio Cristelli

Aurelio Andreatta (Preposito), Vincenzo Saveri (rettore e prefetto delle scuole), Francesco Saverio Zanon, Antonio Cristelli (vicario e 1° cons., economo), Livio Donati (2° cons.), Michele Busellato, Federico Sottopietra, Luigi Ferrari (assistente dei chierici di teologia), Guerrino Molon, Riccardo Zardinoni

 

Chierici teologi a Venezia: 4ª: don Pietro Mayer, Ermenegildo Zanon, Francesco del Favero, Ugo del Debbio, Giuseppe Maretto; 3ª: Narciso Bastianon; 2ª: Luigi Pinese, Angelo Trevisan; 1ª: Armando Manente, Luigi Rito Cosmo, Antonio Magnabosco, Pietro Pompeo, Fiorino Basso, Armando Soldera.

1948-49

Vincenzo Saveri

Antonio Cristelli

Aurelio Andreatta (Preposito), Vincenzo Saveri (rettore e prefetto delle scuole), Francesco Saverio Zanon, Antonio Cristelli (vicario e 1° cons., economo), Livio Donati (2° cons.), Michele Busellato, Federico Sottopietra, Luigi Ferrari (assistente dei chierici di teologia), Guerrino Molon, Riccardo Zardinoni, Valentino Pozzobon, Pietro Mayer

 

Teologi a Venezia: 4ª: don Narciso Bastianos; don Giovanni De Biasio; 3ª: Angelo Trevisan, Luigi Pinese, Pollazon Lino; 2ª: Armando Manente, Luigi Toninato, Antonio Magnabosco, Armando Soldera, Fiorino Basso; 1ª: Attilio Collotto, Giuseppe Pagnacco.

1949-50

Pellegrino Bolzonello

Giovanni D’Ambrosi

Pellegrino Bolzonello (rettore), Giovanni D’Ambrosi (1° cons. e vicario), Antonio Eibenstein (2° cons. e prefetto delle scuole), Antonio Turetta (economo), Francesco Saverio Zanon, Luigi Janeselli, Riccardo Janeselli, Luigi Ferrari, Federico Sottopietra, Cesare Turetta, Aldo Servini, Ferruccio Vianello, Pio Pasqualini, Federico Grigolo, Riccardo Zardinoni, Pietro Mayer

Ausonio Bassan, Roberto Feller, Anselmo Perazzoli, Italo Guzzon

Seminaristi teologi:

4ª: Angelo Trevisan, Luigi Pinese, Pollazon Lino, Giorgio Dal Pos; 3ª: Armando Manente, Luigi Toninato, Antonio Magnabosco (a S. Alessio), Armando Soldera, Rito Cosmo (a Porcari), Fiorino Basso a S. Alessio; 2ª: Attilio Collotto, Giuseppe Pagnacco; 1ª: Giuseppe Cortelezzi, Nicola Zecchin, Giuseppe Giosué Gazzola, Arcangelo Vendrame, Vittorio Di Cesare, Mario Merotto, Nani Sartorio, Primo Zoppas.

1950-51

Pellegrino Bolzonello

Giovanni D’Ambrosi

Pellegrino Bolzonello (rettore), Giovanni D’Ambrosi (1° cons. e vicario), Antonio Eibenstein (2° cons. e prefetto delle scuole), Antonio Turetta (economo), Francesco Saverio Zanon, Luigi Janeselli, Riccardo Janeselli, Luigi Ferrari, Federico Sottopietra, Cesare Turetta, Aldo Servini, Ferruccio Vianello, Pio Pasqualini, Federico Grigolo, Riccardo Zardinoni, Pietro Mayer, Ugo Del Debbio, Francesco Dal Favero

Ausonio Bassan, Roberto Feller, Anselmo Perazzolli, Italo Guzzon

Seminaristi teologi (“chierici”)

1951-52

Pellegrino Bolzonello

Federico Grigolo

Pellegrino Bolzonello (rettore), Giovanni D’Ambrosi, Federico Grigolo (1° cons., vicario), Aldo Servini (prefetto delle scuole), Antonio Turetta (economo), Francesco Saverio Zanon, Luigi Janeselli, Riccardo Janeselli, Federico Sottopietra, Livio Donati, Giuseppe Simioni, Ferruccio Vianello, Pio Pasqualini, Vittorio Cristelli, Riccardo Zardinoni, Pietro Mayer, Giuseppe Panizzolo, Francesco Dal Favero

Ausonio Bassan, Roberto Feller, Olivo Bertelli, Luigi Di Ricco

Seminaristi teologi:

4ª: Attilio Collotto, Giuseppe Pagnacco; 3ª: Giuseppe Cortelezzi, Nicola Zecchin, Giosuè Gazzola, Arcangelo Vendrame, Vittorio Di Cesare, Mario Merotto, Nani Sartorio, Primo Zoppas; 2ª: Tullio Antonello, Marino Scarparo, Artemio Bandiera, Giuseppe Polesel, Orfeo Mason, Angelo Zaniolo; 1ª: Franco Degan, Natale Sossai, Bruno Lorenzon, Raffaele Pozzobon, Mauro Verger, Francesco Giusti, e inoltre Orlando Tisato, che completa il corso di Filosofia.

1952-53

Luigi Candiago

Gioacchino Sighel

Luigi Candiago (rettore), Gioacchino Sighel (1° cons., vicario e prefetto delle scuole), Federico Grigolo (2° cons. e prefetto delle scuole), Luigi Sighel (economo), Francesco Saverio Zanon, Giovanni D’Ambrosi, Riccardo Janeselli, Federico Sottopietra, Aldo Servini, Livio Donati, Giuseppe Simioni, Ferruccio Vianello, Pio Pasqualini, Vittorio Cristelli, Riccardo Zardinoni, Pietro Mayer, Giuseppe Panizzolo, Francesco Dal Favero

Ausonio Bassan,

Giusto Larvete, Roberto Feller, Olivo Bertelli, Luigi Di Ricco

Seminaristi teologi (“chierici”)

1953-54

Luigi Candiago

Gioacchino Sighel

Luigi Candiago (rettore), Gioacchino Sighel (1° cons., vicario e prefetto delle scuole), Valentino Pozzobon (2° cons.), Luigi Sighel (economo), Francesco Saverio Zanon, Giovanni D’Ambrosi, Pellegrino Bolzonello, Cesare Turetta, Riccardo Janeselli, Aldo Servini, Antonio Turetta, Vittorio Cristelli, Ferruccio Vianello, Giuseppe Simioni, Francesco Del Favero, Luigi Pinese, Attilio Collotto, Nani Sartorio

Ausonio Bassan, Giusto Larvete, Roberto Feller, Giancarlo Dominici, Adelino Canuto

Seminaristi teologi:

4ª: Tullio Antonello, Marino Scarparo, Artemio Bandiera, Giuseppe Polesel, Orfeo Mason, Angelo Zaniolo; 3ª: Franco Degan, Ottorino Villatora, Natale Sossai, Bruno Lorenzon, Raffaele Pozzobon, Mauro Verger, Francesco Giusti; 2ª: Amedeo Morandi, Marcello Quilici, Diego Dogliani, Mario Zendron, Sergio Vio, Augusto Taddei; 1ª: Orlando Tisato, Diego Beggiao, Filippo Mazzonetto, Agostino Bartolomedi, Siro Marchet, Danilo Baccin, Damiano Di Pastena, Guglielmo Incerti, Lino Carli, Raffaele Nicolussi.

1954-55

Luigi Candiago

Gioacchino Sighel

Luigi Candiago (rettore), Gioacchino Sighel (1° cons., vicario e prefetto delle scuole), Valentino Pozzobon (prefetto delle scuole), Luigi Sighel (economo), Giovanni D’Ambrosi, Pellegrino Bolzonello, Cesare Turetta, Riccardo Janeselli, Aldo Servini, Antonio Turetta, Vittorio Cristelli, Ferruccio Vianello, Giuseppe Simioni, Francesco Del Favero, Luigi Pinese, Attilio Collotto, Nani Sartorio

Ausonio Bassan, Giusto Larvete, Roberto Feller, Giancarlo Dominici, Adelino Canuto

Seminaristi teologi (“chierici”)

1954-55

Luigi Candiago

Gioacchino Sighel

Luigi Candiago (rettore), Gioacchino Sighel (1° cons., vicario e prefetto delle scuole), Valentino Pozzobon (prefetto delle scuole), Luigi Sighel (economo), Giovanni D’Ambrosi, Pellegrino Bolzonello, Cesare Turetta, Riccardo Janeselli, Aldo Servini, Antonio Turetta, Vittorio Cristelli, Ferruccio Vianello, Giuseppe Simioni, Francesco Del Favero, Luigi Pinese, Attilio Collotto, Nani Sartorio

Ausonio Bassan, Giusto Larvete, Roberto Feller, Giancarlo Dominici, Adelino Canuto

Seminaristi teologi (“chierici”)

1955-56

Federico Grigolo

Aurelio Andreatta

Federico Grigolo (rettore), Aurelio Andreatta (1° cons., vicario e prefetto delle scuole), Giovanni D’Ambrosi, Riccardo Janeselli, Marco Cipolat, Aldo Servini, Antonio Turetta (economo), Alessandro Valeriani, Vittorio Cristelli, Ferruccio Vianello, Luigi Sighel (2° cons.), Giuseppe Simioni, Narciso Bastianon (economo generale), Luigi Pinese, Giorgio Dal Pos, Attilio Collotto, Mauro Verger e probabilmente anche Giuseppe Da Lio

Ausonio Bassan, Giuseppe Corazza, Edoardo Bortolamedi

Seminaristi teologi (“chierici”)

1956-57

Federico Grigolo

Aurelio Andreatta

Federico Grigolo (rettore), Aurelio Andreatta (1° cons., vicario e prefetto delle scuole), Giovanni D’Ambrosi, Riccardo Janeselli, Marco Cipolat, Aldo Servini, Antonio Turetta, Alessandro Valeriani, Vittorio Cristelli, Ferruccio Vianello, Luigi Sighel (2° cons. ed economo provvisorio), Giuseppe Simioni, Narciso Bastianon (economo generale), Luigi Pinese, Giorgio Dal Pos, Attilio Collotto, Mauro Verger, Ottorino Villatora, Mario Zendron

Ausonio Bassan, Giuseppe Corazza, Edoardo Bortolamedi

Seminaristi teologi: 4ª: Danilo Baccin, Diego Beggiao (a Levico quest’anno), Agostino Bartolamedi, Lino Carlin, Siro Marchet, Guglielmo Incerti, Mazzonetto Filippo (a Possagno quest’anno); 3ª Rocco Tomei (a Chioggia quest’anno), Giulio Avi, Dino Baldan

NB.: almeno nel 1956-57 e seguente P. Guido Cognolato, che non consta nella lista, era e insegnava storia e filosafia qui a Venezia, non a Possagno.

1957-58

Federico Grigolo

Aurelio Andreatta

Federico Grigolo (rettore), Aurelio Andreatta (1° cons., vicario e prefetto delle Scuole), Giovanni D’Ambrosi, Riccardo Janeselli, Marco Cipolat, Aldo Servini, Antonio Turetta, Alessandro Valeriani, Vittorio Cristelli, Ferruccio Vianello, Luigi Sighel (2° cons.), Giuseppe Simioni, Narciso Bastianon (economo generale), Luigi Pinese, Giorgio Dal Pos, Attilio Collotto, Mauro Verger, Mario Zendron, Vittorio Di Cesare, Giosuè Gazzola (economo)

Ausonio Bassan, Giuseppe Corazza, Edoardo Bortolamedi

Seminaristi teologi (“chierici”) e, da Possagno, passano a Venezia anche i seminaristi liceali. (nove quest’anno; detti “di filosofia” nel diario della studentato, ma in realtà sono liceali.

NB.: almeno nel 1957-58 P. Guido Cognolato, che non consta nella lista, era e insegnava storia e filosafia qui a Venezia, non a Possagno.

1958-59

Federico Grigolo

Aldo Servini

Federico Grigolo (rettore), Aldo Servini (1° cons. e vicario), Vincenzo Saveri (2° cons. e Prefetto delle Scuole), Giovanni D’Ambrosi, Alessandro Vianello (assistente dei chierici di teologia) Antonio Eibenstein, Riccardo Janeselli, Bruno Marangoni, Giuseppe Fogarollo (economo), Giuseppe Simioni, Narciso Bastianon, Luigi Pinese, Giorgio Dal Pos, Attilio Collotto, Primo Zoppas, Marino Scarparo, Angelo Zaniolo, Amedeo Morandi, Diego Dogliani, Mauro Verger, Mario Zendron, Guglielmo Incerti, Siro Marchet

Ausonio Bassan, Giuseppe Corazza, Adelino Canuto

Studenti di teologia::

4ª: Rocco Tomei, Bruno Consani, (Feliciano Ferrari, al Laterano a Roma); 3ª: Egidio Valandro; Nicola Del Mastro; 2ª: Silvano Mason, Emilio Gianola, Fabio Sandri; nessuno di 1ª (anno vuoto per l’inizio della propedeutica); i 3 propedeutici Ferrari, Francescon e Sergio Busato sono a Roma Casilina;

E liceali: 3ª liceo: Terenzio Simonato; Gianpaolo Pacini; 2ª liceo: Fernando Fietta; Luciano Moser; Giancarlo Tittoto; 1ª liceo: Stefano Violato, Sergio Gallina, Remo Morosini, Pietro Pizzolon.

1959-60

Federico Grigolo

Aldo Servini

Federico Grigolo (rettore), Aldo Servini (1° cons. e vicario), Vincenzo Saveri (2° cons. e Prefetto delle scuole), Giovanni D’Ambrosi, Alessandro Vianello (assistente dei chierici di filosofia e teologia), Antonio Eibenstein, Riccardo Janeselli, Bruno Marangoni, Giuseppe Fogarollo, Giuseppe Simioni, Narciso Bastianon, Luigi Pinese, Giorgio Dal Pos, Attilio Collotto, Primo Zoppas, Marino Scarparo, Angelo Zaniolo, Giuseppe Cortelezzi, Diego Dogliani, Mauro Verger, Orfeo Mason, Mario Zendron, Guglielmo Incerti, Siro Marchet

Ausonio Bassan, Giuseppe Corazza, Adelino Canuto

Seminaristi teologi e filosofi (“chierici”) e seminaristi liceali.

1960-61

Federico Grigolo

Aldo Servini

Federico Grigolo (rettore), Aldo Servini (1° cons. e vicario), Vincenzo Saveri (2° cons. e Prefetto delle Scuole), Giovanni D’Ambrosi, Orfeo Mason (assistente dei chierici di filosofia e teologia), Antonio Eibenstein, Riccardo Janeselli, Bruno Marangoni, Giuseppe Fogarollo, Giuseppe Simioni, Narciso Bastianon, Luigi Pinese?, Giorgio Dal Pos, Attilio Collotto, Primo Zoppas, Marino Scarparo, Angelo Zaniolo, Diego Dogliani, Mauro Verger, Mario Zendron, Guglielmo Incerti, Siro Marchet

Ausonio Bassan, Giuseppe Corazza, Adelino Canuto

Seminaristi teologi (“chierici”) e seminaristi liceali.

1961-62

Luigi Ferrari

Antonio Cristelli

Luigi Ferrari (rettore), Antonio Cristelli (1° cons. e vicario), Aurelio Andreatta (2° cons.), Valentino Pozzobon (prefetto delle Scuole), Giorgio Dal Pos (economo), Giovanni D’Ambrosi, Mansueto Janeselli, Riccardo Janeselli, Bruno Marangoni, Aldo Servini, Giuseppe Fogarollo, Giuseppe Simioni, Igino Pagliarin, Narciso Bastianon (Economo generale), Antonio Magnabosco, Primo Zoppas, Marino Scarparo, Orfeo Mason (maestro dei chierici), Amedeo Morandi, Diego Dogliani, Mario Zendron, Giulio Avi, Feliciano Ferrari, Bruno Consani

Ausonio Bassan, Italo Guzzon, forse altri, ma la distribuzione delle comunità non dà la lista dei fratelli delle varie case.

Seminaristi teologi, propedeutici (“chierici”) e liceali

1962-63

Luigi Ferrari

Antonio Cristelli

Luigi Ferrari (rettore), Antonio Cristelli (1° cons. e vicario), Valentino Pozzobon (prefetto delle scuole), Giorgio Dal Pos (economo), Giovanni D’Ambrosi, Mansueto Janeselli, Riccardo Janeselli, Bruno Marangoni, Aldo Servini, Giuseppe Fogarollo, Giuseppe Simioni, Ugo del Debbio, Narciso Bastianon (Economo generale), Antonio Magnabosco, Primo Zoppas, Marino Scarparo, Orfeo Mason (2° cons. e maestro di chierici), Diego Dogliani, Giulio Avi, Feliciano Ferrari, Rocco Tomei, Bruno Consani

Ausonio Bassan, Olivo Bertelli, Roberto Feller, Aldo Menghi

Seminaristi teologi, propedeutici (“chierici”) e liceali

1963-64

Luigi Ferrari

Antonio Cristelli

Luigi Ferrari (rettore), Antonio Cristelli (1° cons. e vicario), Valentino Pozzobon (prefetto delle scuole), Ugo Del Debbio (economo), Giovanni D’Ambrosi, Mansueto Janeselli, Riccardo Janeselli, Bruno Marangoni, Aldo Servini, Alessandro Valeriani, Ferruccio Vianello, Giuseppe Fogarollo, Giuseppe Simioni, Narciso Bastianon (Economo generale), Primo Zoppas, Angelo Zaniolo, Orfeo Mason (2° cons. e maestro di chierici), Diego Dogliani, Marcello Quilici, Giulio Avi, Feliciano Ferrari, Rocco Tomei

Ausonio Bassan, Olivo Bertelli, Roberto Feller, Aldo Menghi

Seminaristi teologi, propedeutici (“chierici”) e liceali

1964-65

Orfeo Mason

Antonio Cristelli

Orfeo Mason (rettore e prefetto delle scuole), Antonio Cristelli (1° cons. e vicario), Ugo Del Debbio (economo), Giovanni D’Ambrosi, Mansueto Janeselli, Angelo Sighel, Riccardo Janeselli, Francesco Rizzardo, Andrea Galbussera, Giuseppe Simioni, Igino Pagliarin, Francesco Dal Favero, Narciso Bastianon (Economo generale), Giuseppe Maretto, Luigi Toninato, Attilio Collotto (2° cons.), Primo Zoppas, Francesco Giusti, Marcello Quilici, Siro Marchet, Feliciano Ferrari

Ausonio Bassan, Roberto Feller,

Giuseppe Corazza, Aldo Menghi

Seminaristi teologi, propedeutici (“chierici”) e liceali

1965-66

Orfeo Mason

Antonio Cristelli

Orfeo Mason (rettore e prefetto delle scuole), Antonio Cristelli (1° cons. e vicario), Ugo Del Debbio (?economo), Giovanni D’Ambrosi, Mansueto Janeselli, Angelo Sighel, Riccardo Janeselli, Luigi Ferrari, Francesco Rizzardo, Andrea Galbussera, Giuseppe Simioni, Francesco Dal Favero, Giuseppe Maretto, Narciso Bastianon (Economo generale), Luigi Toninato, Primo Zoppas, Attilio Collotto, Bruno Lorenzon, Feliciano Ferrari

Ausonio Bassan, Roberto Feller,

Giuseppe Corazza, Aldo Menghi

Seminaristi teologi, propedeutici (“chierici”) e liceali

1966-67

Orfeo Mason

Antonio Cristelli

Orfeo Mason (rettore e prefetto delle scuole), Antonio Cristelli (1° cons. e vicario), Ugo Del Debbio (?economo), Giovanni D’Ambrosi, Mansueto Janeselli, Angelo Sighel, Riccardo Janeselli, Luigi Ferrari, Francesco Rizzardo, Andrea Galbussera, Giuseppe Simioni, Francesco Dal Favero, Giuseppe Maretto, Narciso Bastianon (Economo generale), Luigi Toninato, Primo Zoppas, Attilio Collotto, Bruno Lorenzon, Feliciano Ferrari

Ausonio Bassan, Roberto Feller,

Aldo Menghi

Seminaristi teologi, propedeutici (“chierici”) e liceali

1967-68

Gioachino Tomasi

Ugo Del Debbio

Gioachino Tomasi (rettore), Ugo Del Debbio (Vicario, 1° cons. e Prefetto delle scuole), Giuseppe Maretto (Economo),

Guglielmo Incerti (maestro dei teologi), Narciso Bastianon (Economo generale), Luigi Toninato, Primo Zoppas, Attilio Collotto, Bruno Lorenzon, Feliciano Ferrari

Ausonio Bassan, Luigi Santin, Giusto Larvete, Roberto Feller

Chierici propedeutici e teologi.

(Per il resto probabilmente in buona parte come nel 1968-69)

1968-69

Gioachino Tomasi

Ugo Del Debbio

Gioachino Tomasi (rettore), Ugo Del Debbio (Vicario, 1° cons. e Prefetto delle scuole), Giosuè Gazzola (2° cons.) Giuseppe Maretto (Economo), Antonio Cristelli, Giovanni D’Ambrosi, Mansueto Janeselli, Angelo Sighel, Riccardo Janeselli. Francesco Rizzardo, Andrea Galbussera, Igino Pagliarin, Narciso Bastianon (economo generale), Luigi Toninato, Antonio Magnabosco, Attilio Collotto, Bruno Lorenzon, Amedeo Morandi, Feliciano Ferrari, Armando Manente

Ausonio Bassan, Luigi Santin, Giusto Larvete, Roberto Feller

(I chierici propedeutici e teologi passano a Roma/Torpignattara da ottobre)

1969-70

Gioachino Tomasi

Ugo Del Debbio

Gioachino Tomasi (rettore), Ugo Del Debbio (Vicario, 1° cons. e Prefetto delle scuole), Giuseppe Maretto (Economo),

Antonio Cristelli, Mansueto Janeselli, Angelo Sighel, Riccardo Janeselli, Andrea Galbussera, Francesco Rizzardo, Igino Pagliarin, Narciso Bastianon (economo gen.), Antonio Magnabosco, Luigi Toninato, Armando Manente, Attilio Collotto, Giosuè Gazzola (2° cons.),

Amedeo Morandi, Bruno Lorenzon, Paolo Calzavara

Ausonio Bassan, Luigi Santin, Roberto Feller

 

1970-71

Vittorio Di Cesare

Antonio Cristelli

Vittorio Di Cesare (rettore e prefetto delle scuole), Alessandro Vianello, Mansueto Janeselli, Antonio Cristelli (1° cons. e vicario), Riccardo Janeselli, Bruno Marangoni, Francesco Rizzardo, Andrea Galbussera, Giuseppe Simioni (padre spirituale), Ugo Del Debbio (segretario generale), Narciso Bastianon (economo generale), Igino Pagliarin, Primo Zoppas, Giosuè Gazzola, Amedeo Morandi, Bruno Lorenzon, Giulio Avi (economo), Rocco Tomei (2° cons.), Fabio Sandri, Ferdinando Fietta, Paolo Calzavara

Ausonio Bassan, Luigi Santin, Aldo Menghi

 

1971-72

curia

Orfeo Mason

Antonio Cristelli

Orfeo Mason, preposito; Giuseppe Simioni, consigliere generale, Ugo Del Debbio (segretario generale)

Narciso Bastianon (economo generale)

 

NB: già dall’anno precedente nei verbali del consiglio generale si distingue Ve-Curia e Ve-comunità

1971-72

Vittorio Di Cesare

Antonio Cristelli

Vittorio Di Cesare (rettore), Mansueto Janeselli, Antonio Cristelli (1° cons. e vicario), Riccardo Janeselli, Bruno Marangoni, Francesco Rizzardo, Andrea Galbussera, Igino Pagliarin, Luigi Toninato, Antonio Magnabosco, Primo Zoppas, Giosuè Gazzola, Giulio Avi (economo), Rocco Tomei, Ferdinando Fietta, Paolo Calzavara

Ausonio Bassan, Luigi Santin, Giuseppe Corazza, Aldo Menghi

NB. In quesri anni P. Antonio Magnabosco appartiene alla casa di Venezia solo in teoria, in pratica è a casa sua.

1972-73

curia

Orfeo Mason

 

Orfeo Mason (preposito),

Ugo Del Debbio (segretario generale)

Narciso Bastianon (economo generale

  

1972-73

Vittorio Di Cesare

Antonio Cristelli

Vittorio Di Cesare (rettore), Mansueto Janeselli (2° cons.), Antonio Cristelli (1° cons. e vicario), Riccardo Janeselli, Bruno Marangoni, Angelo Guariento, Francesco Rizzardo, Andrea Galbussera, Giuseppe Maretto (padre spirituale), Luigi Toninato, Antonio Magnabosco, Primo Zoppas, Raffaele Pozzobon, Giulio Avi (economo), Ferdinando Fietta, Paolo Calzavara

Ausonio Bassan, Luigi Santin, Giuseppe Corazza, Aldo Menghi, Luigi Gant

 

1973-74

curia

Orfeo Mason

 

Orfeo Mason (preposito),

Ugo Del Debbio (segretario generale)

Narciso Bastianon (economo generale

  

1973-74

Vittorio Di Cesare

Antonio Cristelli

Vittorio Di Cesare (rettore), Mansueto Janeselli (2° cons.), Antonio Cristelli 1° cons. e vicario), Riccardo Janeselli, Bruno Marangoni,

Vittorio Cristelli, Francesco Rizzardo, Angelo Guariento, Andrea Galbussera, Luigi Toninato, Primo Zoppas, Tullio Antonello, Giulio Avi (economo), Ferdinando Fietta, Liberio Andreatta

Ausonio Bassan, Luigi Gant, Luigi Santin, Giuseppe Corazza, Aldo Menghi,

 

1974-75

curia

Orfeo Mason

 

Orfeo Mason (preposito),

Ugo Del Debbio (segretario generale)

Narciso Bastianon (economo generale

  

1974-75

Vittorio Di Cesare

Antonio Cristelli

Vittorio Di Cesare (rettore), Mansueto Janeselli (2° cons.), Antonio Cristelli (1° cons. e vicario), Riccardo Janeselli, Bruno Marangoni, Alessandro Valeriani, Vittorio Cristelli, Ferruccio Vianello, Francesco Rizzardo, Angelo Guariento, Andrea Galbussera, Luigi Toninato, Primo Zoppas, Tullio Antonello, Giulio Avi, Ferdinando Fietta (economo), Gianni Masin

Ausonio Bassan, Luigi Santin, Roberto Feller, Giuseppe Corazza

 

1975-76

curia

Orfeo Mason

 

Orfeo Mason (preposito),

Ugo Del Debbio (segretario generale)

Narciso Bastianon (economo generale

  

1975-76

Vittorio Di Cesare

Antonio Cristelli

Vittorio Di Cesare (rettore), Mansueto Janeselli (2° cons.), Antonio Cristelli (1° cons. e vicario), Riccardo Janeselli, Bruno Marangoni, Luigi Candiago, Alessandro Valeriani (padre spirituale), Vittorio Cristelli, Francesco Rizzardo, Angelo Guariento, Luigi Toninato, Primo Zoppas, Ferdinando Fietta (economo), Gianni Masin

Ausonio Bassan, Luigi Santin, Roberto Feller, Giuseppe Corazza

 

1976-77

Curia

Orfeo Mason

 

Orfeo Mason (preposito),

Ugo Del Debbio (segretario generale)

Narciso Bastianon (economo generale)

  

1976-77

Vittorio Di Cesare

Antonio Cristelli

Vittorio Di Cesare (rettore), Mansueto Janeselli (2° cons.), Antonio Cristelli (1° cons. e vicario), Riccardo Janeselli, Bruno Marangoni,

Luigi Candiago, Alessandro Valeriani (padre spirituale), Vittorio Cristelli, Francesco Rizzardo, Angelo Guariento,

Luigi Toninato, Primo Zoppas, Ferdinando Fietta (economo), Gianni Masin

Ausonio Bassan, Luigi Santin, Roberto Feller, Giuseppe Corazza

 

1977-78

curia

Orfeo Mason

 

Orfeo Mason (preposito),

Ugo Del Debbio (segretario generale)

Narciso Bastianon (economo generale)

  

1977-78

Vittorio Di Cesare

Antonio Cristelli

Vittorio Di Cesare (rettore), Mansueto Janeselli (2° cons.), Antonio Cristelli (1° cons. e vicario), Riccardo Janeselli, Bruno Marangoni, Luigi Candiago, Alessandro Valeriani (padre spirituale), Vittorio Cristelli, Francesco Rizzardo, Angelo Guariento, Ermenegildo Zanon, Luigi Toninato, Mario Zendron, Primo Zoppas, Ferdinando Fietta (economo), Gianni Masin

Luigi Santin, Roberto Feller, Giuseppe Corazza

 

1978-79

curia

Orfeo Mason

 

Orfeo Mason (preposito),

Ugo Del Debbio (segretario generale)

Narciso Bastianon (economo generale

  

1978-79

Vittorio Di Cesare

Antonio Cristelli

Vittorio Di Cesare (rettore), Mansueto Janeselli (2° cons.), Antonio Cristelli (1° cons. e vicario), Riccardo Janeselli, Bruno Marangoni, Luigi Candiago, Alessandro Valeriani (padre spirituale), Vittorio Cristelli, Francesco Rizzardo, Angelo Guariento, Ermenegildo Zanon, Luigi Toninato, Mario Zendron, Primo Zoppas, Fernando Fietta (economo), Gianni Masin

Luigi Santin, Roberto Feller, Giuseppe Corazza

 

1979-80

curia

Guglielmo Incerti

 

Guglielmo Incerti (preposito),

Ugo Del Debbio (segretario generale)

Narciso Bastianon (economo generale)

  

1979-80

Orfeo Mason

Mansueto Janeselli

Orfeo Mason (vicario generale e rettore), Mansueto Janeselli (1° cons. e vicario) Antonio Cristelli, Riccardo Janeselli, Luigi Candiago, Alessandro Valeriani (padre spirituale), Angelo Guariento, Francesco Rizzardo, Ermenegildo Zanon, Luigi Toninato, (Giosuè Gazzola), Vittorio Di Cesare, Amedeo Morandi, Silvano Mason, Fernando Fietta (economo), Gianni Masin 2° cons.)

Luigi Santin, Roberto Feller, Giuseppe Corazza

 

1980-81

curia

Guglielmo Incerti

 

Guglielmo Incerti (preposito),

Ugo Del Debbio (segretario generale)

Narciso Bastianon (economo generale)

  

1980-81

Orfeo Mason

Mansueto Janeselli

Orfeo Mason (vicario generale e rettore), Mansueto Janeselli (1° cons. e vicario) Antonio Cristelli, Riccardo Janeselli, Luigi Candiago, Alessandro Valeriani (padre spirituale), Angelo Guariento, Francesco Rizzardo, Luigi Toninato, Vittorio Di Cesare, Amedeo Morandi, Silvano Mason, Fernando Fietta (economo), Gianni Masin 2° cons.)

Luigi Santin, Roberto Feller, Giuseppe Corazza

 

1981-82

curia

Guglielmo Incerti

 

Guglielmo Incerti (preposito),

Ugo Del Debbio (segretario generale)

Narciso Bastianon (economo generale)

  

1981-82

Orfeo Mason

Mansueto Janeselli

Orfeo Mason (vicario generale e rettore della casa), Mansueto Janeselli (1° cons. e vicario) Antonio Cristelli, Riccardo Janeselli, Luigi Candiago, Alessandro Valeriani (padre spirituale), Angelo Guariento, Francesco Rizzardo, Luigi Toninato, Vittorio Di Cesare, Amedeo Morandi, Silvano Mason, Fernando Fietta (economo), Gianni Masin (2° cons.)

Luigi Santin, Roberto Feller, Giuseppe Corazza

 

1982-83

curia

Guglielmo Incerti

 

Guglielmo Incerti (preposito),

Angelo Moretti (consigliere generale)

Narciso Bastianon (economo generale)

  

1982-83

Riccardo Zardinoni

Mansueto Janeselli

Riccardo Zardinoni (rettore), Mansueto Janeselli, Antonio Cristelli, Riccardo Janeselli, Luigi Candiago, Alessandro Valeriani (padre spirituale), Angelo Guariento, Francesco Rizzardo, Ermenegildo Zanon, Luigi Toninato (2° cons.), Primo Zoppas, Vittorio Di Cesare (1° cons., vicario e prefetto delle scuole), Feliciano Ferrari, Silvano Mason, Fernando Fietta (economo), Tino Comunian

Luigi Santin, Giuseppe Corazza

 

1983-84

curia

Guglielmo Incerti

 

Guglielmo Incerti (preposito),

Angelo Moretti (consigliere generale)

Narciso Bastianon (economo generale)

  

1983-84

Riccardo Zardinoni

Mansueto Janeselli

Riccardo Zardinoni (rettore), Mansueto Janeselli (1° cons. e vicario) Antonio Cristelli, Riccardo Janeselli, Luigi Candiago,

Alessandro Valeriani (padre spirituale), Angelo Guariento,

Francesco Rizzardo, Ermenegildo Zanon, Luigi Toninato, Primo Zoppas, Vittorio Di Cesare, Amedeo Morandi, Feliciano Ferrari, Silvano Mason, Fernando Fietta (economo), Tino Comunian

Luigi Santin, Giuseppe Corazza

 

1983-84

curia

Guglielmo Incerti

 

Guglielmo Incerti (preposito),

Angelo Moretti (consigliere generale)

Narciso Bastianon (economo generale)

  

1983-84

Riccardo Zardinoni

Mansueto Janeselli

Riccardo Zardinoni (rettore), Mansueto Janeselli (1° cons. e vicario) Antonio Cristelli, Riccardo Janeselli, Luigi Candiago,

Alessandro Valeriani (padre spirituale), Angelo Guariento,

Francesco Rizzardo, Ermenegildo Zanon, Luigi Toninato, Primo Zoppas, Vittorio Di Cesare, Amedeo Morandi, Feliciano Ferrari, Silvano Mason, Fernando Fietta (economo), Tino Comunian

Luigi Santin, Giuseppe Corazza

 

1984-85

curia

Guglielmo Incerti

 

Guglielmo Incerti (preposito),

Angelo Moretti (consigliere generale)

Narciso Bastianon (economo generale)

  

1984-85

Riccardo Zardinoni

Mansueto Janeselli

Riccardo Zardinoni (rettore), Mansueto Janeselli (1° cons. e vicario) Antonio Cristelli, Riccardo Janeselli, Luigi Candiago, Alessandro Valeriani (padre spirituale), Angelo Guariento, Francesco Rizzardo, Ermenegildo Zanon, Luigi Toninato, Primo Zoppas, Vittorio Di Cesare, Amedeo Morandi, Feliciano Ferrari, Silvano Mason (che però è anche preside a Sappada), Fernando Fietta (economo), (Tino Comunian è a Mestre, ma è considerato ancora membro della comunità di Venezia)

Luigi Santin, Giuseppe Corazza

 

1985-86

curia

Guglielmo Incerti

 

Guglielmo Incerti (preposito),

Angelo Moretti (vicario generale)

Attilio Collotto (consigliere generale)

Pietro Luigi Pennacchi (consigliere generale), Narciso Bastianon (economo generale)

  

1985-86

Giuseppe Panizzolo

Mansueto Janeselli

Giuseppe Panizzolo (rettore), Mansueto Janeselli (1° cons. e vicario) Antonio Cristelli, Riccardo Janeselli, Luigi Candiago, Alessandro Valeriani (padre spirituale), Angelo Guariento,

Francesco Rizzardo, Ermenegildo Zanon, Primo Zoppas, Vittorio Di Cesare, Mario Zendron, Angelo Moretti, Feliciano Ferrari, Silvano Mason, Fernando Fietta (economo), (Tino Comunian è nella nuova scuola Cavanis a Mestre, ma è considerato ancora membro della comunità di Venezia)

Luigi Santin, Giuseppe Corazza

 

1986-87

curia

Guglielmo Incerti

 

Guglielmo Incerti (preposito),

Angelo Moretti (vicario generale)

Attilio Collotto (consigliere generale)

Pietro Luigi Pennacchi (consigliere generale), Narciso Bastianon (economo generale)

  

1986-87

Giuseppe Panizzolo

Mansueto Janeselli

Giuseppe Panizzolo (rettore), Mansueto Janeselli (1° cons. e vicario), Antonio Cristelli, Riccardo Janeselli, Luigi Candiago,

Alessandro Valeriani (padre spirituale), Angelo Guariento,

Francesco Rizzardo, Ermenegildo Zanon,

Primo Zoppas, Vittorio Di Cesare, Mario Zendron, Angelo Moretti, Feliciano Ferrari, Silvano Mason, Fernando Fietta (economo), (Tino Comunian è a Mestre, ma è considerato ancora membro della comunità di Venezia)

Luigi Santin, Giuseppe Corazza

 

1987-88

curia

Guglielmo Incerti

 

Guglielmo Incerti (preposito),

Angelo Moretti (vicario generale)

Attilio Collotto (consigliere generale)

Pietro Luigi Pennacchi (consigliere generale),

Narciso Bastianon (economo generale)

  

1987-88

Giuseppe Panizzolo

Mansueto Janeselli

Giuseppe Panizzolo (rettore), Mansueto Janeselli (1° cons. e vicario) Antonio Cristelli, Riccardo Janeselli, Luigi Candiago,

Alessandro Valeriani (padre spirituale), Angelo Guariento,

Francesco Rizzardo, Ermenegildo Zanon,

Primo Zoppas, Vittorio Di Cesare, Amedeo Morandi, Angelo Moretti, Feliciano Ferrari (2° cons.), Fernando Fietta (economo),

Luigi Santin, Giuseppe Corazza

 

1988-89

curia

Guglielmo Incerti

 

Guglielmo Incerti (preposito),Narciso Bastianon (economo generale)

Orfeo Mason, segretario generale interino, per l’anno 1988-89.

  

1988-89

Giuseppe Panizzolo

Mansueto Janeselli

Giuseppe Panizzolo (rettore), Mansueto Janeselli (1° cons. e vicario), Antonio Cristelli, Riccardo Janeselli, Luigi Candiago, Alessandro Valeriani (padre spirituale), Angelo Guariento, Francesco Rizzardo, Ermenegildo Zanon, Primo Zoppas, Orfeo Mason, Amedeo Morandi, Feliciano Ferrari (2° cons.), Emilio Gianola, Fernando Fietta (economo), Gianni Masin

Luigi Santin, Giuseppe Corazza

 

1989-90

curia

Giuseppe Leonardi

 

Giuseppe Leonardi (preposito generale), Ugo Del Debbio (segretario generale), Pietro Luigi Pennacchi (economo generale),

  

1989-90

Giuseppe Panizzolo

Mansueto Janeselli

Giuseppe Panizzolo (rettore), Mansueto Janeselli (1° cons. e vicario), Antonio Cristelli, Riccardo Janeselli, Luigi Candiago,

Alessandro Valeriani (padre spirituale), Angelo Guariento,

Francesco Rizzardo, Ermenegildo Zanon, Primo Zoppas, Orfeo Mason, Amedeo Morandi, Feliciano Ferrari (2° cons.), Emilio Gianola, Fernando Fietta (economo), Gianni Masin

(Luigi Santin defunto nel dicembre 1989), Giuseppe Corazza

 

1990-91

curia

Giuseppe Leonardi

 

Giuseppe Leonardi (preposito generale), Ugo Del Debbio (segretario generale), Pietro Luigi Pennacchi (economo generale),

  

1990-91

Giuseppe Panizzolo

Mansueto Janeselli

Giuseppe Panizzolo (rettore), Antonio Cristelli, Riccardo Janeselli, Luigi Candiago, Alessandro Valeriani (padre spirituale), Angelo Guariento, Francesco Rizzardo, Primo Zoppas, Franco Degan, Orfeo Mason, Amedeo Morandi, Feliciano Ferrari (2° cons.), Fabio Sandri, Emilio Gianola, Fernando Fietta (economo)

Giuseppe Corazza

 

1991-92

Curia

Giuseppe Leonardi

 

Giuseppe Leonardi (preposito generale), Ugo Del Debbio (segretario generale), Pietro Luigi Pennacchi (economo generale),

  

1991-92

Fabio Sandri

Antonio Cristelli

Fabio Sandri (rettore), Antonio Cristelli (1° cons, e Vicario), Riccardo Janeselli, Luigi Candiago, Alessandro Valeriani, Angelo Guariento, Francesco Rizzardo, Franco Degan, Feliciano Ferrari, Emilio Gianola, Giuseppe Francescon, Loris Fregona

Giuseppe Corazza

 

1992-93

Curia

Giuseppe Leonardi

 

Giuseppe Leonardi (preposito generale), Ugo Del Debbio (segretario generale), Pietro Luigi Pennacchi (economo generale),

  

1992-93

Fabio Sandri

Antonio Cristelli

Fabio Sandri (rettore), Antonio Cristelli (1° cons, e Vicario), Riccardo Janeselli, Alessandro Valeriani, Angelo Guariento, Francesco Rizzardo, Giuseppe Panizzolo, Giuseppe Colombara, Franco Degan, Feliciano Ferrari, Emilio Gianola, Giuseppe Francescon, Loris Fregona

Giuseppe Corazza

 

1993-94

curia

Giuseppe Leonardi

 

Giuseppe Leonardi (preposito generale), Ugo Del Debbio (segretario generale), Pietro Luigi Pennacchi (economo generale),

  

1993-94

Fabio Sandri

Antonio Cristelli

Fabio Sandri (rettore), Antonio Cristelli (1° cons, e Vicario), Riccardo Janeselli, Alessandro Valeriani, Angelo Guariento, Giuseppe Panizzolo (da fine 1993), Giuseppe Colombara, Franco Degan, Giulio Avi, Feliciano Ferrari, Emilio Gianola, Giuseppe Francescon

Giuseppe Corazza

 

1994-95

curia

Giuseppe Leonardi

 

Giuseppe Leonardi (preposito generale), Ugo Del Debbio (segretario generale), Pietro Luigi Pennacchi (economo generale),

  

1994-95

Antonio Armini

Antonio Cristelli

Antonio Armini (rettore), Antonio Cristelli (1° cons. e Vicario), Alessandro Valeriani, Angelo Guariento, Giuseppe Panizzolo, Giuseppe Colombara, Amedeo Morandi, Franco Degan, Giulio Avi, Feliciano Ferrari, Emilio Gianola, Loris Fregona

Giuseppe Corazza

 

1995-96

Curia

Giuseppe Leonardi

 

Giuseppe Leonardi (preposito generale), Ugo Del Debbio (segretario generale), Pietro Luigi Pennacchi (economo generale),

  

1995-96

Antonio Armini

 

Antonio Armini (rettore), Antonio Cristelli (1° cons, e Vicario), Alessandro Valeriani, Angelo Guariento, Giuseppe Panizzolo, Franco Degan, Feliciano Ferrari, Giuseppe Francescon, Giuseppe Leonardi, Loris Fregona

Giuseppe Corazza

 

1996-97

Curia

Pietro Fietta

 

Pietro Fietta (preposito generale), Ugo del Debbio (segretario generale), Pietro Luigi Pennacchi (economo generale)

 

Nb: solo fino allo spostamento della Curia generalizia a Roma, nel 1997.

1996-97

Antonio Armini

 

Antonio Armini (rettore), Antonio Cristelli (1° cons. e Vicario), Alessandro Valeriani, Angelo Guariento, Giuseppe Panizzolo, Franco Degan, Feliciano Ferrari, Giuseppe Francescon, Loris Fregona

Giuseppe Corazza

 

1997-98

Antonio Armini

 

Antonio Armini (rettore), Alessandro Valeriani, Angelo Guariento, (Franco Degan), Feliciano Ferrari, Giuseppe Francescon

Giuseppe Corazza

 

1998-99

Antonio Armini

 

Antonio Armini (rettore), Pietro Luigi Pennacchi (consigliere ed economo generale), Alessandro Valeriani, Angelo Guariento, Feliciano Ferrari, Giuseppe Francescon

Giuseppe Corazza

 

1999-2000

Antonio Armini

 

Natale Sossai o Antonio Armini? (rettore), Pietro Luigi Pennacchi (consigliere ed economo generale), Alessandro Valeriani, Angelo Guariento, Feliciano Ferrari, Giuseppe Francescon

Giuseppe Corazza

 

2000-1

Natale Sossai

???

Natale Sossai (Provinciale d’Italia e rettore), Pietro Luigi Pennacchi (consigliere ed economo generale), Alessandro Valeriani, Angelo Guariento, Giuseppe Colombara, Danilo Baccin (cons. ed econ. prov.), Silvano Mason, Emilio Gianola, Remo Morosin

Giuseppe Corazza

La casa di Venezia e di Chioggia sono riunite in una solo famiglia religiosa.

2001-02

Natale Sossai

???

Natale Sossai (Provinciale d’Italia e rettore), Pietro Luigi Pennacchi (consigliere ed economo generale), Alessandro Valeriani, Angelo Guariento, Giuseppe Colombara, (Danilo Baccin), Silvano Mason, Emilio Gianola, Remo Morosin

Giuseppe Corazza

P. Danilo Baccin muore il 17.11.2001

2002-03

Remo Morosin

 

Antonio Armini (Provinciale), Remo Morosin (rettore), Pietro Luigi Pennacchi (consigliere ed economo generale), Alessandro Valeriani, Angelo Guariento, Giuseppe Colombara, Silvano Mason

Giuseppe Corazza

 

2003-04

Giuseppe Leonardi

 

Antonio Armini (Provinciale), Giuseppe Leonardi (rettore e vice-prov.), Pietro Luigi Pennacchi (consigliere ed economo generale), Giuseppe Francescon (economo provinciale), Alessandro Valeriani, Angelo Guariento, Giuseppe Colombara, Emilio Gianola, Silvano Mason

Giuseppe Corazza

 

2004-05

Giuseppe Leonardi

 

Antonio Armini (Provinciale), Giuseppe Leonardi (rettore e vice-prov.), Pietro Luigi Pennacchi (consigliere ed economo generale), Giuseppe Francescon (economo provinciale), Angelo Guariento, Giuseppe Colombara, Emilio Gianola, Silvano Mason

Giuseppe Corazza

 

2005-06

Rocco Tomei

 

Rocco Tomei (rettore di Chioggia e di Venezia, residente però a Chioggia), Pietro Luigi Pennacchi (consigliere ed economo generale), Giuseppe Francescon (economo provinciale), Angelo Guariento, Giuseppe Colombara, Emilio Gianola, Silvano Mason

Giuseppe Corazza

Il 29 settembre 2005 Leonardi parte missionario per il Congo-Kinshasa, un anno prima della fine del mandato.

P. Rocco Tomei era rettore di Chioggia e Venezia, con sede a Chioggia.

2006-07

Fabio Sandri

 

Giuseppe Moni, (Superiore provinciale),

Fabio Sandri (rettore di Chioggia e di Venezia, residente a Venezia), Pietro Luigi Pennacchi (consigliere ed economo generale), Giuseppe Francescon (economo provinciale), Angelo Guariento, Giuseppe Colombara, Emilio Gianola, Silvano Mason

Giuseppe Corazza

La casa di Venezia continua a essere unita alla casa di Chioggia, però ora è il P. Fabio Sandri, di Venezia, che è rettore anche di Chioggia. In pratica la cosa non funzionerà.

2007-08

Fabio Sandri

 

Giuseppe Moni (Provinciale.

Fabio Sandri (rettore di Chioggia e di Venezia, residente a Venezia; segretario provinciale), Pietro Luigi Pennacchi (consigliere ed economo generale), Giuseppe Francescon (economo (Provinciale), Angelo Guariento, Giuseppe Colombara, Silvano Mason, (Antônio A. Vilasboas)

Giuseppe Corazza

 

2008-09

Fabio Sandri

Silvano Mason?

Giuseppe Moni (Provinciale),

Fabio Sandri (rettore e segretario provinciale), Angelo Guariento, Giuseppe Colombara, Silvano Mason, Antônio Aparecido Vilasboas (Segretario prov, e 2° cons. locale), Pietro Luigi Pennacchi (economo generale)

Giuseppe Corazza

 

2009-10

Fabio Sandri

Silvano Mason?

Giuseppe Moni (provinciale), Fabio Sandri (rettore), Angelo Guariento, Giuseppe Colombara, Silvano Mason, Remo Morosin, Antônio Aparecido Vilasboas (Segretario prov. e 2° cons. locale) Pietro Luigi Pennacchi (economo generale)

Giuseppe Corazza

 

2010-11

Fabio Sandri

???

Giuseppe Moni (provinciale), Fabio Sandri (rettore), Giuseppe Colombara, Silvano Mason, Remo Morosin, Pietro Luigi Pennacchi (economo generale)

Giuseppe Corazza

 

2011-12

Fabio Sandri

???

Giuseppe Moni (provinciale), Fabio Sandri (rettore), Giuseppe Colombara, Silvano Mason, Remo Morosin, Pietro Luigi Pennacchi (economo generale)

Giuseppe Corazza

 

2012-13

Fabio Sandri

 

Fabio Sandri (rettore), Giuseppe Colombara, Silvano Mason, Remo Morosin, Pietro Luigi Pennacchi (economo generale), João Da Cunha

Giuseppe Corazza

 

2013-14

Fabio Sandri

João Da Cunha

Pietro Luigi Pennacchi (superiore delegato), Fabio Sandri (rettore), Silvano Mason, João Da Cunha (vicario), Giuseppe Leonardi (da aprile 2014)

Giuseppe Corazza

 

2013-14

Fabio Sandri

João Da Cunha

Fabio Sandri (rettore), Silvano Mason, João Da Cunha (vicario), Giuseppe Leonardi (dall’aprile 2014)

Giuseppe Corazza

 

2014-15

Fabio Sandri

João Da Cunha

Pietro Luigi Pennacchi (superiore delegato), Fabio Sandri (rettore), Silvano Mason, João Da Cunha (vicario), Giuseppe Leonardi

Giuseppe Corazza

 

2015-16

Fabio Sandri

Giuseppe Leonardi

Pietro Luigi Pennacchi (superiore delegato), Fabio Sandri, Silvano Mason, Giuseppe Leonardi (vicario), João Da Cunha (economo)

Giuseppe Corazza

 

2016-17

Fabio Sandri

Giuseppe Leonardi

Pietro Luigi Pennacchi (superiore delegato), Fabio Sandri (rettore), Silvano Mason, Giuseppe Leonardi (vicario), João Da Cunha (economo)

Giuseppe Corazza

 

2017-18

Fabio Sandri

Giuseppe Leonardi

Pietro Luigi Pennacchi (superiore delegato d’Italia-Romania), Fabio Sandri (rettore), Silvano Mason, Giuseppe Leonardi (vicario), João Da Cunha (economo)

 

2018-19

Fabio Sandri

Giuseppe Leonardi

Pietro Luigi Pennacchi (superiore delegato d’Italia-Romania),

Fabio Sandri (rettore), (Silvano Mason), Giuseppe Leonardi (vicario), João Da Cunha (economo)

  

2019-2020

Fabio Sandri

Edmilson Mendes (superiore delegato d’Italia-Romania),

Fabio Sandri (direttore), Giuseppe Leonardi, Pietro Luigi Pennacchi (vice-economo generale), relig. Daniel Mossoko Mambongo

  

2020-2021

Fabio Sandri

Edmilson Mendes (superiore delegato d’Italia-Romania),

Fabio Sandri (direttore), Giuseppe Leonardi, Pietro Luigi Pennacchi (vice-economo generale), relig. Moïse Kibala Sakivuvu

  

2021-2022

Fabio Sandri

Edmilson Mendes (superiore delegato d’Italia-Romania),

Irani Luiz Tonet, Vicario generale e economo generale,

Fabio Sandri (direttore), Giuseppe Leonardi, Pietro Luigi Pennacchi (vice-economo generale), diac. Don Moïse Kibala Sakivuvu

  

7. La casa di Lendinara 1833-1896

Nel 1852, al tempo del passaggio nel governo della Congregazione da P. Anton’Angelo a P. Vittorio Frigiolini e a P. Sebastiano Casara, come si diceva, la Congregazione possedeva due case: a Venezia (la casa madre) e a Lendinara. 

Sin qui si è parlato di quella di Venezia. Si presenterà adesso un sunto della storia della casa di Lendinara dal 1834 al 1852, della quale si dispone già di un cospicuo numero di dati pubblicati, e poi si svilupperà in maniera più ampia la sua storia successiva sino al suo abbandono definitivo nel 1896. Questo periodo relativo alla storia di questa casa era ancora quasi sconosciuto e comunque inedito.

Box: gli archivi e il diario della casa di Lendinara

L’archivio della casa di Lendinara è stato a suo tempo versato ed è conservato nell’archivio storico della Congregazione, nella casa madre di Venezia, in sigla AICV, nell’armadio 6, scaffale 3, buste Lendinara 1-4, nel settore «Scuole di Carità di Lendinara (fondo)». Questo archivio è estremamente interessante sia per quanto riguarda Lendinara che per la mole di dati attinenti alla storia della Congregazione e spesso per la storia della città di Lendinara e del Polesine. Eppure, nell’insieme, trattandosi di un archivio relativo a 62 anni di vita (1834-1896), quello di questa casa è piuttosto modesto, soprattutto per quanto riguarda l’attività delle scuole; si riscontrerà che anche il diario della casa è sempre troppo breve e laconico e troppo spesso presenta sensibili lacune e vuoti riguardanti parecchi anni.

I quattro faldoni dell’archivio sono organizzati in questo modo:

Faldone 1: lettere antecedenti all’apertura della casa nell’anno1834.

Faldone 2 documenti amministrativi e fondiari: contratti, acquisti, vendite, finanze.

Faldone 3: acquisti, spese, convenzioni giudiziarie, citazioni e sentenze.

Faldone 4: diario della casa, atti della Congregazione mariana, scuole, atti diocesani, rescritti e altri documenti pontifici (della Santa Sede) e della diocesi di Adria.

Il titolo completo del diario della casa Cavanis di Lendinara è: Memorie per servire alla Storia dell’Istituto delle Scuole di Carità in Lendinara. In questa sede lo si nomina per ragioni di semplificazione Diario di Lendinara, abbreviato DL.

Il nome del diario lo si trova in alto nella prima pagina del quaderno, seguito dall’acronimo e dall’anno di inizio: «LDM – 1833 » (Laus Deo et Mariae), invece dell’acronimo da noi più frequente, JMJ o IMI (Jesus Maria Joseph). Il titolo del quaderno, l’acronimo e la data sono stati scritti da P. Marcantonio, che lo iniziò lasciando poi il quaderno delle Memorie della casa alla redazione di P. Matteo Voltolini, primo pro-rettore e poi rettore, e poi di altri rettori.

Il diario in sé si conclude il 3 Novembre 1887. Poi ci sono dei fogli annessi separati che sono attinenti ai periodi 1889- 21 maggio 1894. Non c’è traccia dell’ultimo periodo della casa e nel diario non si fa neanche menzione della data e della ragione della chiusura, benché ci fossero ancora numerosi fogli bianchi nel quaderno originale preparato da P. Marco nel 1833 (o più probabilmente nel 1834).

7.1 La casa di Lendinara dal 1833 al 1866

Lendinara è una cittadina che si trova attualmente in provincia di Rovigo, regione del Veneto, per essere più precisi nel Polesine, la pianura del basso Po; 69 km a sud-est di Venezia e 15 km ad est di Rovigo.

La sua storia antica si perde nella notte dei secoli: la leggenda, assai poco probabile, dice che sia stata fondata da Antenore, uno dei fuggitivi da Troia. Nel secolo XII apparteneva al dominio veronese, e, dopo un breve periodo di indipendenza dal 1259 al 1275, passò successivamente sotto la dominazione degli Estensi, poi dei Carraresi, poi ancora degli Estensi. Nel 1485 Lendinara si diede spontaneamente alla Repubblica di Venezia, che la resse poi fino alla sua caduta (1797) per mezzo di un patrizio Veneto, che aveva il titolo di Podestà.

La città dunque apparteneva alla Repubblica di Venezia quando i fondatori erano giovani e dopo la città seguì la stessa sorte della Serenissima con le varie dominazioni francesi e austriache. Apparterrà alla fine al Regno d’Italia (e più tardi alla Repubblica italiana), come Venezia e tutto il Veneto, dopo il 1866.

Si tratta oggi di una cittadina di circa 12.000 abitanti, e ai tempi di P. Casara ne contava circa 9.000; Lendinara ha una certa importanza storica (soprattutto per gli avvenimenti del Risorgimento), artistica e culturale. Dato che è situata ai bordi di un canale un tempo navigabile, l’Adigetto, Lendinara aveva un porto fluviale di una certa importanza perché il canale permetteva ai battelli mercantili di passare dall’ Adige a molte città della regione e fino al mare Adriatico. L’industria locale era quella del legno e del cuoio sia ai tempi dei fondatori che oggigiorno. Il XVIII secolo fu il secolo d’oro della città da un punto di vista artistico-culturale: era chiamata, senza dubbio con qualche esagerazione, «l’Atene del Polesine».

Vale la pena di riportare qui la pagina 6 e parte della pagina 7 (di sette) del saggio “Cenni storici sulla città di Lendinara”, perché queste pagine, che trattano del periodo compreso tra il fine del ‘700 e il 1887, corrispondono molto bene all’epoca della vita dei Fondatori e della comunità lendinarese Cavanis.

“Verso la fine del Settecento Lendinara visse un periodo di grande rinnovamento. Molti edifici privati vennero eretti o ricostruiti. Le chiese di S. Biagio e della Madonna, restituite al clero regolare, subirono radicali trasformazioni e pregiati artisti le decorarono. Si acciottolarono le strade del paese e si lastricarono i marciapiedi. La caduta della Repubblica di Venezia e la venuta dei francesi (1797) non furono accolte in Lendinara come avvenimenti sconvolgenti. «Venezia terminò… » dirà il Boraso, come si trattasse di un avvenimento di un altro mondo — «dopo tanti anni che sono padrona, non più padrona, ma serva! ». I lendinaresi, anche nobili, che pur avevano servito la Repubblica, si adattarono presto al nuovo corso come il Conti, come Pietro Perolari Malmignati e tanti altri che trovarono miglior riconoscimento del loro valore in un ambiente che rapidamente evolveva dando agio alla fantasia e all’iniziativa di raggiungere traguardi prima impensabili. 

Mentre le vecchie famiglie lendinaresi riprendevano slancio (i Malmignati, i Petrobelli, i Cattaneo, i Mario, i Perolari) se ne aggiunsero presto di nuove che acquistarono terreni e notorietà nel paese come i Marchiori, i Milani, i Lorenzoni, i Ballarin, i Pavanello. Si venne così formando una nuova classe di proprietari che appartenevano alla borghesia: erano professionisti, commercianti (anche ebrei) generalmente immigrati. 

Tramite loro si operarono il frazionamento della proprietà terriera, e conseguentemente lo sviluppo dell’agricoltura e una attiva partecipazione alla vita pubblica. I francesi portarono in Lendinara l’amore per la musica e per gli spettacoli. Nel 1812 si inaugurò, sul corpo dell’antico granarone, il Teatro Ballarin, per molto tempo istituzione di risalto della vita cittadina.

Nel 1813 i francesi, ritirandosi dalla Russia, raggiunsero l’Adige e il 7 dicembre parte delle armate transalpine, sotto il comando del generale Marconiet, si concentrò in Lendinara e vi si fortificò. Il giorno dopo i francesi andarono ad attaccare l’armata austriaca a Boara, in destra e sinistra dell’Adige nel punto che guardava la strada postale di Rovigo. Impegnata battaglia, furono sconfitti e rientrarono in Lendinara; indi si ritirarono al ponte di Castagnaro, abbandonando il Polesine. 

Il generale austriaco Co. di Staremberg portò il suo quartier generale in Lendinara il 15 dicembre; iniziava così il governo del Regno Lombardo-Veneto e il 12 novembre 1816 il conte Pietro di Goess, governatore, venne a visitare la città. Vi furono illuminazioni, teatro, fuochi d’artificio, raccolte poetiche. Al paese venne confermato il titolo di Città. Con il governo austriaco le scuole elementari vennero regolate con provvedimento 7 dicembre 1818 e decreto del 1830.

Nel 1834, favorita da Francesco Marchiori, venne fondata in Lendinara la scuola dei Padri Cavanis che comprendeva, oltre alle elementari, il ginnasio. Da tale scuola, oltre al patriota Alberto Mario, uscirono molti giovani lendinaresi che nell’800, continuando gli studi, formarono un vasto corpo di ingegneri, avvocati, professionisti che innalzarono nel Polesine la considerazione di Lendinara. 

La scuola dei Cavanis fu soppressa nel 1866. Fu questo del LombardoVeneto un periodo di buona amministrazione. Le cariche erano in genere affidate a maggiorenti locali e si poteva accedere all’amministrazione giudiziaria. Vi furono anche iniziative di sviluppo economico. È suggestivamente descritta, nelle rime del Perolan-Malmignati, la filanda di Girolamo Ballarin. 

Attività sempre prospera in Lendinara fu la lavorazione artistica del legno, si può dire ininterrotta dal tempo dei Canozi fino al Novecento. Notevoli in modo particolare furono i lavori di Giovanni Ponzilacqua, dei fratelli Voltolini. Interessante anche l’arte della stampa esercitata dal Balena (1695), poi dalla Stamperia della Fenice, della Fenice Risorta, dai Michelini e dai Buffetti.

L’agricoltura intanto evolveva. Migliorò la conduzione dei terreni, fu introdotta la coltivazione della canapa e intensi lavori dei consorzi di bonifica migliorarono la produttività. Si lamentavano pero i difetti di un troppo rigido accentramento che imponeva spesso, anche in questioni di poco conto, il ricorso a Vienna. Molti sentivano di aver perduto la maggiore libertà goduta al tempo dei francesi. Le cospirazioni carbonare di Fratta, duramente represse, avevano lasciato nelle coscienze aspirazioni di libertà.

La prima e la seconda guerra d’indipendenza svegliarono ancor più gli spiriti e molti furono i lendinaresi che passarono il Po per unirsi alle truppe piemontesi e alle camicie rosse di Garibaldi seguendo l’esempio di Alberto Mario. Fino alla liberazione del Veneto le due correnti, quella appunto del Mario e quella di destra (che vide come esponenti locali i membri della famiglia Marchiori) trovarono agio di convivere e procedere insieme per la causa risorgimentale. 

Liberato il Veneto, fu primo sindaco Domenico Marchiori. Nel 1869 il comune di Saguedo, a richiesta dei suoi abitanti, fu unito a Lendinara. Importanti lavori edilizi furono compiuti durante e dopo l’apertura della ferrovia Rovigo-Legnago (1876). Fu ricostruito il ponte di Piazza (1889) e edificato il nuovo cimitero. 

A un rapido progresso economico si opposero alcuni grossi ostacoli: la pellagra, male comune a tutta la provincia, l’ignoranza dei contadini, le conseguenze della rotta dell’Adige (1882), l’emigrazione, gli scioperi agricoli. Non mancarono però valenti agricoltori tra i quali il dottor Giuseppe Petrobelli, scrittore di cose agricole. A Lendinara nacque nel 1867 la Società Operaia di Mutuo Soccorso e nel 1869 il primo Comizio Agrario d’Italia.

La Società di Mutuo Soccorso, oltre all’assistenza ai soci, promosse la costruzione di case operaie, la costituzione di cooperative di credito, di consumo, di produzione, e l’attivazione di scuole serali e festive. Fondò una biblioteca circolante e collaborò con Jessie White Mario all’inchiesta nazionale di Agostino Bertani sulle condizioni dei lavoratori del suolo.

Anima di queste istituzioni furono Dante Marchiori ed Eugenio Petrobelli ai quali si deve l’istituzione a Molinella di cucine popolari per la lotta contro la pellagra e numerose iniziative agricolo-industriali che posero Lendinara alla testa della provincia. Lendinaresi di rilievo in questo periodo furono Giuseppe Marchiori e Adolfo Rossi. Il Marchiori, che fu presidente del Consiglio Provinciale, promosse l’istituzione a Rovigo della Cattedra Ambulante di Agricoltura. Questo movimento preparatorio sfociò, agli inizi del corrente secolo, in ealizzazioni industriali di notevole importanza. Nel 1889 fu costruito lo zuccherificio…”

Lendinara è sede di un santuario mariano di forte devozione locale, la chiesa della Madonna del Pilastrello, di varie chiese e antichi conventi.

La storia di Lendinara, dal punto di vista dell’Istituto Cavanis, cominciò così: il 28 aprile 1833, festa patronale di S. Giuseppe, arrivò in Istituto un signore allora sconosciuto, un certo Francesco Marchiori, che si presentò come incaricato da un «benefattore occulto» d’offrire e domandare ai fratelli Cavanis di aprire una casa religiosa e una scuola a Lendinara. Il benefattore offriva l’edificio e il capitale.

L’idea di fondare una seconda casa era molto interessante anche perché non si poteva pensare di far riconoscere l’Istituto dalla S. Sede con una casa soltanto e l’occasione sembrava buona perché si trovava un “fondatore” che concretamente avrebbe reso possibile realizzare questo sogno.

Sfortunatamente le trattative furono lunghe e difficili e si arrivò a firmare il contratto solo il 15 Dicembre 1833, ma si dovette aspettare la fine di Febbraio del 1834 perché Marchiori accettasse di versare legalmente il capitale promesso. Le trattative si articolarono in 86 lettere, di cui una quarantina da parte dei fondatori e numerosi viaggi a Lendinara!

Si capì solo in seguito che il signor Marchiori era lui stesso il benefattore e che era sì un uomo di buone intenzioni, ma dal carattere estremamente difficile e tanto complesso che avrebbe reso felice uno psicanalista. La Positio lo considera a ragion veduta «incostante, indeciso, capzioso».

Successivamente arrivò a minacciare i padri di perseguirli legalmente per non aver rispettato gli accordi presi (1837); diede loro una quantità di problemi e di delusioni anche dopo la morte.

L’apertura di questa casa fu utile all’Istituto e ad un gran numero di bambini poveri, ma essa fu solo l’inizio di un rapporto difficile e sofferto con il suo benefattore. Si aggiunse anche una situazione locale progressivamente sempre più difficile a causa non solo di Marchiori, ma anche della situazione politica e di qualche nemico di cui si farà cenno in seguito.

Finalmente il 3 marzo 1834, ad un anno dalla prima visita del signor Marchiori a Venezia, la piccola comunità prese vita. I due padri fondatori accompagnarono P. Matteo Voltolini con i due seminaristi Angelo Miani e Francesco Minozzi che sarebbero stati i membri della nuova comunità di Lendinara, e anche tre “aspiranti” che dovevano continuare gli studi: i futuri padri Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col e inoltre il giovane aspirante Odorico Parissenti. Il 6 marzo si aprì la casa religiosa e il 2 aprile la scuola.

Ad eccezione dei rapporti quasi sempre sgradevoli con il signor Marchiori, l’ambiente nella cittadina e dintorni era molto gradevole: la gente del posto, il clero e il vescovo d’Adria furono molto cordiali e generosi con la nostra comunità.

La scuola, naturalmente gratuita, essendo Cavanis, per il momento era il ginnasio; le elementari Cavanis non esistevano ancora a Lendinara nel 1841, e furono fondate e avviate dall’Istituto il 15 novembre 1850, 17 anni dopo l’inizio dell’opera Cavanis; eppure ebbero poca fortuna perché vennero chiuse nel 1857 a causa della mancanza di allievi. Del resto già nel 1840, il signor Francesco aveva scritto ai padri fondatori che era inutile aprire una scuola elementare a Lendinara, dato che la cittadina ne aveva già a sufficienza.

Abbiamo dei dati sul numero di allievi del ginnasio, tutte le classi assieme: nel 1834-35, 143 allievi, di cui 9 non erano di Lendinara; nel 1835-36, lo stesso; nel 1836-37 149 allievi, di cui 24 abitavano fuori Lendinara. Si potranno trovare dei dati sugli anni successivi cercando negli armadi dell’AICV che contiene i registri degli alunni sia della casa di Venezia che di quella di Lendinara.

La casa Cavanis e le scuole si trovavano in questo primo periodo nel territorio della parrocchia di S. Sofia nel centro cittadino. Non si conosce tutt’ora l’indirizzo esatto di questa prima casa.

La chiesa di S. Sofia è chiamata il Duomo di Lendinara, e ne è la parrocchia principale; la chiesa attuale risale al XVIII-XIX secolo. Il campanile alto 101 metri, è uno dei campanili più alti d’Italia. L’altezza fu voluta, con ogni probabilità, ad essere un po’ maligni, per arrivare, per un metro in più, ad avere un campanile più alto di quello di S. Marco a Venezia, il quale, contanto anche l’angelo dorato della sommità, arriva a 100 metri.

La comunità Cavanis abitò lì e lì si creò la scuola nel territorio di questa parrocchia sino al 1870; dopo l’episodio doloroso della soppressione degli istituti religiosi e della confisca dei loro beni, l’Istituto dovette trovare una residenza provvisoria e in seguito (1874) comprò una nuova sede nei pressi della chiesa allora arcipretale di S. Biagio. Questa chiesa è neoclassica di stile palladiano ma risale al XIX secolo. Si trova al margine dell’Adigetto.

La cappella di S. Maria Nova di cui si parla si trova in un quartiere a nord della città.

È interessante che il fascicolo 9 della busta Lendinara 1 contiene due progetti della casa e della scuola di Lendinara, cosi come lunghi elenchi del mobilio e degli utensili da cucina, del refettorio, dei dormitori, della scuola, e così via.

Nell’ottobre 1837 troviamo a Lendinara i padri Giovanni Battista Traiber e Giuseppe Marchiori P. Matteo Voltolini, rettore e il chierico Alessandro Scarella e ancora il fratello laico Pietro Rossi, quest’ultimo fino a giugno. Il fratello sarà poi sostituito in cucina come cuoco da un giovane «aspirante» durante qualche mese, e più tardi dal fratello Giovanni Dall’Agnola.

Nel momento dell’erezione canonica dell’Istituto celebrata a Venezia, nell’oratorio della sede dell’Istituto, il 16 luglio1838, i membri della comunità di Lendinara non avevano potuto partecipare, ma non si sa perché, ma avevano ricevuto una lunga lettera di P. Giuseppe Marchiori e un’altra di P. Marco con una descrizione molto dettagliata dell’evento.

Andarono a Venezia per la vestizione e per la professione l’ottobre seguente; il 4 Ottobre in effetti, durante le vacanze autunnali, i tre padri Pietro Spernich, Matteo Voltolini e Giovanni Battista Traiber e il fratello Giovanni Dall’Agnola indossarono l’abito (caratteristicamente, per una triste ma comune abitudine del tempo, i preti vestirono l’abito di mattina e il fratello di pomeriggio, separatamente), e il 29 Ottobre i tre preti emisero la loro professione religiosa. Tutte le celebrazioni si svolsero nell’ oratorio delle scuole di Venezia a palazzo Da Mosto.

Nel dicembre 1838 i padri Piero Spernich, Matteo Voltolini e Giovanni Battista Traiber appartengono ancora alla comunità di Lendinara, inoltre c’erano almeno due seminaristi che avevano fatto la loro vestizione, Giuseppe Da Col e Guglielmo Gnoato (che uscirà successivamente) e il fratello laico Giovanni Dall’Agnola.

Da diverse lettere di P. Marco e di P. Voltolini, rettore di Lendinara, si apprende che oltre ai religiosi residenti, membri della comunità locale, dei seminaristi Cavanis «transmigravano» di frequente da Venezia a Lendinara e viceversa, per ragioni varie: per aiutare i confratelli, per le vacanze, per curarsi la salute cagionevole. Anche qualche padre «trasmigrava» a Lendinara, come fece P. Giovanni Paoli nel settembre 1839, per riposare e recuperare la salute. Difficile da comprendere come ci si potesse rigenerare trovando un ambiente adatto nel Polesine, che è una pianura bassa, umida e calda durante l’estate, fredda e pure umida e nebbiosa d’inverno; ma era l’abitudine di quei tempi; non si andava in spiaggia o in montagna come si fa adesso! Anche i nobili e i ricchi costruivano le loro ville sontuose per le loro vacanze sulla riviera del Brenta o altrove, ma in pianura.

Si sperava che anche la casa di Lendinara, che era stata aperta già da quattro anni nel 1838, fosse presto eretta canonicamente dal vescovo d’Adria; una richiesta in tal senso (di cui abbiamo la minuta di P. Marco) era stata avanzata al vescovo d’Adria mons. Antonio Maria Calcagno il 18 ottobre 1837 dalla deputazione del consiglio comunale di Lendinara e un’altra sarebbe stata inviata da P. Marco al vescovo Calcagno il 6 luglio 1839; ma a causa di diverse difficoltà la casa fu eretta canonicamente solo il 6 ottobre 1860, dal successore mons. Camillo Benzon.

In molte lettere del 1838 si parla dell’acquisto di un podere nei dintorni di Lendinara, lo si farà con parecchio ritardo nel mese di Settembre di quell’anno.

Il 7 Ottobre 1839 i fondatori accettano con gratitudine la proposta del consiglio comunale (Deputazione) di Lendinara di ricevere in dono la chiesa di S. Anna con l’unico vincolo di officiare le messe corrispondenti ai legati locali.

P. Marco, d’altra parte, deve rispondere a P. Paoli, il 10 ottobre 1839, che la Congregazione non ha “operai” a sufficienza per accettare la proposta di nuova fondazione a Badia (Polesine). In questa corrispondenza con P. Paoli, frequente nei mesi autunnali del 1839, si parla anche della grave malattia del seminarista Giuseppe Magosso, che vivrà comunque in Congregazione fino al 1842.

Il 20 ottobre 1839, P. Antonio forma le due comunità di Venezia e di Lendinara in previsione del nuovo anno scolastico 1839-1840, scrivendo a P. Paoli a Lendinara:

  • a Lendinara resteranno o andranno i padri Paoli (rettore o più probabilmente direttore della scuola), Spernich («gestore della casa») e Traiber, con il seminarista Giuseppe Magosso e forse almeno un fratello laico;

  • a Venezia torneranno da Lendinara P. Marchiori e i chierici Giuseppe Da Col, Guglielmo Gnoato e Giovanni Francesco Mihator.

  • Sembra che P. Matteo Voltolini, molto affaticato, venga richiamato a Venezia e sostituito nella direzione delle scuole da P. Paoli, ma tutto ciò non è chiaro, né nella lettera di P. Antonio del 20 ottobre 1839, ne nel testo corrispondente di P. Zanon.

  • P. Antonio raccomanda a P. Paoli di mantenere ben aggiornati il libro amministrativo e il diario delle Memorie della casa.

Il 17 novembre 1839 una lettera di P. Marco, scritta anche a nome di P. Antonio, ci presenta un avvenimento doloroso che farà soffrire molto la comunità di Lendinara e finirà per distruggerla. La lettera, dai toni piuttosto duri, critica P. Pietro Spernich, come rettore della casa, o direttore della scuola, per aver accettato e iscritto nella nostra scuola, ingenuamente (e/o per eccesso di bontà di cuore) un ragazzo di 14 anni, chiamato Alberto Mario, già debosciato, come lo chiama P. Marco nella sua lettera: «troppo corrotto e troppo legato al …». Si trattava di un ragazzo che diventerà in seguito un personaggio noto anche fuori di questa storia dei Cavanis: Alberto Mario, che diventerà un politico del Risorgimento e uno scrittore anticlericale, abbastanza conosciuto negli ambienti politici e letterari italiani e che causerà molti problemi e sofferenze alla comunità Cavanis di questa città.

Nonostante l’antipatia verso i preti in generale e i Cavanis in particolare, Alberto conservava tuttavia anche più tardi una grande stima per P. Pietro Spernich. Ma, per il momento, P. Marco gli ordina di annullare la sua iscrizione scolastica al Cavanis e di dimetterlo. Durante i loro viaggi a Lendinara, i fondatori l’avevano forse conosciuto personalmente o avevano sentito parlare di questo ragazzo e/o della famiglia e delle persone e dell’ambiente che frequentava.

Una seconda lettera, questa di P. Antonio datata 21 novembre 1839, mostra un cambio di scena: il padre d’Alberto Mario, già espulso dalle scuole Cavanis, era andato a Venezia per implorare i Cavanis di riammetterlo: un viaggio del genere all’epoca non lo facevano tutti e ciò implicava grande stima dell’Istituto e un gran desiderio che il ragazzo continuasse a frequentarlo; si ha anche l’impressione che l’essere esclusi da quella scuola a Lendinara, venisse visto come una sorta di “scomunica” a livello sociale.

P. Antonio aveva accettato di riammetterlo a scuola con un periodo di prova e solo se mostrava segni veritieri di resipiscenza. Non avrebbe avuto altre possibilità. Una lettera di P. Marco del 30 novembre 1839 fa pensare che all’inizio il giovane si comportasse bene e facesse ben sperare. Della nostra Congregazione si troveranno delle notizie a riguardo solo più avanti, dopo il 1866 e ancora dopo il 1869.

Nel 1840 continuano le difficoltà con il signor Francesco Marchiori, che viene chiamato ancora a questa data «l’intermediario» nel diario della casa di Lendinara: non paga i contributi che deve e si lamenta dei padri.

Ci sono diverse lettere di quest’anno in cui i padri fondatori lamentano gli scarsi risultati scolastici e un comportamento poco consono di alcuni bambini e giovani durante quest’anno nelle scuole di Lendinara, e ne confortano la comunità locale. In generale fu un anno difficile. Fra l’altro P. Spernich si era ammalato più volte così come il P. Paoli. Da una lettera inviata da P. Marco a Lendinara, si conosce la nuova e grave malattia mentale di un Paolo Cavanis, parente dei venerabili fratelli.

P. Marco, durante una visita a questa casa riceve la visita di quattro preti diocesani di Villafranca (Verona), che gli chiedono di aprire una nuova fondazione nella loro cittadina. Il padre dovette naturalmente rifiutare in mancanza di personale, ma volle almeno visitare Villafranca ed esaminare personalmente la situazione con un duro viaggio e una «consolazione dolorosa».

Il diario della casa ci informa che a questa data l’Istituto di Lendinara non aveva ancora una chiesa o una cappella propria per l’ oratorio e per le messe degli alunni; a questo fine si andava in un primo tempo nella cappella di S. Maria Nova; poi all’Oratorio «della Costata»; poi di nuovo a S. Maria Nova, perché l’altro oratorio era cosi vetusto e periclitante che risultava “indecente e pericoloso”.

Si stava costruendo nel frattempo una nuova chiesa della comunità Cavanis. La comunità aveva sin dall’inizio adattato una stanza per disporre di una cappella sufficiente per contenere la comunità e dei piccoli gruppi di ragazzi, ma non la scolaresca intera; questa cappella era molto povera e spoglia . P. Matteo Voltolini, primo rettore della casa di Lendinara, aveva iniziato la costruzione della nuova chiesa sul progetto dell’architetto veneziano, caro amico dei padri fondatori e dell’Istituto, Francesco Astori. Il 14 giugno 1840 il provicario generale della diocesi d’Adria la benedice. Il 6 Luglio successivo, il vescovo promulgò il decreto di erezione per la nuova chiesa.

A fianco alla chiesa si costruì anche il campanile con due campane, la più grande chiamata Maria, la piccola col nome di S. Giuseppe Calasanzio. Le campane suonarono la prima volta l’ 11 giugno 1840; prima la comunità aveva solo una piccola campana ricevuta in prestito dalla parrocchia di S. Sofia.

Un momento di tristezza, in questo periodo, fu dovuto alla morte, giudicata santa, del primo allievo della scuola Cavanis lendinarense, che venne a morire il 21 giugno, tale Alessandro Bellinazzi della cittadina di Sagredo; e il 14 agosto alla morte dell’arciprete parroco di S. Sofia, don Matteo Marinelli, che aveva accolto con tanto affetto e disponibilità l’Istituto sin dal suo arrivo a Lendinara nella sua parrocchia. A settembre arrivò l’autorizzazione del governo di Vienna per aprire a Lendinara la casa filiale, che di fatto aveva aperto i battenti già sei anni prima. La notizia arriva alle autorità locali il 31 ottobre seguente.

Dopo il 31 ottobre 1840, la grafia nella redazione del diario cambia. Il preposito P. Anton’Angelo nominò rettore della casa P. Giovanni Battista Traiber”. Questa scrittura quindi probabilmente è la sua.

1841 – 42
Il diario della comunità all’inizio del 1843 comincia dicendo che non ci sono stati eventi degni di nota nei due anni precedenti! Ciò è tipico di P. Traiber, che non amava la compilazione dei Diari: si veda più chiaramente questa caratteristica della persona, più tardi, durante i suoi tre anni di mandato da preposito generale nel Diario della Congregazione.

1843
Ancora una volta all’inizio di quest’anno P. Marco sottopone al vescovo d’Adria la lista della comunità: essa è costituita dai padri Traiber, Spernich e Marchiori. Si trova la lista della nuova comunità, senza data, immediatamente dopo la nota suddetta sui due anni precedenti. La scrittura appartiene forse a P. Marchiori. Durante quest’anno si apre, nella nuova chiesa, una cappella laterale e la chiesa è dedicata a S. Giuseppe Calasanzio: è il titolare e il patrono.

Il 2 agosto 1843 è interessante la notizia che il nuovo vescovo d’Adria, mons. Squarcina, a nome anche della delegazione provinciale (civile) di Rovigo, chiede ai padri di Lendinara di assumersi anche la cura di educare i bambini sordomuti. P. Marco con il fratello risponde dispiaciuto e gentilmente comunica che non potevano accettare questo compito che richiedeva una specializzazione; propongono quindi di rivolgersi alla Compagnia di Maria per l’Educazione dei Sordomuti e allora a don Maestrelli, successore del fondatore dell’Istituto don Antonio Provolo a Verona. Il nuovo vescovo farà la sua prima visita canonica il 13 Settembre dello stesso anno (1843), disposto a celebrare la dedicazione della chiesa dell’Istituto (fin qui solo benedetta). P. Marco viene da Venezia e vi partecipa; chiede al vescovo di aiutare l’Istituto a comporre i litigi con il Marchiori, il benefattore/intermediario.

Mancano gli anni 1844-46 dal diario di Lendinara

1847
La prima e unica notizia di quest’anno è al 2 Giugno, e si tratta della morte di un allievo molto buono e virtuoso, un certo Paolo Cappellini. Si parla anche delle due messe funebri, celebrate la prima a S. Sofia, la seconda nella chiesa di S. Giuseppe Calasanzio.

1848
Un anno vuoto nel diario. Si sa da un’ altra fonte che la prima Guerra d’Indipendenza italiana (1848-49) ha interessato anche, marginalmente, la cittadina di Lendinara e la comunità Cavanis: P. Giuseppe Marchiori il 22 marzo 1848, scrisse con gioia, ma con altrettanto stupore e preoccupazione, a P. Marco per avere dei consigli e delle disposizioni dato che aveva saputo dell’inizio della rivoluzione scoppiata a Venezia contro l’impero (17 marzo), dei primi bagni di sangue della guerra, del fatto che a Lendinara tutti, compresi gli allievi dell’Istituto, indossavano la coccarda tricolore. Ricevette risposta il giorno successivo, il 23 marzo: P. Marco scrisse a nome di suo fratello che stessero tranquilli, che anche i religiosi potevano mettere la coccarda e suggeriscono che gli allievi siano radunati a scuola o in altro luogo, fuori dai pericoli e dalla dissolutezza. Un’altra lettera foriera di notizie e di buon senso fu inviata da P. Marco a P. Spernich a Lendinara il 3 aprile 1848.

1849: C’è un cambio di redazione del giornale. Siamo ancora in guerra, ma non si ritrova nulla in questo diario spesso muto. Nel mese di marzo viene registrata la costruzione della sagrestia nella chiesa dell’Istituto; è nell’autunno di quest’anno che ebbe luogo il peggior dissidio con il signor Marchiori. Questo signore aveva in realtà (abusivamente) depositato il suo raccolto nel granaio dell’Istituto, che oramai apparteneva alla Congregazione. Dei ladri armati entrarono in casa di notte per rubare il grano, provocando dei danni e mettendo in pericolo fisicamente ed economicamente i religiosi residenti. Marchiori si rifiutò di sgomberare il granaio a tal punto che i padri residenti, Traiber e Marchiori, lasciarono la città e l’Istituto, se ne andarono a Venezia e ci restarono; i fondatori decisero di resistere e non vollero più farli tornare a Lendinara finché Marchiori liberasse completamente il granaio. Erano disposti a ricorrere alle vie legali se necessario. Il “benefattore” resistette a lungo e così la comunità Cavanis rientrò a Lendinara solo due o tre mesi dopo che si ottenne lo sgombero del grano dal granaio dell’Istituto. Il religioso che scriveva il diario di Lendinara riportò che il signor Marchiori «custodiva qui i suoi cereali solo per introdursi in casa nostra e per costringerci a cedere alle sue pretese».

Il diario, in data 25 Dicembre, giorno di Natale, registra il decesso del sig. Francesco Marchiori. Insopportabile da vivo, era anche stato poco previdente, e quando morì non lasciò alcun testamento e allora, come annotato nel diario, la comunità e la scuola perdevano i contributi periodici d’ordinaria amministrazione, ma anche la speranza di ricevere una parte di lascito dall’eredità, cosa che tutti dentro e fuori l’Istituto si aspettavano. La comunità tuttavia partecipò di buon grado ai funerali con tutti gli insegnanti e i bambini. Una lapide di marmo fu posta in segno di gratitudine da parte dell’Istituto nella chiesa annessa alla scuola. Si continuò a celebrare la messa d’anniversario per il benefattore almeno fino al 1886, come fondatore della casa.

1850
In febbraio il diario registra che la casa non è stata ancora eretta canonicamente.

L’11 marzo, si scrive che, fatta la divisione dell’asse ereditario, in cui l’Istituto non aveva parte, dato che non c’era testamento e i beni erano stati divisi tra i familiari, secondo i termini di legge, la sorella del defunto, la Signora Maria Giuseppina Marchiori, donò all’Istituto l’edificio e il terreno di Ca’ Mussato, e poi dei campi con una casa chiamati «S. Francesco», «fino al rettilineo». Senza dubbio quello fu un grande e raro segno di generosità da parte della Signora Marchiori.

Il 2 Settembre si annota nel diario che è nato un progetto per istituire la scuola elementare; ciò vuol dire che sino ad ora l’Istituto di Lendinara aveva avuto solo il ginnasio sin dai suoi inizi, e non la scuola primaria. Il 2 Ottobre il vescovo mons. Squarcina visitò Lendinara e l’Istituto per l’occasione dell’inaugurazione ufficiale delle scuole primarie; il 20 Ottobre se ne firmò il progetto dell’istituzione. L’apertura fu il 15 novembre 1850.

1851 
Quell’anno la scrittura del diario cambia nuovamente. Il 20.11 P. Traiber, che è ancora rettore, acquista dei terreni a S. Biagio. Il 22.11 muore il vescovo d’Adria mons. Squarcina.

1852 
Il 1° Agosto le sorelle Marchiori pagano il restauro della “fabbrica” a Ca’ Mussato. Ciò vuol dire che continuavano a collaborare fin qui con l’Istituto.

Durante quell’anno memorabile, in questo strano diario, nei mesi di Luglio, Ottobre e Novembre si comunica laconicamente la nomina di P. Vittorio Frigiolini a preposito generale, poi la morte dello stesso, e poi ancora la nomina di P. Sebastiano Casara sempre come preposito: avvenimenti tanto commoventi o tragici sui quali non si tesse alcun commento. Non c’è nemmeno scritta la data esatta di queste annotazioni e degli avvenimenti che vi corrispondono.

1853: In gennaio si riceve il decreto del vicario capitolare d’Adria per conservare il santo sacramento nella chiesa. Il 24 Giugno si scrive nel diario «Ingresso nella nuova casa adattata a convento sotto la direzione di P. Giuseppe Marchiori». In Luglio la signora Maria Marchiori offre 1000 lire austriache per l’acquisto di un organo.

11 ottobre: il diario lendinarese annuncia la morte di P. Marcantonio, senza alcun commento (!). Lo chiama “il secondo fondatore”. Il 14 novembre si annuncia l’arrivo di don Giovanni Francesco Mihator. Questi era uscito dalla Congregazione, ma aveva deciso di rientrarvi e lo fece in occasione dei funerali di P. Marco, il 14 ottobre 1853. Resterà poi sempre fedele alla Congregazione sino alla morte sopravvenuto nel 1877. Il 14 novembre si celebrò a Lendinara la messa del trigesimo per padre Marco, alla presenza della municipalità e con un sermone solenne di P. Giuseppe Da Col, venuto da Venezia.

1854 
Inizio di una querela ai fratelli Marchiori, dato che “si rifiutavano di versare la loro quota pur essendo gli eredi del benefattore”. L’ 8 gennaio, vestizione dell’abate Giovanni Francesco Mihator, a Lendinara, da parte del preposito Sebastiano Casara. Il 24 agosto, “professione religiosa di Mihator per mano di P. Traiber, delegato dal preposito”. Il 21 ottobre si sostituiscono (da parte del preposito ovviamente) i padri Marchiori e Mihator con i padri Paoli e Fontana. Restano a Lendinara i padri Traiber e Spernich.

1855 
Il 21 Giugno, morte di Caterina Marchiori, che lascia alla nostra chiesa una fattoria e delle case in campagna per costituire un legato per messe e un patrimonio per il bene dell’Istituto». Il 15 Settembre i padri Paoli e Fontana furono sostituiti da padre Giuseppe Bassi, per insegnare il tedesco.

1856 
Il 17 Luglio si annota nel diario la fine del litigio con i fratelli Marchiori, con la sentenza in appello il cui risultato fu il versamento in favore dell’Istituto di 170 lire austriache (au£). Il 24 Ottobre si aggiunse padre Vincenzo Brizzi ai padri Giovanni Battista Traiber, Pietro Spernich e Giuseppe Bassi.

1857 
“Si chiude la scuola elementare data la mancanza di allievi. Si richiede e si ottiene che le due ereditiere Marchiori destinino la provvigione per le scuole elementari al ginnasio. Il 21 Ottobre P. Vincenzo Brizzi si trasferisce a Possagno per l’apertura della nuova casa. Restano a Lendinara i padri Giovanni Battista Traiber, Pietro Spernich, Giuseppe Bassi ed il fratello Francesco Avi.

1858 
12 marzo: il diario riporta e stavolta commenta un po’ (il commento è sempre della stessa persona) la morte di P. Anton’Angelo. Si celebrano i funerali a Lendinara con la presidenza del preposito P. Sebastiano Casara. Nel mese di maggio, P. Traiber, che prosegue come rettore, va a Venezia con il chierico Giovanni Fanton, malato; questi ritornerà a Lendinara, guarito e dopo aver emesso la professione religiosa a Venezia il 20 ottobre. L’ 11 dicembre il fratello laico Giovanni Battista Giacomelli arriva a Lendinara per sostituire il fratello Francesco Avi.

1859 
A luglio, le nostre scuole sono occupate (come residenza o caserma) da soldati ungheresi per tutto il mese. Non si aggiungono altri commenti nel diario, ma si tratta della seconda Guerra d’Indipendenza italiana (26 aprile 1859-12 luglio 1859), in cui il regno Sardo-Piemontese con l’appoggio dell’imperatore francese Napoleone III riesce a conquistare e liberare Milano e la Lombardia, ma Napoleone abbandona l’impresa prima che si potesse occupare il Veneto. Il distaccamento ungherese doveva essere una delle tante guarnigioni di soldati dell’impero d’Austria che erano di stanza nelle piccole città in seconda o terza linea. Il fronte era abbastanza lontano, verso Mantova. In luglio tuttavia la situazione era incandescente. Il 24 giugno i Franco-Piemontesi avevano vinto due grandi battaglie: a Solferino e a S. Martino ed erano entrati in Veneto; in ogni caso il 12 Luglio Napoleone III aveva firmato l’armistizio di Villafranca e si era ritirato.

Il diario segnala che il chierico Giovanni Fanton riceve la tonsura e i quattro ordini minori l’ 8 settembre 59; il suddiaconato il 3 marzo 60; il diaconato il 7 aprile 60; è ordinato prete il 2 giugno 60. Pare che sia rimasto nella comunità di Lendinara durante tutta la sua formazione.

1860 
Dal 23 aprile, si lavora per ottenere l’erezione canonica della casa di Lendinara, attraverso numerosi viaggi del P. preposito [Casara] a Rovigo, Adria e Lendinara. Il decreto fu pubblicato il 16 agosto e il 6 ottobre il nuovo vescovo mons. Benzon, alla presenza del preposito e delle autorità erige canonicamente la casa di Lendinara, ben 16 anni dopo la sua costituzione. Per occasione, il vescovo diede la tonsura anche ad altri tre giovani delle nostre scuole Zanchetta Antonio, Valleriani (sic) Gaspare e Cappello Ugo.

1861: All’inizio dell’anno (17 febbraio 1861) si trova nel fascicolo corrispondente degli archivi di Lendinara un foglio scritto da P. Casara, che espone le «ragioni per cui unire l’Istituto femminile all’Istituto della marchesa Canossa». Si trattava di una richiesta d’approvazione e P. Traiber rispose positivamente.

Il vescovo mons. Benzon fa una visita pastorale alla chiesa dell’Istituto a Lendinara il 13 Maggio, e poi resta nella casa della comunità con tutto il suo seguito come ospite, dal 24 agosto al 10 settembre (due settimane) per servirsene come base per la visita pastorale ai decanati o foranie di Lendinara e di Badia (Polesine). Fu un evento prestigioso per i padri, ma che forse creò anche del disagio.

Il 14 settembre cambia ancora una volta la calligrafia nel diario. Si parla del capitolo provinciale (lo si chiamava ancora impropriamente cosi) celebrato a Venezia dove P. Casara fu rieletto. Il 18 Settembre si scrive che P. Pietro Spernich, vicario della comunità di Lendinara, è nominato visitatore della casa-madre di Venezia.

1862
(nessun dato nel diario)

1863 
Il 2 Settembre il diario annota che al capitolo provinciale celebrato a Venezia è stato eletto preposito P. Giovanni Battista Traiber, che era da tempo rettore di Lendinara. Cambia ancora la grafia; la precedente era forse di P. Traiber.

Nello stesso capitolo provinciale la comunità di Lendinara è costituita così: i padri Pietro Spernich; Giuseppe Bassi come rettore; Vincenzo Brizzi, Giovanni Ghezzo [seminarista o diacono?] e i fratelli laici Pietro Rossi e Francesco Avi. Il 21 ottobre 1863 risulta aggiunto come membro effettivo della comunità anche P. Giovanni Fanton. Con sette membri, questa è la comunità più numerosa di questa casa dalla sua fondazione. Inoltre all’inizio di novembre era stato mandato da Venezia anche P. Francesco Mihator con il seminarista (futuro padre, e futuro «frondista») Giuseppe Miorelli della città di Arco [in Trentino].

1864 
A luglio P. Mihator è trasferito a Venezia. Nel mese di settembre, P. Giuseppe Bassi fu nominato rettore della casa di Possagno e fu allora sostituito da P. Vincenzo Brizzi a Lendinara. Giunsero da Venezia P. Giovanni Fanton e il chierico Luigi Piva. Il 17 dicembre fu ordinato prete P. Giovanni Ghezzo a Feltre con altri due preti nostri, P. Francesco Bolech e P. Domenico Piva. Egli celebrò la prima messa solenne il giorno di S. Stefano [26 dicembre 1864] nella nostra chiesa di S. Giuseppe Calasanzio.

1865
All’inizio dell’autunno si costituisce come è consuetudine la nuova comunità. P. Fanton assieme con il chierico Luigi Piva fu assegnato alla casa di Venezia; a Lendinara furono assegnati P. Giovanni Chiereghin con i due seminaristi Giovanni Battista Larese e un seminarista dal nome illeggibile e scarabocchiato; ma si tratta di Fiorenzo Ocner, che sarà tuttavia riorientato e rimandato a casa sua il 15 ottobre.

1866 
Il diario comincia raccontando l’inizio della Terza Guerra d’Indipendenza: « A Luglio l’armata italiana […] occupò il Polesine e dopo tutto il Veneto. Una compagnia di soldati fu smistata nelle nostre scuole e gli ufficiali mangiavano da noi utilizzando delle espressioni di amabilità verso la nostra comunità».

Dopo questa narrazione ci sono sette pagine, redatte dall’incaricato precedente, tagliate e il loro contenuto, che probabilmente non sarebbe stato considerato «politically correct» sotto il nuovo regime, cioè il Regno d’Italia, fu distrutto. Da settembre il diario continua con la bella e particolare calligrafia del seminarista Giovanni Battista Larese, che diventerà prete, membro permanente e poi rettore della comunità di Lendinara.

L’archivio conserva il quaderno originale del «Regio decreto (N° 3036) per la soppressione degli Ordini e corporazioni religiose” del 7 luglio 1866, decreto che darà inizio alla seconda parte della storia della Congregazione e inciderà in particolare sulla vita della povera casa di Lendinara.

Vi si trovano anche gli originali del decreto n°3070, firmato dal principe Eugenio di Savoia, luogotenente generale del re Vittorio Emanuele II, il 21 luglio 1866. Esso approva il regolamento in dettaglio per la soppressione, la confisca e i calcoli delle pensioni concesse ai religiosi degli istituti soppressi e privati dei loro beni.

Il regolamento prevedeva l’invio di un certo numero di questionari A) da compilare con i nomi dei religiosi e i loro dati e una quantità di documenti personali allegati; e i moduli B) e C) per le dichiarazioni dei redditi: beni, passività, crediti, debiti e altri beni delle case; un modulo D) per la dichiarazione della scelta personale alternativa per le pensioni vitalizie o per gli assegni; un modulo E) per i monaci, termine da interdersi come religiosi in genere; un modulo H) con uno schema del verbale da compilarsi nella presa di possesso. C’erano anche dei moduli F) e G). Una burocrazia terribile. Dalla lettura e interpretazione di questi moduli e questionari risulta chiaro che tutta l’attenzione di P. Casara, preposito generale, e dei rettori delle tre case si indirizzò per vari anni alla risoluzione di questo grave problema e che come conseguenza la Congregazione non ebbe margini d’azione e restò bloccata nei suoi progetti e nelle sue intenzioni anche pastorali.

A Settembre, come si vedrà più avanti, il diario di Lendinara annota che padre Giovanni Battista Traiber ha rinunciato al suo mandato di preposito, finito a Settembre, e che è stato eletto al suo posto, ancora una volta, P. Sebastiano Casara, in un capitolo provinciale ordinario ma irregolare (1 settembre 1866), a Venezia, in mancanza degli altri delegati delle due case (Lendinara e Possagno) dato l’immediato dopoguerra. Le due case invieranno il loro consenso per il cambiamento del preposito. P. Giovanni Chiereghin fu trasferito a Venezia e lascerà dunque Lendinara e P. Traiber vi farà ritorno; tuttavia, continua il diario, a dicembre andrà ancora a Venezia per ragioni di salute e da lì sarà trasferito a Possagno.

Il passaggio della città di Venezia e di tutto il Veneto dal Vice-regno del Lombardo-Veneto (di fatto una colonia austriaca) al Regno d’Italia come conseguenza della guerra del 1866 era un risultato prezioso per l’unità d’ Italia e storicamente inevitabile; molte cose tuttavia cambiarono, tra cui la situazione della modesta casa di Lendinara, come si vedrà nel secondo capitolo dedicatole (1866-1896).

Ci si ferma qui, per il momento, perché la guerra del 1866, ossia la III Guerra d’Indipendenza d’Italia, crea uno iato considerevole per la storia di questa casa di Lendinara, benché essa abbia continuato ad esistere e a operare senza interruzioni, a differenza di quella di Possagno.

Tabella: comunità di Lendinara dal 1834 al 1866

Anno scolast.

Rettore

Padri

Fratelli laici

Seminaristi

1834

Matteo Voltolini

Matteo Voltolini

Pietro Rossi,

Giovanni Dall’Agnola

Angelo Miani e Francesco Finozzi; e gli « aspiranti »

Francesco Minozzi Giuseppe Rovigo, Giuseppe Da Col, Odorico Parissenti.

1835-36

Matteo Voltolini 

Matteo Voltolini

Pietro Rossi

Giovanni Dall’Agnola

Alessandro Scarella,

Francesco Minozzi

1836-37

Matteo Voltolini 

Matteo Voltolini

Pietro Rossi

Giovanni Dall’Agnola

Giuseppe Da Col,

Giuseppe Rovigo

1837-38

Matteo Voltolini

Matteo Voltolini, G. B. Traiber, Giuseppe Marchiori

Pietro Rossi; Pietro Pezzetta

Alessandro Scarella;

Antonio Spessa;

un aspirante

1838-39

Matteo Voltolini

Pietro Spernich, Matteo Voltolini, Traiber

Pietro Rossi,

Giovanni Dall’Agnola

Giuseppe Da Col e Guglielmo Gnoato

1839-40 

Pietro Spernich 

Pietro Spernich, Giambattista Traiber, Giovanni Paoli

Giovanni Dall’Agnola e almeno un altro , cioè Pietro Pezzetta;

Un certo Domenico, probabilmente Oss

Giuseppe Magosso

1840-41

Giambattista Traiber

Giambattista Traiber, Pietro Spernich, e un certo prete Giuseppe Zambelli, aggregato all’Istituto

 

Giovanni Giovannini, per malattia e fino alla morte, nel 13.1.1841.

1841-42

Giambattista Traiber, prob.

Giambattista Traiber, Pietro Spernich, Giuseppe Marchiori

  

1842-43

Giambattista Traiber, prob.

   

1843-44

Giambattista Traiber

Giambattista Traiber, Pietro Spernich, Giuseppe Marchiori

  

1844-45

Giambattista Traiber, prob.

Giambattista Traiber, Pietro Spernich, Giuseppe Marchiori

Domenico Oss

 

1845-46

Giambattista Traiber, prob.

Giambattista Traiber, Pietro Spernich, Giuseppe Marchiori

Domenico Oss

 

1846-47

Giambattista Traiber, prob.

Giambattista Traiber, Pietro Spernich, Giuseppe Marchiori

Domenico Oss

 

1847-48

Giambattista Traiber, prob.

Giambattista Traiber, Pietro Spernich, Giuseppe Marchiori

Filippo Sartori, Domenico Oss

 

1848-49

Giambattista Traiber

Giambattista Traiber, Pietro Spernich, Giuseppe Marchiori

Filippo Sartori, Domenico Oss

 

1849-50

Giambattista Traiber, prob.

Giambattista Traiber, Pietro Spernich ?, Giuseppe Marchiori

Filippo Sartori

 

1850-51

Giambattista Traiber, prob.

Giambattista Traiber, Giuseppe Marchiori Pietro Spernich

Filippo Sartori

 

1851-52

Giambattista Traiber.

Giambattista Traiber, Giuseppe Marchiori , Pietro Spernich

Filippo Sartori

Luigi Armanini

 

1852-53

Giambattista Traiber, prob.

Giambattista Traiber ,?Giuseppe Marchiori, Pietro Spernich

Luigi Armanini?

 

1853-54

Giambattista Traiber

Giambattista Traiber, ?Giuseppe Marchiori, Pietro Spernich ?, Mihator

Luigi Armanini?

 

1854-55

Giambattista Traiber

Giambattista Traiber, Pietro Spernich, Paoli, Fontana

Luigi Armanini?

 

1855-56

Giambattista Traiber

Giambattista Traiber, Pietro Spernich, Giuseppe Bassi

Pietro Rossi, Francesco Avi

 

1856-57

Giambattista Traiber

Giambattista Traiber, Pietro Spernich, Giuseppe Bassi, Vincenzo Brizzi

Pietro Rossi, Francesco Avi

 

1857-58

Giambattista Traiber

Giambattista Traiber, Pietro Spernich, Giuseppe Bassi

Francesco Avi

Giovanni Fanton

1858-59

Giambattista Traiber

Giambattista Traiber, Pietro Spernich, Giuseppe Bassi ?

Giovanni Battista Giacomelli

Giovanni Fanton

1859-60

Giambattista Traiber

Giambattista Traiber, Pietro Spernich, Giuseppe Bassi, Giovanni Fanton (ordinato prete a giugno 1860)

  

1860-61

Giambattista Traiber

Giovanni Battista Traiber, Pietro Pietro Spernich, Giuseppe Bassi, Giovanni Fanton

Pietro Rossi

 

1861-62

Giambattista Traiber

Giovanni Battista Traiber, Pietro Pietro Spernich, Giuseppe Bassi, Giovanni Fanton

Come nel 60-61, più Angelo Facchinelli

un novizio, tale Brandolese

1862-63

Giambattista Traiber

Giambattista Traiber, Pietro Spernich

Come nel 61-62

 

1863-4

Giuseppe Bassi

Giuseppe Bassi, Pietro Spernich, Vincenzo Brizzi, Giovanni Francesco Mihator, Giovanni Fanton?

Pietro Rossi, Francesco Avi

(Facchinelli è dimesso il 14.3.1864)

Seminarista o diacono Giovanni Ghezzo, Giuseppe Miorelli

1864-65

Vincenzo Brizzi

Vincenzo Brizzi, Giovanni Francesco Mihator, Giovanni Fanton, Domenico Piva ?

 

Giuseppe Miorelli, prob.

1865-66

Vincenzo Brizzi?

(Vincenzo Brizzi, Giovanni Francesco Mihator, Giovanni Fanton, Domenico Piva?) e Giovanni Chiereghin

 

Giovanni Battista Larese, Fiorenzo Ocner, Giuseppe Miorelli, prob.

1866

Giambattista Traiber?, ma temporaneamente

  

Giovanni Battista Larese, Giuseppe Miorelli, prob.

7.2 La casa di Lendinara dal 1866 al 1896

Abbiamo interrotto la storia della seconda casa Cavanis, quella di Lendinara, con la fine della breve guerra del 1866, ossia la Terza Guerra d’Indipendenza d’Italia, perché, come si diceva, l’unione del Veneto al regno d’Italia, con la soppressione degli istituti religiosi e la confisca dei beni degli ordini e delle congregazioni, cambiò la situazione in toto. L’istituto Cavanis perse la casa, la scuola e la chiesa; ma perse anche l’atmosfera favorevole, il clima amabile e anche il luogo, ossia il quartiere centrale della cittadina, dove c’erano casa e scuola.

Il diario di Lendinara (DL) registra negli ultimi mesi del 1866, ma la data non è esatta, che arrivò “l’ordine di denunciare i mobili e gli immobili per effetto dell’esecuzione della legge di soppressione del demanio reale”.

Lo stesso giornale racconta che circa a Natale, il 22 dicembre 1866, P. Vincenzo Brizzi si ammalò gravemente e peggiorò sino a morire all’inizio del febbraio 1867; ma “P. Casara [preposito generale] gli proibì di morire perché non pensava fosse questa la volontà di Dio». In effetti, P. Vincenzo non morì, e i confratelli attribuirono questo fatto “alla grande fede di questo buon padre” (P. Casara). In questo modo viene annotato ciò che si svolse e l’interpretazione che ne diedero i confratelli nel DL, alla fine di quest’anno così duro, il 1866.

1867
La convalescenza di P. Brizzi fu lunga, partì per Venezia il 20 aprile, per rimettersi in salute, e da Venezia si recò a Possagno, da dove rientrerà a Lendinara il 21 maggio con P. Traiber: il ritorno anticipato dipende dal fatto che si temeva che il Ministero delle Finanze inviasse i suoi agenti per eseguire la soppressione. Con loro andò a Lendinara anche il chierico Luigi Piva, gravemente malato. Morirà in concetto di santità nella stessa città e comunità il 5 settembre, a 21 anni.

Il 25 maggio il chierico Giovanni Battista Larese scrive nel diario che lui stesso, chiamato a Venezia, “non è più membro di questa famiglia». Tuttavia ci ritornò più avanti (nel gennaio 1876) e diventerà a partire da questa data uno dei protagonisti della vita della casa, e un fedele compilatore del diario, dal 1866 al 1873, con la sua bella scrittura da calligrafo. Queste pagine erano state scritte da lui per ovviare a una lunga lacuna.

Il 29 novembre «Si presentò il dr. Angelini, commissario reale in qualità di incaricato del demanio statale con Marino Pelà, commissario del comune per eseguire la soppressione civile di questa famiglia. Il padre rettore dichiarò formalmente la sua opposizione a tale atto e volle che tale dichiarazione fosse inserita nel verbale di procedimento. Nella stessa dichiarazione disse che si opponeva e protestava contro questa soppressione e che se partecipava a tale sessione era solo per evitare delle cose più gravi, ma che non intendeva rinunciare ai suoi diritti come direttore della comunità religiosa e ancor meno contravvenire alle regole della Santa Chiesa che prevedono la scomunica per chiunque osi usurpare i beni ecclesiastici a prescindere dai modi utilizzati per farlo.» Ciò naturalmente non impedì ai due commissari di compiere l’espropriazione.

“La famiglia dei religiosi era composta a quel tempo [dal riferimento temporale “a quel tempo” capiamo che P. Larese scriveva questa parte del diario molto più tardi, quando rientrò a Lendinara, nel 1876, alla morte del Brizzi] da P. Vincenzo Rizzi, rettore, da P. Pietro Spernich, P. Giovanni Battista Traiber, P. Giovanni Ghezzo, fratel Pietro Rossi, e fratel Giacomo Barbaro.»

1868
Nel mese di marzo l’ispettore reale delle scuole, il signor L. Barbaro venne a visitare la scuola media e si mostrò soddisfatto sia del profitto e del progresso dei giovani sia dell’insegnamento attuato. Ma le cose stavano per cambiare e non ci sarebbe stata sempre tale cordialità. Anche l’ispettore esterno doveva cambiare, anche perché ufficialmente non c’era più la Congregazione delle Scuole di Carità: i padri erano diventati preti secolari per la società civile. Il 19 marzo con la decisione «del capitolo della famiglia di Venezia», dice il diario di Lendinara, ma più probabilmente con la decisione del preposito generale e del suo consiglio, anche se incompleto e per decreto di mons. Colli, vescovo di Adria, i religiosi di questa famiglia deposero la «pazienza » e i sacerdoti anche il bavero. 

1869
P. Francesco Bolech, trentino, fu inviato come membro in questa famiglia e P. Traiber passò a Venezia. Era stato a Lendinara quasi sin dall’inizio della casa dal 1836, fino al 1869, con l’interruzione dei tre anni 1863-66, il tempo del suo mandato come superiore generale.

1870
Si tratta dell’anno in cui l’esercito italiano, dopo un breve assedio e attraverso la breccia di porta Pia, il 20 settembre 1870 prese la città di Roma, che divenne (fortunatamente per l’Italia e per la Chiesa!) capitale d’Italia; e l’anno in cui il Papa Pio IX dovette ritirarsi in Vaticano. L’anticlericalismo in Italia, e a Lendinara, raggiungeva il suo climax; e di riflesso, ma anche per spirito poco evangelico, cresceva l’integralismo cattolico. Il 13 marzo P. Giuseppe Miorelli, che forse era stato seminarista a Lendinara negli anni precedenti, fu ordinato prete e celebrò la sua prima messa a Lendinara, nella chiesa di S. Giuseppe Calasanzio, che era evidentemente ancora in uso alla comunità, nonostante la soppressione e la confisca e nonostante la proprietà dell’edificio non fosse più dei padri. Dato che la diocesi di Adria si trovava “sede vacante” dal 30 ottobre 1868 al 27 ottobre 1871, P. Miorelli era stato ordinato a Padova il giorno prima, sabato 12 marzo 1970. Canterà una prima messa solenne poi il sabato successivo 19 marzo, forse a Venezia.

Tra giugno e luglio, la comunità Cavanis di Lendinara cominciò a recuperare i suoi beni: il 17 giugno «La signora Maria Onorata Brozzolo fece una donazione a P. Vincenzo Brizzi di tutti i diritti sui fondi della soppressa Congregazione delle Scuole di Carità». L’11 luglio “una donazione uguale la fecero il sig. Agostino Moda e i suoi figli don Giuseppe e Lucia con un contratto privato firmato a Vighizzo di Padova”. La Congregazione era soppressa e aveva perso la sua personalità giuridica; poteva accettare delle donazioni e/o comprare dei beni fondiari solo nella persona fisica dei suoi membri. Ben presto vedremo che quasi tutti i religiosi Cavanis saranno proprietari di case religiose, chiese, fattorie a titolo privato, ma in realtà come fiduciari prestanome della comunità.

Il fratello Pietro Rossi morì santamente quest’anno il 2 agosto 1870 a Lendinara, a 73 anni. Il DL commenta: «Fu il primo fratello laico che raggiunse i padri fondatori». Era dei nostri dal 1822.

L’8 agosto «Le finanze pubbliche mediante il sig: Talamini, agente delle tasse, ordinò lo sgombero degli edifici della Congregazione in 15 giorni. L’impiegato ne volle l’esecuzione il giorno successivo, che era una festa religiosa. Il rettore (P. Vincenzo Brizzi) s’oppose con fermezza. L’agente dovette allora ripartire senza alcun risultato. Il rettore inviò allora un telegramma al direttore dell’ufficio amministrativo delle imposte e dei beni pubblici mettendolo al corrente dell’accaduto ed egli ammonì gli impiegati per il loro agire violento».

L’11 agosto P. Brizzi partì per Firenze (che fungeva ancora per un po’ di tempo da capitale provvisoria d’Italia) dove visitò il ministero delle finanze per far rispettare i suoi diritti e chiedere la sospensione dell’espulsione. Riuscì ad averla ed anche ad aumentare le pensioni. L’ottenne e riuscì anche ad ottenere l’aumento delle pensioni vitalizie. Rientrò a Lendinara il 17, «felicemente, tra la gioia dei buoni e la rabbia dei tristi [cioè dei cattivi] ». La vittoria fu tuttavia effimera e breve per i nostri confratelli. Il 23, 24, 29 agosto, il diario di Lendinara racconta con vividi particolari la lotta accanita degli agenti del demanio statale appoggiati dal prefetto di Rovigo (capoluogo di provincia) e dai nemici dell’Istituto che erano adesso molto attivi nel municipio di Lendinara, contro la nostra comunità, e allo stesso tempo la resistenza altrettanto accanita del coraggioso rettore Brizzi.

Resistette in tutti i modi, dichiarando che avrebbe ceduto solo dinnanzi alla forza armata. Il commissario di polizia gli mostrò allora l’ordine del prefetto di Rovigo dichiarante che «si dovrà fare uso della forza e che si sarebbero inviati tanti carabinieri quanti ne sarebbero serviti per mettere pace in città». La resistenza andò avanti ancora per qualche giorno anche per l’intervento personale di P. Casara, Preposito, a Rovigo, ma invano. L’1° settembre 1870 si firmò l’atto di consegna dei mobili e degli immobili e la comunità se ne andò dall’istituto per dimorare provvisoriamente nella canonica della parrocchia di S. Sofia, come ospiti del vicario don Ferdinando Cappellini, che li accolse con generosità. Erano le 14 del 1 settembre. La casa dell’Istituto a S. Sofia era perduta per sempre.

Il 15 dicembre essendo stato nominato parroco e arciprete di S. Sofia don Cappellini, che prima ne era vicario, si trasferì nella canonica (che sino a quel momento era in « sede vacante »); e lasciò ai padri la sua stessa casa «domenicale», dove i padri traslocarono nuovamente.

1871
Il 13 gennaio i padri dovettero resistere a un tentativo di ispezione delle scuole che tuttavia non potevano essere sottomesse a ispezione comunale o statale trattandosi di scuole definite giuridicamente «paterne». Nel marzo 1873 seguiranno ulteriori tentativi di questo genere.

Dal 28 giugno al 9 ottobre, la comunità comprò e occupò una casa e un giardino contigui alla casa di don Cappellini e guadagnarono in questo modo più spazio per vivere e organizzare meglio le scuole (che in quel momento e nella situazione dovevano essere molto piccole). Questo blocco di case e orto era situato nella parrocchia/quartiere di S. Giuseppe.

All’inizio dell’anno scolastico il 15 ottobre, Michele Marini subentrò a P. Francesco Bolech per la cattedra di disegno.

1872: il 14 maggio morì il caro P. Pietro Spernich, «vir simplex ac timens Deum», che aveva trascorso gran parte della sua vita religiosa a Lendinara (1838-60; 1866-72).

Durante gli anni scolastici 1872-73 e 1873-74 la comunità era composta dai padri Vincenzo Brizzi, rettore; Giovanni Ghezzo; Michele Marini, Giuseppe Miorelli.

1873
L’archivio di Lendinara conserva una lettera del preposito, P. Casara, al rettore Brizzi, datata 6 aprile 1873, nella quale si lamenta della serie di critiche, calunnie e problemi provocati dai «nemici di Dio» e dell’Istituto; si dispiace che l’arciprete [di S. Sofia, don Ferdinando Cappellini] e don Luigi [Fabbri, vicario], considerati sin qui degli amici caritatevoli non abbiano reagito a questa situazione. Sente necessario uscire fuori dalla canonica, dove la comunità si era collocata dopo essere stata cacciata dalla propria sede e propone a P. Brizzi di acquistare una nuova casa per la comunità.

Il 13 aprile, in effetti, il diario commenta che ci si trova a dover restituire la casa «padronale» dell’arciprete Ferdinando Cappellini, e si cerca un nuovo edificio adeguato. Tra giugno e luglio si conclude l’acquisto di un grande edificio (e caro, £ 8.500, circa il doppio della casa acquistata a S. Giuseppe) nel territorio della parrocchia di S. Biagio, e il 19 settembre si trasloca nuovamente con la comunità e la scuola. Tale edificio è chiamato «convento di S. Biagio» in una lettera del sindaco di Lendinara alla comunità Cavanis.

L’archivio di Lendinara conserva anche una lettera del vescovo diocesano d’Adria, datata 9 agosto 1873, nella quale si dispiace delle incomprensioni e dei dissapori sorti fra P. Vincenzo (Brizzi) e l’arciprete Cappellini; la lettera sembra dar ragione ai Cavanis, ma il vescovo scrive che non saprebbe come cambiare la situazione. Dice che scrive contemporaneamente all’arciprete sperando che i padri possano rientrare nella loro antica dimora. Scrive inoltre che il Papa invitava ad “aspettare l’evolversi delle cose”; lo stesso vescovo esortava P. Brizzi a dire che “non habemus hic manentem civitatem”.

Nella loro situazione di sofferenza, e di certo immaginando l’angoscia più ampia e universale del Santo Padre, «i religiosi Cavanis del Veneto» scrissero una lettera nella quale rassicurarono Pio IX che nonostante la soppressione, restavano fedeli e uniti, al lavoro; essi non si «lascerebbero sottrarre dal loro fianco i poveri figli del popolo». Chiesero che il Papa li benedicesse e li confortasse. Pio IX rispose e concesse la benedizione il 22 luglio 1873.

Tuttavia contro la speranza manifestata dal vescovo, che era piuttosto ottimista o più probabilmente voleva indorare la pillola e incoraggiare i padri, la piccola comunità Cavanis di Lendinara, con la sua scuola, resterà in questo luogo, nella sua terza residenza, fino alla fine (1896).

7.2.1 I Padri Cavanis a Lendinara e Alberto Mario

P. Larese nota che la partenza dei padri dal quartiere della parrocchia di S. Sofia «fu rimpianto dai buoni». La gente della cittadina era ormai diviso, dal punto di vista dei nostri confratelli (e di tanti altri cattolici, nella logica della Chiesa del XIX secolo!), in due categorie: i buoni e i cattivi, questi chiamati allora “i tristi”, cioè gli amici e i nemici. Tra gli amici fidati, c’è per i Cavanis, soprattutto l’avvocato Sante Ganassini e il medico (o piuttosto avvocato?) Giovanni Ferro, il notaio Antonio Leopardi, Domenico Fracassetti, oltre ai genitori degli alunni della scuola; tra i nemici, degno di nota l’avvocato Antonio Bisaglia, delegato scolastico, e naturalmente, Alberto Mario, di cui abbiamo avuto occasione di parlare in precedenza, quando era soltanto un ragazzo.

Stranamente non si trova mai nel diario di Lendinara e negli altri documenti dell’archivio di questa casa, il nome di questo celebre Alberto Mario, alunno adolescente accolto forse ingenuamente ma generosamente da P. Pietro Spernich (ottobre 1839), ex-alunno cacciato dalla scuola Cavanis (anno scolastico 1839-40), di cui abbiamo parlato sopra.

Questo personaggio, abbastanza noto nella storia del Risorgimento italiano, tornò in modo permamente a Lendinara sin dal 1869, dopo il suo lungo esilio politico durato dal 1848 al 1866, cioè dalla prima alla terza guerra Italiana di indipendenza; «l’arcinemico» dell’Istituto Cavanis in quella città, secondo una tradizione più che altro orale dell’Istituto Cavanis, anche se esposta di passaggio e non in dettaglio da P. Francesco Saverio Zanon nella sua Vita documentata etc..

Non si vuole qui redigere una biografia di Alberto Mario. Si ricorderà solo la sua nascita a Lendinara il 4 giugno 1825 da una famiglia nobile ma impoverita proveniente (in passato) da Ferrara; fu alunno del nostro Istituto solo per un breve periodo perché espulso, riammesso e poi espulso definitivamente. Completò in seguito i suoi studi delle scuole superiori al seminario diocesano di Rovigo (stranamente!) e studiò in seguito matematica e diritto all’università di Padova; vi partecipò ai movimenti rivoluzionari degli studenti e del popolo. Combatté come volontario nelle battaglie della guerra del 1848 (1ª guerra d’Indipendenza; ma non alla ripresa della stessa dopo l’armistizio nel 1849); visse in esilio a Genova dal 1849 al 1857; ma in questa fase rinunciò in toto alla speranza di un’Italia formata da una federazione di stati sotto la guida del Papa Pio IX (l’idea cattolica di Vincenzo Gioberti e altri) e allo stesso tempo rinunciò a fidarsi della dinastia dei Savoia e si impegnò interamente nell’idea democratica e repubblicana.

Nel 1857 trascorse qualche mese nelle prigioni piemontesi, periodo durante il quale ebbe l’occasione di entrare in contatto con la giornalista inglese Jessie White Meriton, anche lei in prigione per ragioni politiche. Usciti ambedue dalla prigione, si trasferirono in Inghilterra, patria di lei, dove si sposarono a Portsmouth. Negli anni successivi vissero a Londra, poi negli Stati Uniti (1858-59), infine nella Milano liberata dopo la fine della II Guerra d’Indipendenza (1859); poi ancora in prigione in Piemonte per breve tempo e infine in Svizzera. Una vita tipica degli esuli del risorgimento.

Nel 1860 Mario partecipò ad una spedizione di rinforzo a quella di Garibaldi e dei «Mille» per la conquista della Sicilia e dell’Italia del Sud, il regno delle due Sicilie, salendo con l’armata da Palermo sino a Napoli. Trascorse ancora due anni in Inghilterra e dopo restò quattro anni a Firenze (1862-66), che era a quell’epoca la capitale provvisoria d’Italia. Durante questi quattro anni si dedicò completamente agli studi e alle pubblicazioni, si allontanò da Giuseppe Mazzini e divenne sempre più agnostico, anticlericale e in seguito ateo.

Durante la III Guerra d’Indipendenza (1866) fece parte degli equipaggi della flotta di piccoli vascelli garibaldini sul lago di Garda, tra Veneto e Lombardia, nella lotta armata. Dopo l’unificazione del Veneto al regno d’Italia, rientrò a casa sua a Lendinara, dopo 18 anni di esilio e di viaggi, durante i quali non aveva abbandonato i suoi studi, le sue pubblicazioni, la sua partecipazione al dibattito politico nazionale e internazionale, la sua attività di giornalista. Tuttavia si stabilì definitivamente a Lendinara, solo nel 1869.

È lì che cominciò la sua attività politica locale, nella cittadina, come membro del consiglio comunale e poi come ispettore delle scuole, con il proposito di diffondere l’insegnamento e combattere in favore della laicità della scuola.

Fondò un’associazione anticlericale, fu consigliere comunale e provinciale oltre a presidente della società operaia del mutuo soccorso. Alberto Mario morì a Lendinara il 2 giugno 1883.

Questi 14 anni tra il suo rientro stabile a Lendinara e la sua morte (1869-1883 o 1866-1883) furono anche i momenti più salienti della sua lotta accanita (e forse della sua vendetta) contro l’Istituto Cavanis che aveva frequentato da adolescente.

Come si è detto sopra, non si fa riferimento al Mario nel diario e negli altri documenti dell’archivio dell’Istituto Cavanis di Lendinara. Ciò può essere accaduto per ragioni di autocensura, per motivi di sicurezza, come nel caso delle 7 pagine tagliate, distrutte e sostituite sui fatti riguardanti gli anni 1866 e seguenti; oppure può trattarsi di una forma evangelica di perdono dei nemici, anche se ci si riferisce a loro tacciandoli con il titolo di «tristi».

Sarebbe più corretto dire che è nell’archivio dell’Istituto Cavanis di Lendinara che non si trovano riferimenti su Mario riportati dalla comunità locale. In realtà, c’è un foglio autografo di quattro pagine di P. Sebastiano Casara, datato 21 febbraio 1879, contenente una memoria sulla lunga lotta dei persecutori dell’Istituto intitolata «Informazione sui fatti avvenuti contro le Scuole di Carità – Cavanis a Lendinara», dove P. Casara, che allora era preposito dell’Istituto, scrive all’inizio del documento: «1. La persecuzione alle scuole di Carità-Cavanis a Lendinara cominciò poco dopo il rientro in patria di un signore Alberto Mario. Prima di questa data, nessuna di queste scuole era stata malvoluta o perseguitata in tal modo e nessuno avrebbe immaginato tali cose. La popolazione si dimostrò e continuò ad essere sempre benevola.

Non seppe tuttavia reagire e opporsi energicamente per ottenere dei risultati contro gli intrighi degli avversari capeggiati dal Mario, che fu in grado di trascinare dalla sua parte le autorità scolastiche riuscendo nei suoi ostili disegni diverse volte.» Gli altri punti elencati nella lunga memoria enucleano appunto tali disegni in dettaglio e i risultati da lui ottenuti.

Nella terza pagina dello stesso documento P. Casara scrive della vittoria dell’Istituto a seguito della «riapertura» della scuola nell’ agosto 1878, grazie all’intervento di Vittorio Emanuele II, di cui si parlerà più giù: « I nemici fremettero, così come esultò la città tutta, ma Mario non si scompose. Iniziò a dire con posizioni piuttosto ferme che la scuola non sarebbe stata riaperta costi quel che costi, anche se di fatto non era mai stata chiusa. Non si sa cosa avesse fatto in segreto per realizzare tale scopo. Si sa ciò che fece pubblicamente: le calunnie più denigratorie nei giornali, proteste a nome dell’associazione anticlericale che aveva lui stesso fondato, ricorso al ministero da parte di un certo numero di cittadini per far ritirare il decreto».

Conclude: «Nel frattempo il delegato scolastico del circondario rinunciò alla sua carica e Mario riuscì a farsi eleggere al suo posto! Quale sarebbe stata la sorte delle scuole adesso? Come si poteva pensare anche solo alla loro riapertura? Ecco lo stato attuale dei fatti a Lendinara, dove tuttavia non mancano i buoni e dove l’universalità deplora l’accaduto. ma non si può pensare di essere sostenuti; talmente le persone sono timide e talmente sono spaventate dal potere e dalla spudoratezza del Mario!».

Fin qui le memorie di P. Casara confermano le affermazioni di P. Zanon, citate pocanzi. Esiste inoltre una forte tradizione orale nell’Istituto Cavanis sull’inimicizia di Alberto Mario contro l’Istituto, sostenuta però da pochissimi dati scritti.

Un’ulteriore conferma è data ora dalla scoperta, da parte dello scrivente, della biografia di Alberto Mario stesa dalla sua vedova Jessie White, pubblicata nella prima parte del libro “Scritti letterari e artistici di Alberto Mario” digitalizzato nel 2006 e finora sconosciuto dalla Congregazione Cavanis.

Si tratta di una biografia di parte, ovviamente, ma senza dubbio molto interessante per i Cavanis e in genere per tutti. È anche molto sincera e conferma molti punti. Citiamo inizialmente la sezione che riporta i primi contatti tra Mario ed i Cavanis nella fase di pre-adolescente.

«Appena istituita la scuola familiare gestita dai Cavanis dell’ordine dei padri scolopi, di cui parleremo più avanti, Alberto fu il primo allievo. Qui diede il peggio di se stesso: ribellione aperta, punizioni permanenti, incuranza nello studio. Ma un giovane pieno di vita e di salute quando cantava i salmi e recitava preghiere in chiesa un ora al mattino e alla sera; e spiegheremo anche la ribellione non solo di Berto, ma anche degli altri compagni della sua stessa età molto più docili di lui.

Alla fine, a causa della peggiore diavoleria che avesse potuto commettere, fu cacciato dai Cavanis. Si divertiva e ci scherzava sopra senza pentirsene. Alla passione delle corse si aggiunse il vizio del fumo [testo alterato]. Fumava erba. Ed ecco suo padre (?) a caccia delle sue sacre pipe da do schei: e Berto a correre in città con un traino a quattro; quattro compagni a piedi, si dice, e lui come cocchiere.

Bisognava prendere le redini in mano e il signor Checca non era certo un uomo che si lasciava mettere i piedi in testa dar un putelazo di dodici anni. Così con un freddo degno della Siberia, salito sul cabriolet, senza cappotto; andò a Venezia dritto a chiedere scusa ai padri superiori della scuola. E dovette chiedere scusa in ginocchio sotto minaccia di sculacciate da parte del padre.

Alberto, che sino ad allora non aveva mai visto altro che le zone pianeggianti e monotone di Lendinara (solo la bella Lisette era stata portata in montagna dal padre, cioè sui monti Euganei) restò stordito ed incantato alla vista di Venezia. Al suo rientro si prendeva gioco dei compagni dicendo: ‘Voi piccoli santerelli non avete visto nulla, io invece, il diavolo, ho visto Venezia’.

Ma continuava imperterrito con lo stesso atteggiamento: gesti, battute, strizzatine d’occhio durante i salmi, versi profani invece di orazioni, sempre ridere e studiare mai: da qui venne espulso nuovamente e relegato al seminario di Rovigo». Questo testo, seppur con qualche involontario errore d’interpretazione sulla vita dei giovani dell’epoca in una scuola cattolica, spiega bene il breve passaggio di Alberto ai Cavanis; e la narrazione della signora White-Mario è piuttosto esilarante. Meno divertente e anzi assai grottesca è la descrizione che segue nel libro citato a proposito della vita di Alberto al seminario diocesano di Rovigo, che qui non è oggetto di interesse perché non attinente al tema di quest’opera.

La biografia di Mario, a partire dal suo ritorno in patria dopo l’esilio, scritta dalla sua vedova, ci parla ancora dei rapporti di Alberto Mario con i Cavanis: ecco la storia delle persecuzioni.

«Alberto voleva fare guerra ai preti e ai loro privilegi a Lendinara e in particolare nelle scuole. Si impegnò anima e corpo affinché i Cavanis fossero sradicati dal loro tugurio e che il comune si impossessasse delle scuole. Sorvegliava in quanto delegato scolastico e consigliere comunale i Cavanis, affinché non continuassero a fare scuola clandestinamente contravvenendo alla legge; e su questo argomento interagì con missive al comune, al prefetto e all’ispettore agli studi e fu suo il merito se i padri si chinarono almeno nel campo dell’insegnamento. Fu merito di Alberto, aiutato da me, se l’insegnamento della religione nelle scuole elementari da obbligatorio che era, diventò facoltativo nelle scuole del distretto, ai termini di legge, per cui nelle nostre scuole, esempio raro in tutta Italia, non si insegna religione, almeno a Lendinara.» Jessie White-Mario continua richiamando il suo lavoro per migliorare la situazione degli ambienti scolastici alle elementari e il suo compito importante in qualità d’ispettore. Conclude il capitolo in modo piuttosto ottimista: «Tutti i suoi concittadini, fautori e avversari, gli mostrarono affetto e amabilità nei suoi ultimi giorni di vita; ho stretto la mano a tutti sulla sua tomba. Il mio silenzio non era né una forma d’accordo né una forma di desistenza». Quest’ultima scena si svolgeva alcuni giorni dopo il 2 giugno 1883, data della sua morte.

I padri Cavanis non sembrano aver mantenuto rancore postumo. Già al tempo della sua malattia finale, P. Larese a P. Casara “Scrive dell’infelice Alberto Mario, ridotto ormai agli estremi”. Giorni dopo scrive che “Ieri e oggi ricevuta lettera del p. Larese sulla morte dell’infelice Alberto Mario, che passò all’altra vita senza alcun segno di pentimento!”

Riprendiamo la nostra storia e torniamo indietro di 10 anni, dopo questa lunga ma necessaria digressione. I nemici dell’Istituto non si fermarono. Il 12 agosto di questo stesso anno 1873, il prefetto di polizia di Rovigo, sentito il consiglio scolastico, chiuse le scuole Cavanis di Lendinara.

Il 13 ottobre, all’inizio dell’anno scolastico 1873-74, nella nuova sede della parrocchia di S. Biagio, alla Riviera S. Biagio, n° 36, ebbe luogo una riunione dei padri di famiglia, con i padri Cavanis e il notaio, per redigere formalmente l’atto di fondazione della «Società dei padri di famiglia e dei cittadini privati» e delle «scuole paterne». Il preside era un buon cattolico, amico dei padri, l’avvocato Sante Ganassini, assistito da un consiglio di quattro dei suddetti padri di famiglia. L’archivio conserva il verbale dell’ atto di fondazione, firmato dall’avvocato e preside Sante Ganassini e da 18 genitori (padri di famiglia, e una madre, vedova), i fondatori della scuola paterna, controfirmato dal notaio. Il verbale porta la data (apparentemente contraddittoria) dell’11 ottobre 1873. Vi si dichiara, tra le altre cose, che Sante Ganassini è anche il preside della scuola; e che le famiglie pagheranno £ (italiane) 12,- all’atto dell’iscrizione, e £ 12.- dopo Pasqua, per l’onorario del preside Ganassini, spese generali e materiale didattico. Il documento dichiara inoltre che si agisce sotto l’ egida degli articoli 251, 252, 253 della legge 13 novembre 1869. In seguito espone il programma degli studi, il regolamento degli alunni, del preside delle scuole e dei professori.

L’archivio conserva anche una copia del decreto del consiglio definitoriale (consiglio provinciale dei definitori con il preposito) del 30 ottobre 1874 che decide d’istituire le scuole primarie a Lendinara, dato che non si poteva più fare una scuola superiore, cioè il ginnasio, come prima.

Il 3 novembre 1873, il commissario di polizia comunicò la decisione che le scuole fossero chiuse finché acquisissero davvero le caratteristiche di scuole paterne. Convocò il rettore P. Brizzi, e con delle minacce si sforza di convincerlo; ma egli risponde che ha il diritto di fare ciò che vuole e che si avvarrà dei suoi diritti. Rientrato a casa, riunisce il consiglio direttivo della scuola e prepara una risposta che l’avvocato Ganassini porta al commissario di polizia. Questi si mostra a disagio nella risposta. Il 9 marzo 1874 il ministero dell’istruzione pubblica conferma la chiusura della scuola per decreto, come risposta al ricorso dell’avv. Sante Ganassini e dei genitori degli allievi.

Un foglietto, forse copia dell’originale del 9 aprile 1874, spedito da Roma, forse dal ministero della pubblica istruzione, firmato da Luigi Gau[…], dichiara che la scuola Cavanis non può essere considerata «paterna», ai sensi della legge del 13 novembre 1859, e che si doveva [a livello locale] approvare e confermare con un decreto solenne la chiusura della scuola.

Un altro segno di inimicizia fu il rifiuto del comune di ammettere nelle liste elettorali del 22 giugno 1875 i padri Carlo Simeoni e P. Giovanni Battista Larese.

Per diversi motivi, soprattutto per insegnare, ma anche per compiere degli atti civili o amministrativi, i padri Cavanis provenienti da fuori, ma residenti a Lendinara, dovevano chiedere al comune dei certificati di residenza e di moralità.

I religiosi avevano ottenuto dei certificati positivi per i padri Miorelli e Simeoni il 24 settembre 1878 e il 29 settembre 1878 per P. Larese, nei quali si diceva che il loro comportamento morale e civico era «superiore ad ogni elogio»; ma che non erano stati accettati dal consiglio scolastico della provincia di Rovigo, con il motivo (o il pretesto) che non si erano adeguati all’articolo di legge 330 del 13 novembre 1859.

È interessante esaminare i certificati che domandarono e ricevettero in seconda istanza; P. Giuseppe Miorelli, per esempio, ricevette il 18 ottobre 1878 un certificato firmato dal sindaco L. Giuseppe Marchiori, dove questi dichiara 1) che il Miorelli si è registrato a Lendinara dal 1868 (circa); 2) che è una persona di levatura morale; 3) che non è un insegnante capace; 4) che «professa dei principi politici non ispirati alle idee liberali nazionali». I certificati di moralità di P. Larese e di P. Simeoni, rilasciati nella stessa data, sono uguali. La scuola non fu poi approvata a causa di questi nuovi certificati degli insegnanti.

Il diario di Lendinara, a questo punto, si interrompe purtroppo per 9 anni e inizia nuovamente solo nell’ottobre 1884, con la scrittura del nuovo rettore P. Giuseppe Da Col, futuro preposito generale. Esaurita la fonte principale d’informazione in questo periodo, bisogna quindi ricorrere ai documenti presenti negli altri faldoni e nei fascicoli degli anni successivi.

Il fascicolo degli anni 1861-1886 contiene tra le altre cose, una copia autenticata da P. Casara preposito, di una decisione della seduta definitoriale (ovvero del preposito con il consiglio generale) del 30 ottobre 1874 sulla casa di Lendinara, dove il preposito e i quattro «definitori» (ovvero i consiglieri provinciali), i padri Giuseppe Rovigo, Giuseppe Bassi, Vincenzo Brizzi e Domenico Sapori, constatano che non si può più tenere un ginnasio e non si sa quando lo si potrà rimettere in funzione; che una soluzione sarebbe di aprire una scuola elementare; inoltre che si dovrà inviare P. Giovanni Battista Larese (che aveva un diploma superiore) e il chierico Carlo Simeoni (che aveva un diploma inferiore) e trasferire a Venezia i due padri Ghezzo e Marini; e che si assistessero i giovani che volevano studiare latino e intraprendere il cammino ecclesiastico a Lendinara in privato. Il consiglio dei definitori raccomanda a P. Brizzi, consigliere provinciale e anche rettore di Lendinara, di consultarsi e di farsi consigliare bene dall’Ispettore scolastico di Rovigo e dal suo superiore, l’Ispettore scolastico di Ferrara, prima di procedere.

Su questo periodo, relativo agli anni 70, bisogna aggiungere che i padri cominciarono il secondo anno delle elementari private con quattro classi il 3 novembre 1875 e 60 alunni. Con l’inizio dell’anno 1875-76, gli allievi sono «molto più numerosi». In realtà sono almeno 150; si ricava questo numero riguarda dall’informazione di quelli che erano provvisti di un cero nella processione per il funerale di P. Vincenzo Brizzi, il 15 gennaio 1876. Gli insegnanti erano P. Giovanni Battista Larese, P. Carlo Simeoni e don Licinio Valeriani.

Una lettera di quest’anno (del 4 dicembre 1875) di P. Casara a P. Brizzi, rettore, riconosce che la comunità di Lendinara fu sempre perseguitata: «Poi per ciò che concerne Lendinara, siete voi ad essere stati perseguitati, mentre voi non avete mai fatto niente che possa essere stato motivo di lamentela».

Qualche giorno dopo (il 21 dicembre 75), una lettera di Casara a Brizzi, parla del processo in corso per le scuole e incoraggia i confratelli in situazione di sofferenza; i nemici lottano contro “le vostre scuole lì, vediamo come il diavolo viene fieramente all’attacco. Ma non credete? Il diavolo e il mondo che vi fanno guerra sono già stati vinti da Gesù nel quale noi riponiamo tutta la nostra speranza”. Da una lettera burocratica dell’arciprete parroco della parrocchia di S. Biagio, nel territorio della quale abitavano i nostri, don Domenico Zatta, P. Brizzi risulta ancora essere il rettore della casa Cavanis. Muore tuttavia il 13 gennaio 1876, molto giovane, avendo appena 43 anni. Una bella lettera del 15 gennaio ci dice che era molto amato nell’ambiente della Congregazione e della chiesa e molto stimato e amato dal vescovo (d’Adria). “Consummatus in brevi, explevit tempora multa”: P. Da Col scrive così di lui a P. Larese il 31 (probabilmente gennaio) 1876.

Dopo la morte di P. Brizzi, la comunità elesse come rettore P. Giovanni Battista Larese. Nella comunità a fianco dei padri, c’è in questi anni il seminarista Carlo Simeoni.

Nell’anno successivo la lotta contro l’Istituto non finì. Lo testimonia una minuta di lettera di P. Casara contenente un ricorso al ministro della pubblica istruzione (con ricevuta di ritorno del 28 marzo 1877); nella lettera il preposito protesta contro la procedura informale e improvvisa decretante l’inabilitazione all’insegnamento nel corso dell’anno scolastico dei due maestri (religiosi, ma la lettera non lo menziona) Simeoni [Carlo; era seminarista all’inizio della nuova scuola elementare, 3 novembre 1875, ma già ordinato prete all’epoca dei fatti di cui si sta dicendo, NdA] e Valeriani [don Licinio, padre diocesano collaboratore dell’Istituto, ma non Cavanis¸NdA], senza ragioni legali; P. Casara chiede allora che siano sottoposti a regolare processo per ricevere una completa riabilitazione e fa sapere che li manteneva in servizio in attesa di riscontro.

Il 9 aprile 1877, ventinove genitori degli alunni firmano un ricorso in carta bollata al consiglio comunale di Lendinara contro la decisione dell’avvocato Antonio Bisaglia (nemico risaputo dell’Istituto), che aveva negato la possibilità d’insegnare a P. Carlo Simeoni e a don Licinio Valeriani, senza specificarne i motivi.

Il delegato scolastico del mandamento (ovvero del distretto) di Lendinara, Bisaglia, con lettera del 2 giugno 1877, citando la nota 29 maggio 1877 n° 272/239 del Prefetto della provincia di Rovigo, comunica che il consiglio scolastico non accetta «per ragioni di convenienza» un maestro laico (tale sig. Gasparini Francesco) per sostituire i due maestri di cui si parla; dichiara, rispondendo così anche al ricorso di cui sopra di P. Casara e dei genitori, che i due sono stati sospesi «per mancanza di titoli richiesti», forse un pretesto, e ordina di chiudere le prime due classi delle elementari.

La decisione del ministero, presa “in base alla proposta del consiglio scolastico” si trova nel comunicato del 12 marzo 1877 n°2652, che vietava l’insegnamento ai due maestri Valeriani e Simeoni; il prefetto della provincia aveva comunicato la decisione del ministero con la nota del 20 marzo 1877 n°128/26.

P. Casara, preposito, prepara un ricorso, che porterà personalmente a Roma P. Giovanni Battista Larese per consegnarlo e protocollarlo a mano. Noi abbiamo il testo originale della letterina di conferma della consegna, inviata da Larese al Casara da Roma, che è abbastanza divertente anche se in un momento tragico. P. Giovanni Battista scrive:

«Oggi ho anche presentato al Ministero della Distruzione (sic) Pubblica il vostro rispettabile ricorso che ha numero di protocollo generale 12 318».

P. Giovanni Battista si firma «Guido», evidentemente un nome in codice, ma la scrittura calligrafica è inconfondibile. È la prima volta che troviamo nella storia della Congregazione il gioco di parole «istruzione / distruzione », che si utilizzerà spesso in seguito, nei momenti difficili della lotta per una scuola libera che non sia monopolio dello stato.

Sempre di risposta, P. Larese con lettera del 10 giugno 1877 al prefetto della provincia di Rovigo, non accetta le accuse e le insinuazioni diffamanti verso gli insegnanti al fine di proteggere il proprio onore e quello dei confratelli; fa sapere che chiuderà le due classi o anche la scuola elementare intera solo di un intervento violento che gli si minaccia. Promette di rivolgersi al tribunale. In un documento scritto forse da P. Casara, si trovano delle informazioni complete sulla questione e sulle contraddizioni riscontrate.

Era chiaro che si voleva semplicemente chiudere la scuola cattolica dei Cavanis e che veniva utilizzato ogni mezzo, lecito o illecito, per farlo. Vi si dice che dall’apertura della scuola (qui abbiamo un data, settembre 1874), e in particolare il 17 dicembre 75, l’Ispettore scolastico di Ferrara, dal quale dipendevano anche le scuole della provincia di Rovigo, non accettava i padri Larese e Simeoni, e neanche il maestro Valeriani, perché non erano italiani; in realtà, anche se erano italiani di nazionalità, di lingua e cultura, erano del Sud Tirolo e quindi cittadini austro-ungarici. Oggi sarebbero stati della provincia di Trento, in Italia. P. Larese poi era veneziano “doc”.

Abbiamo già delineato un quadro d’insieme abbastanza chiaro della reale persecuzione alla quale dovette sottostare la comunità Cavanis della piccola cittadina del Polesine. Si potrebbe continuare citando tutto il periodo successivo sino alla fine dell’anno scolastico 1877-78, dozzine di documenti dove le calunnie dei nemici dell’Istituto sulla «malafede del Larese e dei trascorsi poco morali dell’Istituto Cavanis a Lendinara” s’alternano a domande di spiegazioni da parte di P. Larese sul senso giuridico della frase «per motivi di convenienza». P. Casara entrò spesso nel dibattito arrivando a scrivere ai livelli via via più alti, fino ad arrivare al re Vittorio Emanuele II l’8 settembre 1877.

L’accusa era gravissima e infamante: in pratica, probabilmente, senza dirlo si suggeriva la pedofilia. Si trattava senz’altro di calunnie e non di casi reali di immoralità nelle scuole Cavanis, perché sia P. Casara sia P. Larese sfidarono apertamente le autorità a rinviare a processo gli accusati, o allora a riabilitarli pubblicamente, senza tuttavia ottenere mai soddisfazione né in un senso né nell’altro. I padri infatti non avrebbero osato portare avanti ripetutamente la sfida se ci fossero stati realmente dei casi di immoralità in Istituto. Inoltre conoscendo la rettitudine di spirito di P. Casara, si può affermare con certezza che non avrebbe mai celato un abuso grave di carattere morale nelle scuole da parte degli insegnanti, religiosi o laici.

All’inizio dell’agosto 1878, come conseguenza del ricorso al re, P. Larese ricevette l’autorizzazione a riaprire la scuola primaria, che in verità non era mai stata chiusa. P. Casara esige e ottiene tuttavia piena giustizia per coloro che erano stati accusati. Lo stesso P. preposito aveva redatto il 22 luglio 78 su un foglio un riassunto della situazione della casa dove si dice: «quanta persecuzione accanita e palese, null’altro che atroce, venisse perpetrata alle scuole sino ad ottenere un’immediata e assoluta chiusura; era evidente dal foglio allegato al ricorso». Redasse anche un lungo memoriale dettagliato sulla storia di questa “guerra atroce”, che vale la pena di leggere.

È del 1° agosto 1878 il decreto del consiglio scolastico provinciale di Rovigo, che permette di riaprire la scuola di Carità di Lendinara, dopo il ricorso dell’Istituto Cavanis al re (che, morto a gennaio  Vittorio Emanuele II, era ormai Umberto I) e la risposta della corte suprema, favorevole alla riapertura: è un decreto che non riconosce apertamente la sconfitta e che pare concedere benignamente il privilegio di riaprire la scuola. Contiene espressioni molto dure, che ci danno l’impressione netta dell’odio e della frustrazione, e che fanno ancora menzione dei motivi della precedente chiusura della scuola, come se questi non fossero stati negati dalla corte suprema: « Si considera che per la sua condotta il reclamante don Larese si sia meritata la pena che gli è stata inflitta. D’altro canto sembra che lo si possa giudicare abbastanza castigato per la sua omissione e insubordinazione dai danni che ha sofferto fin qui. [Il consiglio] ha deliberato che si può nuovamente riconoscere al sig. Larese la facoltà di riaprire la sua scuola, a condizione che lo stesso rispetti i regolamenti scolastici in vigore».

1879: Esiste per quest’anno una cartellina con carte relative alla casa e scuola di Lendinara. I numeri di protocollo delle carte ivi contenute corrispondono alla numerazione del DC, vol. V, 1879-1909. Sono particolarmente alcune lettere di P. Giovanni Battista Larese, allora rettore della casa. In varie accenna alla possibilità di riacquisto, tramite un intermediario non riconoscibile, del blocco degli edifici già di proprietà dei Cavanis: la casa donata dal benefattore (occulto) Francesco Marchiori, la chiesa di S. Giuseppe Calasanzio (che si cercava, da parte del comune e/o del provveditorato agli studi) di trasformare in palestra di ginnastica, l’edificio delle scuole e il terreno all’intorno. Vale la pena di riprodurla quasi integralmente.

“J.M.J. Lendinara, 31-7-79.

Padre mio

Questo Municipio sembra disposto a vendere Casa Chiesa, Scuole e terreno un dì [=in passato già] nostri per acquistare altri locali per la pubblica istruzione. Il signorino dello stradone della Madonna non vuole quei luoghi perché umidi ristretti e non buoni a’ suoi progetti, ha già stampato che si faranno locali nuovi con nuovi maestri, e ciò che ha detto sarà fatto.

Chi si opporrà alle sua pretensioni? So di certo che la Giunta Municipale ha cominciato ad occuparsi della cosa, e non mi faccio meraviglia che sia tra breve convocato il Consiglio [Municipale] per pronunciarsi in argomento. Posto dunque che il Signore volesse che andasse venduto il nostro in S. Francesco, non potremmo noi operando per [mezzo di] un incognito, acquistarlo di nuovo? Oh quanto ci tornerebbe caro ritornare dove fummo per tanti e tanti anni e dove tutto era disposto con ordine, con regolarità e dove di potrebbe ristabilire al culto la nostra vaga chiesetta?

Che sia un tratto di provvidenza per noi la facile vendita di quei luoghi? Padre, la maggiore delle mie consolazioni sarebbe di ritornare colà, e son sicuro che un grande ajuto avremmo da tante buone persone di qui, per fare un tale acquisto. E colla rendita di quanto presentemente abbiamo in fabbriche e in terreni non potremmo portarci assai avanti con la spesa? Mi lascia dunque agire prudentemente su questo affare? Terrò silenzio con tutti, e a lei solo dirò i miei passi. Che ne dice? – (omissis)

Ora guerra ai maestri communali dal solito padrone del paese. Essi pure sono tutti ignoranti, e lo sono già si sa, perché vanno alla Messa alla Festa, non sono ascritti alla Associaz.e Anticlericale ecc. ecc.

(omissis, saluti ecc.).

Altre lettere sullo stesso argomento, sempre di Larese a Casara, tra nostalgia e speranza, si trovano nella cartelletta del 1879: la lettera del 27 febbraio 1879, prot. 88 del 1879; 3 dicembre 1879, prot. 434 del 1879; 14 dicembre 1879, prot. 442 del 1879; 23 dicembre 1879, prot. 459 del 1879. Tuttavia a cosa non andò in porto.

Vale la pena di citare in buona parte anche la copia (di mano di P. Larese) di una lettera del vescovo Giuseppe Apollonio al P. Larese, del 6 luglio 1879, da Venezia, prot. 235 del 1879. Giuseppe Apollonio fu vescovo di Adria-Rovigo dal 12 maggio 1879 al 25 settembre 1882; alla data di questa lettera aveva appena rivevuto l’exequatur, ossia il permesso del governo per la presa di possesso ad Adria.

“M. R. P.e Giambattista

Io che sempre fin da giovanetto amai ed ammirai l’ottimo Istituto Cavanis, al quale anche presentemente sono legato coi ricordi di sincera amicizia; quando dovetti, contro mia voglia, sobbarcarmi al peso dell’Episcopato, provai molta allegrezza, pensando che la mia cara diocesi aveva la fortuna di possedere una Casa di cotesti veri Apostoli di carità evengelica. Pur troppo però questa allegrezza era amareggiata dalla ricordanza delle ardue lotte e delle insistenti persecuzioni, che in Lendinara (la quale pur lo ama tanto) dovette sostenere un sì benemerito Istituto in questi ultimi tempi. Quando poi ritornato da Roma intesi dall’ottimo P.e Casara, essere costì le cose ridotte ad un punto, che, forse forse i Padri saranno obbligati a levare, dopo tanto tempo da Lendinara le pacifiche tende, predominò in me talmente all’allegrezza il dolore che mi sentii gli occhi bagnati di pianto.

Ah no! Io spero che il Signore nella sua misericordia non permetterà che ciò si verifichi. Egli è in mezzo alle lotte e ai sacrifici che la virtù si rinvigorisce e che gli Istituti

Religiosi gettarono più profonde le radici!

Coraggio! Il Signore può tutto, ed io anzi lo prego perché non solo in Lendinara abbia a continuare a sussistere cotesto Istituto ma che anche in altre parti della Diocesi Adriese esso abbia ad aprire presto qualche altra Casa.

Sono gratissimo, R.o Padre, a lei ed ai suoi compagni delle affettuose, umili e sante espressioni direttemi nella loro lettera, e per l’impegno che mostrano nel voler occuparsi (cosa della più grande importanza) specialmente a vantaggio di quei giovanetti che mostrano inclinazione allo Stato Ecclesiastico.

Si compiaccia di farsi interprete di questi miei sensi di gratitudine verso tutti i suoi Confratelli e credano che io riguarderò sempre come un mio dovere il pregare ogni giorno pel bene del loro Santo Istituto.

Nel desiderio di poter presto trovarmi in mezzo a loro, do a tutti la benedizione dichiarandomi (ecc.)”

1881: Vi è qui una lunga lacuna nella documentazione. Essa riprende solo il 16 ottobre 1881 con un telegramma del Papa (che era a quell’epoca Leone XIII) “che invia la richiesta benedizione Apostolica». Segue un’altra lacuna.

1882: La comunità di Lendinara e la Congregazione ebbero (temporaneamente) la gioia di avere tra loro un aspirante ungherese, l’unico di questa nazione finora, un tale Paolo Bohung, cattolico ma di famiglia protestante, presentato dal rosminiano amico di P. Casara, don Giuseppe Ghisellini, ed entrato in comunità a Lendinara nei primi mesi del 1882. Se ne parla varie volte, e particolarmente il 9, 23 e 29 marzo di quest’anno.

In quest’ultima data scrive: “Il P. Gretter (…) mi ringrazia di averglielo là condotto, e scrive: ‘Quanto siamo contenti e beati del tesoro inestimabile che ci ha lasciato’.” Dava un’ottima impressione sotto tutti gli aspetti, e tra l’altro studiava il latino, per mettersi alla pari. In seguito tuttavia non si parla più del Bohung, che deve aver lasciato la Congregazione.

Del 1883 abbiamo però un testo importante da altra fonte, ben autorevole: durante il consiglio definitoriale (1° e 7 settembre 1883), successivo al Capitolo provinciale del 1883, P. Giuseppe Da Col, che era stato per tre anni membro della comunità di Lendinara e ne sarà in seguito il rettore, dando relazione al preposito e ai definitori su quella casa, “lodò le qualità personali del P. Larese, accennò alla stima generale, che gode in paese. A giudizio di molti – continuò il Da Col – le cose non sarebbero andate così a rovescio, se il rettore di quella famiglia avesse sempre cercato, come il Larese, di non urtare troppo vivamente i nostri avversari. Disse non essere state infruttuose le osservazioni del Preposito nell’ultima sua visita, tenersi ora più regolarmente le Scuole, avvenire assai di raro che il rettore se ne allontani in tempo di lezione, ed anche allora costrettovi dal suo dovere di Capo della famiglia”.

Questa lunga dichiarazione, che dovrebbe essere letta integralmente, da un lato, come si è visto, loda entusiasticamente l’operato di P. Larese nella sua abilità, dimostrata nella difficile situazione politica del tempo a Lendinara; ma fa anche capire che P. Larese dedicava troppo tempo alle confessioni e alla predicazione, assentandosi molte volte dalla casa e dalla scuola anche durante il tempo di lezioni. Implicitamente, poi, critica l’eccessiva durezza nel tratto con gli avversari dei Cavanis e della Chiesa da parte del rettore precedente, il defunto P. Vincenzo Brizzi, che per la verità non viene nominato nel documento.

Dallo stesso capitolo definitoriale, o meglio da un suo allegato, il verbale di un capitolo di famiglia di Lendinara del 4 settembre 1883 a mano di G. B. Larese ci si rende conto di una svolta in corso nella pratica elettorale della Congregazione. Il verbale dichiara:

“Compiuta dal Preposito insieme coi definitori la formazione della famiglia di Lendinara, i sottoscritti:

Visto il paragrafo 9 del Cap. I° delle Costituzioni approvate.

Visto quanto fecero i Capitolari di Venezia nella elezione del loro Discreto (delegato) al Capitolo Provinciale.

Si dichiarano contenti di rinunciare per questa volta al diritto che avrebbero di eleggersi il Rettore, e ne lasciano la nomina al Preposito e ai Definitori, come prescrive il Regolamento scritto.” Seguono date e firme dei tre padri di Lendinara, nell’ordine Da Col, Gretter, Larese.

È notabile che qui come altrove, il prescritto delle regole “approvate”, cioè approvate dalla S. Sede nel 1836, e stampate nel 1837, per quanto riguarda la struttura della Congregazione, era in corso di superamento nella pratica da parte del “Regolamento scritto”, cioè dal testo [mano]scritto da P. Casara, che stava preparando la seconda parte delle Costituzioni: il documento che noi abbiamo l’abitudine di chiamare MR5. In questo modo, di passaggio, si procedeva verso una maggiore centralizzazione della Congregazione, secondo il modello romano, e si tendeva ad abbandonare il modello ideale proposto dai Fondatori. L’anno successivo 1884-85, tuttavia, si ritornerà a seguire le regole “approvate” anziché le “scritte”.

In questi anni era a Lendinara in comunità don e poi padre Gottardo Bernardi, ordinato diacono l’8 aprile 1882 da Mons. Callegari, vescovo di Treviso, e sacerdote il 3 giugno 1882 a Venezia. Era stato inviato da P. Casara a Lendinara il 25 ottobre 1883. Il 2 agosto 1883 il diario riporta: “Scrivo al P. Gottardo sull’idea ritornatagli, fortemente in capo di passare a una religione di grande austerezza”. Analogamente il 9 e il 14 agosto. Sembra imminente la sua uscita dall’Istituto Cavanis, ma con alti e bassi nei giorni e mesi successivi. Uscirà di Congregazione in modo sgradevole, tuttavia di sua spontanea volontà e con il permesso del preposito e suo consiglio nel 1884 e passerà ai Trappisti presso Roma, probabilmente alle Frattocchie. L’uscita è avvenuta senza troppo dispiacere da parte del preposito e del suo consiglio definitoriale, dato il carattere instabile osservato nel Bernardi, e dato che aveva mantenuto di sua iniziativa e di nascosto rapporti epistolari con i PP. Trappisti senza parlarne o chiedere permesso ai superiori, manifestando così un’attitudine poco sincera. Si parla di lui a più riprese nei giorni seguenti nel diario di Congregazione. Parte da Lendinara per dirigersi alla trappa di Roma il 15 febbraio 1884. Il monaco trappista Gottardo Bernardi persevererà nella trappa e morirà poi piamente qualche giorno prima del 14 giugno 1902, come annota con simpatia P. Giovanni Chiereghin in questa data nel Diario di Congregazione.

1884: Il diario di Lendinara, si diceva, ha una interruzione di 9 anni. Finisce il testo con la bella calligrafia di P. Giovanni Battista Larese, il 9 novembre 1873, e riprende il 10 ottobre 1884, con la scrittura abbastanza bella, ma non sempre facilmente leggibile, di P. Giuseppe Da Col, futuro preposito; una scrittura leggermente tremolante, nella vecchiaia, e molto caratteristica, con dei tratti verticali delle lettere più spessi, data la diversa pressione del pennino metallico.

In questo periodo la casa di Lendinara è fortemente indebitata e P. Casara scrive a P. Giuseppe da Col una lettera dove manifesta preoccupazione anche per le sportule (offerte) di messe non celebrate. Lo invita quindi a riunire la nuova comunità costituita dal consiglio «provinciale» o definitorio, e composta quell’anno dai padri Giuseppe Da Col, Giuseppe Bassi, Narciso Gretter e dal giovane P. Antonio Dalla Venezia.

Si sa da altre fonti che c’erano a Lendinara un aspirante fratello laico, un certo Antonio Baron, ben presto scomparso dalla scena, e forse altri fratelli o seminaristi non citati. Il 18 ottobre si elegge rettore P. Da Col. Dal diario, si legge inoltre che a quel tempo (e fino all’applicazione dei cambiamenti, le Mutationes, apposti nel 1937 alle costituzioni del 1891), la procedura era la seguente: il consiglio definitoriale, presieduto dal preposito, formava (o confermava) le comunità locali, prima dell’inizio dell’anno scolastico, che a quel tempo era alla fine d’ottobre; formate le comunità, il preposito chiedeva all’ “anziano” della comunità di riunire il capitolo locale che eleggeva il proprio rettore.

Il verbale della riunione di cui si parla, del 21 ottobre 1884, è stato conservato con la firma di ratifica di P. Casara, preposito, che aveva visitato la comunità il 21 ottobre Oltre ai dati qui registrati, si sa che P. Da Col era stato eletto con tre voti su quattro: evidentemente, egli aveva votato per un altro membro della comunità. Si sa ed è chiaro che i fratelli laici non votavano e ciò durò fino al 1971. P. Bassi era il vicario della comunità. Durante la sua visita, P. Casara parla ancora, come farà spesso nelle lettere di questo periodo, di messe di cui la comunità aveva rivevuto le offerte, ma che bisognava ancora celebrare e della situazione economica di certo disastrosa in cui versava la casa.

Il 15 novembre 1884 si parla del possibile acquisto di una certa «Cantina Visentini». Il 29 dello stesso mese si parla con il preposito (a mezzo missiva) delle scuole che erano iniziate il 4 novembre. Non è sempre facile afferrare il discorso, ma vale la pena di leggerlo: “P. Gretter insegna le materie della 1ª primaria superiore a qualche ragazzo che non è obbligato ad andare nella scuola communale (sic). P. Dalla Venezia a una classe preparatoria al ginnasio per qualche alunno non istruito a sufficienza, soprattutto in Italiano. P. Da Col insegna in 1ª ginnasio. P. Bassi insegna a pochi [giovani] più adulti di grado differente per la 1ª. P. Dalla Venezia unisce i suoi studenti con quelli di P. Da Col per insegnare aritmetica e geografia. Si decise di seguire fedelmente nell’insegnamento i programmi del governo”.

Il 23 dicembre si comincia a ventilare la possibilità di vendere la fattoria o podere Fanton e il terreno Bisquola. Si parla anche delle suore dell’ospedale; il padri sono loro confessori, ma non celebrano per loro funzioni liturgiche o devozionali senza l’ordine dell’arciprete di S. Biagio.

1885: Il 16 gennaio il DL segnala che si è celebrata la messa nell’anniversario della morte del fondatore della casa, signor Francesco Marchiori, come si faceva di certo tutti gli anni. Il 25 gennaio si cede al seminario di Rovigo, su richiesta del suo vice-rettore, il modesto guardaroba per le rappresentazioni teatrali dell’Istituto Cavanis. Ciò vuol dire che si era soliti fare teatro, secondo l’antica tradizione dell’Istituto, risalente ai fondatori, ma che a quel tempo a Lendinara non lo si faceva più.

In una lettera strana del 30 gennaio tra P. Casara e P. Da Col, si parla del comportamento da tenere, se accettare o no l’invito, in merito alla partecipazione alla festa patronale nelle parrocchie di S. Biagio e di S. Sofia, e lo si confronta a ciò che faceva P. Larese 7-8 anni prima; la nostra comunità, data la difficile situazione propria e delle scuole che stava affrontando, avrebbe dovuto curare le relazioni pubbliche almeno in seno al clero locale. Si scrive in previsione del 3 febbraio (festa di S. Biagio): si tenta ancora di trovare un pretesto per non partecipare, ma poi alla fine si va. Si ha la sensazione che la comunità si fosse ripiegata su se stessa, e che la mancanza di diplomazia fosse diventata cronica.

Il 9 marzo 1885 comincia una breve serie di scambi epistolari tra P. Casara, P. Giovanni Chiereghin (che viveva a Venezia) e i padri di Lendinara dove si discute in maniera accesa (come sempre quando si discutono riforme delle costituzioni!) sull’impostazione a grandi linee delle nuove regole, che si dovevano inviare a Roma alla Santa Sede soprattutto al riguardo della loro seconda parte, sulla struttura e il governo dell’Istituto.

Il 12 marzo il capitolo della famiglia lendinarese decide di vendere il «fondo Bisquola», una fattoria, per pagare i due terzi di un debito cronico della comunità. P. Casara approva « con rammarico, ma persuaso che fosse necessario, data la condizione di forte nonché abituale indebitamento della comunità di Lendinara.» Seguono altri documenti riguardanti questa vendita con l’approvazione del preposito, del vescovo e della Santa Sede. La procedura era molto complicata e molto lunga. Si arriverà al contratto di vendita solo il 9 giugno 1885. Si discute e si tratta anche della vendita del campo Fanton.

Il 2 aprile 1885 si chiede al comune l’autorizzazione di demolire due casette (acquistate tempo prima da un certo Orlandi) a S. Biagio e di costruire un muro (di certo con i mattoni recuperati dalla demolizione) sulla strada (via Terraglio 9 e 10).

Allo stesso tempo (2 e 30 aprile), ci sono dei problemi con una donna senzatetto che dormiva in una di quelle casette, essendovi stata ospitata per carità durante l’inverno e che ora bisognava sfrattare per demolire, ma questa si opponeva, forse si parla della stessa questione nella lettera di P. Casara (30 gennaio), dove però si parla di una coppia che era ospitata.

Interessante l’annotazione del 4 aprile nel diario: « Il P. preposito [Casara] scrive che dalla seconda metà del mese avrebbe trascorso qualche giorno da noi in santa pace e in piena gioia di carità». Si capisce come invece la sua venuta era legata alla necessità di rivedere la sua posizione con la Chiesa e la Congregazione, in relazione alla questione rosminiana e alla sua posizione come preposito generale; per fare questo doveva uscire dalla comunità di Venezia; deciderà poi di dimettersi.

Si ha tuttavia l’impressione nel diario di Lendinara che la casa continuasse a condurre una vita normale e che in questo mese si trattassero le questioni legate alle vendite, al pagamento dei debiti e altre questioni amministrative. Leggendo queste pagine non si può fare a meno di ammirare la capacità del preposito P. Sebastiano Casara in questo campo: seguiva in dettaglio tutte le necessità e i problemi economici, amministrativi, giuridici e fiscali di Lendinara, con una straordinaria competenza benché avesse avuto anche lui tanti problemi.

Nel mese di giugno scoppia la crisi in Congregazione e il 25 e 27 giugno 1885 P. Da Col e P. Giuseppe Bassi (definitori, oggi consiglieri generali, residenti nella casa di Lendinara) accettano le dimissioni di P. Casara come preposito generale. È conservata un’altra lettera o dichiarazione analoga del 29 luglio1885, scritta da P. Da Col e firmata dai quattro definitori, due di Venezia (Rovigo e Giovanni Chiereghin) e due di Lendinara (Da Col e Bassi). In essa viene stabilito che si segua la prassi del 1863 (anno delle prime dimissioni di P. Casara) e non le regole «scritte»; dato che si trattava di eleggere chi fosse rettore di Venezia e anche preposito, doveva essere eletto dai membri della comunità di Venezia con l’aggiunta dei definitori delle altre case.

Il fatto che non ci fossero definitori di Possagno, dipende dal fatto che lì, dopo la soppressione del 1867 e la partenza dei religiosi il 10 ottobre 1869, la casa era ancora chiusa. La si riaprirà nel gennaio 1892.

In questo periodo sembra che le persecuzioni si fossero placate un po’, o almeno non se ne parla. Il 17 luglio 1885, tuttavia, il DL parla della visita privata di un ispettore scolastico che aveva avuto un buon rapporto con P. Da Col a Possagno e che gli garantì di aiutarlo.

Il 15-17 agosto, la comunità organizza, secondo quanto disposto dal preposito, un ritiro spirituale per l’Assunzione della Vergine in preparazione al capitolo e al cambiamento del preposito. Seguono la novena e la festa di S. Giuseppe Calasanzio il 27 agosto, in tono minore; P. Da Col nota nel DL che non si facevano i primi vespri la sera della vigilia, perché la comunità era troppo piccola e la gente non partecipava, così come non si celebrava solennemente qui la festa del santo patrono perché quello era un giorno lavorativo. La cosa è significativa: sono passati purtroppo i tempi in cui l’Istituto aveva anche a Lendinara la sua propria chiesa dedicata al suo santo patrono. Anche il vescovo d’Adria, mons. Antonio Polin, rifiutò (con dolcezza, si precisi) di celebrare la festa, nell’oratorio della comunità, nonostante si trovasse già per un altro motivo a Lendinara. Fece una visita privata e non liturgica alla comunità prima di ripartire. La festa in ogni caso fu celebrata con soddisfazione dalla nostra comunità. Ma i tempi erano di certo cambiati.

Il 31 agosto P. Da Col e P. Basso partono per Venezia per il capitolo provinciale straordinario; il giorno successivo 1° settembre questo viene celebrato ed è eletto P. Domenico Sapori. Durante il capitolo P. Sebastiano Casara sceglie, come ad aprile, di restare qualche giorno a Lendinara, in luogo di partecipare al capitolo, come era suo diritto, dal 31 agosto al 12 settembre, e poi ritornò a Venezia in compagnia di P. Dalla Venezia.

Una visita pastorale del vescovo mons. Polin si tenne nella città di Lendinara a partire del 24 ottobre. P. Da Col riuscì ad invitarlo in Istituto e a fargli celebrare l’eucaristia nell’oratorio della comunità e a restare a tavola con la comunità il 29 ottobre per la visita pastorale alla comunità e alla scuola. La visita fu molto semplice e cordiale.

Ricomincia l’anno scolastico il 1° novembre 1885, festa di tutti i santi, con un tempo da lupi. Quest’anno, in questa data, dice il DL, P. Gretter ha la 2ª elementare, P. Dalla Venezia la 1ª ginnasio, P. Da Col la 2ª [ginnasio] e P. Bassi la 3ª. Ci si immagina che altre classi e cattedre venissero affidate ad altri insegnanti esterni, non appartenenti ai Cavanis. La comunità ricevette la visita di P. Rovigo in questo periodo (ottobre-novembre); egli venne per curarsi in salute a Lendinara; rientrò a Venezia il 25 novembre.

1886: il 16.1, ancora una volta, si «cantò in primo semi-doppio» la messa da Requiem per l’anniversario della morte del fondatore della casa, signor Francesco Marchiori. La gratitudine dei religiosi non era morta, anche dopo tanti anni.

Nel mese di marzo, dedicato a S. Giuseppe, si prega spesso il santo per il nostro Istituto e nelle scuole. L’8 la comunità, i nostri padri e i fratelli laici (di certo un professo perpetuo di cui sfortunatamente non si fa menzione) firmarono la lettera d’accompagnamento delle nuove costituzioni alla sacra Congregazione dei vescovi e regolari a Roma. Esse saranno approvate nel 1891. Il 3.4 si invia al ministero a Roma la richiesta del certificato di abilitazione all’insegnamento nel ginnasio per i due padri Vincenzo Rossi (futuro preposito generale, che allora aveva 23 anni) e Dalla Venezia (anche lui futuro preposito generale e giovane, ma non abbiamo la sua data di nascita). Si ottengono a questo fine delle raccomandazioni necessarie ed efficaci da alcune persone influenti!

Nei mesi di maggio-luglio di quest’anno 1886 il DL parla soprattutto di affari economici: il P. rettore Da Col parla delle piccole e magre proprietà immobili della comunità, di affitti, di vendite, di prestiti e di debiti. Si parla anche delle morti avvicendatesi a Venezia a due giorni di distanza dei padri Fontana (22 maggio 1886) e Paoli (24 maggio 1886), compagni dei fondatori.

Le feste di S. Luigi Gonzaga (21 luglio), di S. Giuseppe Calasanzio «pro pueris» e della Vergine del Carmelo (16.7) furono celebrate in gran solennità per i bambini e sono descritte a lungo nel DL. Un’altra festa tradizionale di devozione soprattutto per i bambini delle nostre scuole fu celebrata e riportata nel DL il 25 Novembre: la festa (anch’essa pro pueris) dei santi Angeli custodi (normalmente il 2 ottobre).

Durante questo periodo si invocano i santi e in particolare la Vergine, sotto il titolo del Carmelo, per la buona riuscita in merito all’approvazione delle nuove costituzioni a Roma. A questo proposito, si domandò alla Congregazione dei Vescovi e Regolari di poter usufruire già informalmente delle nuove regole che riguardavano l’elezione del preposito, che era imminente, dato che il triennio di P. Sapori stava per terminare. In effetti, P. Casara essendosi dimesso in corso di mandato, P. Sapori restò alla direzione solo due anni, terminando il triennio in corso. La festa di S. Giuseppe Calasanzio fu molto solenne quest’anno data la presenza a Lendinara dal 25 al 27 agosto del vescovo diocesano d’Adria, mons. Antonio Polin. Lo si commenta ampiamente. Il 29 agosto si ricorda di passaggio che i padri Bassi e Da Col devono andare a Venezia per il capitolo dei definitori.

1887: P. Da Col conclude la sua attività di rettore e anche di compilatore del diario della casa di Lendinara, con due brevi descrizioni delle feste di S. Luigi Gonzaga (21.6) e di S. Giuseppe Calasanzio pro pueris (14 luglio). Commenta di passaggio che il numero dei nostri allievi è esiguo. P. Da Col, durante l’estate fu eletto preposito provinciale e quindi si trasferì a Venezia. La casa di Lendinara sarà trasformata in una comunità più modesta e realista. Il superiore locale si chiamerà d’ora in poi pro-rettore anziché rettore e sarà P. Domenico Sapori, che aveva ultimato il suo breve mandato, non facile, di preposito.

Il diario venne scritto d’ora in poi in modo laconico con la difficile scrittura di P. Sapori. Il 1° settembre il DL parla del capitolo provinciale e dell’elezione di P. Da Col, della nomina di P. Sapori a pro-rettore di Lendinara «dovuto al numero esiguo di membri»: una casa si considerava una vera comunità “formata”, e con il rettore come superiore, quella che era costituita da almeno quattro preti (e quindi vocali) professi.

La nuova comunità del 1887-88 comprendeva in effetti, oltre a P. Sapori, solo i padri Giuseppe Bassi e Narciso Gretter, un fratello laico e il seminarista Giovanni Spalmach.

Il 7 ottobre si scrive: «Il suddetto P. Domenico Sapori si recò da Venezia a Lendinara per gestire questa povera famiglia così piccola, ma generosa di spirito cristiano, di vocazione cattolica».

Si ottiene dal preposito di mantenere ancora un anno «il buon giovane», l’aspirante «Giovanni Spalmach studente di VII, che dimostra un vivido impegno nell’educazione dei giovani; aiuta molto nella dottrina cristiana e a scuola».

Il 3 novembre comincia la scuola, quest’anno con una classe preparatoria al ginnasio e solo quattro classi ginnasiali. Termina qui l’unica pagina del diario scritta da P. Sapori. Si ricomincia solo il 13 ottobre 1889, in fogli sciolti allegati al diario, con la scrittura del P. Narciso Gretter. Ha una bella calligrafia, ma scrive di rado e con una forma piuttosto malinconica. Il pro-rettore P. Sapori, anziano e malato, gliene aveva affidato l’incarico.

1889: Alla festa della Maternità di Maria, il 13 ottobre, ricevette l’abito religioso Giovanni Spalmach, da P. Sebastiano Casara.

1890: Il 7 agosto il pro-rettore P. Sapori, che era uscito per celebrare la messa, viene riaccompagnato a casa paralizzato, ciò a causa di un attacco apoplettico. L’8 settembre ci si convince che non guarirà più, ma resterà paralizzato e allettato. Il padre è coraggioso perché affronta la malattia e la accetta. Certamente non scrive più sul diario.

1891: Il 6 agosto si tiene a Venezia il capitolo generale. P. Da Col diventa preposito e P. Bassi è nominato pro-rettore di Lendinara. Il 13 Novembre il religioso Giovanni Spalmach emette la sua professione religiosa triennale nelle mani del preposito.

1892: Giovanni Spalmach fu ordinato suddiacono dal vescovo diocesano Polin a S. Apollinare, in occasione di una visita. Ricevete l’ordinazione diaconale il 2 aprile dallo stesso vescovo a Badia Polesine e l’ordinazione presbiterale l’ 11 giugno nella cattedrale d’Adria. A Lendinara naturalmente si celebrò solennemente il 12 giugno la prima messa di P. Giovanni Spalmach, che aveva compiuto i suoi studi proprio a Lendinara, durante almeno 6 anni. Grande gioia della comunità e commozione «dei buoni» della città.

1893: A gennaio si viene a sapere che «un certo partito» tenta in tutte le maniere di far chiudere le scuole elementari Cavanis, assieme a quelle della Carità. P. Bassi avverte il preposito che chiede l’intercessione del vescovo d’Adria, mons. Polin; il suo intervento dà frutto, e il maestro Gaetano Cappellini può inviare un biglietto da visita il 17 gennaio (biglietto che è stato incollato sulla pagina del diario) dove comunica che la scuola si è salvata.

1894: P. Domenico Sapori, dopo tre anni e mezzo di grave infermità, vissuti con ammirabile pazienza e cristiana rassegnazione, passa sei giorni in agonia e dopo un secondo attacco muore la sera del 6 febbraio 1894.

Il 31 maggio 1894, anche i membri della comunità di Lendinara che hanno compiuto più di tre anni di professione pronunciano i voti perpetui secondo le nuove costituzioni del 1891, alla cui redazione finale, correzione e presentazione alla S. Sede aveva contribuito molto anche P. Sapori. Si tratta dei due padri Bassi e Gretter; e probabilmente anche del fratello Clemente Dal Castagné, che non è espressamente nominato, ma che certamente aveva più di tre anni di professione religiosa. Si conclude qui il diario della casa di Lendinara, il 31 maggio 1894. È stato in seguito collocato nell’archivio storico della Congregazione (AICV) con gli altri documenti della casa di Lendinara ivi confluiti.

Durante l’anno scolastico 1894-95, nel Diario della Congregazione P. Giuseppe da Col, preposito, scrive solo delle buone cose in merito all’amministrazione ordinaria della casa di Lendinara. Tutto va bene, incluso il fatto che mons. Antonio Polin, vescovo diocesano, esprime tutta la sua stima nei confronti dell’Istituto e dei religiosi di Lendinara. Tuttavia c’era qualcosa di latente che covava.

1895 – È certo, anche se non esplicitato nel Diario della Congregazione, che nel consiglio definitoriale del 29 agosto 1895 si decise di chiudere la casa di Lendinara e tutta la presenza e le attività dei Cavanis nella città del Polesine, decisione che «al momento doveva restare segreta».

P. Bassi, membro della comunità di Lendinara per almeno dieci anni e pro-rettore della stessa per gli ultimi cinque, viene trasferito a Possagno dal capitolo dei definitori, il 29 agosto 1895. Parte per Possagno assieme al fratello Clemente Del Castagné il 24 settembre. Resta a Lendinara P. Narciso Gretter. Costui doveva restare solo durante l’anno scolastico in corso fino a chiudere la casa, ma dato che si ammalò, di una malattia sempre più grave, ricevette tante visite dai confratelli delle altre case per confortarlo prima di tutto e poi per assisterlo.

Il 24 settembre 1995 il preposito P. Da Col scrive al vescovo di Adria «la lettera che comunica la decisione presa per quella casa.». Senza dubbio la lettera che indicava di lasciare Lendinara. Il vescovo rispose in maniera molto affettuosa, e insisteva che i Cavanis restassero; tuttavia il 30 settembre P. Da Col rispose ringraziandolo, ma confermando la decisione.

Si capisce che P. Narciso Gretter era solo perché il 29 settembre chiede conferma al preposito se davvero dovesse consumare il pane eucaristico e lasciare vuoto il tabernacolo, come gli era stato ordinato. P. Da Col gli rispose il 30 confermandoglielo. Come gli aveva già precedentemente scritto, dato che la comunità non c’era più, non si aveva più il diritto di conservare la cappella o l’oratorio eucaristico e il santo sacramento. Si trattava della chiusura definitiva. P. Narciso soffre di solitudine e sente l’avvicinarsi della sua fine e della chiusura della casa dopo un lungo cammino percorso.

Dal 31 però ottobre cominciano ad arrivare da Lendinara a Venezia le notizie della malattia di P. Gretter. Si tratta di tubercolosi ma anche di piaghe alle gambe; era stato operato chirurgicamente giorni prima. In questa sede non se ne parlerà più sino alla morte dolorosa dato che le notizie presenti nel Diario della Congregazione sono oltremodo numerose.

Il preposito dà istruzioni a P. Gretter, affinché cominci a svuotare la casa e l’oratorio, regalando i banchi della chiesa e gli armadi ai cappuccini e che inviti le suore dell’ospedale, probabilmente suore della Nigrizia o comboniane, a occupare la casa dell’Istituto Cavanis il prima possibile; non chiede affitto per i primi mesi, finché fossero state impegnate a pagare anche l’affitto dell’altra dimora dove risiedevano; successivamente propone l’affitto di £ 400 per la casa più l’affitto del giardino e dell’orto. Non si sa di sicuro (con le ricerche sino ad oggi) a quale congregazione appartenessero; probabilmente erano le suore missionarie della « Nigrizia», che dal 1892 avevano fondato l’Istituto S. Caterina a S. Biagio, vicino alle nostre scuole, per le giovani, e che continuerà a esistere per un secolo, quindi quasi fino alla fine del XX secolo.

Dal Diario della Congregazione, che non dice il nome di questo Istituto femminile, si sa però che le stesse suore si occupavano dei malati all’ospedale e dell’insegnamento. Era allora possibile che fossero proprio loro ad aver affittato la casa dell’Istituto Cavanis, per abitarci (secondo quanto dice il diario della congregazione) e per trasferircisi (totalmente o parzialmente) con la loro scuola.

Da questa fase della casa di Lendinara, e poi dalla malattia di P. Gretter, si capisce quanto la situazione della Congregazione fosse critica, in fatto di personale, se si lasciava un solo religioso dopo la chiusura della casa, malato per giunta, e non trovava anche solo un fratello laico libero per assisterlo. Oltre agli impegni pastorali della scuola, P. Spalmach stava morendo a Venezia, e c’erano dei malati bisognosi d’assistenza anche a Possagno.

1896 – La malattia, o meglio le malattie di P. Gretter continuarono a peggiorare durante tutto l’anno. Gli fanno visita il preposito, il vicario P. Casara, il vescovo diocesano d’Adria, e, con molta difficoltà, gli si trova il fratello Clemente Del Castagné per assisterlo.

In aprile si vendono i mobili e gli altri oggetti della casa. P. Da Col scrive a P. Bolech, che si trovava lì per assistere e confortare il malato, ormai grave e non più autonomo (aveva richiesto lui stesso che si provvedesse a conservare in casa gli oli santi), di non farlo preoccupare parlandogli di cose materiali ed economiche e di non fargli capire che stavano svuotando la casa. Si parla anche della barca che avrebbe portato le ultime cose a Venezia (senz’altro la biblioteca e l’archivio, tra le altre cose). P. Gretter probabilmente non si poteva trasportare a Venezia anche se c’erano pareri diversi. Ecco perché la casa non venne chiusa prima.

Sempre nell’aprile 1896 si parla di un atto di vendita fatto da P. Narciso Gretter prima della sua malattia, ma non è chiaro di cosa si tratta esattamente. Il 3 maggio P. Larese, che si trovava a Lendinara per assistere spiritualmente P. Narciso, invia un telegramma al preposito di Venezia annunciando la santa morte del povero padre. I funerali si tennero due giorni dopo. Con la sua morte, non c’erano più ragioni di tenere ancora aperta la casa.

Nei primi 23 giorni di maggio, P. Larese restò a Lendinara per trattare e concludere diversi affari della comunità ed in particolare i contratti d’affitto della casa dell’Istituto alle suore dell’ospedale. La casa era sempre quella situata nel territorio della parrocchia di S. Biagio. Il 27 maggio si scrive nel diario della Congregazione che P. Larese ritorna a Venezia e poi va a Possagno; e della casa della nostra comunità si dice «… la casa che si lascia in affitto alle suore che si dedicano all’educazione».

Il diario non parla dei giorni di chiusura di questa casa storica per i Cavanis, la seconda casa della Congregazione, l’unica che fu fondata personalmente dai fondatori fuori Venezia; Possagno in realtà fu fondata su iniziativa di P. Casara, benché avesse ricevuto la benedizione di P. Antonio Cavanis. Non si parla neanche più della barca che doveva essere affittata per trasportare le cose rimaste della casa a Venezia. Bisogna considerare come data di chiusura il 27 maggio 1896, giorno della partenza di P. Larese.

Il 31 maggio 1896, durante una riunione del preposito e dei definitori, P. Larese «delineò un rapporto completo degli affari della casa di Lendinara realizzati da lui prima di partire e liberare la casa per le suore»

Si mantennero i contatti con le suore che abitavano nella nostra casa; il 25 luglio 1896 si viene a sapere che i padri, oltre alla proprietà della casa della comunità, continuavano ad avere la proprietà della casa e dell’orto di S. Giuseppe, dato in affitto anche quello. Dopodiché cala il sipario.

Ci sono state senza dubbio ancora visite dei padri dopo il 1896 per trattare degli affitti degli edifici che la Congregazione continuava a possedere in quella cittadina, ma non ne abbiamo per ora notizia.

Un ulteriore cenno anodino alla casa di Lendinara si fa nel diario di Congregazione il 4 ottobre 1902, con un cenno a un ex-allievo di quella casa, molto riconoscente per l’educazione ricevuta, ora canonico di Adria, che si proponeva di “lasciare un ricordo perpetuo al nostro Istituto, del quale ripetè la sua prima cristiana educazione. Gli rispose quattro giorni dopo il Preposito accettando in massima le condizioni proposte nella lettera. Quando verrà a Venezia, nel mese di novembre, si concreteranno di pieno accordo le cose. Il Signore conceda intanto il premio della buona intenzione al riconoscente discepolo”.

I padri, pochi giorni dopo, nel 1902, cercarono di esumare le ossa dei confratelli seppelliti a Lendinara, trovarono bensì le ossa dei padri Vincenzo Brizzi e Nicolò Morelli, ma non quelle di P. Spernich e di fra Pietro Rossi. Il testo del Diario della Congregazione dice esattamente così: “Domenica /19/ [1902] Scrive il P. Larese da Lendinara di aver avuto finalmente la consolazione di trovare le ossa dei confratelli P. Brizzi, e P. Morelli.

Certo più pieno sarebbe stato il nostro gaudio se avessero trovato anche le ossa del Padre Spernich e del laico Fr. Pietro Rossi, pietre fondamentali del nostro Istituto, ma dopo tanti anni e non avendo punto pensato a questo trasporto, si dovette abbandonare ogni speranza. Le ossa furono trasportate nel nuovo cimitero, e riposeranno nella Cappella fino a lunedì mattina in cui si farà l’esequie. Qui stasera reciteremo un notturno con le laudi dei defunti, domani la prima messa in chiesa sarà applicata per essi”.

Il Diario di Congregazione riporta il 21 settembre 1903, o qualche giorno dopo, la seguente frase: “Il S. Padre benignamente concede la facoltà di alienare in Lendinara la casa ultimamente acquistata, firma conditione pretium in tuto licito ac fructifero investimento caute collocandi favore Congregationis.

Inoltre, in modo piuttosto imprevisto e non del tutto comprensibile, nella seconda riunione del 6° capitolo generale, del 23-25 luglio 1907, si trova il seguente testo: “1. Proposta della vendita della nostra Casa a S. Sofia in Lendinara. Il Capitolo decide di non vendere detta Casa che a non meno di lire 5000 nette. Approvata con voti 7. sì su 7. votanti. 2. Decisione riguardo all’affitto della nostra Casa in S. Biagio a Lendinara. Fu deciso che o le R.R. Suore pigliano in affitto la Casa mediante un rappresentante legale, per almeno Lire 400 annue nette da spese di manutenzione ordinaria a norma di legge, o che resti chiusa la Casa. Approvata con voti 7. sì – votanti 7”.

Curioso il fatto che P. Vincenzo Rossi l’8 gennaio 1905 “si è recato a Lendinara a votare per le elezioni politiche – Ritornò il 9.” È evidente che aveva mantenuto la cittadinanza lendinarese, e non si era scosso la polvere dai calzari.

Alcune notizie sparse si trovano nel Diario di Congregazione fino almeno alla fine degli anni Venti del XX secolo, su ex-allievi di Lendinara che si fanno presenti con affetto all’Istituto; si veda per esempio il caso del P. (Domenico?) Fracassetti, dei Barnabiti di Bologna – ex-allievo di Lendinara appunto – , che aiutò validamente P. Tormene nella sistemazione a Bologna di religiosi Cavanis in pericolo durante la grande guerra; e, ancora a titolo di esempio, il caso dell’ex-allievo Emilio Lazzarini citato nel DC a p. 164 del vol. VIII, nell’ottobre 1928.

Ma si perse abbastanza presto memoria della gloriosa casa di Lendinara, a parte ciò che ne scrissero padre Francesco Saverio Zanon e P. Aldo Servini, solo sul periodo 1833-1852, riguardanti il tempo dei fondatori. Sul periodo 1852-1896, non c’è una cronistoria e pochi religiosi Cavanis avevano avuto accesso (o interesse ad accedervi) all’archivio di Lendinara e anche al Diario della Congregazione. Forse soltanto un religioso Cavanis, P. Leonardi, ritornò a Lendinara nel XX secolo e in questi inizi del XXI. Bisogna recuperare la memoria storica di una casa antica, gloriosa nella sua umiltà, spesso martire. Sarà necessario ritrovare delle foto e delle altre immagini della seconda fase della casa nella fototeca dell’AICV; lì allo stesso modo si potranno studiare in maniera più completa le quattro buste dell’archivio di Lendinara; nell’AICV si possono leggere i volumi del Diario della Congregazione dal 1852 al 1896; e ancora, nell’archivio corrente della curia generalizia a Roma e nell’AICV a Venezia, gli atti dei capitoli provinciali e generali e dei capitoli dei definitori dal 1852 ad almeno il 1896.

Tabella: la comunità e la scuola di Lendinara dal 1866 al 1896

Anno scolastico

Rettore

Padri

Fratelli laici

Seminaristi

e osservazioni

1866-67

Vincenzo Brizzi

Vincenzo Brizzi, Pietro Spernich, Giovanni Battista Traiber, Giovanni Ghezzo,

Pietro Rossi, Giacomo Barbaro.

Giovanni Battista Larese,

Luigi Piva, ammalato

1867-68

Vincenzo Brizzi

Vincenzo Brizzi, Pietro Spernich, G.B. Traiber, Giovanni Ghezzo

Pietro Rossi

(Giovanni Battista Larese a Venezia)

1868-69

Vincenzo Brizzi

Vincenzo Brizzi, Pietro Spernich, G.B. Traiber, Giovanni Ghezzo

Pietro Rossi

 

1869-70

Vincenzo Brizzi

Vincenzo Brizzi, Pietro Spernich, Giovanni Ghezzo, Francesco Bolech, Giuseppe Miorelli (?)

Pietro Rossi

NB: il 1°.9.70 la comunità passa ad abitare nella canonica di S. Sofia.

1870-71

Vincenzo Brizzi

Vincenzo Brizzi, Pietro Spernich, G.B. Traiber, Giovanni Ghezzo, Francesco Bolech, Giuseppe Miorelli

  

1871-72

Vincenzo Brizzi

Vincenzo Brizzi, Giovanni Battista Ghezzo, Francesco Bolech, Giuseppe Miorelli, Michele Marini

Novizio laico Giovanni Sighel

Il 29.5.71 muore P. Pietro Spernich

1872-73 

Vincenzo Brizzi

Vincenzo Brizzi, Giovanni Battista Ghezzo, Giuseppe Miorelli, Michele Marini

Pietro Sighel

Francesco Bolech passa a Venezia

1873-74

Vincenzo Brizzi

Vincenzo Brizzi, Giovanni Battista Ghezzo, Giuseppe Miorelli, Michele Marini

Pietro Sighel

19.9.73: la comuntà passa ad abitare nella nuova casa (« il convento ») comprata a S. Biagio, sul Terraglio

1874-75

Vincenzo Brizzi

Vincenzo Brizzi, Giovanni Battista Larese, Giuseppe ?Miorelli, Francesco Bolech, dalla primavera 1875

Pietro Sighel

Carlo Simeoni

1875-76

Vincenzo Brizzi

Giovanni Battista Larese (pro-rettore)

Vincenzo Brizzi (ma muore il 13.1.76), Francesco Bolech, Giovanni Battista Larese,

Pietro Sighel

Carlo Simeoni (semin., poi diacono)

1876-77

Giovanni Battista Larese (rettore)

Giovanni Battista Larese, Giuseppe Miorelli, probabilmente altri

Francesco Luteri, forse altri religiosi non preti

Carlo Simeoni

1877-78

Giovanni Battista Larese

Giovanni Battista Larese, Francesco Bolech, Carlo Simeoni, Giuseppe Miorelli

Francesco Luteri

 

1878-79

Giovanni Battista Larese

Giovanni Battista Larese, Francesco Bolech, Carlo Simeoni, Giuseppe Miorelli

  

1879-80

Giovanni Battista Larese

Giovanni Battista Larese, Francesco Bolech

  

1880-81

Giovanni Battista Larese

Giovanni Battista Larese, Giuseppe Da Col, Francesco Bolech

  

1881-82

Giovanni Battista Larese

Giovanni Battista Larese, Giuseppe Da Col, Narciso Gretter

  

1882-83

Giovanni Battista Larese

Giovanni Battista Larese, Giuseppe Da Col, Narciso Gretter, Giuseppe Miorelli

 

Giuseppe Miorelli a settembre viene trasferito a Venezia

1883-84

Giovanni Battista Larese

Giovanni Battista Larese, Giuseppe Da Col, Narciso Gretter, don Gottardo Bernardi (come aspirante, ma già prete)

Francesco Avi, Antonio Baron, laico aspirante

 

1884-85

Giuseppe Da Col,

Giuseppe Da Col, Narciso Gretter, Giuseppe Bassi, Antonio Dalla Venezia

Francesco Avi, Antonio Baron, laico aspirante

Giovanni Battista Larese? e Miorelli sono a Venezia, ma mantengono il domicilio legale a Lendinara.

1885-86

Giuseppe Da Col

Giuseppe Da Col, Giuseppe Bassi (vicario), Narciso Gretter, Antonio Dalla Venezia

Francesco Avi, un altro fratello laico

 

1886-87

Giuseppe Da Col

Giuseppe Da Col, Giuseppe Bassi (vicario), Narciso Gretter, Michele Marini

Pietro Sighel

Giovanni Spalmach

1887-88

Domenico Sapori (pro-rettore)

Domenico Sapori, Giuseppe Bassi, Narciso Gretter

Pietro Sighel

Giovanni Spalmach

1888-89

Domenico Sapori (pro-rettore)

Domenico Sapori, Giuseppe Bassi, Narciso Gretter

Pietro Sighel, Megliorini Angelo

Giovanni Spalmach

1889-90

Domenico Sapori (pro-rettore)

Domenico Sapori, Giuseppe Bassi, Narciso Gretter

 

Giovanni Spalmach

1890-91

Giuseppe Bassi

(pro-rettore)

Giuseppe Bassi, Domenico Sapori, Narciso Gretter

 

Giovanni Spalmach

1891-92

Giuseppe Bassi

(pro-rettore)

Giuseppe Bassi, Domenico Sapori, Narciso Gretter, (Giovanni Spalmach)

 

Giovanni Spalmach (ordinato prete il 12.6.1892)

1892-93

Giuseppe Bassi

(pro-rettore)

Domenico Sapori, Giuseppe Bassi, Narciso Gretter

  

1893-94

Giuseppe Bassi

(pro-rettore)

Domenico Sapori, Giuseppe Bassi, Narciso Gretter

Clemente Dal Castagné, Pietro Sighel

(Domenico Sapori muore il 6 febbraio 94.)

1894-1895

Giuseppe Bassi

(pro-rettore)

Giuseppe Bassi, Narciso Gretter, Spalmach

Clemente Dal Castagné, Pietro Sighel

 

1895-1896

Narciso Gretter

Gravemente malato. Muore qui il 3.4.1896. P. Larese liquida gli affari della casa dopo la sua morte e la chiude.

Pietro Sighel

Parecchi confratelli visitano e assistono P. Narciso Gretter durante la malattia.

Tabella: le case (comunità e scuola) di Lendinara

Casa

Parrocchia (quartiere)

date

Osservazioni

La prima fondazione

Santa Sofia

3.3.1834-1.9.1870

Donata da Francesco Marchiori, aumentata poi con la chiesa, il campanile, la sacristia ecc.

Canonica della parrocchia

Santa Sofia

1.9.1870-15.12.1870

abitazione provvisoria, in prestito

Casa « dominicale » del parroco

S. Giuseppe

15.12.1870-19.9.1873

Provvisoria, con l’aggiunta (aquisto) di un’altra casa e un orto

Una vasta proprietà con un orto

S. Biagio, Riviera S. Biagio

19.9.1873-1896

Definitiva, comprata. (affittata nel 1896 alle suore, venduta più tardi)

Tabella: le chiese e cappelle di Lendinara utilizzate dall’Istituto

Chiesa o cappella

Parrocchia (quartiere)

date

osservazioni

Cappella della comunità Cavanis

S. Sofia

3.3.1834

Nel vecchio edificio iniziale, una stanza, «molto povera e spoglia», e insufficiente per gli alunni.

Cappella di S. Maria Nova

Quartiere nord della città

All’inizio, prima del 1840

Provvisoria, imprestata

Oratorio del SS. Cricifisso della Costata

??

All’inizio, prima del 1840

Provvisoria, imprestata; « indecente pericolosa »

Cappella di S. Maria Nova

Quartiere nord della città

All’inizio, prima del 1840

Provvisoria, imprestata

Chiesa di S. Anna

???

Dal 7.10.1839

La Congregazione accetta il beneficio della chiesa di S. Anna, con il solo impegno di celebrarne le messe di un legato

Chiesa di S. Giuseppe Calasanzio (costruita dai padri a fianco della prima scuola)

S. Sofia

Iniziata la costruzione dal P. Matteo Voltolini negli anni ‘30.

Benedetta e inaugurata il 14.6.1840. Confiscata dal demanio il 1° settembre 1870

Construita dall’Istituto, aumentata poi con la chiesa, il campanile, la sacristia ecc.

Probabilmente la chiesa parocchiale di S. Sofia

S. Sofia

1.9.1870-15.12.1870

Solo in uso; situazione provvisoria

Una chiesa o cappella di S. Giuseppe (sposo)?

S. Giuseppe

15.12.1870-19.9.1873

Situazione provvisoria

Un oratotorio nella nuova casa comprata a S. Biagio.

S. Biagio

19.9.1873, e spesso negli anni ‘80 e ‘90

Definitivo, acquistato; affittata alle suore con la casa

Chiesa di S. Filippo

Vicino a S. Biagio

Per esempio il 25.12.1884

Forse era la chiesa o cappella dell’ospedale delle suore

Santuario della Madonna del Pilastrello

Fuori città

1834-1896

Santuario di devozione della comunità e della città. Se ne parla però molto raramente nel DL; occasionalmente il 27.8.1885.

Tabella: le proprietà immobiliari della comunità di Lendinara

Immobile

Parrocchia (quartiere)

Date

Osservazioni

Prima fondazione, donata dal sig. Francesco Marchiori

S. Sofia

Occupata il 3.3.1834;

Confiscata dal demanio il 1°. 9.1870.

 

Una fattoria

 

Acquistata nel settembre 1838 (probabilmente). In questo caso, senza dubbio confiscata dal demanio 1°. 9.1870.

 

Chiesa di S. Giuseppe Calasanzio, nel lotto della prima casa

S. Sofia

Iniziata la costruzione dal P. Voltolini negli anni ‘30.

Benedetta e inaugurata il 14.6.1840. Confiscata dal demanio il 1° settembre 1870

Construita dall’Istituto, aumentata poi con la chiesa, il campanile, la sacristia ecc.

Edificio e podere di Ca’ Mussato e i poderi e casa colonica chiamati “S. Francesco”, fino al « rettilineo »

 

Ricevuti in donazione il 11.3.1850 dagli eredi Marchiori. In questo caso, senza dubbio confiscati dal demanio nella stessa data.

 

Casa e orto

S. Giuseppe

  

Un vasto edificio possibilmente con un orto (e con una chiesa, se era come sembra, un antico convento).

S. Biagio

19.9.1873-1896

Definitivo, comprato.

Un edificio e un orto a S. Biagio, chiamato « il convento »; forse lo stesso del precedente

S. Biagio

In un documento del 1885

“Proprietà di don Sebastiano Casara del fu Francesco”.

Casa con corte e annessi a S. Biagio, Terraglio

S. Biagio, strada del Terraglio.

In un documento del 1885

“Proprietà di don Carlo Simeoni del fu Gaetano. »

Casa con orto a S. Sofia.

S. Sofia

In un documento del 1885

“Proprietà di don Giovanni Battista Larese del fu Pietro »

“Fondo Bisquola [e/o Biscuola]”: fattoria con casa colonica

S. Rocco

Comprata il 2.3.1875.

Si decide di venderla il 12.3.85 per pagare i debiti della comunità. Venduta il 9.6.1885.

 

Fondo Ca’ Mussato

???

Donato dalle sorelle Marchiori

 

Due piccole case a S. Biagio, aquistate da un sig. Orlandi; difficile dire se si trattava delle case situate in una delle proprietà precedenti.

S. Biagio

Si fa domanda per distruggerle il 2.4.1885, per construire un muro sulla strada del Terraglio”, n° 9 e 10.

 

La casa « del tintore »

???

Se ne parla nel DL nel 1884-85

 

La « Cantina Visentini » (=cantina o casa di vinificazione)

???

Se ne parla nel DL nel 1885

 

7.3 La passione e la morte della casa di Lendinara nella prospettiva generale italiana

La micro-storia dolorosa degli ultimi trent’anni (1866-1896) della comunità e della scuola Cavanis di Lendinara (ma bisogna ricordare anche il dramma delle altre due case dell’Istituto) si presenta nel quadro della macro-storia d’Italia e della chiesa in Italia alla fine del XIX secolo. Si capisce perché e come in una piccola città quasi sconosciuta del Polesine e, su scala più ampia, in tutta Italia «… l’orientamento generale antipapale e anticlericale ovvero antireligioso dei governi successivi, diede ai cattolici italiani l’impressione di essere assediati nel loro stesso paese». Ed era proprio quell’impressione che avevano i nostri confratelli all’epoca – tra gli altri. Si soffocava. Ma allo stesso tempo, non si dialogava, non ci si apriva alle idee moderne, non si accettavano le libertà. Ad esempio, a livello di S. Sede, ma anche dei cattolici in generale, non si capiva e ci vorrà del tempo per arrivarci, che la perdita di possedimenti temporali era un bene, una purificazione, e non una sventura.

Più che nei primi due terzi del secolo, hanno pesato sulla chiesa che è in Italia l’insieme degli avvenimenti e dello stato d’anima politici e sociali, e soprattutto il successo del movimento del Risorgimento italiano, del resto molto prezioso, avendo ottenuto l’agognata unità d’Italia.

Bisogna ricordare come premessa e riassunto che prima degli anni 1859-1860 la penisola italiana, benché messa in evidenza e separata da altri paesi dal mare e dalle Alpi, non era un paese indipendente né unito e che racchiudeva otto stati: il regno del Piemonte-Sardegna, il vice regno Lombardo-Veneto occupato dall’impero austriaco, i ducati di Parma, Modena e Lucca, il granducato di Toscana, gli stati della chiesa che comprendevano l’Emilia, la Romagna, l’Umbria, le Marche e il Lazio) e il regno delle Due Sicilie che comprendeva tutte le regioni del sud della penisola, dalla Campania e l’Abbruzzo alla Sicilia.

Fra questi stati, la cui popolazione era in maggioranza cattolica, la maggior parte rispettava la chiesa, anche se per un motivo o l’altro si tentava di dominarla, con il giurisdizionalismo, soprattutto nel vice-regno Lombardo-Veneto, almeno sino al 1855. C’era tuttavia, diffuso un po’ ovunque un sentimento di anticlericalismo antipapale e spesso antireligioso tra gli universitari e gli intellettuali. Il sentimento anticlericale popolare era diffuso soprattutto, ma non solo, negli stati della chiesa, e tanto più a Roma.

Lo stato più laico e anticlericale per eccellenza era di certo il Piemonte-Sardegna, dove si proclamava «libera chiesa in libero stato», ma dove in realtà c’erano dei margini molto limitati alla libertà della chiesa, se si considera il controllo dell’insegnamento da parte dello stato, le leggi Siccardi per l’abolizione del foro ecclesiastico (1850), la legge che soppresse i capitoli dei canonici e le comunità religiose non «utili» cioè non impegnate nell’insegnamento e nella cura dei malati (1855), legge che provocò la soppressione di 604 case e opere religiose.

Il movimento unitario del Risorgimento italiano, promosso allo stesso tempo dal regno di Piemonte e Sardegna (a partire dal re Carlo Alberto di Savoia-Carignano e soprattutto da suo figlio Vittorio-Emanuele II) e da movimenti unitari, a volte repubblicani e liberali, molto spesso anticlericali, raggiunse il suo scopo gradatamente tra il 1859 e il 1870.

Si ricorda qui, ricapitolando, la I Guerra d’Indipendenza (1848-1849) che finisce con una sconfitta, la II Guerra d’Indipendenza (1859) che permette al Piemonte di unirsi la Lombardia, la fase dei plebisciti che riunisce al Piemonte i ducati di Modena e Parma (1860), l’impresa di Giuseppe Garibaldi e dei suoi «Mille» che aggiunse all’Italia il regno delle Due Sicilie (1860) cioè tutto il meridione, il movimento strategico dell’armata piemontese attraverso la Romagna, le Marche e l’Abruzzo che saranno annessi al Piemonte (1860), al fine di raggiungere Garibaldi e anche per evitare che questi eventualmente creasse una repubblica indipendente nel sud del paese; l’instaurazione del regno d’Italia (17 marzo 1861); la III Guerra d’Indipendenza che unisce il Veneto (incluse le tre case del nostro Istituto) e la provincia di Mantova al regno d’Italia (1866); la presa del Lazio e più particolarmente di Roma attraverso la breccia di Porta Pia (1870); lo spostamento della capitale del regno da Torino a Firenze (1865) poi a Roma (1871). Il movimento dell’Irredentismo e in generale il nazionalismo italiano porteranno quasi mezzo secolo più tardi alla conquista sanguinosa del Trentino e dell’Alto-Adige (o Südtirol) con Trento e Bolzano, di Trieste e dell’Istria e a completare così l’unità d’Italia con la conclusione vittoriosa della I Guerra Mondiale (1914-1918).

L’espansione del Piemonte e l’unificazione d’Italia, sotto la monarchia Sabauda o dei Savoia e del loro governo portò ad estendere la politica anticlericale di Torino in tutta Italia. L’Italia ora era fatta, come dice la massima, bisognava «fare gli italiani», e non ci si lavorava. Dal punto di vista della monarchia e del governo del Piemonte e poi del regno d’Italia si trattava anche di laicizzare l’Italia e di limitare i poteri della Chiesa. Per la Chiesa e la Santa Sede lo scopo era invece di «rifare gli Italiani» e presentava un duplice problema: come risolvere la questione romana e come recuperare l’Italia da un punto di vista cristiano-cattolico.

«Confrontati al movimento unitario che raggiunse i suoi obiettivi tra il 1859 e il 1870, i papi, Pio IX, Leone XIII, Pio X, s’impegnarono in una lotta senza quartiere contro le dottrine giudicate deleterie, prodotto della civiltà moderna: contro il movimento liberale, il razionalismo, contro il modernismo in seno alla chiesa, contro il socialismo e contro lo stato unitario che si era realizzato abbattendo il potere temporale. In un contesto spesso concitato, c’era stato bisogno non solo di condannare, ma anche di organizzarsi, soprattutto dopo il 1878, per tentare di conquistare la società in nome di Cristo reagendo alle sfide politiche, economiche e sociali del tempo. L’interdipendenza della politica, della cultura e del religioso stricto sensu resta una caratteristica primaria di questo periodo».

Il tradizionalismo della chiesa e del papato generò poi un «feeding-back» dell’antipapismo e dell’anticlericalismo, e viceversa, in una scalata che non sembrava aver fine.

8. Excursus sulle devozioni e sui santi dei Cavanis

I religiosi Cavanis vivevano, nell’atmosfera italiana ed europea del XIX secolo, molto più che la preghiera, la spiritualità e la devozione liturgiche, principalmente le devozioni tipiche dell’epoca: la devozione eucaristica, la pietà mariana, la devozione ai santi. A questo proposito, sarebbe davvero interessante fare delle ricerche sulle letture spirituali preferite, consigliate e praticate in Congregazione nell’ottocento, e ampiamente ancora presenti e del tutto evidenti nel nucleo della biblioteca dell’Istituto nella Casa-madre. Vi si ritrova tra l’altro una forte influenza della spiritualità della scuola francese.

Inoltre la Congregazione ha le sue proprie devozioni particolari e i «suoi» santi, a volte chiamati “Nostri Santi Avvocati” o semplicemente “i nostri Santi”. È interessante l’espressione di P. Antonio: “Il Signore, Maria SS.ma, e i nostri Santi unitamente all’Angelo vostro Custode, v’assistano nel rimanente del viaggio e vi riconducano felicemente alla patria, al fratello, alle figlie, ai figli, che v’attendono ansiosamente”.

Perfetto l’ordine teologico dei protettori invocati qui su P. Marco suo fratello. Si noti, di passaggio, la posizione delle “figlie” prima dei “figli”: l’Istituto femminile prima del maschile. Una formulazione differente si trova in altra lettera: P. Antonio ringrazia per il felice viaggio a Roma di Marco e per i risultati e per il ritorno a Lendinara, già in patria: “alla cara Madre Maria ed ai nostri Santi sì potenti ed amorevoli Protettori, che tanti beni ci trassero dalla divina bontà”. Manca per ora trovare, tra gli scritti dei Fondatori, una lista completa nominale di questi nostri santi, avvocati e protettori, di mano di uno dei due benedetti fratelli. Per il momento si espongono qui sotto i principali santi di devozione particolare dei Cavanis.

8.1 San Giuseppe Calasanzio (1557-1648)

Fondatore dell’ordine dei Chierici regolari poveri della Madre di Dio delle scuole pie (detti in Italia Scolopi) è il patrono “principale” della Congregazione delle Scuole di Carità. Si tratta di uno dei punti forti della devozione e dell’ispirazione dei nostri venerabili fondatori. Questo santo fu “il modello preferito a cui essi ispirarono la loro vita di educatori e di sacerdoti. Da lui assimilarono le proprie preferenze per la gioventù specialmente povera, la donazione di se stessi nel pieno disinteresse e nell’assoluta gratuità delle scuole per tutti gli alunni indistintamente, offrendo la possibilità di andare a scuola gratuitamente e a tutti senza distinzione».

P. Giovanni Paoli nella sua testimonianza dice che P. Antonio, «Fin da quando cominciò a recitare l’uffizio divino, diceva d’aver concepito un’altissima stima di questo gran santo, leggendone nel breviario le letture. Quando poi intraprese ad aver cura de’ giovani, e vi si dedicò, non appena seppe che in Chioggia alcuni pii sacerdoti eransi preso questo santo per protettore, delle loro scuole e de’ giovani, deliberò di costituirlo protettor principale del suo Istituto. Quindi si cominciò fin dall’anno 1806 a solennizzare con la maggior pompa possibile il dì 27 agosto; la qual pompa di anno in anno per opera di lui andò sempre crescendo; e con il tempo la solennità aumentò sempre più».

Del «santo» o «del nostro santo», cioè S. Giuseppe Calasanzio, si parla 164 volte nell’«Epistolario e Memorie», cioè negli scritti pubblicati dei nostri venerabili fondatori e 72 volte nella Positio; a titolo comparativo, le citazioni di S. Giuseppe (sposo di Maria padre putativo di Gesù) sono 35 nell’«Epistolario e Memorie» e 10 nella Positio.

Si recita ogni sera in onore del «nostro santo», una preghiera nelle Preces della comunità; prece che è composta da un responsorio, e da un’orazione proveniente dalla colletta della messa di S. Giuseppe Calasanzio. Dal 1990 si recita questa preghiera con la formula preliminare: «Per la nostra Congregazione e per tutti gli istituti della Famiglia Calasanziana».

Sfortunatamente questa preghiera è forse l’unico atto di pietà che facciamo verso il nostro primo santo patrono. Bisognerebbe ampliare la nostra devozione e ricominciare a celebrare in comunità la sua festa cambiando però la data che cade durante le vacanze estive in molti paesi; tale festa che per noi Cavanis è molto solenne, è stata anche riconosciuta dalla Santa Sede come solennità, nel nostro caso, e anche il cambio di data per la festa «pro pueris» . Nel nostro Istituto era usanza chiamare il nostro patrono semplicemente S. Giuseppe, tanto che per distinguerlo dal santo padre putativo di Gesù, quest’ultimo lo si chiamava tra noi «S. Giuseppe sposo».

Si è parlato di S. Giuseppe Calasanzio come del «patrono principale». Ma chi è allora il secondo patrono? La cosa non è chiara e le nostre costituzioni e norme non ne trattano. Ci sono due possibili «candidati»: S Vincenzo de’ Paoli e S. Gaetano Thiene.

8.2 Maria SS. ma, Madre di Dio

Una parola speciale merita la devozione mariana tra i Cavanis. Maria si trova molto spesso nelle nostre Costituzioni e Norme, ma forse meno di quanto ci si potrebbe aspettare: la costituzione 20 ci dirà: “L’Istituto, fin dalle sue origini, attribuisce alla Vergine Maria innumerevoli grazie e professa verso di lei amore e devozione speciali. Tutti ne imitino le virtù, particolarmente l’umile disponibilità alla volontà del Signore e l’amore dal quale deve essere animato chi coopera alla rigenerazione degli uomini”. Si parla di lei nelle costituzioni e norme 4, 20, 20/a, 22, 24/c, 46, 67/c: quattro costituzioni e tre norme, quindi sette volte.

In queste costituzioni e norme si parla di Maria a riguardo della nostra vita religiosa, della nostra vita di preghiera, delle nostre feste, delle vigilie e dei digiuni, nel capitolo sull’educazione della gioventù e ancora nel capitolo sulla formazione. Viene chiamata, nei nostri codici, con differenti nomi e titoli: Maria, Vergine Maria, Madonna, Santa Vergine, Madre (di Gesù), Madre di Dio; si parla della sua devozione, del rosario, delle sue feste e titoli più importanti secondo la tradizione nostra e la nostra pratica: l’immacolata Concezione, l’Annunciazione del Signore, la memoria della Beata Vergine del Monte Carmelo, l’Assunzione, la festa locale della Madonna (in ogni parte territoriale e città o luogo).

Nelle Costituzioni del 1837, le feste mariane che si celebravano come specifiche dell’Istituto e che erano precedute dalla veglia e dal digiuno e/o dall’astinenza delle carni, erano più numerose: ad esempio, con digiuno e astinenza: Natività, Purificazione (= oggi Presentazione del Signore al Tempio), Visitazione, Patrocinio della B.V.M., Madonna Addolorata; con sola astinenza: Maternità, Festa della Purità della B.V.M., Nome di Maria, Festa del Rosario.

Un altro aspetto della devozione mariana dei Fondatori, come si è detto sopra, è quella di aver indetto tre anni mariani (probabilmente i primi nel mondo cattolico), nel 1824, 1826, 1849; ne seguiranno altri pochi, probabilmente tre soltanto, proclamati dalla Congregazione: uno fu indetto dal preposito P. Aurelio Andreatta il 1° luglio 1938, nell’avvicinarsi della data del 1° centenario dell’erezione canonica dell’Istituto e doveva durare del 16 luglio 1938 al 16 luglio 1939. Era un anno di ringraziamento, di preghiera e di devozione mariana.

Il secondo fu indetto l’11 ottobre 1944, ancora dal Preposito P. Aurelio Andreatta, per ottenere la protezione della nostra Madre celeste sull’intera Congregazione nella fase più pericolosa della guerra; l’altro fu indetto dal Preposito P. Guglielmo Incerti il 1° gennaio 1981, per ottenere “dal Signore buono sante e abbondanti vocazioni sacerdotali e religiose”. Quest’ultimo si svolse dal 12 marzo 1981 al 2 maggio 1982.

La devozione mariana è davvero molto forte nella storia e in tutta la vita della nostra Congregazione, fin dalle sue sorgenti, cioè, nella devozione mariana dei nostri Venerabili Fondatori; e anche perché la nostra Opera e la nostra Congregazione nasce da una Congregazione mariana (il 2 maggio 1802). Il riferimento a Maria, con il suo nome proprio o con i suoi titoli, si trova almeno 293 volte nell’Epistolario dei Fondatori! Vi è come un ritornello di amore.

La festa della Madonna del Monte Carmelo o del Carmine è considerata da noi come la festa principale, e spesso vi si celebra l’inaugurazione dei Capitoli generali e altri importanti avvenimenti; spesso si sceglie la solennità dell’immacolata Concezione di Maria per le professioni perpetue, gli Ordini Sacri, l’istituzione dei Ministeri. La solennità dell’Annunciazione del Signore era la festa annuale più importante della Congregazione mariana della Casa-madre di Venezia. Dopo il 1858, a poco a poco Maria sarà venerata anche sotto il titolo di Madonna di Lourdes. Va ricordato anche la nostra vecchia abitudine di recitare tre volte al giorno l’Angelus, e l’ “Ave Maria” dell’ora, cioè la pratica di recitare una “Ave Maria” allo scoccare di ogni ora, quando si ascoltava la suoneria dell’orologio o la campana. Lo si faceva ancora quando ero giovane sacerdote. Si potrebbe ricominciare.

Possiamo ricordare anche le numerose immagini della Vergine Maria nei locali delle nostre case religiose e scuole; è un’abitudine comune tra l’altro mettere una statua o un bassorilievo di Maria particolarmente nei cortili e altri ambienti di ricreazione dei bambini e giovani.

Notiamo tuttavia che le “Grotte di Lourdes” sono state storicamente rare da noi; mi ricordo solo di quella della casa del S. Cuore a Coldraga a Possagno; quella del vecchio seminario Santa Cruz di Castro, Paraná, Brasile, costruito negli anni ‘70 del secolo passato dal padre Guglielmo Incerti. Sono diventate più frequenti recentemente. Raramente purtroppo assomigliano veramente a una grotta di roccia!

Particolarmente bella e significativa è la preghiera “O cara Madre Maria”, attribuita a P. Marco, e probabilmente esclusiva della nostra Congregazione. Essa conferma quello che si trova dovunque negli scritti dei nostri Fondatori, vale a dire che il titolo principale di Maria che essi usano è quello della maternità divina. Si trova spesso il termine “cara Madre Maria” anche fuori della triplice preghiera suddetta in vari scritti dei Fondatori:

“O cara Madre Maria, volgete verso di noi miserabili gli sguardi vostri pietosi e movendovi a compassione delle angustie e strettezze in cui ci troviamo, pregate il vostro divin Figliolo, affinché si degni di assisterci con la sua grazia, onde possiamo con forte lena operare la nostra ed altrui santificazione.

O cara Madre Maria, non riguardate, ve ne preghiamo, la nostra indegnità, ma il dolcissimo vostro materno amore, ed impetrateci la bella grazia di veder crescere il pio Istituto con sempre nuovo vigore, a maggior gloria di Dio e a salute di tanti abbandonati figlioli.

O cara Madre Maria, voi che siete così terribile a tutto l’inferno, reprimete col poter vostro l’orrenda strage che fa il demonio di tanta povera figliolanza dispersa e proteggete col validissimo patrocinio vostro gli sforzi coi quali ci adoperiamo per raccoglierla, custodirla e indirizzarla alla bella patria del cielo.”.

Un’altra preghiera tradizionale in Congregazione, ma anche in tutta la santa Chiesa (occidentale) è la preghiera “Sub tuum praesidium confugimus”, che sembra risalire addirittura al III secolo. La devozione mariana è dunque tradizionalmente molto forte nella Congregazione. Tuttavia, è esagerato e senza fondamento dire che nostra Congregazione è una “Congregazione mariana”, come talvolta è stato detto da qualche parte. Infatti:

  1. Il termine “Congregazione Mariana”, come categoria d’Istituto religioso, non esiste;
  2. Il nostro Istituto non ha, almeno, il nome di Maria nel titolo della Congregazione, come l’hanno gli Scolopi (I chierici regolari poveri della Madre di Dio delle scuole pie), i Servi di Maria, gli Assunzionisti, gli Oblati di Maria Immacolata, i Concezionisti, per citare solamente questo cinque esempi.
  3. Il termine “Congregazione mariana” indicava infatti un movimento o associazione dei laici, istituito a Roma dai Gesuiti nel 1564; una sezione ne fu istituita a Venezia dai nostri Fondatori, sotto l’ispirazione del P. Luigi Mozzi, un ex gesuita (la Compagnia di Gesù essendo stata ancora una volta soppressa); tale Congregazione mariana, dopo essere stata soppressa anche a Venezia da Napoleone, con tutte le confraternite e associazioni laiche religiose di Chiesa, nel 1811, nove anni appena dopo che si era fondata la Congregazione mariana dei Cavanis a Venezia) non fu fondata nuovamente o ripresa dai due venerabili fratelli, dopo il crepuscolo e la caduta di Napoleone, come avrebbero potuto fare sotto il governo austriaco.
  4. Essa fu di nuovo fondata, molto più tardi, da P. Sebastiano Casara nel 1858 a Venezia; poi di nuovo (perché era scomparsa) dal P. Antonio Dalla Venezia a Possagno e più tardi a Venezia, qui solo il 12 novembre 1912 con il nome strano di “Congregazione dei Figli di Maria, sotto il titolo dell’Annunziata e di S. Tarcisio”, 110 anno dopo la prima fondazione; e fu mantenuta in azione in alcune nostre poche case (non sempre e non dappertutto) dalla nostra Congregazione, esclusivamente in Italia; e ha conservato questo nome “mariana” nella Chiesa universale fino al 1967; è stato poi cambiato il suo nome in “Comunità di Vita Cristiana”, C.V.X. in sigla, nell’occasione in cui si è ricondotto il suo stile alla spiritualità originaria, quella ignaziana, che è cristocentrica. La Congregazione mariana non è stata più ricordata nell’attuale formulazione delle nostre Costituzioni e Norme, perché essa è completamente scomparsa, sia tra noi sia nella Chiesa. Continuano, ma non da noi, le Comunità di Vita Cristiana.
  5. I Fondatori non parlano mai di “Congregazione mariana” a proposito della nostra Congregazione religiosa, ma sempre e costantemente a riguardo dell’associazione devozionale dei laici che porta questo nome.
  6. Un ultimo argomento: personalmente, non avevo mai sentito chiamare “Congregazione mariana” l’Istituto Cavanis, durante gli ultimi 70 anni e più, cioè da quando conosco l’Istituto.

8.3 S. Vincenzo de’ Paoli (1581-1660)

Viene spesso ricordato come patrono di certe realtà nelle tradizioni dell’Istituto: patrono delle conferenze per gli ecclesiastici; patrono ufficiale del ramo femminile antico dell’Istituto ed è stato il primo dei quattro santi «incaricati» ufficiosamente e poeticamente (anche scherzosamente, un po’ di buon umore alleggerisce l’ambiente, in tempo di guerra) di proteggere e difendere i quattro angoli della casa (o meglio convento) del ramo femminile Cavanis dai bombardamenti dell’artiglieria austriaca durante l’assedio di Venezia nel 1849. San Vincenzo viene nominato almeno 16 volte nella Positio e almeno 34 volte nell’Epistolario e Memorie.

È ricordato chiaramente come patrono del ramo femminile, per opposizione all’Istituto maschile, nella relazione di P. Marco sul viaggio a Roma: “In questa mattina [P. Marco] celebrò il divin Sacrificio nella chiesa dei PP. della Missione a Monte Citorio all’Altare di S. Vincenzo de (sic) Paoli Protettore dell’altro Istituto delle Scuole femminili di Carità, eretto dal Sacerdote medesimo.”

Nelle regole manoscritte del 1831 si dice: «… i protettori speciali dei due istituti pii, S. Giuseppe Calasanzio e S. Vincenzo de’ Paoli.»; e nelle costituzioni del 1837 la sua festa è considerata per noi tanto solenne quanto quella di S. Giuseppe Calasanzio, e il giorno prima si digiunava ugualmente in onore dei due santi.

Successivamente, forse a partire dagli anni ‘30 del secolo scorso, fu considerato patrono del nostro ministero degli esercizi spirituali, secondo scopo apostolico dell’Istituto, e in particolare della nostra prima casa di Esercizi spirituali, quella del Sacro Cuore a Possagno (Treviso, Italia), la cui costruzione è stata iniziata in quel periodo; lì c’è un bassorilievo in marmo bianco incassato nei muri esterni del più antico modulo della casa. In una occasione, P. Aurelio Andreatta scrive nel Diario della Congregazione: “Il 19 [luglio 1940, il preposito, P. Aurelio Andreatta] canta la Messa di S. Vinc. De Paoli, nostro Patrono, in Col Draga, parlando anche, alla sera, dopo i Vespri, delle virtù di questo eroe della Carità”. Eppure, non si può considerarlo veramente come secondo patrono dell’Istituto Cavanis, cioè di quello maschile e delle sue opere.

8.4 S. Gaetano Thiene (1480-1547)

Si tratta senza dubbio di un santo che i nostri fondatori hanno venerato in modo particolare. Viene citato con onore 20 volte nelle lettere e negli altri documenti dei fondatori. Viene chiamato: «nostro modello», «nostro avvocato», «nostro protettore speciale», «confratello del nostro santo», «gran protettore», «mediatore». Tuttavia, non lo si è mai nominato ufficialmente patrono dell’Istituto. Dopo i fondatori, la congregazione se ne è dimenticata.

8.5 S. Alfonso de’ Liguori (1696-1787)

S. Alfonso non è un patrono dell’Istituto Cavanis. Tuttavia, è indubbia la devozione e la stima dei fondatori per questo caro santo. Come si sa, ne vollero un altare nella loro chiesa di S. Agnese. Nell’Epistolario, il santo è citato ben 33 volte.

8.6 S. Giuseppe

La devozione a S. Giuseppe – lo sposo di Maria e genitore di Gesù, come lo chiama la stessa Scrittura – , era già presente in Congregazione al tempo dei Fondatori e si trovano 35 citazioni su S. Giuseppe nel loro Epistolario; non molte per la verità, specie se comparate con il numero riservato a S. Giuseppe Calasanzio; quasi cinque volte meno. Il punto forte fu nel maggio 1825, quando, come scrive P. Marco nelle Memorie dell’Istituto, vol. II: “Protettore speciale della nuova quarta parte di secolo [1825-1850, NdA] che ora incominciasi si assegnò il gloriosissimo Patriarca S. Giuseppe Sposo della Beatissima Vergine nostra Madre”.

La devozione a questo grande santo diventa più forte nella nostra congregazione nella seconda metà del XIX secolo ed allora il suo nome e la sua devozione entrano ufficialmente nelle costituzioni (cost. 285 delle costituzioni del 1891; ribassata a norma 67/c attuale nel 2008).

Del resto la devozione per lo sposo di Maria e padre putativo di Gesù era stata praticamente sconosciuta nell’epoca patristica – non si conosce un’unica omelia su di lui in quel periodo – e mentre nelle chiese d’oriente si conosce qualche luogo di culto intitolato a S. Giuseppe e qualche riferimento nella liturgia (dei copti per esempio) già nel primo millennio, in occidente la devozione a questo patriarca era entrata in vigore molto più tardi, solo nel secolo XV e il suo sviluppo comincia davvero solo nel XVII, sotto l’influenza della scuola francese di spiritualità. E fu soltanto Papa Giovanni XXIII il 13 novembre 1962, a introdurre il suo nome nel Canone Romano o Preghiera eucaristica 1ª (LG § 50) e fu lui a nominarlo patrono del Concilio Vaticano II con la lettera apostolica “Le voci” del 19 marzo 1961.

L’8 dicembre 1870, papa Pio IX ha proclamato san Giuseppe Patrono della Chiesa universale, nell’anno della breccia di Porta Pia; e papa Leone XVIII nel 1885 introdusse una preghiera a lui, appunto come patrono della chiesa. Fu venerato anche come patrono della buona morte, essendo deceduto – non si sa quando, i vangeli non ne parlano – avendo la grazia di essere assistito niente meno che da Gesù e da Maria!

Da noi c’era l’abitudine caratteristica di chiamar il santo “S. Giuseppe Sposo”, e non semplicemente “S. Giuseppe”, per distinguerlo da S. Giuseppe Calasanzio, il “nostro santo”.

8.7 Sacra Famiglia

Non sembra ci siano accenni alla devozione alla Sacra Famiglia (come tale, non separatamente nei suoi membri) negli scritti dei fondatori. Per lo meno non la si trova negli indici analitici dell’Epistolario. Della sacra famiglia si parla nei vangeli di Matteo e di Luca, e dei suoi tre personaggi si parla ovviamente nel Nuovo Testamento e in un’infinità di testi della chiesa; ma la devozione specifica alla santa famiglia di Nazareth, detta in genere “Sacra Famiglia”, è molto più recente, e si è sviluppata in occidente soprattutto a partire dalla Rinascenza. Basta pensare a quadri come quelli di Mantegna, Caravaggio, Raffaello (vari, ma soprattutto il bellissimo quadro della S. Famiglia con palma), Michelangelo (soprattutto il famoso Tondo Doni), Rembrandt, Bronzino, Murillo.

Le origini della festa liturgica risalgono al XVII sec. Nel 1895, Leone XIII fissò la celebrazione alla terza domenica dopo Epifania; Benedetto XV, nel 1921, la collocò all’interno dell’ottava dell’Epifania; e attualmente, la riforma liturgica del 1968, l’ha fissata alla domenica dopo Natale. Al tempo dei fondatori, non era una devozione comune. Tuttavia la chiesetta del monastero delle Romite, dove visse lungamente la comunità femminile delle Maestre delle Scuole di Carità, Cavanis, era dedicata a “Gesù, Maria e Giuseppe”. Probabilmente però era già così chiamata prima che l’Istituto Cavanis vi entrasse.

Per ultimo: non sembra proprio che i due fratelli, e particolarmente P. Marco, addetto speciale alla corrispondenza ufficiale e particolare, utilizzassero all’inizio di lettere, libri, documenti, l’acronimo I.M.I. o J.M.J., cioè Jesus, Maria Joseph: la sacra Famiglia. Questo probabilmente entrò nell’uso comune in congregazione nella seconda metà dell’ottocento, bisognerebbe studiare quando e da dove. Il P. Marco, intestando una cosa, per esempio, come si è detto, il libro delle Memorie della casa di Lendinara, usava piuttosto l’acronimo dedicativo L.D.M.. cioè Laus Deo (et) Mariae, Lode a Dio e a Maria.

8.8 Sacro Cuore di Gesù

Si trova un unico caso di riferimento dei fondatori alla devozione al S. Cuore, tardivamente, nel 1851, in lettera riprodotta nell’VIII volume dell’Epistolario con la seguente frase: “Se non fu ancora introdotta [nella Congregazione, NdA] la tenerissima divozione al SS. Cuore di N.S.G.C., si è peraltro nella disposizion d’introdurla quando siasi aperta la chiesa, e a tale effetto si è ormai fatta dipingere la sacra Immagine insiem con quella del Sacro Cuor di Maria”.

D’altra parte, al tempo dei fondatori la devozione al S. Cuore di Gesù non era ancora molto diffusa a livello mondiale. Sebbene già nel vangelo di Giovanni (19,34) si accenni al cuore di Gesù con commoventissime parole, pure nello stile stringato di Giovanni (più esattamente si accenna al suo fianco o costato, ma se ne esce sangue ed acqua è dal cuore); e se ci sono cenni di devozione a questo sacratissimo cuore in scritti di mistiche medioevali tedesche (santa Matilde di Magdeburgo e santa Gertrude di Efta, ambedue della prima metà del secolo XIII), è il 1695 l’anno in cui si può porre l’inizio della devozione al S. Cuore in senso moderno: è l’anno delle visioni di Santa Margherita Maria Alacoque; oppure prima, nella vita e negli scritti di San Francesco di Sales (1567-1622).

Il culto e la devozione al S. Cuore di Gesù furono estesi alla Chiesa universale nel 1856 (dopo la morte di P. Marco, e quando P. Antonio era ormai vicino anche lui alla morte; e due anni dopo la riapertura della chiesa di S. Agnese) da papa Pio IX. Leone XIII a sua volta nel 1899 approvò le litanie del S. Cuore e gli consacrò l’umanità e il mondo.

In Congregazione, non si ha notizia del quadro (o pala d’altare?) cui accenna P. Marco nella lettera a un sacerdote citata sopra, e comunque non ci fu mai in S. Agnese un altare del S. Cuore.

La devozione del S. Cuore di Gesù cominciò a essere sistematicamente praticata in Congregazione solo dopo la consacrazione dell’Istituto al S. Cuore, decisa nel capitolo generale del 1913 e messa in atto nel 2° venerdì del mese di ottobre 1913 dal preposito generale P. Augusto Tormene; fu dopo di questa consacrazione che si cominciò a mettere i tutte le aule e camere l’immagine del S. Cuore e a istituire in congregazione la pia pratica dei Primi Venerdì del Mese. Si veda in proposito quanto riportato a proposito del mandato di P. Augusto Tormene.

Nel 1943 fu inaugurato il bell’affresco di Pino Casarini nel catino absidale della chiesa, rappresentante Gesù com Pantocrator, aggiungendo però il dettaglio del suo Cuore.

Negli stessi anni si dava il nome del S. Cuore di Gesù alla casa Cavanis per gli Esercizi Spirituali in Coldraga a Possagno; e si consacrava la chiesa con lo stesso nome, e in segno della stessa devozione (2 giugno 1939).

8.9 Santi e altari

Si può farsi un’idea delle devozioni dei padri fondatori per i santi anche dagli altari che eressero nella chiesa di S. Agnese, quella nella quale tra l’altro erano stati battezzati, da loro riacquistata alla Chiesa (1839) e riaperta al culto (1854); e dalle relative pale da altare. È da notare che in questo atto di ricostruzione essi non tennero conto delle devozioni ai santi rappresentate dagli altari di S. Agnese dei tempi in cui era ancora chiesa parrocchiale, prima dell’abolizione e dell’incameramento napoleonici nel 12 aprile 1810; devozioni e santi che essi conoscevano benissimo, essendo stata quella la loro chiesa parrocchiale per una trentina d’anni. Da notare il piccolo numero di altari eretto nella chiesa rinnovata (sei altari laterali e l’altare maggiore, sette in tutti), molto minore del numero di altari presenti nell’antica chiesa (11 o 15). Questa diminuzione di numero può dipendere da una necessaria contenzione di spesa; ma non si esclude che possa dipendere anche da una notevole discrezione dei fondatori nel culto dei santi.

Come si è detto sopra, essi eressero gli altari del Santissimo Sacramento, della Madonna, di S. Giuseppe Calasanzio, di S. Agnese, patrona titolare o eponima della chiesa, di S. Alfonso de’ Liguori, dell’Angelo Custode e dei Santi veneziani. Tale scelta senza dubbio rappresenta in buona parte la devozione dei fondatori e della Congregazione; è però influenzata necessariamente dal titolo della chiesa per quanto riguarda l’altare e la pala di S. Agnese vergine e martire; è influenzata dal fatto che la chiesa si trova a Venezia, riguardo all’altare e alla pala dei Santi veneziani; non ne eressero un altare, ovviamente, a Lendinara o a Possagno. Non si esclude che nel periodo dal 1850 (circa) al 1854 (data di dedicazione e inaugurazione della chiesa) possano aver avuto qualche influenza anche gli astri nascenti di P. Sebastiano Casara e, prima, di P. Vittorio Frigiolini, morto nel 1852.

8.10 Santi Scolopi e della famiglia Calasanziana

Da parte dei fondatori ovviamente non ci poté essere devozione verso i santi scolopi più recenti di loro e tanto meno per i santi e beati delle altre famiglie religiose della Famiglia Calasanziana, che sono tutte più recenti della nostra. L’unica eccezione sembra essere il venerabile Glicerio Landriani (1588-1710), giovane novizio scolopio, divenuto professo sul letto di morte, di cui si trovano cinque riferimenti nell’Epistolario. Stranamente, in quest’opera non si trova, a quanto sembra dagli indici analitici, alcun accenno a San Pompilio Maria Pirrotti (1710-1776), che pure i fondatori dovevano probabilmente conoscere.

Nell’Epistolario ci sono tre accenni al P. Pietro Casani (1570-1776), ma questi fu dichiarato beato soltanto nel 1995, da Giovanni Paolo II.

8.11 Le preghiere e le pratiche devote dei Cavanis

Uno studio particolare meriterebbe questo tema, non sempre facile da delucidare. Per esempio non si è ancora chiarito se la classica preghiera tripartita “Cara Madre Maria” è veramente di P. Marco Cavanis, come si è sempre detto in Congregazione: è probabile, e la tradizione orale è costante; ma manca un documento comprovante.

Così pure, si crede sia dei Fondatori, probabilmente di P. Antonio, la preghiera: “Sia fatta, lodata e in eterno esaltata l’altissima, giustissima e amabilissima volontà di Dio in tutte le cose”; ma non la si trova in nessun documento contenuto nell’Epistolario e nelle Memorie, anche se varie frasi dei venerabili si avvicinano molto al concetto. Lo confermerebbe d’altronde quello che diceva e scriveva P. Giovanni Chiereghin, da preposito, verso la fine della sua vita, lui che aveva frequentato P. Antonio Cavanis: “Il Signore è proprio il padrone delle nostre vite. Umilmente quindi ripetiamo col Seniore di nostri Santi Fondatori: Fiat, laudetur, etc.”

Viceversa, la pratica degli ufficietti di Natale, cioè la pratica di ricevere in comunità riunita la vigilia di Natale un “ufficio” ossia incarico da svolgere nel presepio, e nel periodo di Natale, prendendo il posto di Maria, di Giuseppe, di pastore, di mago, ecc., con degli incarichi concreti scritti in un foglietta, è stata introdotta non dai fondatori ma da P. Casara che scrive nel DC il 25 dicembre 1853: “Nuova divozione pel SS.mo Natale (nel margine). Ier sera, dopo il Rosario, e il canto delle Litanie, si fece per la prima volta l’estrazione a sorte degli uffizj da esercitare alla Corte del Bambino Gesù nei quaranta giorni di Presepio. È una divozione ideata da ingegno amoroso che si studiò e trovò modo di onorare molto graziosamente il Santo Bambino. A me toccò l’uffizio del santo re che offrì l’oro. Così lo disimpegnai com premura ed amore.”. Tale pratica, dal testo che segue poi, risulta essere stato svolto dopo cena e prima della messa dell’ufficio divino e della messa di mezzanotte, quindi ancora nella tarda serata del 24 dicembre 1853, e l’annotazione è del giorno dopo.

Un’altra pratica di devozione è quella della scelta, a sorte, dei santi patroni all’inizio dell’anno. Per esempio, la sera del 1° gennaio 1854, immediatamente seguente, si è tenuta la già abituale distribuzione, sempre a sorte, dei foglietti con il nome del santo patrono di ciascuno per l’anno che cominciava, con un cenno sul santo/a e un consiglio o proposito da mettere in pratica. P. Casara scrive così: “Alla sera si è fatta la solita dispensa del Santo Protettore per l’anno, con numeroso concorso”. Purtroppo per ora non si riesce a trovare la pratica della scelta o dispensa nei tempi precedenti.

Prima del 1° gennaio 1852 non si trova traccia – finora – di questa pia pratica nelle Memorie per servire alla storia dell’Istituto delle Scuole Maschili delle Scuole di Carità (1802-1838) né nelle Memorie per servire alla storia della Congregazione dei Chierici Secolari delle Scuole di Carità (1838-1850). Del resto queste memorie trattano più spesso di ricevimento di lettere e di atti, di suppliche, di elemosine, e di avvenimenti di rilievo; piuttosto che di aspetti di devozione. Ancor più gli ultimi due volumi (1838-1850), venerandi e venerati, perché conservati nella forma manoscritta di P. Marco, a differenza dei due primi volumi, hanno molto spesso più l’aspetto di libro di protocollo che di vere Memorie. Sarebbe interessante scoprire l’origine anche di altre pratiche di devozione e di pietà tipiche della Congregazione; ciò richiederebbe una rilettura di tutti gli scritti dei fondatori.

8.12 La rete mirabile

I fondatori dell’Istituto Cavanis – soprattutto P. Marco, il viaggiatore – ebbero rapporti di amicizia e di collaborazione con vari fondatori e fondatrici d’istituti religiosi e altri santi uomini e donne del loro tempo. Era una vera “rete mirabile” di amicizia, di santità, di impegno sociale. Tra i contatti, amici, ospiti, collaboratori dei fratelli Cavanis, possiamo ricordare a Venezia il Beato Luigi Caburlotto (1817-1897), loro ex-allievo per sei anni, e il beato Luca Passi (1789-1866); a Verona, il beato Gaspare Bertoni (1777-1853), il venerabile don Pietro Leonardi (1769-1844) e la beata Leopoldina Naudet (1773-1834), come pure il servo di Dio Antonio Provolo (1801-1842) e don Nicola Mazza (1790-1865); e a Bergamo don Carlo Botta.

Il primo caso, e anche il principale, fu però il rapporto di collaborazione e amicizia con la marchesa Maddalena di Canossa (1774-1835). La santa fu invitata a Venezia da Antonio e Marco, tramite don Luigi Pacifico Pacetti e don Pietro Leonardi di Verona, perché li aiutasse a organizzare l’Istituto femminile Cavanis da poco istituito, sia nella formazione delle maestre, sia nell’impostazione del loro convitto delle “periclitanti donzelle”. Maddalena si recò a Venezia una prima volta l’11 maggio 1810 e vi rimase due mesi e «con somma piacevolezza si rese amabile a tutti e riuscì di comune edificazione»; vi ritornò poi l’11 aprile 1812, rimanendo nell’Istituto Cavanis femminile quasi quattro mesi. La sua collaborazione fu assolutamente preziosa; tra la santa e i due venerabili, continuò poi il contatto con amicizia e “con reciproca ammirazione e stima.” Dei rapporti tra loro si parlerà più in dettaglio nel capitolo sulla storia del ramo femminile della congregazione.

L’abate Antonio Rosmini visitò i Cavanis a Venezia, come si è detto, assieme al conte Giacomo Mellerio nel 1832, stabilendo con loro un rapporto personale di amicizia e di stima. P. Marco gli fece visita due volte a Milano nel 1838 e poi nel 1844, e ne mantenne corrispondenza. Il successore dei fratelli Cavanis nella direzione dell’Istituto, il filosofo P. Sebastiano Casara (1811-1898), preposito generale dei Cavanis per un trentennio, fu rosminiano e uno degli animatori dei discepoli del roveretano durante le loro durissime persecuzioni. Un particolare rapporto di amicizia e di venerazione ebbero i fratelli Cavanis, specie P. Marco, con Lodovico Pavoni (1784-1849). Basterebbe dire che il nome del santo è citato quarantatre volte nell’indice onomastico dell’Epistolario dei Fratelli Cavanis, e che in una trentina di lettere trascritte e pubblicate in detto Epistolario si parla del santo. Le lettere della corrispondenza Pavoni-Cavanis poi sono almeno diciassette.

P. Marco fu ospite del Pavoni e della sua comunità a San Barnaba otto volte (1825, 1838, 1840, 1844 all’andata e al ritorno dai suoi viaggi a Milano o Torino), accolto ogni volta come un fratello, ricevendo ogni volta “la più amorevole accoglienza” e ogni volta egli e il suo compagno di viaggio «Partirono pieni di gratitudine, di stima e di affetto per quel zelantissimo e piissimo Mons.r Canonico.» I Cavanis non riuscivano a ottenere una visita del santo Pavoni a Venezia, pur avendolo invitato spesso; e P. Marco gli scrive: «mentre per verità nel lungo corso della reciproca nostra corrispondenza non mai mi si è presentata occasione di servirla in cosa veruna, ed io d’altronde sono stato ricolmato dall’ottimo di lei cuore di gentilezze e favori». Particolarmente interessante ed elegante una frase della lettera di congratulazioni dei Cavanis all’amico Pavoni, in occasione dell’erezione canonica della Congregazione dei Figli di Maria Immacolata – i Pavoniani – nel 1847: «In questo lietissimo avvenimento tutto ridonda di spirituale allegrezza; le passate tribolazioni si convertono in gioia, il presente rallegra nel veder l’Opera pia piena ormai di vigore e di vita, e l’avvenire s’inoltra nell’aspetto il più consolante, poiché una Istituzion religiosa posta fin dal suo nascere sotto gli augusti auspicj della Gran Madre Maria, debbe attendersi fermamente sempre maggior floridezza e dilatazione. Farò dunque con tuon giulivo il fausto presagio dicendo a di lei giusto conforto:

Perge iter inceptum, felix faustumque futurum est

Sub tanti exortum Nominis auspiciis. »

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