L’annuncio del Vangelo nel Magistero di Paolo VI

“O anúncio do Evangelho no Magistério de Paulo VI”
Dissertatio ad Licentiam in Theologia Pastorali, P. Mouyéké Misère Tiburce Barbeault 

PONTIFICIA UNIVERSITAS LATERANENSIS

INSTITUTUM PASTORALE

“REDEMPTOR HOMINIS”

Mouyéké Misère Tiburce Barbeault

L’ANNUNCIO DEL VANGELO

NEL MAGISTERO DI PAOLO VI

Lettura Teologico-Pastorale di Evangelica Testificatio,

Gaudete in Domino e Evangelii Nuntiandi

Dissertatio ad Licentiam in Theologia Pastorali

Communitatis Ecclesiali et Evangelizationis consequendam

Moderator: Clar.us Prof. Nicola Reali

ROMAE 2024

 

RINGRAZIAMENTI

Il primo ringraziamento va a Dio che mi ha creato, chiamato e scelto per fare di me suo servo senza guardare ai miei limiti. Me sento debitore a Dio Padre Altissimo.

Vorrei esprimere un particolare ringraziamento ai padri della mia famiglia religiosa l’ISTITUTO CAVANIS, a padre Manoel Rosa e il suo Concilio, per avermi concesso l’opportunità di studiare alla Pontificia Università Lateranense. Con loro, ringrazio tutti i padri e fratelli Cavanis.

Ringrazio il Prof. Nicola REALI, mio relatore, per avermi guidato e supportato nella fase più importante del mio percorso di studio per la Licenza in Teologia Pastorale, Indirizzo Comunità Ecclesiale e Evangelizzazione. Con lui, ringrazio il Preside dell’Istituto Pastorale il Prof. Paolo Asolan. Non dimentico il Prof. Armando Sannino, mio correlatore.

Ringrazio infinitamente i padri Diego Spadotto, Edmilson Mendes, Giuseppe Moni, Armando Bacalso, Giuseppe Leonardi, Diego Dogliani, Remo, Paulo Welter, Irani Tonet con cui ho condiviso la mia esperienza di vita religiosa e di studio.

Ai miei compagni di università e a tutti quelli che hanno incrociato la loro vita con la mia lasciandomi qualcosa di buono. Grazie per essere stati con me.

Infine, dedico questa tesi a me stesso, ai miei sacrifici e alla mia tenacia che mi hanno permesso di arrivare fin qui.

 

INDICE

RINGRAZIAMENTI 

ABBREVIAZIONI 

INTRODUZIONE GENERALE 

PRIMO CAPITOLO

ANNUNCIO DEL VANGELO E EVANGELIZZAZIONE

PRIMA DEL PONTEFICATO DI PAOLO VI 

 

INTRODUZIONE 

1.2 I PAPI E LE MISSIONI DI PROPAGANDA FIDE 

1.1.1 GREGORIO XVI E LA FONDAZIONE DI PROPAGANDA FIDE 

1.1.2 LEONE XIII E LE MISSIONI DI PROPAGANDA FIDE 

1.1.3 BENEDETTO XV E LE MISSIONI CATTOLICHE DI DOPO LA PRIMA GUERRA MONDIALE 

1.1.4 PIO XII E LE MISSIONI DI PROPAGANDA FIDE IN AFRICA 

1.1.5 GIOVANNI XXIII E LE MISSIONI DI PROPAGANDA FIDE 

1.1.5.1 Il dovere missionario dei vescovi e dei sacerdoti

1.1.5.2 Missione e Catechesi nel Pontificato di Giovanni XXIII 

1.1.5.3 Il ruolo dei laici e l’azione cattolica

1.1.5.4 La scuola, via dell’azione cattolica 

1.1.5.5 Missione e testimonianza cristiana 

 

1.2 GIOVANNI XXIII E IL CONCILIO VATICANO II 

1.2.1 LA VISIONE DI GIOVANNI XXIII PER IL CONCILIO VATICANO II 

1.2.2 GIOVANNI XXIII SULLA FINALITÀ E LO SPIRITO DEL CONCILIO VATICANO II 

1.2.3 GIOVANNI XXIII E LINSEGNAMENTO DELLA DOTTRINA CRISTIANA 

1.2.4 I CAMBIAMENTI APPORTATI DA GIOVANNI XXIII NEL CONCILIO VATICANO II

1.2.4.1 La riforma liturgica 

1.2.4.2 La riforma ecumenica 

 

1.3 PAOLO VI E IL CONCILIO VATICANO II 

1.3.1 BIOGRAFIA DI PALO VI 

1.3.2 PAOLO VI, IL PAPA DEL CONCILIO VATICANO II 

1.3.3 PAOLO VI E LECCLESIOLOGIA DEL VATICANO II 

1.3.4 GLI INTERVENTI DI PAOLO VI NEL CONCILIO VATICANO II 

1.3.5 LE RIFORME DURANTE IL CONCILIO VATICANO II 

 

1.5 PAOLO VI NEL PERIODO POST-CONCILIARE 

1.5.1 SULLE DOTTRINE NON CRISTIANE 

1.5.2 UNITÀ E PLURALITÀ NELLA CHIESA

1.5.3 LA CARITÀ DI DIO E LA MISSIONE EVANGELIZZATRICE 

1.5.4 L’ECUMENISMO 

1.5.5 IL DIALOGO TRA CHIESA E COMUNITÀ DEGLI UOMINI 

1.6 LE PUBBLICAZIONI DI PAOLO VI 

1.6.1 SULLA CHIESA E LUOMO NEL MONDO MODERNO 

1.6.2 L’IMPEGNO DELLEVANGELIZZAZIONE 

CONCLUSIONE 

 

CAPITOLO II

L’ANNUNCIO DEL VANGELO E EVANGELIZZAZIONE

NEL MAGISTERO DI PALO VI 

 

INTRODUZIONE 

2.1 L’ANNUNCIO DEL VANGELO IN EVANGELICA TESTIFICATIO (1971) 

2.1.1 IL CONTESTO STORICO DELLESORTAZIONE EVANGELICA TESTIFICATIO 

2.1.1 LA VITA RELIGIOSA, VIA DI ANNUNCIO DEL VANGELO 

2.1.2 I CARISMI, FORME ESTERIORI DI ANNUNCIO DEL VANGELO 

2.1.3 I CONSIGLI EVANGELICI COME FORME INTERIORI DI ANNUNCIO DEL VANGELO 

2.1.4 LA VITA COMUNITARIA E FRATERNA, TESTIMONIANZA EVANGELICA DELLA VITA RELIGIOSA

2.1.5 LA PREGHIERA COMUNITARIA, PARADIGMA DELLA VITALITÀ

DELLA VITA RELIGIOSA E EVANGELICA

2.1.6 LA PARTECIPAZIONE DEI RELIGIOSI ALLA MISSIONE EVANGELIZZATRICE DELLA CHIESA

2.2 L’ANNUNCIO DEL VANGELO IN GAUDETE IN DOMINO 

2.2.1 IL CONTESTO STORICO DELLESORTAZIONE APOSTOLICA GAUDETE IN DOMINO 

2.2.2 L’ANNUNCIO DELLA GIOIA CRISTIANA NEL CUORE DELLUOMO 

2.2.3 LA GIOIA CRISTIANA NELL’ANTICO TESTAMENTO 

2.2.4 LA GIOIA CRISTIANA NEL NUOVO TESTAMENTO 8

2.2.5 LA GIOIA CRISTIANA NEL CUORE DEI SANTI 

2.2.6 LA GIOIA CRISTIANA PER TUTTO IL POPOLO DI DIO 

2.2.7 LA GIOIA CRISTIANA E LA SPERANZA NEL CUORE DEI GIOVANI 

2.2.8 LA GIOIA CRISTIANA NEL CAMMINO DELLA FEDE 

2.3 L’ANNUNCIO DEL VANGELO IN EVANGELII NUNTIANDI:

NUOVA COMPRENSIONE TEOLOGICA DEL CONCETTO DI MISSIONE

2.3.1 LO SFONDO STORICOECCLESIALE DEL DOCUMENTO 

2.3.2 DAL CRISTO EVANGELIZZATORE ALLA CHIESA EVANGELIZZATRICE

2.3.3 A PREZZO DI UNO SFORZO CROCIFIGGENTE 

2.3.4 LA PREDICAZIONE INSTANCABILE DI GESÙ 

2.3.5 LA MISSIONE EVANGELIZZATRICE DI GESÙ CON SEGNI EVANGELICI 

2.3.6 PER UNA COMUNITÀ EVANGELIZZATA ED EVANGELIZZATRICE 

2.3.7 IL SIGNIFICATO DELL’EVANGELIZZAZIONE 

2.3.8 LA TESTIMONIANZA DI VITA CRISTIANA E LADESIONE ALLA COMUNITÀ DEI CREDENTI

2.3.9 IL CONTENUTO DELLEVANGELIZZAZIONE

2.3.10 LE VIE DELLEVANGELIZZAZIONE

2.3.11 I DESTINATARI DELLEVANGELIZZAZIONE

2.3.12 GLI OPERAI DELLEVANGELIZZAZIONE

2.3.13 LO SPIRITO DELLEVANGELIZZAZIONE, LA FEDE NEL VANGELO E LUNITÀ ECCLESIALE

CONCLUSIONE 

 

CAPITOLO III

L’EREDITÀ DEL MAGISTERO DI PAOLO VI SULL’ANNUNCIO

DEL VANGELO NELLA CHIESA E NEI SUOI SUCCESSORI 

INTRODUZIONE 

3.1 UNA CHIESA UNITA PER ANNUNCIARE IL VANGELO

3.1.1 ANNUNCIO DEL VANGELO E ZELO MISSIONARIO 

3.1.2 ANNUNCIO DEL VANGELO E APERTURA MISSIONARIA 

3.1.3 ANNUNCIO DEL VANGELO E DIALOGO ECUMENICO 

3.1.4 ANNUNCIO DEL VANGELO E DIALOGO INTERRELIGIOSO 

3.1.5 ANNUNCIO DEL VANGELO E CIVILTÀ DELLAMORE

3.1.6 ANNUNCIO DEL VANGELO E PROGRESSO UMANO 

3.2 I CAPISALDI TEOLOGICO-PASTORALI DEL METODO DI PAOLO VI

NEL MAGISTERO DEI SUOI SUCCESSORI 

3.2.1 DA PAOLO VI AL MAGISTERO DI GIOVANNI PAOLO II

SULLA MISSIONE E NUOVA EVANGELIZZAZIONE 

3.2.1.1 La missione della chiesa

3.2.1.2 La Nuova Evangelizzazione 

3.2.2 DA PAOLO VI AL MAGISTERO DI BENEDETTO XVI SULLA PROMOZIONE DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE E LA CULTURA DELLA FEDE 

3.2.3 DALLEVANGELII NUNTIANDI DI PAOLO VI ALLEVANGELII GAUDIUM DI PAPA FRANCESCO

CONCLUSIONE 

 

CONCLUSIONE GENERALE 

BIBLIOGRAFIA 

INTRODUZIONE GENERALE

Paolo VI, nel periodo postconciliare, ha voluto assicurare prima l’unità della chiesa e poi ha fatto dell’evangelizzazione l’azione principale del suo ministero pastorale. Per Papa Montini, chi si dedica al ministero pastorale deve assolvere essenzialmente questi due compiti a servizio della comunità che gli è affidata: custodire e promuovere l’unità attorno al vangelo ricevuto dagli apostoli e fare sì che la comunità dei credenti e ciascuno dei suoi membri diano il loro contributo affinché continui l’annuncio del vangelo¹.

Il termine evangelizzazione però era già conosciuto e usato anche in precedenza. Ma il suo significato era piuttosto ristretto e indicava l’azione con cui la chiesa annuncia il vangelo a chi non è credente, intendendo tale azione all’interno dell’attività missionaria della chiesa che, accanto all’evangelizzazione, comprende anche l’impegno in campo educativo e la promozione di condizioni di vita migliori per le persone.

Nel magistero di Papa Montini, il concetto di evangelizzazione si dilata e diventa il nome sotto cui è possibile raccogliere tutta l’azione della chiesa, compresa a partire dalla sua origine e in relazione al suo fine. Paolo VI afferma: “La chiesa lo sa. Essa ha una viva consapevolezza che la parola del Salvatore, Devo annunziare la buona novella del Regno di Dio”² si applica in tutta verità a lei stessa. E volentieri aggiunge con San Paolo: “Per me evangelizzare non è un titolo di gloria, ma un dovere. Guai a me se non predicassi il vangelo!”³.

In primo capitolo, cercheremo di mostrare come la chiesa, prima del pontificato di Paolo VI svolgeva già l’attività pastorale di annuncio del vangelo. Il periodo scelto è quello di “Propaganda Fide” dal Pontificato di Gregorio XV a Giovanni XXIII. A partire da Giovanni XXIII, si concretizzò un passaggio determinante da “Propaganda Fide” all’evangelizzazione come compito ecclesiale di annuncio e dialogo col mondo contemporaneo.

¹ Cf. PAOLO VI, Insegnamenti, vol. VI, (1963-1978), Tipografia poliglotta Vaticana, Città del Vaticano, Roma 1968, pp. 417-418.

² PAOLO VI, Evangelii Nuntiandi, Esortazione apostolica sull’evangelizzazione nel mondo contemporaneo, Edizioni Paoline, 31˚ edizione, Milano 2020, 14.

³ 1Cor 9,16.

Per concludere il primo capitolo, nostra riflessione soffermerà sul contributo dei documenti del Concilio Vaticano II nel processo di nascita e di sviluppo del magistero di Paolo VI sull’annuncio del vangelo.

In secondo capitolo, la riflessione sarà centrata sull’annuncio del vangelo nel magistero di Paolo VI. Le tre esortazioni apostoliche del Romano Pontefice: Evangelica Testificatio (1971), Gaudete in Domino (1975) e Evangelii Nuntiandi (1975) ci serviranno come documenti di base di questo capitolo. Per rafforzare gli insegnamenti del Papa contenuti nei tre documenti di base, ci serviremo anche della sacra scrittura e delle riflessioni di alcuni teologi nell’ambito pastorale.

In terzo capitolo, la riflessione si svolgerà attorno all’eredità del magistero di Paolo VI sull’annuncio del vangelo nei suoi successori: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco. In quest’ultimo capitolo, non sarà più questione di ribadire i discorsi già fatti nei due primi capitoli. Sottolineeremo gli sviluppi apportati dai successori di Paolo VI sulla missione evangelizzatrice della chiesa tenendo conto delle esigenze spirituali dei tempi attuali.

Con Giovanni Paolo II, la riflessione si svolgerà attorno alla nuova evangelizzazione e la missione ad intra e ad extra. Con Benedetto XVI, il punto di riflessione verrà focalizzato sulla promozione della nuova evangelizzazione e la cultura della fede. Con Papa Francesco, svolgeremo la riflessione sull’urgenza missionaria della chiesa in uscita.

PRIMO CAPITOLO

ANNUNCIO DEL VANGELO E EVANGELIZZAZIONE

PRIMA DEL PONTEFICATO DI PAOLO VI

 

 

INTRODUZIONE 

 

Non si può direttamente parlare di annuncio del vangelo e di evangelizzazione nel magistero di Paolo VI senza dire quando la chiesa ha iniziato il compito di portare vangelo ai popoli. In realtà, sia che parliamo di annuncio del vangelo o di evangelizzazione come compito della chiesa, la parola usata per questo tipo di attività prima di Paolo VI è missione. Quindi per missione si intendeva portare il messaggio del vangelo ai popoli per favorire l’incontro con Gesù Cristo, grazie al quale si comunica la vita divina e così si estende il Regno di Dio.

Nella chiesa, tutto inizia con la creazione della Congregazione “De Propaganda Fide” che nacque nel XVII secolo. Mirando essenzialmente a propagare e difendere la fede, e a richiamare all’unione con Roma gli orientali dissidenti, la Propaganda Fide attese ad affrancare le missioni da soverchie ingerenze politiche e dagli interessi materiali delle potenze coloniali.

A parte lo slancio impresso alla diffusione del messaggio cristiano, la Congregazione diede incremento a esplorazioni geografiche a scopo di penetrazione missionaria e di studio scientifico, etnologico e linguistico, alla erezione di studi di lingue orientali presso gli ordini religiosi e di istituzioni scolastiche di ogni grado.

L’organizzazione interna di Propaganda Fide è rimasta sostanzialmente immutata fino al pontificato di Giovanni XXIII e quindi fino all’inizio del Concilio Vaticano II. Dal periodo postconciliare, in base alle Costituzioni Regimini Ecclesiae Universae del 1967 di Paolo VI, il dicastero ha assunto il nome di Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, mantenendo sostanzialmente le precedenti attribuzioni. Alla Congregazione sono state collegate le pontificie opere missionarie che collaborano con una visione più dialogale e caritativa⁴.

 

1.2 I PAPI E LE MISSIONI DI PROPAGANDA FIDE

1.1.1 GREGORIO XVI E LA FONDAZIONE DI PROPAGANDA FIDE

Per Propaganda Fide si intende la diffusione della fede. Ma Propaganda Fide è anche l’istituzione della chiesa cattolica chiamata Sacra Congregazione “De Propaganda Fide” fondata Papa Gregorio XV, che la eresse con la Costituzione “Inscrutabili Divinae Providentiae”, nell’anno 1622, dotandola subito di larghi privilegi e di autonomia finanziaria.

Gregorio XVI, fu il primo a definire le vie di azione missionaria di Propaganda Fide. Il Papa scrisse l’enciclica “Probe Nostis” il 18 settembre 1840 e recò il sottotitolo “Sulla diffusione della fede” per orientare le attività ecclesiali di Propaganda Fide. Lo scopo fu quello di difendere la fede e proteggere i cattolici contro i nemici della chiesa che cercarono di fare conoscenza dei contadini delle classi più basse per farli abbandonare la fede cattolica.

Quando Gregorio XVI scrisse l’enciclica Probe Nostis, iniziò così:

“…la santa religione è attaccata dalla contaminazione degli errori di ogni genere e dalla sfrenata temerarietà dei rinnegati. Allo stesso tempo eretici e miscredenti tentano con l’astuzia e l’inganno di pervertire i cuori e le menti dei fedeli […] Perseguitano la religione con lo scherno, la Chiesa con gli insulti e i cattolici con l’arroganza e la calunnia. Entrano perfino in città e paesi, fondano scuole di errore e di empietà e pubblicano i loro insegnamenti velenosi che si adattano all’inganno segreto abusando delle scienze naturali e delle recenti scoperte.”

Per propaganda della fede si intese anche testimonianza della fede cristiana. Infatti, nell’enciclica Probe Nostis, Gregorio XVI invitò la chiesa in generale e i vescovi in particolare a testimoniare la fede cristiana della chiesa contro le dottrine false dei suoi nemici. Il Romano Pontefice scrisse con fermezza:

“Non c’è quasi nessun distretto incivile in tutto il mondo in cui le sedi delle principali società di eretici e miscredenti non abbiano inviato esploratori ed emissari senza contare il prezzo. Questi uomini, facendo guerra segreta o aperta alla religione cattolica e ai suoi pastori e ministri, strappano i fedeli dal seno della chiesa e impediscono ai non credenti di entrarvi.”

A nome di Propaganda Fide, il Papa si fece protagonista, con tutta la chiesa, per la difesa della fede:

“…malgrado la nostra indegnità nel papato, noi stessi affermiamo con i nostri predecessori, […], sostegno per questo grande lavoro. Condividendo la nostra preoccupazione, dovresti fare in modo che questa importante opera fiorisca tra il gregge. […] Questo è sicuramente il momento in cui lo schieramento cristiano dovrà schiacciare il diavolo che infuria in tutto il mondo; è infatti il momento in cui i fedeli si uniscono in questa santa unione con i sacerdoti.”

1.1.2 LEONE XIII E LE MISSIONI DI PROPAGANDA FIDE

Per sostenere moralmente le missioni di Propaganda Fide, Leone XIII scrisse l’enciclica “Sancta Dei Civitas”, pubblicata il 3 dicembre 1880. L’idea centrale del documento è la cooperazione missionaria di tutti i fedeli cattolici attraverso la preghiera e l’elemosina.

Scrivendo ai vescovi, Leone XIII li esortò a stimolare lo zelo missionario:

“Venerabili fratelli, stimiamo nostro dovere stimolare lo zelo e la carità dei cristiani, affinché, sia con le preghiere, sia con le offerte, si adoperino ad aiutare l’opera delle sacre missioni e a promuovere la propagazione della fede.”

L’opera della diffusione della fede accompagnata dallo zelo missionario riesce molto utile e fruttuosa anche a coloro in qualsiasi modo vi partecipano. Ai sacerdoti, religiosi e laici, Leone XIII scrisse:

“Agli altri sacerdoti, poi, agli ordini religiosi dell’uno e dell’altro sesso, e infine a tutti i fedeli affidati… […], inculcate con insistenza affinché con preghiere incessanti implorino l’aiuto celeste a favore dei seminatori della divina parola. Adoperino poi quali intercessori la Vergine Madre di Dio…”

L’invito di Leone XIII fu che ciascun vescovo, sacerdote e i religiosi, si sforzi con ogni mezzo affinché alle sacre missioni siano forniti quegli aiuti di cui la chiesa ha bisogno. Esplicitamente, il Papa disse:

“Chi è tanto povero che non possa dare una piccola moneta, o tanto occupato che non possa qualche volta alzare a Dio una preghiera per i nunzi del Santo Vangelo?”

Di questi aiuti sempre si servirono i Romani Pontefici per sostenere il compito di propagare la fede cristiana.

1.1.3 BENEDETTO XV E LE MISSIONI CATTOLICHE DI DOPO LA PRIMA GUERRA MONDIALE

Dopo la prima guerra mondiale, la chiesa ha dovuto riorganizzarsi per riprendere l’attività della Propaganda Fide. Da quella urgenza, Benedetto XV scrisse l’enciclica “Maximum Illud” ricordando i grandi apostoli del vangelo che hanno contribuito molto all’espansione delle missioni cattoliche.

La redazione dell’enciclica Maximum Illud segnò un passaggio decisivo nell’azione missionaria della chiesa. I principali elementi di novità di questo documento sono: un nuovo atteggiamento riguardo alla necessità di formare adeguatamente un clero locale; l’insistenza sulla formazione culturale e linguistica dei missionari; la condanna del nazionalismo e la volontà di spezzare il nesso tra le attività missionarie e il colonialismo politico.

L’enciclica Maximum Illud fu rivolta innanzitutto ai vescovi e ai superiori responsabili delle missioni cattoliche. L’idea centrale dell’enciclica è la formazione e lo sviluppo del clero locale. Con chiarezza, Benedetto XV scrisse a proposito delle missioni cattoliche:

“…il sacerdote locale, tutt’uno con il suo popolo per nascita, per natura, per le sue simpatie e le sue aspirazioni, è straordinariamente efficace nel fare appello alla loro mentalità e quindi attirarli alla fede. Conosce molto meglio di chiunque altro il tipo di argomentazione che ascolteranno e, di conseguenza, ha spesso facile accesso a luoghi dove un prete straniero non sarebbe tollerato.”

Il papa ricordò che la missione di Propaganda Fide consistette anche nel formare il clero locale per poter portare avanti l’opera già iniziata dall’epoca degli apostoli fino a quello dopo la prima guerra mondiale.

1.1.4 PIO XII E LE MISSIONI DI PROPAGANDA FIDE IN AFRICA

Per dare un carattere più universale all’azione di Propaganda Fide, Pio XII scrisse l’enciclica “Fidei Donum” pubblicata il 21 aprile 1957, sulle missioni in Africa. Il Papa parla di un triplice dovere missionario: alla preghiera, alla generosità, e al dono di sé. Pio XII si ispirò di San Paolo: “Predicare l’evangelo non è per me un titolo di gloria; è una necessità che m’incombe. Guai a me se non predicassi l’evangelo” e “Prendi il largo!” Quindi portare il messaggio del vangelo agli africani, all’epoca di Propaganda Fide, fu una attività ecclesiale di divulgazione della ricchezza del cristianismo e l’espansione della chiesa.

Pio XII aggiunge: “L’espansione della chiesa in Africa durante gli ultimi decenni ha da essere senza dubbio, per i cristiani, motivo di gioia e di fierezza”. L’idea indietro fu quella di formare numerosi sacerdoti africani e “stabilire saldamente e definitivamente la Chiesa presso nuovi popoli”. Questo documento è decisamente un insegnamento profetico, perché anticipò uno dei pilastri del Concilio Vaticano II (1962-65), cioè lo spirito missionario che deve animare tutta la chiesa e ogni battezzato.

L’enciclica Fidei Donum contiene una proposta eccezionale e nuovissima dell’impegno missionario. Infatti Papa afferma che i vescovi, in funzione del loro essere legittimi successori degli apostoli, sono solidamente responsabili, con il successore di Pietro, della missione della chiesa che “deve abbracciare tutte le nazioni e tutti i tempi”.

1.1.5 GIOVANNI XXIII E LE MISSIONI DI PROPAGANDA FIDE

1.1.5.1 Il dovere missionario dei vescovi e dei sacerdoti

Per contribuire al sostegno delle missioni cattoliche di Propaganda Fide, Giovanni XXIII scrisse l’enciclica “Princeps Pastorum” pubblicata il 28 novembre 1959. Nell’enciclica, il Papa ribadisce l’urgenza della “formazione del clero nativo”. Egli auspica che “il clero nativo possa contribuire al bene del proprio Paese. A tal fine sarebbe opportuno che i seminaristi dell’Asia e dell’Africa siano formati dai propri connazionali e che il clero nativo assuma ben presto la direzione delle diocesi”.

Invitando i vescovi e sacerdoti ad impegnarsi per le missioni cattoliche, Giovanni XXIII scrisse:

“Con la mente piena di questi e altri soavi ricordi e consci dei gravi doveri che incombono al pastore supremo del gregge di Dio […] per intrattenervi sulle necessità e le speranze della dilatazione del regno di Dio in quella considerevole parte del mondo, dove si svolge il prezioso e faticoso lavoro dei missionari, affinché sorgano nuove comunità cristiane e apportino salutari frutti”.

Le parole di Giovanni XXIII sono infatti un invito a portare a compimento il comando del divin Redentore, affinché tutte le pecorelle facciano parte di un solo gregge sotto la guida di unico pastore. Il Romano Pontefice fece il seguente ricordo:

“Nessuno, del resto, ignora che questo è stato costantemente il programma d’azione della Santa Congregazione De Propaganda Fide… […], curare le vocazioni e l’educazione di quello che allora si diceva clero indigeno, senza che questo appellativo abbia mai rivestito alcun significato di discriminazione o di menomazione”.

La formazione del clero nativo delle nuove terre di missione venne considerata indispensabile per la diffusione della verità del vangelo della salvezza; questo è un apostolato di primaria importanza. A tal fine, il clero locale dovrebbe essere non solo informato degli interessi e delle vicende della chiesa universale, ma dovrà essere educato a un intimo, universale respiro di carità.

1.1.5.2 Missione e Catechesi nel Pontificato di Giovanni XXIII

L’insegnamento di Giovanni XXIII sulla missione dei catechisti è questo:

“Non possiamo qui fare a meno di dare il giusto rilievo all’opera dei catechisti, che nella lunga storia delle missioni cattoliche si sono dimostrati di insostituibile ausilio. Essi sono sempre stati il braccio destro degli operai del Signore, e ne hanno partecipato e alleviato le fatiche al punto che i nostri predecessori potevano considerare il loro reclutamento e la loro formazione accuratissima tra i punti importantissimi per la diffusione dell’evangelo e definirli il caso forse più classico dell’apostolato laico”.

Giovanni XXIII esortò i catechisti a valorizzare sempre più la felicità spirituale del loro compito e a non desistere mai da ogni sforzo per arricchire e approfondire, sotto la guida della gerarchia, la loro istruzione e formazione morale.

Ai catecumeni, il Papa insegnò che “devono imparare non soltanto i rudimenti della fede, ma anche la pratica della virtù, l’amore grande e sincero a Cristo e alla sua chiesa”.

L’insegnamento di Giovanni XXIII fu che, ogni cura dedicata all’aumento del numero di quei validissimi aiuti della gerarchia era un contributo di immediata efficacia per la fondazione e il progresso delle nuove comunità cristiane.

1.1.5.3 Il ruolo dei laici e l’azione cattolica

Giovanni XXIII scrisse che i laici “devono collaborare in piena autonomia, soprattutto nell’ambito dell’azione cattolica”. I laici vennero invitati ad impegnarsi per la propagazione della fede e a partecipare, conformemente ai principi cristiani, all’evoluzione sociale, economica e politica del loro paese e del loro popolo.

Ai laici, Giovanni XXIII insegnò:

“Abbiamo anche manifestato il nostro compiacimento per quanto si è fatto nel passato, anche in terre di missione, da questi preziosi collaboratori dei vescovi e dei sacerdoti, e vogliamo qui rinnovare, con tutta l’urgenza della carità che ci sospinge, l’ammonimento e l’appello del nostro predecessore Pio XII sulla necessità che i laici tutti nelle missioni, affluendo numerosissimi nelle file dell’azione cattolica, collaborino attivamente con la gerarchia ecclesiastica nell’apostolato”.

Per Giovanni XXIII, l’azione cattolica è l’organizzazione dei laici “con proprie e responsabili funzioni esecutive”; i laici quindi ne compongono i quadri direttivi. Ciò comporta la formazione di uomini capaci di imprimere alle varie associazioni lo slancio apostolico e di assicurarne il miglior funzionamento.

Inoltre, Giovanni XXIII disse anche chiaramente che, gli uomini e le donne, per essere degni di vedersi affidare dalla gerarchia la direzione centrale o periferica delle associazioni, devono fornire le più ampie garanzie di una “formazione cristiana intellettuale e morale solidissima, in virtù della quale possano «trasfondere negli altri ciò che essi già, con l’aiuto della divina grazia, posseggono”.

1.1.5.4 La scuola, via dell’azione cattolica

Giovanni XXIII non ha lasciato nessuna grande enciclica sull’educazione né documenti particolarmente decisivi di contenuto formalmente pedagogico. Ma la chiesa considera rilevanti le preoccupazioni del romano pontefice sull’educazione e la missione degli educatori. Per la chiesa, la dottrina sociale è da considerare come strumento necessario di educazione alla fede perché essa è “parte integrante della concezione cristiana della vita”.

Agli educatori, la chiesa offre non una commemorazione di Giovanni XXIII, ma qualcuna delle espressioni della sua ricca paternità e del suo umano Magistero pontificale.

Infatti, nelle sue parole, Giovanni XXIII ebbe incessantemente invitato gli educatori all’agilità di impegno, a novità di vita, a modernità di azione.

Il Romano Pontefice scoprivi una nuova potenzialità del cattolicismo, creò una nuova responsabilità dell’essere cattolico in ogni parte del mondo e in ogni luogo, in chiesa come in casa, negli uffici privati come nella vita politica. Restituiva alla parrocchia quella sua funzione di centro vitale cittadino, di forza culturale e religiosa, di casa della fraternità verso chiunque, che essa ebbe avuto nel lontano medioevo e che la persecuzione moderna, giacobina e atea, aveva cercato di soffocare. Per il Papa, “nessuno ignora l’importanza che ha sempre avuto e avrà la scuola nei paesi di missione e quanta energia la chiesa ha impiegato nell’istituzione di scuole di ogni ordine e grado, e nella difesa della loro esistenza e prosperità”. Ma egli ricordò che il programma di formazione di dirigenti di azione cattolica non deve essere di tipo dei corsi scolastici. Bisognò affidarsi a iniziative extrascolastiche che raccolsero i giovani di migliori speranze per istruirli e formarli all’apostolato. Ai laici dei paesi di missione il Romano Pontefice disse che “è necessario provvedere con la massima tempestività e urgenza affinché le comunità cristiane offrano alle loro patrie terrene, per il loro comune bene, uomini che onorino le varie professioni e attività nello stesso tempo in cui onorano, con la loro solida vita cristiana, la chiesa che li ha rigenerati alla grazia”. Quanto riguarda l’organizzazione della scuola, l’assistenza sociale organizzata, il lavoro e la vita politica, l’enciclica Princeps Pastorum menziona che la presenza di esperti cattolici nativi potrebbe avere la più felice e benefica influenza, ispirando le loro intenzioni e le loro azioni ai principi cristiani, che una lunghissima storia divennero efficienti e decisivi per procurare il bene comune.

1.1.5.5 Missione e testimonianza cristiana Giovanni XXIII esortava i pastori a dare ai loro figli spirituali l’esempio di una fede che non si lascia piegare e di una fedeltà che non viene mai meno a prezzo anche del sacrificio della vita; ai fedeli così duramente provati ma così cari al cuore di Gesù Cristo che ha promesso la beatitudine e una ricompensa copiosa a coloro che subiranno persecuzioni a causa della giustizia. Il Romano Pontefice esortò i padri della chiesa a “perseverare nella loro santa battaglia, poiché il Signore, sempre misericordioso nei suoi disegni imperscrutabili, non farà loro mancare il soccorso delle grazie più preziose e dell’intima consolazione”. Con quanti perseguitati nelle missioni, Giovanni XXIII rimase in comunione di preghiera e di sofferenze, come pure tutta quanta la chiesa di Dio, sicura nella sua attesa di vittoria. Con affetto paterno, il pontefice rassicura i missionari dicendo: “…a ciascuno di voi, venerabili fratelli, e a tutti coloro che in qualche maniera collaborano alla crescita del regno di Dio, impartiamo con l’affetto più grande l’apostolica benedizione, che sia conciliatrice e auspice delle grazie del Padre celeste rivelatosi nel Figlio suo, Salvatore del mondo, e che in tutti accenda e moltiplichi lo zelo missionario”.

1.2 GIOVANNI XXIII E IL CONCILIO VATICANO II 1.2.1 LA VISIONE DI GIOVANNI XXIII PER IL CONCILIO VATICANO II Il Concilio Vaticano II fu aperto da Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962 e si chiuse tre anni dopo con Paolo VI, l’8 dicembre 1965. Il Concilio ebbe dieci sessioni, ma solo una, la prima, si tenne sotto il pontificato di Giovanni XXIII. Il discorso di apertura del Concilio rese chiaro che nella chiesa c’era una forte volontà di guardare alla società reale dopo la guerra, e che si sentiva il bisogno di rinnovamento. Così si espresse Giovanni XXIII: “Illuminata dalla luce di questo Concilio, la Chiesa si ingrandirà di spirituali ricchezze e, attingendovi forza di nuove energie, guarderà intrepida al futuro. Infatti, con opportuni aggiornamenti, e con la saggia organizzazione di mutua collaborazione, la Chiesa farà sì che gli uomini, le famiglie, i popoli volgano realmente l’animo alle cose celesti”. Nel discorso di apertura del Concilio Ecumenico, Giovanni XXIII: “In questi tempi occorre che l’insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, […]. La dottrina deve essere esaminata più largamente e più a fondo; la Fede è rimasta vera e immutata, ma deve essere annunciata con un metodo applicato con pazienza e adottando una esposizione misericordiosa e prevalentemente Pastorale […] La chiesa deve però mostrarsi Madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da Misericordia e da bontà anche verso i figli da lei separati”.

1.2.2 GIOVANNI XXIII SULLA FINALITÀ E LO SPIRITO DEL CONCILIO VATICANO II Giovanni XXIII volle un concilio pastorale e di aggiornamento. Nella sua prima enciclica “Ad Petri Cathedram” del 29 giugno 1959, egli precisò che il Concilio principalmente intendeva promuovere l’incremento della fede, il rinnovamento dei costumi e l’aggiornamento della disciplina ecclesiastica. Esso avrebbe costituito uno spettacolo di verità, unità e carità, e sarebbe stato per i fratelli separati un invito all’unità voluta da Cristo. Quanto riguarda alla pastorale, per il Romano Pontefice, è inconcepibile una pastorale senza dottrina, la quale ne è il primo fondamento. L’ignoranza, il disprezzo e il disconoscimento della verità sono la causa e la radice di tutti i mali, che turbano gli individui e i popoli. Nelle finalità pastorali del Vaticano II rientrò il dialogo con i fratelli separati e il mondo moderno. Un elemento essenziale al centro dei dibattiti nel Concilio fu l’unità nella verità. La chiesa cattolica ritiene pertanto suo dovere adoperarsi attivamente perché si compia il grande mistero di quella unità, che Gesù ha invocato con ardente preghiera dal Padre celeste nell’imminenza del suo sacrificio. Giovanni XXIII esortò la chiesa a presentare la verità con diligenza e ad acquisire il sapere che riguarda la vita celeste: “Allora soltanto, quando avremo raggiunto la verità che scaturisce dal Vangelo e che deve tradursi nella pratica della vita, il nostro animo potrà godere il tranquillo possesso della pace e della gioia”.

1.2.3 GIOVANNI XXIII E L’INSEGNAMENTO DELLA DOTTRINA CRISTIANA

Per Giovanni XXIII, il Concilio volle trasmettere pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti. Questa dottrina deve essere approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Il Papa distinse tra la sostanza cioè l’intera, precisa e immutabile dottrina, e la forma cioè la presentazione. Alla parola aggiornamento, Giovanni XXIII non volle attribuire il significato secondo lo spirito del mondo: dogmi, leggi, strutture, tradizioni, mentre fu così vivo e fermo in lui il senso della stabilità dottrinale e strutturale della chiesa da farne cardine del suo pensiero e della sua opera. Alla severità egli preferisse la medicina della misericordia. Le dottrine fallaci, le opinioni e i concetti pericolosi ebbero dato frutti così funesti che gli uomini furono già propensi a condannarli. Perciò convenne mostrare loro, con un insegnamento positivo, la verità sacra, in modo che essi, illuminati dalla luce di Cristo, possano “ben comprendere quello che veramente sono, la loro eccelsa dignità, il loro fine”.

1.2.4 I CAMBIAMENTI APPORTATI DA GIOVANNI XXIII NEL CONCILIO VATICANO II

1.2.4.1 La riforma liturgica

Papa Giovanni XXIII apportò sostanziali modifiche al calendario liturgico e alle rubriche della Liturgia delle Ore e della Messa di rito romano, modifiche poi incorporate nell’edizione del Messale romano pubblicata nel 1962 e nella quale modificò il canone della Messa, introducendo il nome di San Giuseppe. Il Papa dichiarò che i principi più basilari sulla revisione generale della liturgia sarebbero proposti ai Padri del prossimo concilio ecumenico. Il risultato fu la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium. Legata alla riforma liturgica fu la riforma biblica che consistesse in un ampliamento dell’uso comunitario della Scrittura rispetto a come esso era stato normato dal Concilio di Trento, che ne aveva fatto una prerogativa del clero e l’aveva vincolato all’antica traduzione ufficiale in latina: è stata offerta una più ampia scelta di testi biblici nelle celebrazioni ed è stata promossa la lettura personale e di gruppo della Scrittura da parte dei fedeli. Per i riti liturgici, si stabilì che i fedeli potessero finalmente essere accolti come parte attiva nella messa; la messa cantata nasce da qui. I preti celebrano rivolti verso i fedeli, mentre fino a quel momento davano loro le spalle. Poi la messa deve essere comprensibile: non più latino, ma in lingua volgare. Questo forse fu il cambiamento più grande che venne dal Concilio. A livello di dottrina fu invece stabilito che la Parola di Dio dovesse essere storicizzata: si trattò di un cambiamento epocale, perché aprivi alla possibilità di interpretare il testo sacro in modo che fosse collegato ai tempi moderni.

1.2.4.2 La riforma ecumenica

Prima del Vaticano II il cattolico doveva avere un permesso speciale per partecipare agli incontri di preghiera o di dialogo con cristiani non cattolici, mentre ora quella partecipazione è raccomandata e incontri di quel tipo sono promossi dalla stessa chiesa cattolica. La prima data, il 5 giugno 1960, sta ad indicare e ricordare la nascita del Segretariato per la promozione dell’unità dei Cristiani, voluto da papa Giovanni XXIII. Il Romano Pontefice, con un suo Motu proprio “Superno Dei Nutu” istituisse nella chiesa la promozione dell’unità dei Cristiani. Giovanni XXIII fu convinto che il Concilio, appena convocato, doveva avere due obiettivi: quello del rinnovamento della chiesa cattolica e quello del ripristino dell’unità dei Cristiani. Così adotta alcuni provvedimenti importanti per gestire gli eventi ad esso collegati. Papa Roncalli, in modo particolare, aveva sentito la necessità di una più grande collaborazione con il corpo episcopale nell’esercizio e nella responsabilità di governo della chiesa, di una ricerca di unità con le chiese e comunità separate e di una pace più stabile fra i popoli e le classi sociali. Non è inutile dire che l’ecumenismo fu un successo da parte della chiesa sin il periodo del Concilio Vaticano II. Ma l’ecumenismo è anche una realtà complessa. Per comprendere la complessità dell’ecumenismo e del dialogo al suo interno, basti pensare, ad esempio, alla chiesa anglicana, formata da un insieme di chiese, così che si deve parlare di “comunione di chiese”, tenute assieme da un’assemblea, che dà le linee di fondo; ognuna, poi, le applica a proprio modo. In analogia alla riforma ecumenica, il Vaticano II condannò l’antisemitismo e proclamò che i cristiani devono essere amici degli ebrei. Il Concilio ha voluto il dialogo e la collaborazione con gli uomini di buona volontà a promozione della pace e della giustizia e ha riconosciuto la libertà religiosa.

1.3 PAOLO VI E IL CONCILIO VATICANO II

1.3.1 BIOGRAFIA DI PALO VI

Giovanni Battista Montini (Paolo VI) nacque a Concesio il 26 settembre 1897. Di famiglia cattolica molto impegnata sul piano politico e sociale, tra il 1903 e il 1915 frequentò le elementari, il ginnasio e parte del liceo nel collegio Cesare Arici, tenuto a Brescia dai gesuiti, concludendo gli studi secondari presso il liceo statale cittadino nel 1916. Nell’autunno dell’anno 1916 Giovanni Battista Montini entrò nel seminario di Brescia e quattro anni dopo, il 29 maggio 1920, ricevette in cattedrale l’ordinazione sacerdotale dal vescovo Giacinto Gaggia. Dopo l’estate si trasferì a Roma, dove seguì i corsi di filosofia della Pontificia Università Gregoriana e quelli di lettere dell’università statale, laureandosi poi in diritto canonico nel 1922 e in diritto civile nel 1924. Intanto, in seguito a un incontro con il sostituto della Segreteria di Stato Giuseppe Pizzardo nell’ottobre 1921, fu destinato al servizio diplomatico e per alcuni mesi del 1923 lavorò come addetto alla nunziatura apostolica di Varsavia.

1.3.2 PAOLO VI, IL PAPA DEL CONCILIO VATICANO II

Nei primi atti del pontificato, Paolo VI volle sottolineare in ogni modo la continuità con il predecessore, in particolare con la decisione di riprendere il Vaticano II, che si riaprì il 29 settembre 1963. Il primo atto del pontificato di Paolo VI consistette nel ribadire la prosecuzione del Concilio come era nell’auspicio di molti. La mattina del 22 giugno, nella Cappella Sistina, dopo la rituale triplice obbedienza dei cardinali, il papa affermò che la parte preminente del suo pontificato sarebbe stata occupata dalla “continuazione del Concilio giovanneo, al quale sono fissi gli occhi di tutti gli uomini di buona volontà”61.

Fin dall’inizio del suo pontificato Paolo VI avvertì fortemente la responsabilità del lascito del suo predecessore. Egli guidò i lavori conciliari, mettendo a frutto la sua precedente esperienza di abile negoziatore e operando pazienti mediazioni tra le diverse anime del Concilio.

Nell’omelia del solenne rito della sua incoronazione, che avvenne il 30 giugno, Paolo VI affermò: “Al di là delle frontiere del Cristianesimo, c’è un altro dialogo nel quale la chiesa si è impegnata oggi; il dialogo con il mondo moderno […]. Esso aspira alla giustizia; ad un progresso che non sia soltanto tecnico, ma umano […]. Queste voci profonde del mondo noi le ascoltiamo”62.

Per Paolo VI, la chiesa è chiamata ad essere in profonda comunione con il mondo moderno, pronta ad accogliere le sue sfide e ad offrire il rimedio ai suoi mali, la risposta ai suoi appelli. Paolo VI era pienamente cosciente del suo alto incarico. Infatti alcune delle sue parole di consapevolezza della sua nuova posizione nella chiesa furono queste: “Mi pare che i fatti erano più forti di me; e che in me vi fossero una sincera e tacita preghiera di essere risparmiato, e insieme il proposito di non commettere viltà e di fare oblazione, ancora, della mia povera vita”63.

1.3.3 PAOLO VI E L’ECCLESIOLOGIA DEL VATICANO II

Paolo VI aprì la seconda sessione del Vaticano II. L’allocuzione di apertura manifestava, in un linguaggio ricco il suo progetto di concilio. Apparivano temi nuovi, che integravano e arricchivano, sotto il profilo del contenuto ma anche della prassi, la materia sottoposta all’attenzione dell’Assemblea conciliare e dei suoi organi. Questi nuovi temi riguardavano “la priorità dell’approfondimento della teologia sulla chiesa e l’impegno del Concilio per un dialogo aperto con il mondo moderno”64.

Il primo tema, che il Papa indicò come scopo principale del Concilio, aveva come obiettivo quello di definire il concetto di chiesa in una cornice ecclesiologica rinnovata, integrandola con la dottrina espressa dal Vaticano I sulle prerogative del potere papale. Ritornando successivamente sull’argomento ecclesiologo, il Papa, in una allocuzione del 14 settembre 1964, affermò: “Sul quadrante della storia è venuta l’ora in cui la chiesa deve dire di sé ciò che Cristo di lei pensò e volle. La chiesa deve definire sé stessa”65. Questa materia occupò per molto tempo la mente del Pontefice. A questo tema egli dedicò la sua prima enciclica Ecclesiam Suam, e vigilò attentamente sul lavoro del Concilio perché il nuovo schema del De Ecclesia che poi divenne la costituzione Lumen Gentium, venisse accolto, con opportune limature e adattamenti, dalla quasi unanimità dei padri.

Altro tema molto caro a Paolo VI fu quello del dialogo con il mondo moderno. Esso ha attraversato tutte le fasi del periodo conciliare, ispirando la redazione di documenti come la Gaudium et Spes, che il Papa volle che venisse portata avanti.

Paolo VI guardò alla contemporaneità con sguardo positivo, anzi lesse in questo grandioso panorama del progresso della scienza e della tecnica tante aspirazioni di giustizia, di pace, di crescita umana e di collaborazione fiduciosa tra gli uomini che meritavano una risposta, che la chiesa, egli disse in diverse occasioni, era capace di dare.

La seconda sessione terminò nel dicembre 1963 con la promulgazione della costituzione conciliare “Sacrosanctum Concilium” sulla liturgia, che aveva inaugurato, nella sessione precedente, i lavori conciliari. In effetti, la Sacrosanctum Concilium non rappresentava che la necessaria premessa alla riforma liturgica vera e propria; essa era una sorta di legge quadro in cui venivano indicati i princìpi e i criteri da applicare in un successivo disciplinamento della materia.

1.3.4 GLI INTERVENTI DI PAOLO VI NEL CONCILIO VATICANO II

Il primo intervento di Paolo VI avvenne sul terzo capitolo del “De Ecclesia”, sulla struttura gerarchica della chiesa. Durante l’inter-sessione nel maggio 1963, il Papa inviò alla Commissione dottrinale 13 suggerimenti in materia di collegialità. In questo caso egli disse di agire come vescovo tra i vescovi, anche se tale intervento fu accolto dai padri della maggioranza con costernazione. La Commissione, invece, confermò la soluzione precedentemente adottata, cioè che l’autorità del collegio non potesse mai essere esercitata indipendentemente dal Pontefice.

Con la riapertura del Concilio, il 29 settembre 1963, Paolo VI evidenziò quattro priorità chiave per i padri conciliari: Una migliore comprensione della chiesa cattolica; Riforme della Chiesa; avanzamento nell’unità della cristianità; dialogo con il mondo. Il Papa ricordò ai padri conciliari che solo alcuni anni prima Pio XII aveva scritto l’enciclica Mystici Corporis Christi sul corpo mistico di Cristo. Egli chiese dunque a loro non di ripetere o creare nuove definizioni dogmatiche, ma di spiegare in parole semplici come la chiesa vede sé stessa.

Secondo Paolo VI, il più importante e rappresentativo dei proponimenti del Concilio era la chiamata universale alla santità: “tutti i fedeli in Cristo di qualsiasi rango o status, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana ed alla perfezione della carità; con questo la santità è può essere promossa nella società della terra”67. Paolo VI, fin dall’inizio, aveva sostenuto la linea del cambiamento in materia ecclesiologica e aveva fatto della chiesa in dialogo con il mondo moderno uno dei temi chiave del suo pontificato.

Sotto la guida pastorale di Paolo VI, il Concilio Vaticano II segnò una rinnovata fase per quanto riguarda l’ecumenismo, e negli anni successivi alla sua chiusura vennero aperti dialoghi bilaterali con numerose confessioni cristiane, tra i quali la Comunione Anglicana (1966), la Federazione Luterana Mondiale (1967), la Chiesa ortodossa (1980).

Tra i documenti prodotti dai padri conciliari, uno, intitolato Nostra Aetate si occupa dei rapporti tra religione cattolica e le altre religioni, inclusa la religione ebraica. Con questo documento si riconoscé “il popolo ebraico come padre del cristianesimo, riconoscendo tra la chiesa Cattolica e quella Ebraica un legame spirituale”.

1.3.5 LE RIFORME DURANTE IL CONCILIO VATICANO II

Durante il Concilio Vaticano II, Paolo VI ha creato il Consiglio per l’applicazione della Costituzione sulla liturgia. La creazione di questo Consiglio è stata annunciata da Paolo VI con il Motu Proprio “Sacram Liturgiam” del 25 gennaio 1964, in cui permetteva l’applicazione immediata di parecchie disposizioni della Costituzione conciliare. Un anno prima della conclusione del Concilio Vaticano II fu creata anche la Commissione Pontificia per le comunicazioni sociali. Paolo VI, con il Motu Proprio In fructibus multis del 2 aprile 1964, crea la Commissione pontificia per le comunicazioni sociali estendendone la competenza anche alla stampa. Consapevole che nel mondo contemporaneo esistono anche le altre confessioni religiose, Paolo VI crea il Segretariato per i non-cristiani. Il 12 settembre 1963, vigilia della ripresa dei lavori conciliari, il Papa annunciava la sua intenzione di creare il Segretariato per i non-cristiani. Nel discorso di Pentecoste, il 17 maggio 1964, rendeva nota la sua costituzione. Il lavoro di questo Segretariato si inquadra nella luce della Dichiarazione sulle religioni non cristiane. Alla fine del quinto capitolo della seconda parte sulla pace e sulla comunità dei popoli, Paolo VI dichiara che è altamente desiderabile la creazione di un organismo della chiesa universale, destinato a promuovere l’azione della comunità dei cattolici per il progresso delle regioni sottosviluppate e per la giustizia sociale tra tutte le nazioni. In altre parole il pontefice romano parlava dello schema sulla chiesa nel mondo moderno. Con un Motu Proprio, il Papa Paolo VI crea il Sinodo di Vescovi. Il Decreto sui Doveri Pastorali dei Vescovi dichiara che questo Sinodo, composto da Vescovi di ogni parte del mondo secondo direttive stabilite dal Papa stesso, dovrà dare al Pastore supremo della chiesa un aiuto prezioso, e sarà un segno concreto della “partecipazione dei Vescovi, in comunione gerarchica, alla responsabilità della chiesa universale”.

1.5 PAOLO VI NEL PERIODO POST-CONCILIARE

1.5.1 SULLE DOTTRINE NON CRISTIANE

Nel periodo postconciliare, il papa ha dovuto esprimersi contro la diffusione delle dottrine non cristiane: “…vi sono problemi che derivano dall’orientamento irreligioso della mentalità moderna e pericoli che nascono all’interno della Chiesa […] oggi taluni ricorrono ad espressioni dottrinali ambigue, e altri si arrogano la licenza di enunciare opinioni loro proprie […] e perfino consentono che ciascuno nella chiesa pensi e creda ciò che vuole […] e confondendo la legittima libertà della coscienza morale con una malintesa libertà di pensiero, spesso aberrante per l’insufficiente conoscenza delle genuine verità religiose.” Sull’autentica natura della fede cristiana, Paolo VI scrive: “Non è frutto d’un’interpretazione arbitraria, o puramente naturalista della Parola di Dio, come non è l’espressione religiosa nascente dall’opinione collettiva, priva di guida autorizzata, di chi si dice credente, né tanto meno l’acquiescenza alle correnti filosofiche o sociologiche del momento storico transeunte”. L’insegnamento di Paolo VI è che la fede è intesa correttamente quando è vissuta e compresa come adesione di tutta la persona alla parola rivelata, quindi non è solo ricerca, ma anche certezza che deriva dall’accoglienza del dono misterioso di Dio che si rivela. In risposta all’incertezza dottrinale che si constata nella chiesa Paolo VI scrisse e proclamò il “Credo del popolo di Dio”. Nell’omelia del 29 giugno 1967, aprendo l’anno della fede, Paolo VI afferma: “…esso è l’anno post-conciliare, nel quale la Chiesa ripensa la sua ragion d’essere, ritrova la sua nativa energia, ricompone in ordinata dottrina il contenuto ed il senso della parola vivificante della rivelazione, si presenta in attitudine di umile e amorosa certezza ai fratelli ancora distinti dalla nostra comunione, e si prodiga per il mondo odierno qual è, pieno di grandezza e di ricchezza, e bisognoso fino al pianto dell’annuncio consolatore della fede”. L’idea di concludere con una nuova professione di fede si è fatta strada nel corso dell’anno della fede.

1.5.2 UNITA E PLURALITA NELLA CHIESA

Nell’udienza generale del 9 dicembre 1964, Paolo VI ammette che spesso il legame tra cattolicità e unità ha indotto a pensare che la cattolicità, cioè l’estensione dell’unità all’umanità viva e reale, sia uniformità. La cattolicità della chiesa può essere pensata come unità nella diversità, anche se questa idea affascinante, pone al tempo stesso problemi delicatissimi e difficilissimi perché la molteplicità sia riconosciuta e promossa, senza che l’unità sia compromessa. Per il papa, c’è un dovere di conoscere meglio quei popoli con cui per ragione del vangelo, si viene a contatto, e di riconoscere quanto di bene essi posseggono non solo per la loro storia e la loro civiltà, ma altresì per il patrimonio di valori morali ed anche religiosi, che essi posseggono e conservano”. La frequenza dell’uso del tema dell’unità negli interventi di Paolo VI rimanda a credere che la comunione è anzitutto comunione nella fede, sulla quale non può esserci compromesso. L’unità nella fede costituisce il criterio anche per stabilire il grado di pluralismo che legittimamente è accettabile all’interno della comunione cattolica: “…ma bisogna intendersi bene sul significato di questa parola. Esso non deve assolutamente contraddire all’unità sostanziale del cristianesimo […] quando non si limita alle forme contingenti della vita religiosa, ma presume di autorizzare interpretazioni individuali e arbitrarie del dogma cattolico, ovvero di erigere a criterio di verità la mentalità popolare, o di prescindere nello studio teologico dalla tradizione autentica e dal magistero responsabile della Chiesa”. Nel pontificato di Paolo VI, la preoccupazione per l’unità della chiesa nella fede per l’annuncio del vangelo è stata sempre più che evidente.

1.5.3 LA CARITA DI DIO E LA MISSIONE EVANGELIZZATRICE

Il Concilio Vaticano II dichiara che “dalla carità di Dio nasce la necessità della missione”. In questa citazione è riassunta la visione della missione di Paolo VI alla luce dell’apostolo Paolo: “La carità di Cristo ci spinge… Una necessità incombe su di me! E guai a me se io non annunciassi il vangelo”. Questo fa chiaramente intendere che la missione viene dal vangelo, che è annuncio della carità che raggiuge le persone. Proponendo questa visione, si poneva in sintonia con il Vaticano II, in particolare con il decreto sull’attività missionaria “Ad gentes”, nel quale si fa derivare la natura missionaria della chiesa dalla missione del Figlio e dello Spirito, e ciò in corrispondenza con la descrizione dell’origine della chiesa dalla Trinità, secondo Lumen Gentium. Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes parla di annuncio di vita e di speranza. È questo, in definitiva, il grande messaggio che la Gaudium et Spes ha inviato “a tutti indistintamente gli uomini”. È il messaggio che fa della Costituzione pastorale sulla chiesa nel mondo contemporaneo, ultimo dei documenti promulgati dal Concilio Vaticano II sotto la guida di Paolo VI, e di tutti il più esteso, in qualche modo l’apice dell’itinerario conciliare.

Gaudium et Spes fece appello alla “testimonianza personale e all’iniziativa illuminata dei laici, uomini e donne, perché si impegnassero a svolgere un ruolo maggiore nella vita della Chiesa e del mondo”86. Paolo VI, nella scia del concilio scriverà: “La chiesa deve venire a dialogo con il mondo in cui si trova a vivere. La chiesa si fa parola; la chiesa si fa messaggio; la chiesa si fa conversazione … Ancor prima di convertire il mondo, bisogna accostarlo e parlargli, […], Il dialogo […] deve ricominciare ogni giorno; e da noi prima che da coloro ai quali è rivolto”87. Già prima, il 6 gennaio 1964 Paolo VI aveva scritto: “Noi guardiamo al mondo con immensa simpatia. E se anche il mondo si sentisse estraneo al cristianesimo e non guardasse a noi, noi continueremmo ad amarlo perché il cristianesimo non potrà sentirsi estraneo al mondo”88.

1.5.4 L’ECUMENISMO

Paolo VI è stato il Papa del dialogo, come testimonia la sua prima Enciclica Ecclesiam Suam (1964). È stato il primo Papa a compiere viaggi internazionali. Ricordiamo la sua visita all’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 20° anniversario della sua fondazione, il suo discorso alla sede dell’OIL durante il suo viaggio in Svizzera, così come i suoi viaggi a Bombay per il Congresso Eucaristico Internazionale e a Medellín per la Seconda Assemblea Generale della Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano89. Non si può dimenticare il viaggio epocale di Paolo VI in Terra Santa, dove ha incontrato il Patriarca di Costantinopoli Atenagora I e con il quale ha espresso il suo fermo impegno nel cammino dell’ecumenismo, o i suoi viaggi in Uganda, Iran, Hong Kong, Sri Lanka, Filippine e Indonesia, tra gli altri.90 Paolo VI istituì la Giornata Mondiale della Pace, creò il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, riorientò la Dottrina Sociale della Chiesa secondo le linee avviate dal Concilio Vaticano II, riformò la Diplomazia Vaticana, approfondì la Ostpolitik, tenne sei concistori cardinalizi in cui ha approfondito l’internazionalizzazione del cardinalato, come avevano fatto i suoi predecessori91. Si pensi inoltre alla presenza e all’incoraggiamento del Papa al terzo Congresso Mondiale dell’Apostolato Secolare, un incontro di grande valore per il laicato spagnolo, che si trovava in una profonda crisi a causa delle resistenze episcopali ad approfondire l’autonomia dei laici, o alla convocazione della prima Commissione Vaticana per lo studio della donna all’inizio degli anni Settanta92.

1.5.5 IL DIALOGO TRA CHIESA E COMUNITA DEGLI UOMINI

Paolo VI fu mosso dallo spirito del Concilio Vaticano II. In modo particolare il papa ha voluto fare dell’insegnamento di Gaudium et Spes che parla del rapporto chiesa-mondo la ragione della sua volontà di riformare la chiesa pastoralmente. La riflessione della Gaudium et Spes si concentra sull’uomo e cerca di affermarne la sua dignità. Per questo la Gaudium et spes “si rivolge non più ai soli figli della chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini indistintamente”93, in modo nuovo e coraggioso, “per offrire all’umanità la cooperazione sincera della chiesa, al fine di conseguire la fraternità universale”94. L’uomo, pur conoscendo il peccato che è non riconoscimento di Dio, disobbedienza alla propria condizione di creatura, cammino mortifero per il singolo e per gli uomini tutti, tuttavia ha sempre una dignità che egli può offuscare e contraddire, ma mai perdere; l’uomo infatti resta sempre un riflesso della gloria di Dio, resta la sua immagine, e dunque secondo l’espressione di Sant’Agostino, l’uomo è capace di ricevere Dio. Il Concilio Vaticano II insegna anche: “l’uomo è stato creato a immagine di Dio, capace di conoscere e amare il proprio Creatore”95. L’antropologia della Gaudium et Spes è unitaria, dialogante, guarda sempre all’uomo nella società e vede nella comunità umana il frutto dell’adempimento del comandamento dell’amore,96 l’interdipendenza della responsabilità personale, l’alveo della coscienza personale. La comunità degli uomini è un cammino in cui lo Spirito di Dio è presente come in ogni uomo, e “quando la chiesa la vuole indicare si lascia ispirare dalla comunione divina trinitaria”97. Quindi in riferimento all’antropologia della Gaudium et Spes, uno non può confondere la chiesa con la comunità politica perché non è legata ad alcun sistema politico. La chiesa non pone la speranza nei privilegi offerti a lei dall’autorità civile. Anzi, essa esercita senza ostacoli la sua missione tra gli uomini. La chiesa utilizza “solo quei mezzi che sono conformi al Vangelo e al bene di tutti”98.

1.6 LE PUBBLICAZIONI DI PAOLO VI

1.6.1 SULLA CHIESA E L’UOMO NEL MONDO MODERNO

Paolo VI è stato un Papa riformatore che in quindici anni di pontificato ha pubblicato sei encicliche, quattordici esortazioni apostoliche e più di cento lettere apostoliche. Tra tutti i suoi documenti magisteriali, spicca la prima enciclica, Ecclesiam Suam pubblicato il 6 agosto 1964. Questa lettera enciclica fu interamente incentrata sulla chiesa cattolica e in particolare sulla sua attualità e sulle vie con cui essa dovesse attendere al suo mandato. Di particolare importanza è la terza parte dell’enciclica, in cui tratta soprattutto dell’atteggiamento dialogico della chiesa. Afferma: “La chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la chiesa si fa colloquio”. Poi Paolo VI ha anche scritto Populorum Progressio pubblicato il 26 marzo 1967. Nell’enciclica, il pontefice spiegò che la questione sociale avesse negli ultimi anni acquistato una dimensione mondiale, così come insegnato dal suo predecessore Giovanni XXIII e ribadito nella Costituzione conciliare Gaudium et Spes promulgata nel 1965. Da questi l’esigenza di affrontare in modo completo i problemi del sottosviluppo. Populorum Progressio esorta fin dall’inizio a un cambiamento di prospettiva: “Oggi, il fatto di maggior rilievo, del quale ognuno deve prendere coscienza, è che la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale”.

Nell’enciclica Populorum Progressio, si tratta di un insegnamento di particolare gravità che esige un’applicazione urgente, i popoli della fame interpellano in maniera drammatica i popoli dell’opulenza. La chiesa davanti a questo grido d’angoscia chiama ognuno a rispondere con amore al proprio fratello101. Dopo cinque anni Paolo VI ha scritto l’enciclica Humanae Vitae pubblicata il 25 luglio 1968. Humanae vitae è l’ultima enciclica scritta da papa Paolo VI. Questa enciclica è volta a specificare la dottrina sul matrimonio così come definita dal Concilio Vaticano II. Il documento ribadisce la connessione inscindibile tra il significato unitivo e quello procreativo dell’atto coniugale; dichiara anche l’illiceità di alcuni metodi per la regolazione della natalità come aborto, sterilizzazione, contraccezione e approva quelli basati sul riconoscimento della fertilità102. Paolo VI scrive anche la lettera apostolica Octogesima Adveniens per denunciare le disuguaglianze flagranti esistenti nello sviluppo economico, culturale e politico delle nazioni: mentre alcune regioni sono fortemente industrializzate, altre sono ancora in fase agricola; mentre alcuni paesi godono di prosperità, altri stanno lottando contro la fame; mentre alcuni popoli hanno un alto livello di cultura, altri sono ancora impegnati nell’eliminazione dell’analfabetismo.103

1.6.2 L’IMPEGNO DELL’EVANGELIZZAZIONE

Accanto ai tre documenti precitati, ve ne sono altri che hanno avuto un grande impatto sul grande pubblico: l’esortazione apostolica Evangeli Nuntiandi pubblicata l’8 dicembre 1975. Si ricorda che l’impegno dell’annuncio del Vangelo, è la dodicesima esortazione apostolica di papa Paolo VI. Nell’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, il papa ha confermato, e portato al centro dell’attenzione, l’intenzionalità missionaria con la prospettiva stupenda della evangelizzazione della cultura e delle culture dell’uomo. Con lo stesso zelo apostolico per la missione e l’evangelizzazione, il papa scrive altre due esortazioni apostoliche: Evangelica Testificatio (29 giugno 1971) e Gaudete in Domino (9 maggio 1975). Nell’esortazione apostolica Evangelica Testificatio, Paolo VI parla della testimonianza evangelica della vita religiosa nella chiesa e nel mondo1. 

Il documento rappresenta l’invito a passare dall’aggiornamento al rinnovamento, a passare dall’adattamento esteriore al rinnovamento interiore, dal momento che la fedeltà alla preghiera o il suo abbandono sono il paradigma della vitalità e decadenza della vita religiosa. Nell’esortazione apostolica Gaudete in Domino, Paolo VI scrive a proposito della gioia cristiana. Si torna alla condizione originaria, quella che si era stabilita con l’ingresso del popolo d’Israele nella terra promessa. Quindi non si tratta di una gioia qualsiasi, ma della gioia donata dallo Spirito Santo e di annunciare la stessa gioia all’uomo contemporaneo. Finalmente citiamo la lettera apostolica Octogesima Adveniens che, in occasione della commemorazione dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, è stata pubblicata il 14 maggio 1971. Nella lettera apostolica Octogesima Adveniens papa Paolo VI discute il ruolo dei singoli cristiani e delle chiese locali nel rispondere alle situazioni di ingiustizia. Nella lettera apostolica Octogesima Adveniens, Paolo VI afferma la necessità di “collocare i problemi sociali posti dall’economia moderna, condizioni umane di produzione, equità negli scambi dei beni e nella ripartizione delle ricchezze, […] Nei mutamenti attuali, così profondi e così rapidi, l’uomo […] ha nondimeno bisogno di rischiarare il proprio avvenire, ch’egli sente tanto insicuro quanto mutevole, con la luce di verità permanenti”.

CONCLUSIONE

Ricapitolando brevemente i punti importanti di questo primo capitolo, si ricorda che la realtà della missione in quanto compito ecclesiale, è stata sempre presente nella storia della chiesa anche se il termine “missione” riferito in senso tecnico all’opera di evangelizzazione in ambienti non ancora cristianizzati risale al XVI secolo.

Prima dell’uso del termine “missione” la chiesa si servì di altre espressioni per indicare la stessa realtà: “Dilatatio fidei, Propagatio fidei, Evangelii Praedicatio […] Convocatio gentium, Praedicatio apostolica”. Con la nascita di “Propaganda Fide” nel 1622, Gregorio XV fece una solida organizzazione della missione interna della chiesa. La promozione della fede e la conservazione della comunità cattoliche in diaspora era compito di Propaganda: “coordinare tutte le forze missionarie, fino ad allora sovente sparse; dare direttive uniformi per le missioni; organizzare le missioni sistematicamente in tutto il mondo, anche in quelle parti, fino ad allora dimenticate; mettere in guardia i missionari dalle conseguenze perniciose del colonialismo e dal confondere le cose ecclesiastiche con quelle politiche; liberare le missioni dalle grinfie del colonialismo politico e trasformare le missioni da un fenomeno coloniale in un movimento puramente ecclesiastico e spirituale; promuovere energicamente la formazione del clero autoctono e l’erezione delle gerarchie episcopali autoctone; finalmente aiutare le missioni materialmente”.

Nella scia di “Propaganda Fide” fu nata anche la “Pontificia Opera per la Propagazione della Fede” fondata a Lione nel 1822 dalla Venerabile Pauline Jaricot, la quale era riuscita a diffondere l’idea che tutti i battezzati fossero protagonisti della missione. Si ricorda che si trattava di partecipare a livelli spirituale ed economico nelle opere missionarie di “Propaganda Fide”. All’epoca dopo guerra, si è risvegliata la coscienza della dimensione intrinsecamente missionaria della chiesa che trovò poi la sua autorevole e matura espressione magisteriale nel decreto “Ad gentes” del Concilio Vaticano II: “La Chiesa durante il suo pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria”. Nel periodo post-conciliare, Paolo VI cambiò il nome della Congregazione De Propaganda Fide in “Congregazione per l’evangelizzazione”.

Per evangelizzazione si intende il compito missionario della chiesa. “La Chiesa intera è per sua natura missionaria. È mandata a evangelizzare, cioè ad annunciare, celebrare e testimoniare l’amore di Dio…”. Con l’espressione “missione della chiesa” si vuole indicare il fine a cui deve tendere la sua attività, la quale non comprende soltanto le realtà ultime che si avranno con la seconda venuta gloriosa di Cristo e la risurrezione finale, ma anche le realtà temporali, proprie del tempo presente della chiesa pellegrinante verso la patria definitiva. Nel prossimo capitolo esporremo il magistero di Paolo VI sull’annuncio del vangelo e l’evangelizzazione sempre nella prospettiva di dialogo con il mondo contemporaneo.




CAPITOLO II

L’ANNUNCIO DEL VANGELO E EVANGELIZZAZIONE

NEL MAGISTERO DI PALO VI

INTRODUZIONE

 

Le tre esortazioni apostoliche di Paolo VI, Evangelica Testificatio del 1971, Gaudete in Domino del 1975 e Evangelii Nuntiandi del 1975, costituiscono il cuore del magistero di Paolo VI per quanto riguarda il tema dell’annuncio del vangelo. Nell’esortazione apostolica Evangelica Testificatio, Paolo VI richiama i principi per un vero rinnovamento della vita religiosa presentando i suggerimenti del Concilio Vaticano II come modello da seguire. Nell’Esortazione apostolica Gaudete in Domino, Paolo VI invita la chiesa e l’intero popolo di Dio alla gioia cristiana. La particolarità dell’esortazione apostolica Gaudete in Domino è quella di mostrare che c’è un invito continuo alla gioia sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Anche la gioia è presente nel cuore dei Santi ed è offerta a tutto il popolo. In particolare il Papa invita i giovani a cercare la gioia della verità divina riconosciuta nella Chiesa. Nell’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, Paolo VI dimostra che la testimonianza della vita non è mai separabile dall’annuncio con parole. Se si intende essere fedeli ad Evangelii Nuntiandi, non ci si può esimere dal riflettere sulla connessione intrinseca dell’evangelizzazione delle culture, della testimonianza e dell’importanza delle parole. Nell’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, Paolo VI affronta la questione della testimonianza con chiarezza dicendo: “deve essere anzitutto proclamata mediante la testimonianza, […] Allora con tale testimonianza senza parole, i cristiani fanno salire nel cuore di coloro che li vedono vivere, domande irresistibili… […]. Ebbene, una tale testimonianza è già una proclamazione silenziosa, ma molto forte ed efficace della buona novella. Vi è qui un gesto iniziale di evangelizzazione”.

 

2.1 L’ANNUNCIO DEL VANGELO IN EVANGELICA TESTIFICATIO (1971)

 

2.1.1 IL CONTESTO STORICO DELL’ESORTAZIONE EVANGELICA TESTIFICATIO

L’esortazione apostolica Evangelica Testificatio è il primo documento post-conciliare di Paolo VI. Dal Concilio Ecumenico Vaticano II, la vita religiosa è stata definita come “un dono divino, che la chiesa ha ricevuto dal suo Signore e con la sua grazia sempre conserva… non è intermedio tra la condizione clericale e laicale, ma da entrambe le parti alcuni fedeli sono chiamati da Dio a fruire di questo speciale dono nella vita della chiesa e ad aiutare, ciascuno a suo modo, la sua missione salvifica”. In questa prospettiva la chiesa loda la vita consacrata perché rende presente lo stile di vita vissuto dal Figlio di Dio; per mezzo della castità, la povertà e l’obbedienza. Nell’esortazione Apostolica Evangelica Testificatio la consacrazione dei religiosi è ritenuta come una “consacrazione particolare”. Paolo VI attesta, che la vita religiosa testimonia “il primato dell’amore di Dio con una forza tale, di cui bisogna render grazie allo Spirito Santo. […] Uomini e donne, che hanno consacrato la propria vita al Signore”. L’idea che Paolo VI ha voluto sviluppare in Evangelica Testificatio è quella della gioia della propria consacrazione. “La gioia del Signore trasfiguri la vostra vita consacrata, e la fecondi il suo amore”; quindi, i religiosi devono prender coscienza della loro speciale vocazione in seno alla chiesa.

 

2.1.1 LA VITA RELIGIOSA, VIA DI ANNUNCIO DEL VANGELO

Nelle prime pagine dell’esortazione apostolica Evangelica Testificatio, Papa Montini scrive che, “La testimonianza evangelica della vita religiosa manifesta chiaramente, agli occhi degli uomini, il primato dell’amore di Dio con una forza tale, di cui bisogna render grazie allo Spirito santo. […] Desideriamo altresì aiutarvi a continuare il vostro cammino di seguaci del Cristo, nella fedeltà agli insegnamenti conciliari”. Secondo il Papa bresciano, la vita consacrata permette di conformarsi più profondamente al genere di vita di Cristo. In tal modo la Chiesa non può fare a meno di questi testimoni eccezionali della trascendenza dell’amore di Cristo. Per il rinnovamento della vita religiosa, il Concilio Vaticano II per porre un accento particolare sulla “testimonianza evangelica” della vita e “l’annuncio della parola di Dio a quelli che Egli pone sul loro cammino, per condurli verso la fede”. E secondo il concilio, l’impegno di annunciare la parola di Dio “richiede una profonda unione con il Signore, la quale consentirà di trasmettere il messaggio del verbo incarnato, pur usando un linguaggio che il mondo può intendere”. Questo impegno fa partecipare i religiosi alla passione, morte e alla gloria della resurrezione di Cristo. Nell’esortazione apostolica Evangelica Testificatio, Paolo VI parla anche della tradizione della chiesa che è quella della testimonianza evangelica. Non è opera umana ma l’opera dello Spirito Santo. Fin dai primi secoli, “lo Spirito Santo ha suscitato, accanto alla eroica confessione dei martiri, la meravigliosa fermezza dei discepoli e delle vergini, degli eremiti e degli anacoreti”. Ai religiosi, Paolo VI ricorda che, mediante la pratica dei consigli evangelici, loro hanno voluto “seguire più liberamente il Cristo e più fedelmente imitarlo, dedicando tutta la vostra vita a Dio con una consacrazione particolare, che trova la sua radice nella consacrazione battesimale”. Paolo VI aggiunge: “Noi vi raccomandiamo ai nostri carissimi fratelli nell’episcopato, i quali, assieme ai presbiteri, loro collaboratori nel sacerdozio, sentono la propria responsabilità nei riguardi della vita religiosa”. Il Romano Pontefice incoraggia i religiosi a fare il discernimento profondo della loro chiama a testimoniare Cristo: “…noi vorremmo, da parte nostra, stimolarvi a procedere con maggior sicurezza e con più lieta fiducia lungo la strada che avete prescelto. Nella ricerca della carità perfetta”. Si tratta della disponibilità allo Spirito Santo che, agendo nella chiesa, chiama alla libertà dei figli di Dio.

2.1.2 I CARISMI, FORME ESTERIORI DI ANNUNCIO DEL VANGELO

L’esortazione apostolica Evangelica Testificatio parla di fedeltà al carisma dei fondatori: “Non altrimenti il concilio giustamente insiste sull’obbligo, per i religiosi e per le religiose, di esser fedeli allo spirito dei loro fondatori, alle loro intenzioni evangeliche, all’esempio della loro santità, cogliendo in ciò uno dei principi del rinnovamento in corso ed uno dei criteri più sicuri di quel che ciascun istituto deve eventualmente intraprendere”. I carismi della vita religiosa non nascono dagli impulsi della carne e dal sangue, ma sono i frutti dello Spirito santo. I carismi dei religiosi nella vita consacrata son carismi della chiesa. Accanto alla profezia, alla fede, ai miracoli, alle guarigioni, troviamo, infatti, presentati sinotticamente: la misericordia, la consolazione, il servizio, la predicazione, l’apostolato, l’evangelizzazione. A questo punto, però, Paolo sottolinea che esiste una gerarchia dei carismi. Infatti esorta a cercare “i carismi più grandi”. Al primo posto c’è l’agape. A proposito dei carismi nella chiesa, il Concilio Vaticano II afferma infine, che, “I cristiani, avendo carismi differenti, devono collaborare alla causa del Vangelo, ciascuno secondo le sue possibilità, i suoi mezzi, il suo carisma e il suo ministero. Tutti dunque, coloro che seminano e coloro che mietono, coloro che piantano e coloro che irrigano, devono formare una cosa sola, affinché tendendo tutti in maniera libera e ordinata allo stesso scopo indirizzino in piena unanimità le loro forze all’edificazione della Chiesa”. I carismi sono distribuiti dallo Spirito alla chiesa affinché i cristiani si sentano chiamati a collaborare, in piena corresponsabilità, all’evangelizzazione, ognuno secondo il dono ricevuto, in maniera libera e ordinata, perché col Battesimo tutti sono abilitati a esercitare nella chiesa un ministero, poiché partecipano al munus sacerdotale, profetico e regale di Cristo Gesù. Paolo VI parla anche delle forme esteriori e dello slancio interiore che devono caratterizzare la vita religiosa. Secondo il papa, “ogni istituzione umana è insidiata dalla sclerosi e minacciata dal formalismo. La regolarità esteriore non basterebbe, di per sé stessa, a garantire il valore di una vita e l’intima sua coerenza. Pertanto è necessario ravvivare incessantemente le forme esteriori con questo slancio interiore, senza il quale esse si trasformerebbero ben presto in un carico eccessivo”. Attraverso la diversità delle forme di vita consacrata, che danno a ciascun istituto la sua fisionomia propria e hanno la loro radice nella pienezza della grazia del Cristo, “la regola suprema della vita religiosa, la sua ultima norma, è quella di seguire il Cristo secondo l’insegnamento del vangelo”. È proprio tale preoccupazione che ha suscitato nella chiesa, durante il corso dei secoli, l’esigenza di una vita casta, povera e obbediente.

2.1.3 I CONSIGLI EVANGELICI COME FORME INTERIORI DI ANNUNCIO DEL VANGELO

L’esortazione apostolica Evangelica Testificatio parla della castità consacrata come un dono di sé stesso. A questa condizione, “il dono di sé stessi, fatto a Dio ed agli altri, sarà sorgente di una pace profonda”. La castità consacrata richiama questa unione in una maniera più immediata ed opera quel superamento, verso il quale dovrebbe tendere ogni amore umano. Il dono prezioso della carità consacrata è fatto all’uomo fragile e vulnerabile a motivo dell’umana debolezza. Questo dono rimane “esposto alle contraddizioni della pura ragione ed in parte incomprensibile a coloro, ai quali la luce del verbo incarnato non abbia rivelato in che modo colui che avrà perduto la sua vita per lui, la ritroverà”. L’esortazione apostolica Evangelica Testificatio parla anche della povertà consacrata: “Casti alla sequela del Cristo, voi volete anche vivere poveri secondo il suo esempio, nell’uso dei beni di questo mondo necessari per il quotidiano sostentamento”. La povertà consacrata è una testimonianza al vangelo. Vivere la povertà consacrata è vivere la giustizia contro una qualsiasi forma di ingiustizia sociale. Paolo VI invita i religiosi “a destare le coscienze di fronte al dramma della miseria ed alle esigenze di giustizia sociale del vangelo e della chiesa. Induce certuni tra voi a raggiungere i poveri nella loro condizione, a condividere le loro ansie lancinanti”. Le persone consacrate sono incoraggiate a mostrare nella loro vita quotidiana le prove, anche esterne, dell’autentica povertà: è una testimonianza al vangelo e all’annuncio effettivo del medesimo vangelo. Per Paolo VI, “La povertà, effettivamente, vissuta mettendo in comune i beni, […] apporterà anche un sollievo ai vostri fratelli e sorelle, che sono nel bisogno. Il desiderio legittimo di esercitare una responsabilità personale non si esprimerà nel godimento delle proprie rendite, ma nella partecipazione fraterna al bene comune”. Quanto riguarda l’obbedienza consacrata, Paolo VI scrive: “Mediante questa professione, infatti, voi compite l’offerta totale della vostra volontà, […] Sull’esempio del Cristo, venuto ad adempiere la volontà del Padre, in comunione con colui che soffrendo ha imparato l’obbedienza e si è fatto servitore dei propri fratelli, voi siete vincolati più strettamente al servizio della chiesa e dei vostri fratelli”. Il modello perfetto dell’obbedienza consacrata per i religiosi e religiose è Cristo. Alla sequela di Gesù, i religiosi e religiose sono guidati dall’esempio di Cristo, l’amato nel quale il Padre s’è compiaciuto. È Cristo che ispira l’obbedienza consacrata, perché si compia anche attraverso dei religiosi consacrati a Dio il disegno divino di salvezza. Nella chiesa, “il senso profondo dell’obbedienza si rivela nella pienezza del mistero di morte e di risurrezione di Cristo, in cui si realizza in maniera perfetta il destino soprannaturale dell’uomo”. È infatti attraverso il sacrificio, la sofferenza e la morte che questi accede alla vera vita. Esercitare l’autorità in mezzo ai vostri fratelli, significa dunque servirli, sull’esempio di colui che ha dato la sua vita in riscatto per molti. L’obbedienza religiosa ha una finalità ben precisa: servire in maniera più efficacie l’annuncio del vangelo. L’obbedienza implica la non stanzialità, allora è molto più facile essere liberi da qualsiasi legame per recarsi fino agli estremi confini della terra ad annunciare il vangelo di salvezza.

2.1.4 LA VITA COMUNITARIA E FRATERNA, TESTIMONIANZA EVANGELICA DELLA VITA RELIGIOSA

Il magistero della chiesa insegna che, “è importante prendere in esame la vita delle comunità religiose concrete, sia quelle monastiche e contemplative sia quelle dedite all’attività apostolica ciascuna secondo il proprio specifico carattere”. Ciò che viene detto delle comunità religiose si intende riferito anche alle società di vita apostolica, tenendo conto del loro carattere e della loro legislazione propria. La comunità religiosa, “non è un semplice agglomerato di cristiani in cerca della perfezione personale”. Molto più profondamente è partecipazione e testimonianza qualificata della Chiesa-Mistero, in quanto espressione viva e realizzazione privilegiata della sua peculiare comunione. In questo senso, la comunità religiosa partecipa dunque alla rinnovata e approfondita visione della chiesa. Paolo VI scrisse anche a proposito della carità e dell’accoglienza fraterna tra le membra della comunità religiosa: “Pur se imperfetti, come ogni cristiano, voi intendete tuttavia creare un ambiente atto a favorire il progresso spirituale di ciascuno dei suoi membri. Come si può raggiungere questo risultato, se non approfondendo nel Signore i vostri rapporti, anche quelli più ordinari, con ciascuno dei vostri fratelli? La carità fraterna e l’accoglienza di tutti i membri sono l’espressione della testimonianza evangelica e la forma adeguata di vivere il vangelo e di annunziarlo in verità. Inoltre, Paolo VI invita i religiosi ad evangelizzare le città moderne a partire dalle piccole comunità religiose: “Una specie di reazione spontanea contro l’anonimato delle concentrazioni urbane, la necessità di adattare l’edificio di una comunità all’habitat esiguo delle città moderne ed il bisogno stesso di esser più vicini, per le condizioni di vita, ad una popolazione da evangelizzare, sono tra i motivi che inducono certi istituti a progettare, di preferenza, la fondazione di comunità con un piccolo numero di membri”. L’invito di Paolo VI ai religiosi è che, “le comunità, piccole o grandi, non potranno aiutare i loro membri se non rimanendo costantemente animate dallo spirito evangelico, alimentate dalla preghiera, dalla mortificazione dell’uomo vecchio, dalle discipline necessarie per la formazione dell’uomo nuovo”.

2.1.5 LA PREGHIERA COMUNITARIA, PARADIGMA DELLA VITALITA DELLA VITA RELIGIOSA E EVANGELICA

Il Papa ricordò i religiosi di non trascorrere i momenti della preghiera comunitaria: “L’esperienza della santità cristiana ci dimostra la fecondità della preghiera, nella quale Dio si manifesta allo spirito ed al cuore dei suoi servitori. Questa conoscenza di lui stesso il Signore ce la dona nel fuoco dell’amore. Ci serve sempre di gustare questa conoscenza intima e vera del Signore, senza la quale non riusciremmo né a comprendere il valore della vita cristiana e religiosa, né a possedere la forza per progredirvi nella gioia di una speranza che non inganna”. A proposito della vita interiore, Paolo VI scrisse ai religiosi così: “Abbiate dunque coscienza dell’importanza dell’orazione nella vostra vita, ed imparate ad applicarvi generosamente: la fedeltà alla preghiera quotidiana resta sempre, per ciascuno e per ciascuna di voi, una necessità fondamentale e deve avere il primo posto nelle vostre costituzioni e nella vostra vita”. Il magistero della chiesa conferma il pensiero di Paolo VI: “Ne segue che la comunità religiosa è prima di tutto un mistero che va contemplato e accolto con cuore riconoscente in una limpida dimensione di fede”. L’esortazione apostolica Evangelica Testificatio parla anche del silenzio interiore: “L’uomo interiore avverte i tempi di silenzio come un’esigenza dell’amore divino, e una certa solitudine è a lui normalmente necessaria per sentire Dio che gli parla nel cuore.” Si tratta di momenti di “intimità con Dio che comporta il bisogno, veramente vitale, di un silenzio di tutto l’essere, sia per coloro che devono trovare Dio anche in mezzo al frastuono, sia per i contemplativi”. Un amore di Dio disponibile ai doni dello Spirito, esigenza un bisogno di silenzio. La vita comunitaria religiosa si vive anche attraverso le celebrazioni liturgiche: “È necessario, infine, ricordarvi il posto specialissimo che ha, nella vita delle vostre comunità, la liturgia della chiesa, il cui centro è il sacrificio eucaristico, nel quale la preghiera interiore si collega al culto esterno”. La celebrazione eucaristica è il cuore delle comunità religiose: “Adunate nel suo nome, le vostre comunità hanno di per sé come loro centro l’eucaristia sacramento di amore, segno di unità, vincolo di carità. È dunque normale che esse siano visibilmente riunite intorno ad un oratorio, in cui la presenza della santa eucaristia esprime ed insieme realizza ciò che deve essere la principale missione di ogni famiglia religiosa, come del resto di ogni assemblea cristiana”. Annunciare la morte e la risurrezione del Signore aiuta i religiosi, di maniera particolare, a prepararsi al suo ritorno nella gloria. Questo riporta costantemente alla memoria: “le sofferenze fisiche e morali, da cui Cristo fu oppresso e che pure aveva liberamente accettate fino all’agonia ed alla morte sulla croce”. Nell’esortazione Evangelica Testificatio, il Romano Pontefice insiste sulla preghiera: Non bisogna pensare che i religiosi, per il fatto della loro consacrazione, diventino estranei agli uomini ed inutili nella città terrestre. Difatti, anche se talora non assistono direttamente i loro contemporanei, essi li tengono tuttavia presenti in modo più profondo con la tenerezza di Cristo, e con loro collaborano spiritualmente, affinché l’edificazione della città terrena abbia sempre il suo fondamento nel Signore ed a lui sia diretta, e non avvenga che lavorino invano quelli che la stanno edificando.

2.1.6 LA PARTECIPAZIONE DEI RELIGIOSI ALLA MISSIONE EVANGELIZZATRICE DELLA CHIESA

I religiosi partecipano alla missione evangelizzatrice della chiesa: “Questa partecipazione alla missione della chiesa, […] non può avvenire senza un’apertura ed una collaborazione alle sue iniziative e agli scopi che essa persegue nei vari campi, come in quello biblico, liturgico, dogmatico, pastorale, ecumenico, missionario e sociale”. Paolo VI aggiunge: “…voi lo farete, certo, sempre nel rispetto del carattere proprio di ciascun istituto, ricordando che l’esenzione riguarda soprattutto la sua struttura interna e che non vi dispensa dal sottomettervi alla giurisdizione dei vescovi responsabili secondo quanto richiedono sia il compimento del loro ministero pastorale, sia la buona organizzazione della cura d’anime”. Ogni comunità religiosa deve dunque affrontare i diversi contesti del mondo per essere fedele alla sua peculiare missione. Annunciando il vangelo, i religiosi vanno incontro al mondo pagano. Per questo, il Concilio Vaticano II insegna: “I religiosi pongano ogni cura, affinché per mezzo loro, la chiesa abbia meglio da presentare Cristo ai fratelli e agli infedeli, o mentre Egli contempla sul monte, o annuncia il Regno di Dio alle turbe, o risana i malati e i feriti e converte a miglior vita i peccatori, o benedice i fanciulli e fa del bene a tutti e sempre obbediente alla volontà del Padre che lo ha mandato”. Dalla partecipazione ai diversi aspetti della missione di Cristo, lo Spirito fa sorgere diverse famiglie religiose caratterizzate da diverse missioni e quindi da diversi tipi di carismi. Intanto, “gli istituti chiaramente finalizzati a specifiche forme di servizio apostolico, accentuano la priorità dell’intera famiglia religiosa, considerata come un solo corpo apostolico e come una grande comunità alla quale lo Spirito ha dato una missione da svolgere nella Chiesa”. La comunione che anima e riunisce la grande famiglia viene vissuta concretamente nelle singole comunità locali, a cui viene affidata la realizzazione della missione, secondo le diverse necessità. La consacrazione religiosa inevitabilmente comporta la missione. Il religioso dedito alle opere di apostolato prolunga nel tempo la presenza di Cristo “che annuncia il Regno di Dio alle moltitudini, risana i malati e i feriti, converte i peccatori a una vita migliore, benedice i fanciulli e fa del bene a tutti, sempre obbediente alla volontà del Padre che lo ha mandato”. Questa opera salvifica di Cristo è condivisa con opere concrete di servizio che la chiesa affida agli istituti mediante l’approvazione delle costituzioni. La natura del servizio religioso, inoltre, determina in quale modo la missione debba essere effettuata: in una profonda unione con il Signore e un’attenta sensibilità nei confronti dei tempi. A queste condizioni il religioso è in grado di “trasmettere il messaggio del Verbo incarnato in termini che il mondo sia in grado di comprendere”.

2.2 L’ANNUNCIO DEL VANGELO IN GAUDETE IN DOMINO

2.2.1 IL CONTESTO STORICO DELL’ESORTAZIONE APOSTOLICA GAUDETE IN DOMINO

In pieno Anno Santo (1975), con un gesto profetico, Paolo VI scrisse l’esortazione apostolica Gaudete in Domino, sulla gioia cristiana. È una ripresa di due passaggi biblici: la lettera di San Paolo apostolo ai filippesi: “Rallegratevi sempre, ve lo ripeto, rallegratevi nel Signore”171 e il salmo 145: “Perché il Signore è vicino a quanti lo invocano con cuore sincero”172. La congiunzione di questi due testi dà il motivo che verrà continuamente ripreso in tutto il testo del documento Gaudete in Domino. Il tema della gioia non appare improvvisamente nel pensiero di Paolo VI. Già dalla prima riga dell’esortazione apostolica Gaudete in Domino, si capisce quale sia il motivo della gioia alla quale invita: nel Signore, “rallegratevi nel Signore”173. Non è una gioia qualsiasi, ma la gioia donata dallo Spirito Santo. Paolo VI, spiega l’obiettivo della sua esortazione così: “Noi abbiamo sentito come la felice necessità interiore di indirizzarvi, nel corso di questo Anno di grazia una Esortazione Apostolica il cui tema è la gioia cristiana, la gioia nello Spirito Santo. […], che la gioia sia diffusa nei cuori con l’amore di cui essa è il frutto, per mezzo dello Spirito Santo, […] che la vostra gioia si unisca alla nostra, per la consolazione spirituale della Chiesa di Dio, e di tutti quegli uomini, che vorranno rendersi cordialmente attenti a questa celebrazione”174. Nel messaggio Urbi et Orbi della Pasqua, il 29 marzo 1964, Paolo VI sintetizzò l’identità della gioia cristiana con le sue parole: “Noi non daremo oggi della luce pasquale che un solo raggio, […] È il raggio primo della Pasqua, cioè della vita risorta in Cristo e in noi che cristiani vogliamo essere; ed è la gioia. Il cristianesimo è gioia. La fede è gioia. La grazia è gioia. Ricordate questo, o uomini, figli e fratelli ed amici. Cristo è la gioia, la vera gioia del mondo”175. L’idea di riflettere sulla gioia cristiana fu riproposta all’udienza generale del 19 aprile 1972 e verrà ripresa nel discorso di Paolo VI ai cardinali il 23 giugno 1975. A questa occasione, Paolo VI riproponeva in forma sintetica il contenuto dell’esortazione apostolica Gaudete in Domino. Per Paolo VI, annunciare il vangelo significa portare all’umanità la gioia cristiana176.

2.2.2 L’ANNUNCIO DELLA GIOIA CRISTIANA NEL CUORE DELL’UOMO

La gioia cristiana non può essere estinta né dalle miserie del mondo né dalla tristezza dell’uomo, San Paolo apostolo lo dice: “Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù”177. Nel magistero di Papa Montini, la gioia cristiana è la grazia di Dio che rende l’uomo felice e, “ponendo l’uomo in mezzo all’universo, che è opera della sua potenza, della sua sapienza, del suo amore, Dio dispone l’intelligenza e il cuore della sua creatura, prima ancora di manifestarsi personalmente attraverso la rivelazione, a incontrare la gioia e la verità allo stesso tempo”178. Rallegrarsi nel Signore è dunque un invito alla speranza. Certo il vangelo non cancella il dolore, la tristezza e l’ingiustizia, ma Paolo VI esortò la chiesa ad avere fiducia nel Signore: “Guardando il mondo, l’uomo non prova forse un naturale desiderio di comprenderlo e di dominarlo con la sua intelligenza, mentre nello stesso tempo aspira al suo compimento e alla sua felicità. […], ci sono vari gradi di questa felicità. La sua espressione più nobile è la gioia o felicità in senso stretto, quando l’uomo, a livello delle sue facoltà superiori, trova la sua soddisfazione nel possesso di un bene conosciuto e amato”179. Il Papa bresciano precisa che l’uomo sperimenta la gioia quando è “in armonia con la natura, e soprattutto la sperimenta nell’incontro, nella partecipazione e nella comunione con gli altri. A maggior ragione, egli conosce la gioia e la felicità spirituale quando il suo spirito entra in possesso di Dio, conosciuto e amato come il bene supremo e immutabile”180. In mezzo alle sfide quotidiane, la gioia cristiana non si contrappone ad esse anzi, proprio in questo, sta l’autentica gioia del cristiano. Nel pensiero di Paolo VI, la gioia non va assimilata con una realtà sempre imperfetta o fragile: “Per uno strano paradosso, la coscienza stessa di ciò che costituisce la vera felicità al di là di tutti i piaceri transitori include anche la certezza che non esiste una felicità perfetta”181. La difficoltà di raggiungere la gioia è particolarmente una sfida dei tempi presenti. Infatti, “La società tecnologica è riuscita a moltiplicare le occasioni di piacere, ma trova molto difficile generare gioia.”182 In contrario, la gioia cristiana ha un’altra origine; è spirituale. Tuttavia, è vero che la noia, il dolore e la tristezza portano all’angoscia e alla disperazione. Ma queste realtà non devono impedire il cristiano di parlare di gioia, di aspettare la gioia183. Paolo VI considera la condizione di tristezza dell’uomo come il risultato della sua ignoranza dell’infinito: “è l’uomo, nella sua anima, che si trova senza le risorse per farsi carico delle sofferenze e delle miserie del nostro tempo. […], tanto più che a volte non riesce a capire il senso della vita; che non è sicuro di sé, della sua vocazione e del suo destino trascendente. Ha desacralizzato l’universo e, ora, l’umanità; a volte ha reciso il legame vitale che lo legava a Dio”184. Quindi, si può parlare di tristezza “quando lo spirito umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, e quindi istintivamente orientato verso di lui come verso il suo sommo e unico bene, rimane senza conoscerlo chiaramente, senza amarlo, e quindi senza sperimentare la gioia che la conoscenza, per quanto imperfetta, porta”185.

All’uomo che ricerca la vera felicità, Paolo VI scrisse: “L’uomo può veramente entrare nella gioia avvicinandosi a Dio e allontanandosi dal peccato. Senza dubbio, carne e sangue non sono in grado di raggiungere questo obiettivo. Ma la Rivelazione può aprire questa prospettiva, e la grazia può portare a questa conversione”186. Bisogna accogliere la buona novella.

2.2.3 LA GIOIA CRISTIANA NELL’ANTICO TESTAMENTO

Nell’Antico Testamento, la parola “gioia” rimanda alla salvezza che viene amplificata e poi comunicata lungo tutta la storia profetica dell’antico Israele. Nei testi veterotestamentari, il soggetto della gioia è Dio: “Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira”187. Dio si rallegra di colui in cui si è compiaciuto e che corrisponde al suo disegno. Dio è sorgente della gioia del suo popolo amato. Israele lo esprime con canto e danza di festa: “Cantiamo al Signore veramente glorioso, cavalli e cavaliere ha gettato nel mare!”188. In Israele, Dio è celebrato, quale fonte di gioia: “Quando il Signore liberò i prigionieri credevamo di sognare; la nostra bocca fu piena di risa, di canti e di gioia”189. La gioia dell’Antico Testamento è una gioia che coinvolge tutta la creazione per partecipare all’evento di liberazione: “Prorompete insieme con canti di gioia, uomini di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il mare e tutto ciò che è in esso, facciano festa i campi, si rallegrino gli alberi della foresta davanti al Signore che opera”190. La gioia dell’Antico Testamento è quella della promessa mosaica, che è come “figura della liberazione escatologica che sarebbe stata compiuta da Gesù Cristo nel contesto pasquale della nuova ed eterna Alleanza”191. Questa gioia si cantava tante volte nei salmi: la gioia di vivere con Dio e per Dio. In Gaudete in Domino, “la gioia cristiana è, per sua stessa essenza, una partecipazione spirituale all’insondabile gioia, divina e umana insieme, del Cuore glorificato di Gesù Cristo”192. Questa gioia viene spesso misteriosamente proclamata in mezzo al popolo di Dio.

2.2.4 LA GIOIA CRISTIANA NEL NUOVO TESTAMENTO

La gioia neo-testamentaria è espressa da vari vocaboli collegati agli eventi in cui il Signore si è reso presente all’uomo. Le lettere paoline affermano il paradosso della vita cristiana: “la gioia del credente è data sempre e necessariamente insieme alla tristezza, all’oppressione e alla preoccupazione; anzi essa trova proprio qui la sua forza”193. Tale connessione non consiste in una ricerca della sofferenza. Al contrario si tratta di una fede purificata, che ritma un’esistenza proiettata verso la vittoria escatologica sul mondo194. In carcere, San Paolo parla di gioia: “Ringrazio il mio Dio, in ogni mio ricordo di voi, sempre, in ogni mia preghiera per tutti voi, con gioia, facendo preghiera…”195. Qui la gioia non è esperienza di un momento; al contrario si dilata e colora quell’insieme di relazioni che legano Paolo e la sua comunità. Negli scritti giovannei si parla ripetutamente di una gioia strettamente associata all’opera salvifica di Gesù e di una gioia pienamente compiuta196. Tali affermazioni fanno notare che Gesù si è fatto presente. E la pienezza della gioia sarà propria di tutti coloro che potranno dire di essere effettivamente in rapporto stretto col Dio di Gesù Cristo197. Nelle lettere di San Pietro, il legame tra sofferenza e gioia costituisce l’insegnamento dell’apostolo: “La comunità cristiana deve rallegrarsi di partecipare alle sofferenze di Gesù Cristo per potersi rallegrare nella rivelazione della gloria”198. Paolo VI, scrisse che, “Nessuno è escluso dalla gioia annunciata dal Signore”199. Il Papa lo disse riferendosi sia al popolo d’Israele sia agli innumerevoli uomini e donne che, nel corso del tempo, accoglieranno il suo messaggio e si sforzeranno di viverlo. La Vergine Maria ricevette per prima l’annuncio di gioia dall’angelo Gabriele; il suo Magnificat fu già l’inno di esultanza di tutti gli umili200. E poi, si pensa anche a Giovanni Battista, la cui missione fu quella di mostrare il Salvatore a Israele, e ebbe fatto salti di gioia alla sua presenza, mentre fu ancora nel grembo di sua madre201.

Gesù “ha sperimentato nella sua umanità tutte le nostre gioie. Ha conosciuto, apprezzato ed esaltato in modo palpabile tutta una serie di gioie umane, quelle gioie semplici, quotidiane, che sono alla portata di tutti”. Papa Montini parlò dell’uomo Gesù: “Essendo umano, egli esalta volentieri la gioia del seminatore e del mietitore; quella dell’uomo che trova un tesoro nascosto; quella del pastore che ritrova la pecora smarrita o della donna che ritrova la dracma; la gioia degli invitati al banchetto, la gioia delle nozze; la gioia del padre quando riceve il figlio, di ritorno da una vita prodiga; quella della donna che ha appena dato alla luce un bambino”. Il cristiano è beneficiario dell’amore divino mediante il Cristo: “Tu sei il mio figlio prediletto, il mio diletto.” La relazione di amore del Padre e del Figlio costituisce il segreto della vita trinitaria. “Il Padre appare in essa come colui che si dona al Figlio, senza riserve e senza intermittenza, in un palpito di gioiosa generosità, e il Figlio, come colui che si dona allo stesso modo al Padre con slancio di gioiosa gratitudine nello Spirito Santo”. La Gioia del Nuovo Testamento è “la gioia del Regno di Dio. Ma è una gioia concessa per una strada ripida, che richiede una fiducia totale nel Padre e nel Figlio, e una preferenza data alle cose del Regno”. È una gioia che scaturisce dal mistero pasquale. Nell’annuncio gioioso della risurrezione, “si trasfigura il dolore stesso dell’uomo, mentre la pienezza della gioia nasce dalla vittoria del Crocifisso, dal suo Cuore trafitto, dal suo Corpo glorificato, e illumina le tenebre delle anime”. La gioia pasquale “non è solo quella di una possibile trasfigurazione: è quella di una nuova presenza di Cristo risorto, che dispensa lo Spirito ai suoi, perché dimori in essi”. Ne segue che, lo Spirito Santo suscita nell’uomo la preghiera filiale, che sgorga dal profondo dell’anima. È proprio qui che il cristiano può gustare la gioia propriamente spirituale che è frutto dello Spirito Santo.

2.2.5 LA GIOIA CRISTIANA NEL CUORE DEI SANTI

Nel discorso sulla montagna, Gesù comincia con la parola “Beati”. È l’annuncio di una felicità inaudita. L’insegnamento di Paolo VI sulla gioia cristiana è simile al discorso sulle beatitudini, è un messaggio di speranza e di gioia. È “la gioiosa speranza che scaturisce dalla sorgente stessa della Parola di Dio”. Mai la fonte di gioia non ha cessato di fluire nella chiesa e specialmente nel cuore dei santi. Il primo esempio dei santi che esperimentassero la gioia di Dio è la Vergine Maria: “Il primo posto spetta alla Vergine Maria, piena di grazia, Madre del Salvatore. Maria è la serva di Dio che, accogliendo l’annuncio dall’alto, […], lascia traboccare la sua gioia davanti alla cugina Elisabetta, che loda la sua fede: L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta di gioia in Dio, mio Salvatore…Perciò tutte le generazioni mi chiameranno beata”. È Maria “la prima redenta, immacolata fin dal momento del suo concepimento, dimora incomparabile dello Spirito, purissima dimora del Redentore degli uomini, […] Ella è il tipo perfetto della chiesa terrena e glorificata”. Insieme a Cristo, Maria ricapitola tutte le gioie, vive la gioia perfetta promessa alla chiesa. La certezza della “vittoria della chiesa e la gioia nel celebrare la battaglia dei santi martiri, scaturiscono dal contemplare in essi la fecondità gloriosa della Croce”. La vita dei santi è una lotta per il Regno dei cieli; è la via di coloro che sono bruciati dallo Spirito Santo, e pronti “per morire a sé stessi e raggiungere la santa gioia della risurrezione”. La lotta per il Regno di Dio include necessariamente l’esperienza di una passione d’amore, di cui tanti maestri spirituali hanno saputo parlare meravigliosamente. Ognuno dei “maestri spirituali hanno lasciato alla chiesa un messaggio sulla gioia”. I Padri orientali soprattutto hanno lasciato alla chiesa delle testimonianze di questa gioia nello Spirito. La gioia dei santi è una gioia che scaturisce dalla loro comunione eucaristica con Cristo. In Gaudete in Domino, la gioia dei santi “è il risultato di una comunione umano-divina sempre più universale. Non può in alcun modo incitare coloro che lo amano ad un atteggiamento di ripiegamento su sé stessi, ma procura nel cuore un’apertura cattolica al mondo degli uomini, ferendoli nello stesso tempo con la nostalgia dei beni eterni”. Questi non abbandonano mai il loro posto di combattimento per l’avvento del Regno.

2.2.6 LA GIOIA CRISTIANA PER TUTTO IL POPOLO DI DIO

In Gaudete in Domino, Paolo VI invita il cristiano a contemplare il Salvatore, mentre nella pienezza della sua umanità, con semplicità, realismo e sensibilità, fa quotidianamente esperienza delle gioie umane. È invito a “partecipare pienamente alla gioia cioè alla festa eterna delle nozze dell’agnello”. Questa è una convocazione universale per tutti gli uomini. E durante ogni celebrazione dell’Anno Santo, la Chiesa apre sempre a tutti, più largamente, “i tesori della misericordia di Dio”. Lo sguardo di Paolo VI si rivolge innanzitutto agli umili che sono come i bambini perché “essi sono idonei alla gioia evangelica. Chi vuole entrare nel Regno, ci dice Gesù, deve innanzitutto guardare a loro”. E poi, essendo l’annuncio della gioia, “il vangelo è stato annunziato prima di tutto ai poveri e agli umili, nello splendore della sua semplicità e nella pienezza del suo contenuto”. Ma questa gioia, diventa completa solo se gli uomini si rivolgono insieme, con piena fiducia, verso “Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli, in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio”. La gioia cristiana viene dallo Spirito Santo. Lo stesso Spirito che è stato presente e attivo nella vita di Gesù, è stato all’origine della sua gioia. Questa gioia, originata da Gesù, diventa sorgente del perdono dei peccati, e della consolazione spirituale. In lui abbiamo la redenzione e il perdono dei peccati.

Il legame tra gioia e perdono dei peccati viene evidenziato nella parabola del figliol prodigo. È la parabola del Padre misericordioso. Questa parabola insegna che cos’è la vera gioia; è la libertà di stare con il Padre; un’esperienza senza nessun rigorismo, nessun moralismo, soltanto un Padre, con due figli e una storia di dramma e salvezza. Il Padre misericordioso accoglie sempre il figlio quando ritorna, non lo giustifica nel suo male ma abolisce il suo peccato. Il popolo di Dio, vivendo l’esperienza del perdono dei suoi peccati, cammina con gioia verso la felicità suprema, la vita eterna. Con il perdono dei peccati, il popolo cristiano si trova rigenerato, pieno di dignità, della vita di un uomo.

2.2.7 LA GIOIA CRISTIANA E LA SPERANZA NEL CUORE DEI GIOVANI

Paolo VI scrive: “La chiesa, rigenerata dallo Spirito Santo, è in un certo senso la vera gioventù del mondo, in quanto rimane fedele al suo essere e alla sua missione, come non riconoscersi spontaneamente e preferenzialmente nella figura di coloro che si sentono portatori di vita e di speranza, e impegnati ad assicurare il futuro della storia presente.” La chiesa ha intensamente bisogno dei giovani e di un vero rinnovamento per poter rimanere in una giovinezza permanente, e quindi nella gioia della propria giovinezza. Il papa bresciano invita la chiesa a rivolgersi “con decisione ai giovani del nostro tempo… in nome di Cristo e della sua chiesa,” “che Egli stesso vuole, nonostante le debolezze umane, radiosa, senza macchia, ruga o alcunché di simile; ma santi e irreprensibili.” Paolo VI vede nei giovani il loro “destino di uomo e il dinamismo dello Spirito Santo, dal quale la chiesa riceve inesauribilmente la propria giovinezza.” La chiesa, nella sua permanente giovinezza spirituale, scaturisce necessariamente, da ambo le parti, una gioia di alta qualità e una promessa di fecondità. La Chiesa deve rinnovare sé stessa per rinnovare il mondo, lo dice Paolo VI: “La Chiesa, in quanto Popolo di Dio in pellegrinaggio verso il Regno futuro, deve sapersi perpetuare e quindi rinnovarsi attraverso le generazioni umane: questa è per lei una condizione di fecondità e anche semplicemente di vita.” I giovani cristiani devono ratificare, in piena coscienza, l’alleanza contratta per loro nella chiesa nei sacramenti del Battesimo e della Confermazione. Nella chiesa, la pastorale giovanile deve essere in grado di dedicare tanto tempo alla direzione spirituale dei giovani, al dialogo orientato al discernimento, nel rispetto della libertà, con profondo senso di responsabilità, metodo e pazienza. I giovani gioiscono nell’incontro con Dio in Gesù. Un esempio di incontro tra Dio con i giovani è quello di Maria. Da giovane, Maria incontrò Dio attraverso l’incontro dialogale con l’angelo Gabriele. Entrando da Maria, l’angelo disse: “Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con te.” Ecco un incontro generativo di gioia. Non servono più altre parole per dimostrare che l’incontro con Dio è un momento generativo di gioia nel cuore dei cristiani e quindi nel cuore dei giovani. La grazia della gioia cristiana è un dono fatto all’umanità; e non si può parlare di umanità senza includere i giovani. La gioia cristiana è annunciata anche ai giovani. Essi possono testimoniare dell’amore di un Dio Padre e Misericordioso.

2.2.8 LA GIOIA CRISTIANA NEL CAMMINO DELLA FEDE

Per cammino della fede, si intende un pellegrinaggio del Popolo di Dio nel suo insieme e per ciascuna persona dentro questo Popolo. È un movimento, una Pasqua, cioè un passaggio verso il luogo interiore dove il Padre, il Figlio e lo Spirito l’accolgono. Il pellegrinaggio è “opera dello Spirito, un dono della Pentecoste.” Il cammino della fede è il ritorno al centro, al cuore della vita della chiesa e dunque del cristiano. Di conseguenza, la celebrazione dell’anno della fede di cui parlò Paolo VI richiama tutta la chiesa all’essenziale, cioè a ritrovare l’anima, l’ispirazione vitale dell’essere cristiano e del suo operare. È un cammino verso “la nuova Gerusalemme, di cui noi siamo fin d’ora cittadini e figli,” che discende dall’alto, da presso Dio. È verso Cristo che il popolo di Dio è indirizzato nel cammino interiore. È da Roma che si inizia il pellegrinaggio, dove i santi apostoli Pietro e Paolo resero col sangue la loro ultima testimonianza. “La vocazione di Roma è di provenienza apostolica, […] è un servizio a beneficio della chiesa intera e dell’umanità.” La Roma di Pietro e Paolo conduce alla città eterna, per il fatto che essa ha scelto di affidare a Pietro, che unifica in sé il collegio episcopale, le chiavi del Regno dei cieli. Il cammino della fede è anche una testimonianza della fede viva che indica un cammino di rinnovamento ecclesiale. E allora la chiesa cattolica, “benché diffusa in tutto il mondo, conserva accuratamente questa fede come se essa abitasse in una sola casa, e vi crede unanimemente, come se non avesse che una sola anima e un solo cuore; e la predica, l’insegna e la trasmette in perfetto accordo, come se non avesse che una sola bocca.” La chiesa è una casa dove si parla un solo linguaggio, con un solo cuore e una sola anima. Invitando tutti i cristiani a raggiungersi al cammino della fede, il Romano Pontefice scrisse: “Anche noi dobbiamo rendere testimonianza umilmente, pazientemente, ostinatamente, fosse pure in mezzo all’incomprensione di molti, all’incarico ricevuto dal Signore di guidare il gregge e di confermare i nostri fratelli.” Tutti i cristiani sono coinvolti nel compiere il cammino di fede nella gioia. In verità, è Dio che si è messo in cammino verso di noi, aprendo il dialogo della salvezza con noi. A questo riguardo sono eloquenti le parole di San Giovanni: “Egli ci ha amati per primo.” Il pellegrinaggio, allora, deve far riflettere non solo sul nostro cammino verso Dio, ma sul venire di Dio, in Cristo, incontro all’uomo, nelle condizioni concrete della vita dell’uomo.

2.3 L’ANNUNCIO DEL VANGELO IN EVANGELII NUNTIANDI: NUOVA COMPRENSIONE TEOLOGICA DEL CONCETTO DI MISSIONE

2.3.1 LO SFONDO STORICO-ECCLESIALE DEL DOCUMENTO

Evangelii Nuntiandi è il titolo latino dell’Esortazione Apostolica post-sinodale di Papa Paolo VI sull’Evangelizzazione. Fu pubblicata l’8 dicembre 1975. Nelle prime tre parti dell’esortazione, il Papa presenta la sua intenzione riguardo al compito ecclesiale di evangelizzazione: “Dal Cristo evangelizzatore alla Chiesa evangelizzatrice,” “Il significato di evangelizzare” e “Il contenuto dell’evangelizzazione.” In particolare, il Papa precisa la sua idea di evangelizzazione radicandola dentro la missione di Gesù, che è di portare il Vangelo del Regno agli uomini. L’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi segnò proprio nel 1975 un passaggio decisivo della chiesa agli esperimenti della pastorale catechista, alla prova di nuove forme di vita comunitaria, alla partecipazione dei laici alla vita della chiesa, al ripensamento della pastorale d’insieme. Il documento porta al suo centro l’intenzionalità missionaria con la prospettiva stupenda della evangelizzazione della cultura e delle culture dell’uomo: “Evangelizzare, infatti, costituisce la vera e propria vocazione della Chiesa, la sua identità più profonda.” Questo documento mette in evidenza l’ambito dell’evangelizzazione: non è solo nella missione della chiesa di predicare Cristo a coloro che non lo conoscono, ma anche il “diffondere, consolidare, nutrire e far sempre più maturare la fede di coloro che già sono fedeli o credenti.” Tra i mezzi dell’evangelizzazione, vi è la predicazione: “Semplice, chiara, diretta, ben adattata, e profondamente legata all’impegno del Vangelo e fedele al magistero, animata da un equilibrato ardore apostolico, […] piena di speranza, fede coraggiosa e quando produce pace e unità.” La cultura, invece, è oggetto di evangelizzazione: “Occorre evangelizzare, non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici, la cultura e le culture dell’uomo.”

2.3.2 DAL CRISTO EVANGELIZZATORE ALLA CHIESA EVANGELIZZATRICE.

Gesù è il primo evangelizzatore. “Lo è stato fino alla fine: fino alla perfezione e fino al sacrificio della sua vita terrena.” Infatti, Gesù lo ha detto chiaramente: “Per questo sono stato mandato.” Si ricorda che, “il Cristo annunciò prima di tutto un Regno, il Regno di Dio, il quale è tanto importante, rispetto a lui, che tutto diventa il resto, che è dato in aggiunta. Solo il Regno è dunque assoluto e rende relativa ogni altra cosa.” Gesù paragona il Regno a un seminatore, a un grano di senape, al lievito, a un tesoro, a una perla preziosa o a una rete, a una vigna, a un fico, a un banchetto. Questo linguaggio metaforico si rivela efficace perché aiuta a comprendere immediatamente le diverse caratteristiche del regno: la gratuità, il vero volto di Dio, la necessaria risposta dell’uomo nella fede, la missione di Gesù. 

Nel discorso della montagna per esempio, Gesù dà al popolo la nuova legge, la buona notizia del regno di Dio. Tutti, dai poveri ai perseguitati per la giustizia, possono dirsi beati, perché è giunto loro il regno di Dio. Nell’ultima cena, Gesù parlò esplicitamente del Regno: “da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio”. Gesù stesso è il Regno di Dio, perché con la sua vita terrena mostra che cosa succede quando Dio regna: “i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia”. Essendo il Regno di Dio, la chiesa è il suo corpo. Il Concilio Vaticano II insegna: “il regno si manifesta nella stessa persona di Cristo, figlio di Dio e figlio dell’uomo”. Paolo VI scrisse: “Come nucleo e centro della Buona Novella, il Cristo annunzia la salvezza, dono grande di Dio, che non solo è liberazione da tutto ciò che opprime l’uomo, ma è soprattutto liberazione dal peccato e dal Maligno, nella gioia di conoscere Dio e di essere conosciuti da lui, di vederlo, di abbandonarsi a lui…” L’evangelizzazione riguarda l’annuncio della salvezza. Ma la salvezza viene compiuta per mezzo della fede di chi accoglie gli insegnamenti di Cristo. Gesù ha instancabilmente predicato la fede dicendo addirittura: “Chi crede nel Figlio ha vita eterna”. Ma la fede è sempre accompagnata dalle azioni che la testimoniano. È notevolmente importante ricordare che, Gesù non si è limitato solo a parlare della liberazione dal regno del male. Nell’ultima cena, Gesù formula il comandamento nuovo, che dovrà caratterizzare la comunità da lui fondata: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”. La novità di questo precetto di amore consiste nelle parole: “come io vi ho amati”. Il “come” indica nel Maestro il modello che deve essere imitato dai discepoli.

2.3.3 A PREZZO DI UNO SFORZO CROCIFIGGENTE

Il Regno di Dio e la salvezza, “ciascuno li conquista mediante un totale capovolgimento interiore che il vangelo designa col nome di metanoia, una conversione radicale, un cambiamento profondo della mente e del cuore”. Infatti il Cristo insegna: “Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore”. La meta necessaria per il compimento della sua missione è il Calvario. L’annuncio del vangelo include quello del mistero del calvario, la morte sulla croce come espressione di amore vero per l’uomo e la sua salvezza. Il Padre celeste, per condannare il peccato e giustificare i peccatori, ha trattato suo Figlio “da peccato” e lo ha reso per noi “maledizione”. La croce non può essere colta in tutto il suo valore senza riferimento alla risurrezione. Le riflessioni quindi che propongo sul rapporto croce e salvezza devono essere intese nell’orizzonte dell’evento pasquale che rappresenta il frutto della fedeltà all’amore esercitato da Gesù “sino alla fine”. Tuttavia la sua connessione con la risurrezione non annulla il valore autonomo della croce. Il Nuovo Testamento presenta la croce come evento di salvezza: “la parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi è potenza di Dio”. Per questo, San Paolo scrisse ai fedeli di Corinto e disse “di non sapere altro che Cristo e questi crocifisso”. Ai Filippesi, l’apostolo Paolo fece ricordare che “molti…si comportano da nemici della croce di Cristo” perché ponevano fiducia salvifica nelle opere della legge e non nella giustizia “che deriva dalla fede di Cristo”. La passione di Gesù però, dà un senso anche al dolore e alla sofferenza. Nel vangelo di Giovanni leggiamo che, “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. In questo modo Gesù Cristo, il Figlio di Dio, si è unito alla passione di ogni essere umano. Per salvare l’uomo, Gesù ebbe scelto liberamente la via della croce che culmina nella risurrezione. Non è tuttavia la sofferenza di Cristo che redenti l’uomo dal male, ma il suo amore per l’uomo. San Paolo scrisse ai Galati: “Cristo mi ha amato e ha dato sé stesso per me”. Questa è infatti la volontà di Dio che Cristo accolse e messe in pratica: amare fino alla fine, accettando anche il calice della passione.

2.3.4 LA PREDICAZIONE INSTANCABILE DI GESU

La predicazione di Gesù fu instancabile, non si trova l’eguale in nessuna altra parte: “Ecco una dottrina nuova insegnata con autorità!”. “Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”; e dicevano: “Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!”. Le sue parole svelano il segreto di Dio, il suo disegno e la sua promessa, e cambiano perciò il cuore dell’uomo e il suo destino. L’autorità e la verità con cui Gesù predicava nascevano dal suo singolare rapporto con il Padre: “Il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa”. Invece gli scribi e gli altri interpreti, spiegano ciò che ha detto un altro. Essi non hanno l’autorità che viene da Dio, a differenza del profeta che pronuncia una parola di salvezza specificatamente e innanzitutto per gli uomini del tempo in cui vive. L’autorevolezza di Gesù fu accentuata attraverso i gesti e la loro interpretazione simbolica nelle comunità dei credenti. Tra i diversi racconti che includono atteggiamenti e gesti autorevoli, spiccano i miracoli che mostrano le caratteristiche di una gestualità autorevole. Alla suocera di Simon Pietro, il Signore visitala e guariscila “sollevandola e prendendola per la mano”. Similmente, l’autorevolezza del gesto, per nulla magico, si ripete sui tanti ammalati che lo attendono alla porta della città. L’evangelista Giovanni sottolinea come la rivelazione cristologica si evidenzia nel grido autorevole di Gesù, che invita i credenti ad andare lui: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me”. Similmente, nell’ultimo discorso prima della passione, il Signore gridò a gran voce: “Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato”. Il potere di Gesù venne usato solo al servizio dell’unico e vero bene per l’uomo. La predicazione di Gesù appartiene a una logica opposta a quella del mondo e del maligno. Il demonio presente nell’ossesso, grida all’avvicinarsi di Gesù: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?”. Queste espressioni indicano la totale estraneità tra Gesù e il maligno; tra loro non c’è nulla in comune; sono uno opposto all’altro. Gesù è anzitutto il Maestro e la sua predicazione consisteva nell’insegnare una dottrina radicalmente nuova. Gesù è chiamato rabbì e tale si definisce. È un rabbì che parla in pubblico, come facevano i maestri di Israele: nelle sinagoghe, nelle piazze, nel tempio. Gesù è un Maestro circondato dai discepoli. Egli sceglie i suoi discepoli a differenza degli altri rabbì in Israele, che predicavano in determinati luoghi pubblici e accoglievano nella loro scuola solo chi era idoneo per la legge. Gesù è il Maestro autorevole, perché insegna come uno che ha autorità, e non come gli scribi. È un Maestro che si erge non col potere dell’autorità, ma con l’autorità dell’autorevolezza. La radice del suo insegnamento è trascendente perché collegato con la relazione di Cristo al Padre.

2.3.5 LA MISSIONE EVANGELIZZATRICE DI GESU CON SEGNI EVANGELICI

Proclamando il regno di Dio, “Gesù compie innumerevoli segni” che formano lo stupore delle folle che trascinano verso di lui per vederlo, ascoltarlo e lasciarsi trasformare da lui: “i malati sono guariti, l’acqua è cambiata in vino, il pane è moltiplicato, i morti ritornano alla vita”. Tra tutti, il segno al quale Gesù dà una grande importanza: “i piccoli, i poveri sono evangelizzati”, e diventano suoi discepoli, si riuniscono nel suo nome nella grande comunità di quelli che credono in lui. Gesù compie la rivelazione, completandola e confermandola con ogni manifestazione che fa di sé medesimo, mediante le parole e le opere, i segni e i miracoli, e più particolarmente mediante la sua morte, la sua risurrezione e l’invio dello Spirito di verità. I miracoli o segni che Gesù compie rendono presente il Regno di Dio sulla terra e sono ordinati strettamente alla chiamata alla fede. La chiamata alla fede appare come un coefficiente indispensabile e sistematico dei miracoli di Cristo. Questa riflessione trova la sua conferma nelle parole di Elisabetta a Maria durante la visitazione: “E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore.” Maria ha creduto come nessun altro, essendo convinta che “nulla è impossibile a Dio”. Un altro segno della presenza del Regno di Dio sulla terra è il miracolo a Cana di Galilea. Questo evento in anticipo, è un certo senso, l’ora del rivelarsi di Cristo. Per l’intercessione di Maria si è compiuto quel primo miracolo-segno, grazie al quale i discepoli di Gesù credettero in lui. I miracoli di Gesù sono il segno della presenza del Regno di Dio. Il Regno di Dio è presente e operante nelle parole e le azioni di Gesù. Egli stesso sottolinea questa prima caratteristica del Regno: “Se io scaccio i demòni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio”. La moltiplicazione dei pani e dei pesci è un altro segno della presenza del Regno di Dio sulla terra; i quattro vangeli ne parlano. Con sette pani e pochi pesciolini, Gesù che sfamò quattromila uomini che non mangiarono da tre giorni per restare ad ascoltarlo. I vangeli parlano della resurrezione di Lazzaro e quella della figlia di Giairo. Si può aggiungere la risurrezione della figlioletta malata di uno dei capi della Sinagoga. La guarigione dell’emorroissa è un altro miracolo compiuto da Gesù. Ovviamente anche la resurrezione di Gesù stesso è un miracolo, anche se non può essere paragonato alle altre resurrezioni presenti nei vangeli.

2.3.6 PER UNA COMUNITA EVANGELIZZATA ED EVANGELIZZATRICE

Il comando dato agli Apostoli, “Andate, proclamate la Buona Novella, vale anche, sebbene in modo differente, per tutti i cristiani”. Questo rimanda a un dono, lo Spirito Santo. La sera di Pasqua, il Risorto venne incontro ai suoi nel cenacolo soffiò su di loro, e dopo ebbe mostrato loro le mani e il fianco con i segni della sua crocifissione, disse loro: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi.” Così la missione di Gesù continuò e si prolungò nella missione degli Apostoli.

Il comando missionario nella chiesa è una partecipazione che scaturisce dal dono pasquale e pentecostale di Gesù. Infatti, all’affermazione “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi,” l’evangelista Giovanni fa seguire il racconto di un gesto e di una parola di rinnovata creazione: “Alitò su di loro e disse: ‘Ricevete lo Spirito Santo…’.” Luca, a volta, introduce la consegna missionaria con la rinnovata promessa: “Avrete forza dallo Spirito Santo.” La promessa si compie nel giorno di Pentecoste: “Ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi.” Sul mandato di evangelizzare il mondo, il Concilio Vaticano II insegna: “La chiesa peregrinante è missionaria per sua natura, […], per la sua immensa e misericordiosa benignità, liberamente creandoci e inoltre gratuitamente chiamandoci a partecipare nella vita e nella gloria, ha effuso con liberalità e non cessa di effondere la divina bontà, sicché lui, che di tutti è il creatore, possa anche essere tutto in tutti, procurando ad un tempo la sua gloria e la nostra felicità.” Papa Montini scrisse che la chiesa, “ha una viva consapevolezza che…annunziare la buona novella del Regno di Dio, si applica in tutta verità a lei stessa.” E San Paolo apostolo lo disse già prima di Paolo VI: “Per me evangelizzare non è un titolo di gloria, ma un dovere. Guai a me se non predicassi il Vangelo!” Il mandato di evangelizzare costituisce la missione essenziale della chiesa. Ma la chiesa deve evangelizzare prima sé stessa. La “comunità di credenti, comunità di speranza vissuta e partecipata, comunità d’amore fraterno, essa ha bisogno di ascoltare di continuo ciò che deve credere, le ragioni della sua speranza, il comandamento nuovo dell’amore.” La comunità dei credenti ha sempre bisogno di essere evangelizzata se vuol conservare freschezza, slancio e forza per annunziare il vangelo. Evangelizzando, la chiesa rimane per sempre inseparabile da Cristo. C’è “dunque un legame profondo tra Cristo, la chiesa e l’evangelizzazione…” Il mandato di evangelizzare non si adempie senza la chiesa, né, e ancor meno, contro la chiesa.

2.3.7 IL SIGNIFICATO DELL’EVANGELIZZAZIONE

Paolo VI descrisse l’evangelizzazione con questi termini: “Evangelizzare, per la chiesa, è portare la Buona Novella in tutti gli strati dell’umanità, è, col suo influsso, trasformare dal di dentro, rendere nuova l’umanità stessa: Ecco io faccio nuove tutte le cose. Ma non c’è nuova umanità, se prima non ci sono uomini nuovi, della novità del battesimo e della vita secondo il Vangelo. Lo scopo dell’evangelizzazione è appunto questo cambiamento interiore e, se occorre tradurlo in una parola, più giusto sarebbe dire che la Chiesa evangelizza allorquando, in virtù della sola potenza divina del Messaggio che essa proclama, cerca di convertire la coscienza personale e insieme collettiva degli uomini, l’attività nella quale essi sono impegnati, la vita e l’ambiente concreto loro propri.” Per il Papa, “l’evangelizzazione esprime anzitutto il compito globale dell’annuncio della parola di Dio ed è costituita da un processo complesso e dagli elementi vari: rinnovamento dell’umanità, testimonianza, annuncio esplicito, adesione del cuore, ingresso nella comunità, accoglimento dei segni, iniziative di apostolato.” L’evangelizzazione inizia con l’attaccamento personale del credente a Cristo Signore. Poi, l’evangelizzazione chiede innanzitutto di evangelizzarsi stesso. È prima con la vita, e non con le parole, che si testimonia Cristo: “Conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti.” Ci sono pero delle sfide da affrontare mentre evangelizzando. San Pietro apostolo lo dice bene: “Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.” Le parole talvolta mancano, soprattutto nelle situazioni in cui la fede è brutalmente rimessa in causa. Gesù lo sapeva bene e disse: “Quando vi condurranno davanti […] alle autorità, non preoccupatevi come discolparvi e che cosa dire, perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire.” È innanzitutto la gratuità dei gesti dei cristiani e non l’interesse personale che dà credito alle parole che pronunciano. Paolo VI dice di raggiungere gli strati dell’umanità evangelizzandoli e trasformandoli: “Per la chiesa non si tratta soltanto di predicare il vangelo in fasce geografiche sempre più vaste o a popolazioni sempre più estese, ma anche di raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza.”

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