I fratelli Antonio e Marco Cavanis e la carita fraterna – Jason Cabacaba Rubinos

I FRATELLI ANTONIO E MARCO CAVANIS E LA CARITÀ FRATERNA
Formazione alla vita fraterna nel Seminario Cavanis di Roma
Tesi di Licenza di Jason Cabacaba Rubinos
Relatore: Prof. Méthode Gahungu

UNIVERSITÀ PONTIFICIA SALESIANA
FACOLTÀ DI TEOLOGIA
Istituto di Teologia Spirituale

Roma, 2024 – 2025

UNIVERSITÀ PONTIFICIA SALESIANA

FACOLTÀ DI TEOLOGIA

Istituto di Teologia Spirituale

I FRATELLI ANTONIO E MARCO CAVANIS E LA CARITÀ FRATERNA

Formazione alla vita fraterna nel Seminario Cavanis di Roma

 

Tesi di Licenza

di Jason Cabacaba Rubinos

Relatore: Prof. Méthode Gahungu

Roma, 2024-2025

I miei ringraziamenti:

Alla mia cara Congregazione – Congregazione delle Scuole di Carità/Istituto Cavanis;

Alla mia comunità del Seminario Internazionale Cavanis di Roma;

Al mio Relatore, il Ch.mo prof. Méthode Gahungu, ai Professori della Commissione prof.

Thiago Barros Nunes, prof. Wim Maria Etienne Collin e a tutti i Professori della Università Pontificia Salesiana;

Ai confratelli P. Giuseppe Moni e P. Giuseppe Leonardi per la revisione linguistica generale del testo e per la ricerca e la procura dei materiali nell’Archivio Istituto Cavanis Venezia;

Alla mia cara famiglia e agli amici;

Alla cara Vergine Maria – Madre delle Scuole di Carità; e

Al Buon Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo.

«Sia fatta, lodata e in eterno esaltata la giustissima, altissima e amabilissima volontà di Dio in tutte le cose». Amen.

SIGLE E ABBREVIAZIONE

AAS

=

Acta Apostolicae Sedis

AICV

=

Archivio Istituto Cavanis Venezia della Congregazione delle Scuole di Carità, Venezia.

b.

=

Busta

Cf.

=

confronta, vedi

CIVCSVA

=

Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica

doc.

=

Documento

Ed.

=

Editrice

(Ed.) (Edd.)

 

a cura di, responsabili di un’opera in collaborazione

EDB

=

Edizioni Dehoniane Bologna

et al.,

=

e altri

fasc.

=

Fascicolo

Ibid.

=

la stessa opera con lo stesso autore

ID.; IDEM

=

lo stesso autore

LAS

=

Libreria Ateneo Salesiano

P.

=

Padre

vol. voll.

=

volume, volumi

INTRODUZIONE GENERALE

1. Il tema del lavoro e motivazioni alla scelta

Nell’epoca odierna, sono presenti e convivono realtà tanto diverse, come il nazionalismo, protagonismo, individualismo, il secolarismo, il soggettivismo, il materialismo, la globalizzazione. Purtroppo questi fenomeni creano problemi nel mondo dei fedeli cristiani, compreso i consacrati, religiosi e presbiteri. Papa Francesco nella sua lettera enciclica sulla Fraternità e l’amicizia sociale Fratelli tutti scrive:

L’individualismo non ci rende più liberi, più uguali, più fratelli. La mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità. Neppure può preservarci da tanti mali che diventano sempre più globali. Ma l’individualismo radicale è il virus più difficile da sconfiggere. Inganna. Ci fa credere che tutto consiste nel dare briglia sciolta alle proprie ambizioni, come se accumulando ambizioni e sicurezze individuali potessimo costruire il bene comune. 

In tale contesto, la qualità della vita fraterna sia nella famiglia che nella comunità religiosa, viene spesso minacciata; e questo può avvenire anche nel Seminario Internazionale Cavanis di Roma, che accoglie seminaristi, neo-professi religiosi dell’Istituto, provenienti da Europa, America Latina, Asia e Africa. Si tratta di una casa di formazione che offre tante bellezze e ricchezze, ma che nello stesso tempo accetta e vive con sapienza le sfide inerenti alla diversità delle culture dei candidati. Siamo consapevoli che la società del XXI secolo è caratterizzata dalla multiculturalità, e che la diversità culturale è oramai un dato di fatto. Per varie ragioni, persone provenienti da culture diverse vivono nello stesso territorio. Questa realtà, segnata dalla diversità e accompagnata dall’individualismo, protagonismo, nazionalismo, può diventare a volte motivo non solo di conflitto e di isolamento, ma perfino portare all’abbandono della stessa Vita religiosa e/o presbiterale. Per questo, l’educazione alla carità fraterna e all’interculturalità rappresenta la risposta a un «mondo sempre più globalizzato, in cui le persone di culture differenti sono in rapporto continuo o addirittura convivono».                                                                                                                                                              

Vivere in relazione nell’amore è la sostanza della vita cristiana. I cristiani non sono altro se non i seguaci di Cristo che ama tutti, compresi gli stranieri, i deboli, i peccatori e addirittura anche i nemici.  L’amore è concreto: cerca sempre i volti delle persone amate!  Per questo i fratelli Antonio e Marco Cavanis hanno vissuto questo grande amore l’un l’altro, come fratelli nel sangue di Cristo e hanno condiviso tale amore con i confratelli, per i bambini e i giovani, diventati i destinatari privilegiati tramite l’educazione della mente e del cuore.

La carità fraterna che Gesù insegna nel Vangelo è il tema che può descrivere le vite vissute dei due fratelli Antonio e Marco Cavanis. Al loro tempo, dopo la Rivoluzione Francese, indicata anche per un certo periodo col nome di “Terrore”, applicato a un’intera popolazione, presenta da sé l’idea dell’oppressione più forte e universale, e la Chiesa ne ha subito tante conseguenze. Il conte Marco Cavanis chiamava questo periodo «un tempo di confusione e turbamento». Nonostante questo periodo, i fratelli Cavanis sotto l’ispirazione dello Spirito Santo sono diventati testimoni della fedeltà al Signore e dell’amare gli altri come fratelli in Cristo. È la vita vissuta che tutti i fedeli cristiani possono imitare, ma in modo particolare i seminaristi e i religiosi.

Per questo, scelgo questo tema perché, secondo me, ci vuole una formazione alla autentica fraternità, di seminaristi e giovani religiosi; ma tale formazione ci vuole anche tra noi formatori/accompagnatori, come formazione permanente. Siccome ci vuole la conoscenza per far migliorare la relazione con il Signore, così ci vuole anche la conoscenza per fare migliorare la relazione con i confratelli. Infine, questo mio studio viene proposto per motivo istituzionale: per la mia Congregazione, perché questo lavoro possa aiutare la formazione nella carità fraterna per tutti i membri e seminaristi, tesoro che i nostri cari Venerabili Fondatori Antonio e Marco Cavanis ci hanno lasciato.

2. Lo Status quaestionis

Il tema della carità fraterna o fraternità esiste già nei vari scritti di tanti autori spirituali. Esiste anche in tanti documenti della Chiesa. Infatti, al Concilio Vaticano II, il decreto sul rinnovamento della vita religiosa Perfectae caritatis ha dedicato un breve paragrafo sulla vita comune, cioè, vita animata dalla carità e unità dei fratelli. La stessa unità nella fraternità stimola grandi energie nell’apostolato. Questo documento, però, non indica i contenuti e mezzi per arrivare a un certo obiettivo, cioè vivere nella comunione fraterna. Per cui, questa tesi, vuole presentare gli elementi essenziali come linee guide perché i seminaristi del seminario Cavanis possano accumulare lo stilo di vita in comunione fraterna con tutti.

Un altro documento che ha dedicato proprio sul tema della fraternità nella vita in comune post-conciliare è La vita fraterna in comunitàcongregavit nos in unum Christi amor, della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita Apostolica (2 febbraio 1994). Gli obiettivi come lo stesso documento ha indicato sono: sostenere l’impegno delle comunità religiose per migliorare la qualità della fratellanza e offrire riflessioni significative affinché possano dare motivazioni per riprendere il vero valore e la bellezza della vita di comunione fraterna, in particolare per coloro che perdono questo significato. A differenza di Perfectae caritatis, utilizza il termine “la comunione fraterna” come energia stimolante, che è essenzialmente presente all’inizio e alla fine dell’apostolato e «contribuisce cioè direttamente all’opera di evangelizzazione» nel mondo intero. È una provocazione per la formazione alla vita religiosa e sacerdotale perché si deve essere consapevole che prima che si annuncia l’amore, il perdono, l’umiltà, l’accoglienza, da sperimentare nella comunità stessa – il luogo della crescita umana. Dagli obiettivi e contenuti di questo documento, questa tesi vuole ambientarsi/ contestualizzarsi nello spirito Cavanis con gli obiettivi e contenuti specifici, mezzi attuali e realistici per la formazione alla fraternità nel seminario Cavanis.

Dopo questi documenti della Chiesa, ci sono altri autori che hanno trattato il tema della fraternità nella vita religiosa. Tra i vari autori, si può indicare il sacerdote e teologo Tullo Goffi che ha redatto il seguente testo ad uso nostro interno per l’Istituto Cavanis, Antonio e Marco Cavanis nella fraternità del sangue di CristoSaggio sulla Spiritualità dei Venerabili Fondatori dell’Istituto Cavanis. In questo scritto, l’autore tratta della fraternità vissuta dai due fratelli PP. Antonio e Marco Cavanis. Nonostante la diversità del loro carattere, essi condividevano e coltivavano intimamente svariati ideali. Anche quando fra loro si affacciavano due punti di vista contrari, prevaleva sempre la volontà comune di fraterna e serena armonia. Sono stati uniti nell’amore, sia con i confratelli nella comunità che con i giovani, non tanto col proprio amore umano, ma con quello medesimo di Gesù che operava in loro.

Tuttavia, in tale studio manca un tema specifico sul metodo pedagogico da adottare nella formazione alla carità fraterna di seminaristi o membri della Congregazione. Dalla letteratura esistente, mancano delle indicazioni precise dell’autore. Non basta far emergere la bellezza della carità fraterna tra i due fratelli Antonio e Marco Cavanis, ma ci vuole il collegamento con i metodi pedagogici, per proporre un modello e orientamento per la formazione alla carità fraterna e formazione interculturale dei giovani seminaristi oggi.

Basandomi su questo studio e sui documenti della Congregazione presa in considerazione in questo studio, e utilizzando le indicazioni pedagogiche contenuti in alcuni documenti della Chiesa e studi pedagogici attuali sulla formazione alla vita fraterna nella comunità religiosa, tenterò di fare delle proposte per la formazione alla fraternità nel Seminario Cavanis di Roma. Ciò richiede logicamente di esaminare come i fratelli Cavanis hanno manifestato nella loro vita la fraternità, e di cercare il collegamento con l’insegnamento attuale del magistero sull’argomento.

3. Obiettivi della ricerca

Partendo dall’esperienza di vita dei due fratelli Antonio e Marco Cavanis, questo lavoro di ricerca si propone di raggiungere i seguenti obiettivi:

a) far conoscere l’esperienza della carità fraterna nel vissuto dei due fratelli Antonio e Marco   Cavanis elaborati nei documenti della Congregazione delle Scuole di Carità;

b) indicare alcuni fondamenti della carità fraterna nella Sacra Scrittura, nel Magistero, e nei documenti del Dicastero/Congregazione per la Vita Consacrata e Società della Vita Apostolica, come riferimento criteriologico alle proposte fatte in seguito;

c) fornire suggerimenti per la necessaria formazione alla carità fraterna nel Seminario Internazionale Cavanis di Roma.

4. Struttura del lavoro

Questo lavoro si articola intorno a tre Capitoli, ognuno dei quali evidenzierà i momenti del metodo della teologia spirituale.

Dopo l’introduzione generale, il primo capitolo si svilupperà al contesto socio-politico-ecclesiale dell’epoca della esistenza dei Padri Antonio e Marco Cavanis e della loro autobiografia per comprendere l’itinerario spirituale-cristiano che l’autore vuole individuare nella loro vita. Da questo contesto poi noi parleremo dell’aspetto dell’esperienza di carità fraterna nel vissuto dei due fratelli Antonio e Marco Cavanis. Alla fine del primo capitolo, sarà presentato le sfide da affrontare alla vita fraterna nel contesto presente del Seminario Cavanis a Roma.

Il secondo capitolo, in linea ermeneutica, sarà dedicato in due parti: Sacra Scrittura e documenti del Magistero. Prima, dalla Sacra Scrittura, I temi della carità fraterna partiranno da determinati passaggi dell’Antico Testamento fino al Nuovo Testamento che mostrano l’importanza della vita fraterna come insegnamento divino per i fedeli. Seconda e ultima, saranno evidenziati gli insegnamenti alla carità fraterna nella formazione religiosa e presbiterale dai documenti scelti dal Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Questi sono i criteri validi per rendere credibili l’esperienza vissuta di fraternità dei fratelli Antonio e Marco Cavanis e nello stesso tempo sono insegnamenti legittimi per la formazione alla carità fraterna.

L’ultimo capitolo, nella parte pedagogica e mistagogica della tesi, gli elementi significativi indicati tra il primo e secondo capitolo saranno i punti da esporre come i suggerimenti con degli obiettivi e mezzi pratiche per la formazione di fraternità nel seminario Cavanis a Roma. Questi sono gli aspetti condivisi tra i primi due capitoli che attestano la vita e lo spirito di Cavanis in vita fraterna.

5. Metodo o metodi

L’area entro la quale intendo presentare la mia tesi è quella della Teologia spirituale, con particolare attenzione alla formazione dei formatori e animatori vocazionali.

Il metodo che intendo seguire è quello proprio della Teologia spirituale: il metodo teologico-esperienziale che, in modo integrale e unitario, mi porterà a fare anzitutto un approccio storico-critico-fenomenologico del vissuto di fraternità dei due fratelli Antonio e Marco Cavanis. In un secondo momento farò l’ermeneutica teologica, confrontando il tema della carità fraterna presente nella Sacra Scrittura, nel Magistero e Dicastero/Congregazione come i parametri di giudizio dell’autenticità. E, infine, nell’ultimo capitolo, per portare a maturità la nostra ricerca, indicherò delle linee di progettualità e di applicazione alla vita dei formandi e dei credenti oggi, in modo speciale per coloro che intendono impegnarsi in uno specifico cammino di formazione e crescita cristiana. In questo capitolo il modo di procedere o metodo scientifico utilizzato è progettuale: tenta delle proposte di progettazione sperimentale per la comunità educativa presa in considerazione nello studio.

6. Principali fonti della ricerca

Le fonti principali per il nostro lavoro sono costituite primariamente dai documenti della Chiesa Perfectae caritatis (1965), La vita fraterna in comunità (1994), Il servizio dell’autorità e l’obbedienza (2008), Per vino nuovo otri nuovi (2017), Fratelli tutti (2020). Dopo dei documenti della Chiesa utilizzeremo l’opera scritta dal sacerdote e teologo Tullo Goffi, Antonio e Marco Cavanis nella fraternità del sangue di Cristo. Saggio sulla spiritualità dei venerabili fondatori dell’istituto Cavanis. Un libro che ha fornito della letteratura netta sulla carità fraterna dei PP. Antonio e Marco Cavanis.

Oltre alle fonti sopra menzionate, useremo alcuni documenti di lettere e opere dei due fratelli che sono presenti nell’Archivio dell’Istituto Cavanis Venezia (A.I.C.V.) della Congregazione delle Scuole di Carità, i vari documenti della stessa congregazione, ed infine, non mancheranno alcuni libri, riviste, documenti online che trattano del tema della fraternità che forniscono concetti significativi necessari per completare la finalità di questo lavoro.

CAPITOLO PRIMO

L’ESPERIENZA DELLA CARITÀ FRATERNA NEL VISSUTO DEI DUE FRATELLI ANTONIO E MARCO CAVANIS

Introduzione

In questo capitolo, primo capitolo, al primo punto, si espone il contesto socio-politico-ecclesiale del Settecento e dell’Ottocento della società veneziana ed europea, periodo nei quali i due fratelli Antonio e Marco Cavanis, fondatori della Congregazione delle Scuole di Carità, sono nati e hanno iniziato l’opera educativa, gratuitamente, per i bambini e i giovani. Venezia, la città nativa dei due fratelli, era tormentata sotto molti aspetti: politici, religiosi, economici, ideologici.

Nel secondo punto, sarà illustrata la vita dei due fratelli Antonio e Marco Cavanis. È ammirevole la pratica della pietà cristiana della loro famiglia e lo straordinario vissuto dei due fratelli, veri «fratelli uniti nella spiritualità di Cristo». Due vite, due anime, ma unite in un solo cuore. È come lo stemma della bandiera austriaca: l’aquila imperiale, un solo corpo ma con due teste. Inoltre, saranno esposte le tre virtù teologali vissute e testimoniate dai due fratelli lungo tutta la loro vita.

Al terzo punto, si vedrà come sarà proprio la scuola a diventare luogo privilegiato della carità fraterna per i due fratelli Cavanis. Essi si considerano più padri che maestri dei giovani, e ne fa dunque dei fratelli in Cristo, in una comunità che è famiglia.

Nel quarto punto, prenderò in esame il tema della fraternità presente nei Documenti importanti della Congregazione: nelle Costituzioni e Norme (il Diritto proprio), nella Ratio Institutionis Cavanis (R.I.C.) e negli Atti (o “Documento finale”) dei Capitoli Generali della Congregazione.

Nel quinto e ultimo punto verrà particolarmente evidenziata le sfide della comunità del seminario Cavanis a Roma che minacciano la convivenza di fratellanza e vera famiglia che sono il nazionalismo, protagonismo e l’individualismo. 

In conclusione, il contesto che sarà sposto di questo capitolo sarà una guida per capire meglio le realtà dove e quando i PP. Antonio e Marco Cavanis hanno vissuto e sotto l’ispirazione dello Spirito Santo hanno dato la risposta alla necessità della loro epoca.

1. Contesto socio-politico-ecclesiale tra il Settecento e l’Ottocento

Venezia, la città che diede i natali e la prima formazione giovanile dei fratelli Antonio (Anton’Angelo, come nome ufficiale con cui si firmava negli atti ufficiali; Antonio Angelo Maria secondo l’atto del battesimo; Antonio, come si chiamava in famiglia e più tardi in comunità; 1772-1858) e Marco (Marcantonio come nome ufficiale con cui si firmava negli atti ufficiali; Marco Antonio Pietro Maria secondo l’atto del battesimo; Marco, come si chiamava in famiglia e più tardi in comunità 1774-1853) Cavanis, viveva un periodo particolare, un’epoca sulla quale «le valutazioni degli studiosi sono assai diverse: di solito positive per gli storici dell’arte e della letteratura; sostanzialmente inclini al pessimismo, invece, i giudizi degli storici dell’economia e soprattutto della politica, che si trovano a dover registrare il crollo di un sistema plurisecolare». Per l’alternanza degli invasori, il clima che si respirava all’interno della Chiesa e della società veneziana era tanto mutato che, nei primi tempi della nuova dominazione, autorevoli previsioni davano per sicura, nel giro di cinquant’anni, la fine della città stessa «in un mucchio di rovine». I Cavanis e la società veneziana, nel «periodo compreso fra il 1797 e la Restaurazione (a partire dal 1815), evidenziavano la duplice miseria materiale e morale sviluppatasi a Venezia in quel tormentato ventennio e anche in seguito per lungo tempo, fu la spinta e la causa principale dell’impegno educativo-caritatevole-assistenziale dei due fratelli». 

Ogni santo (in questo caso i Venerabili fratelli P. Antonio e P. Marco Cavanis) ha una sua storia. Per cui, per ampliare la conoscenza della vita vissuta dai due fratelli è utile conoscere la loro epoca, la situazione politica, economica, sociale ed ecclesiale. L’inizio della storia dei due fratelli veneziani è dovuto al tipo di società in cui sono vissuti, «verso la fine del XVIII secolo, cioè pochi anni prima della Rivoluzione francese (1789) e dell’invasione del Veneto (1797), fino alla metà del XIX secolo, cioè fino al tempo della loro morte (1853 per P. Marco e 1858 per P. Antonio)». Sono anni di incertezza e angoscia per la presenza degli invasori: prima i Francesi, poi gli Austriaci e poi i Francesi di nuovo sotto il comando di Napoleone Bonaparte.

    1. La società tra il Settecento e l’Ottocento

La società è definita come «una determinata comunità umana in uno spazio e in un tempo storico. Costituisce la fase più avanzata d’un processo di relazioni e di raggruppamenti sociali che vanno, attraverso l’evoluzione storica, dall’orda al clan, alla tribù». Un’altra la descrive come: «una forma meccanica di legame sociale che presuppone l’isolamento individualistico dei soggetti tipico delle relazioni   contrattuali, fondato sul calcolo   individuale dell’interesse». Per questa definizione, i due secoli Ottocento e Novecento, i due principali che riguardano la storia della congregazione dei Cavanis, si caratterizzano per i sistemi politici, economici, sociali in cui le persone entrano nel sistema come protagonisti. Giunto il momento dell’Unità (1861), l’Italia aveva circa 22 milioni di abitanti. La maggioranza degli italiani viveva in ambiente agricolo e nei piccoli centri rurali e guadagnava duramente i suoi mezzi di sostentamento dall’agricoltura e dall’allevamento, senza escludere la caccia. L’agricoltura occupava, infatti, il 70% della popolazione attiva, contro il 18% dell’industria e dell’artigianato e il 12% del settore terziario (commercio e servizi).

L’Italia, prima dell’Unità dello stato, anche se aveva qualche tradizione comune e un complesso di lingue e dialetti sostanzialmente omogenei, era divisa in una decina di grandi stati e un buon numero di staterelli minori, governati in modo differente. Nella Repubblica di Venezia, l’organizzazione politica della città ricalcava schemi molto uniformi anche in tutto lo Stato da Terra (o “Dominio di Terraferma”, in contrapposizione con lo “stato da Mar”, ossia centri commerciali e regioni occupate nei mari Adriatico e di Levante). Era anche comune, in tutti i centri di importanza economica o di particolari esperienze storiche, la suddivisione della popolazione in tre gruppi: i nobili, la borghesia e i poveri. Alla base della “piramide” stanno “i poveri”.  Su questa società, il «patriarca Jacopo Monico (1778-1851; patriarca a Venezia 1827-1851), in una singolare circostanza, suggerì al governo di provvedere a “maggiori fonti di industria”, a creare cioè nuovi posti di lavoro».

Ancora, circa il tempo e il contesto sociale e familiare nel quale ebbero la loro formazione i fratelli Cavanis, crediamo indispensabile fornire qualche puntualizzazione sulla struttura della società veneziana, e sul ruolo che in essa spettava proprio alla famiglia Cavanis.

Il popolo della Repubblica Serenissima era diviso allora in quattro classi. La prima comprendeva i patrizi (cioè i nobili originari, riconosciuti ufficialmente come tali), cui era riservato il diritto di far parte del Maggior Consiglio, del Senato, o Pregadi, e delle altre magistrature di terra, di mare, d’armi. Alla seconda appartenevano i cittadini detti: originari. Per esservi ammessi e goderne i privilegi, occorrevano: la nascita in Venezia, la legittimità dei natali, non avere esercitato arti “meccaniche” nelle ultime due generazioni; non aver debiti con lo stato, né problemi di criminalità; essere stati censiti. Solo ai cittadini originari era permesso aspirare a far parte dell’ordine o classe dei segretari della cancelleria ducale […] La famiglia Cavanis apparteneva appunto a questo ceto. Poi c’erano le altre due classi: i cittadini aggregati originari di terraferma (cioè del continente) e dello stato da mare (ossia delle isole, porti e fondaci del mar Adriatico mar di Levante e Mar Nero, che potevano esercitare gli altri uffici minori; e infine tutti gli altri abitanti senza titolo, dediti alle arti, ai mestieri commercio, al terziario.

È in questo ambiente sociale e politico che i fratelli Cavanis esercitarono, da cittadini, i loro impegni e i loro doveri nella società. Essi, in quanto figli di un segretario della Cancelleria ducale, avevano il privilegio di poter seguire il loro padre in «Palazzo ducale». Tuttavia, con l’arrivo di Napoleone e degli Austriaci, Venezia è costretta a seguire i due successivi nuovi padroni. Allora, in qualche modo, la struttura è modificata in favore del nuovo tipo di governo. Napoleone, per esempio, con un decreto preannuncia per l’anno 1812 una legge ad hoc per la riorganizzazione del settore dell’assistenza agli emarginati, in particolare per quanto concerne i regolamenti sulle funzioni dell’amministrazione pubblica; tuttavia già questa iniziativa di Napoleone contiene le linee-guida caratteristiche dell’approccio universalista e utilitarista dell’epoca, volto a fare dei trovatelli e degli orfani dei buoni soldati, oppure operai e artigiani al servizio della forza militare ed economica dell’Impero. Detto altrimenti: i cittadini sono costretti a provvedere alle necessità del nuovo potere dominante.

    1. L’economia tra il Settecento e l’Ottocento

Nell’epoca moderna, l’Italia è «un crocevia di diversi modelli economici». Infatti, «L’Italia, agli inizi del Settecento, era diventata una società prevalentemente agricola, in un grado assai superiore a quello di due secoli addietro». Tuttavia, la presenza del feudalismo, (il feudo considerato come una semplice traslazione di proprietà a titolo gratuito, come un beneficio promesso) cioè l’organizzazione economica, militare e politica tipica delle società medievali in Europa, ancora regnava. Dal Nord al sud, cioè nel meridione, «questi superstiti diritti giurisdizionali e signorili di origine feudale rafforzavano la posizione economica della nobiltà e le consentivano di dominare le amministrazioni locali, talvolta anche a scapito della burocrazia statale». Allora, il feudalismo favoriva anche politicamente i privilegi dei nobili ricchi economicamente. Anzi, «erano loro che resistevano ad ogni cambiamento e lottavano per la conservazione dei privilegi esistenti». Allora, il progresso della società era impedito.  La loro dominazione è arrivata fino all’inizio dell’Ottocento, «secondo la migliore interpretazione illuministica, da Voltaire a Gibbon – come un’epoca in cui anarchia feudale, violenza, decadenza, incultura e superstizione l’avevano fatta da padrone». Tuttavia, all’arrivo del dominio francese in Italia, il 2 agosto 1806, Giuseppe Bonaparte, re di Napoli emanò la legge per l’abolizione della feudalità. Allora i privilegi feudali erano piano piano eliminati.

D’ altro lato, la «rivoluzione industriale» in Europa portò all’Italia un grande cambiamento economico, anche se con notevole ritardo rispetto ad altri paesi europei: essa dette origine a un grandioso processo produttivo e tecnico e inoltre inaugurò lo stile della libera concorrenza: singole unità produttive reciprocamente autonome, in un mondo di concorrenza regolato dalla pura regola della domanda/offerta. Gli aspetti tipici di questo periodo sono: forte tendenza all’accumulazione e accentuato sfruttamento del proletariato, creazione di un mondo di salariati privi di tutela; redditi a livello di sopravvivenza o anche di miseria assoluta; orari e condizioni di lavoro del tutto inumani.

In questa situazione, «la macchina a vapore sconfisse definitivamente la ruota idraulica; i filatoi e i telai meccanici soppiantarono gradualmente quelli manuali; il combustibile minerale (carbon fossile soprattutto e poi il carbon coke) sostituì sempre più il carbone di legna». La produzione aumenta sempre più, i «capitalisti guadagnano molto; c’era grande disuguaglianza tra gli operai e i padroni. Gli operai, che compongono la maggioranza della popolazione, soffrono carenza economica per sostenere le necessità delle famiglie e dei figli… mentre i ricchi (i capitalisti), che erano composti dai pochi eletti, vivono in modo lussuoso e vanitoso». Iniziava «il sistema di rotazione e concimazione», cioè l’utilizzo dei fertilizzanti chimici e dei trattori per portare al massimo la produzione cerealicola. Tuttavia, nel Settecento, i grandi proprietari del terreno, dal meridione al settentrione sono i nobili che lasciavano l’amministrazione ai loro feudi. Ad aggravare la situazione della disuguaglianza della società, i ricchi controllavano anche lo stato e la politica.

Nel secolo successivo, cioè dopo «il 1861 venne creato un mercato libero che consentì l’ascesa dei prezzi dei prodotti agricoli. Il progresso economico esigeva certamente che la trasformazione venisse attuata in una maniera altrettanto dannosa per i meno privilegiati, quanto invece vantaggiosa per i molti dei più fortunati». Poiché l’Italia era un paese prevalentemente agricolo, i contadini formavano il grosso della popolazione, e figure di rilievo nazionale come Verdi, Pio X e Mussolini non rinnegarono mai le loro umili origini. Le colture principali in Italia erano i cereali e le vigne […] prima del 1860, l’Italia aveva appena cominciato a subire le conseguenze della rivoluzione industriale. Il paese mancava di materie prime. Con l’arrivo di Papa Leone XIII, a fine Ottocento, fu pubblicata la sua lunga e importante enciclica Rerum novarum del 5 maggio 1891, dove si affrontava anche la questione della vera utilità delle ricchezze, cioè dei beni al servizio comune di tutti gli uomini. L’epoca dell’Ottocento (e fino al primo Novecento), è dominata dal sistema schiavistico. Nel senso che «i capitalisti hanno massimo potere di manipolare gli operai negli ambienti di lavoro. Il termine “capitalismo” è stato coniato dai critici socialisti nella prima metà dell’Ottocento: tuttavia esso non si trova mai in Marx, che usa tuttavia l’espressione “modo di produzione capitalistico”».

Conseguentemente, la povertà economica era molto comune nella maggioranza dei cittadini. Tante famiglie non potevano mandare i figli a scuola, oppure pagare gli insegnanti per i loro figli. Per questo, i due fratelli Cavanis aprirono una scuola aperta a tutti, poveri e ricchi nel 1804 a Venezia; fu la prima scuola gratuita della città.

La Politica tra il Settecento e l’Ottocento

    1. La politica di una Italia unita in un unico stato è iniziata solo con l’Unità di tutto il paese, il 17 marzo 1861 (sarà completa nel 1870) quando le forze italiane entrarono in Roma che divenne la capitale d’ Italia. Prima era quasi impossibile unire tutte le regioni o città, perché il dominio di re, principi, duchi e altri nobili, ma soprattutto potenze straniere, spagnoli, francesi e austriaci, che mantenevano il controllo dei loro stati, grandi o minuscoli.  L’Austria in particolare, dopo il 1815, mantenne una specie di egemonia sull’Italia tutta, lottando contro ogni movimento libertario. Venezia fino al 1797 godeva del governo di una repubblica. Tuttavia, con gli arrivi degli invasori austriaci e francesi, questi hanno cambiato la faccia della politica in Italia. Infatti, «la Rivoluzione francese e Napoleone hanno tentato, a modo loro, di unificare l’Europa occidentale creando repubbliche o regni limitatamente liberi e solo teoricamente indipendenti, legati fra di loro e subordinati alla Francia; si trattava di imporre l’egemonia di una nazione o di un uomo».

Il potere repubblicano della città di Venezia «fu distrutto nel 1797; e quello della stessa Chiesa fu rovesciato con la soppressione napoleonica nel 1806 e successivamente, in modo più drastico, in aprile 1810». Con gli scambi di alterna fortuna, Venezia fu governata da governi francesi di vario tipo dal 1797 al 1798, dal 1805 al 1813; e dal governo austriaco, in diverse forme, dal 1798 al 1805, dal 1814 al 1848, e dal 1849 al 1866. Si trovò così soggetta per quasi settanta anni alla Francia e all’Austria, fino al 1866 quando entra a far parte del Regno d’Italia.

L’Ottocento è un’epoca di grandi rivoluzioni in Italia e in quasi tutta l’Europa. Infatti, «La rivoluzione conduce necessariamente le Repubbliche ad una federazione repubblicana. Esse hanno tutte gli stessi nemici: il papa, l’imperatore, i re, i principi; e se non si collegano significa ch’esse rinunciano alla loro propria rivoluzione». In questo quadro rientra anche la presa di Roma da parte delle truppe del Regno d’Italia, il 20 settembre 1870, che mise fine allo Stato pontificio e al potere temporale dei papi. I fratelli Cavanis furono prudenti nella guida dei confratelli per affrontare le difficoltà con le autorità civili del loro tempo: la loro posizione concorde era semplice. La fanno conoscere con chiarezza, tra l’altro, in due lettere indirizzate ai confratelli di Lendinara (Rovigo; la seconda casa della comunità). Ad essi che chiedevano il loro consiglio sul modo di comportarsi nelle nuove contingenze, rispondevano: «Tener l’animo tranquillo e suddito all’autorità che or detiene in mano il potere, come comanda il Signore, e sempre restando fedeli a lui».

P. Francesco Saverio Zanon, allora postulatore della Causa dei Fondatori, scrive che la via dei Servi di Dio si svolgeva in mezzo alle difficoltà fatte sorgere delle circostanze storiche; bisognava allora obbedire all’autorità per fede, senza immischiarsi nelle lotte politiche, nelle quali è sovente difficile, soprattutto in caso di rivoluzione, fare discernimento tra ciò che proviene da vero amor di patria, da ciò che proviene da fonti più torbide.

L’ideologia tra il Settecento e l’Ottocento

    1. I tempi erano inquieti e in «tutta l’Europa ci furono disordini causati dalla rivoluzione liberale». Tali erano i «tempi in cui furono fanciulli e adolescenti Antonio e Marco Cavanis; essi sono caratterizzati dal trionfo dell’illuminismo razionalista e religiosamente agnostico, il quale era sfociato nella grande rivoluzione francese. Invano la censura della serenissima vigilava sulle nuove dottrine sconvolgitrici dell’ordine pubblico». Allora, regnava in Europa il pensiero rivoluzionario.

Il liberalismo, «per la sua intima essenza, è tutto penetrato dal principio di libertà», si svilupparono anche ideologie anticlericali che misero in difficoltà la Chiesa. Il liberalismo era l’ideologia dominante.

La prima condanna del Papa al liberalismo, come visione dell’uomo che si rende autonomo, è quella dell’enciclica Mirari vos, di Gregorio XVI, il papa che tra l’altro approvò a livello di diritto pontificio l’Istituto Cavanis, promulgata il 15 agosto 1832, in cui si metteva sulla stessa linea di pensiero l’ideologia liberale e il naturalismo, cioè l’idea di considerare le realtà umane come ultime, distinte dal trascendente. Il papa riservava poi a sé, perché successore di Pietro, il governo della Chiesa universale, rifiutando gli sforzi in corso per trasformarla in un’istituzione umana moderna; e ancora condannava le dottrine contrarie al celibato presbiterale, all’indissolubilità del matrimonio cristiano e l’indifferentismo religioso come conseguenza della libertà di coscienza morale. Ne seguiva anche la condanna alla libertà di stampa, che si intendeva come mezzo e libertà per diffondere dottrine erronee.

Il Beato Pio IX, con i suoi documenti Syllabus e Quanta cura (8 dicembre 1864), condannava globalmente tutte le libertà moderne. Condannava non la libertà in sé, ma il preteso fondamento ultimo della libertà moderna, che era appunto il naturalismo o il principio dell’autonomia assoluta dell’uomo, da un punto di vista strettamente dottrinale; la condanna del naturalismo antropologico, incompatibile con la fede rivelata. Con questa ideologia, l’uomo e la sua capacità diventano il centro e il fine dell’esistenza umana, non più la Fede Cristiana che crede in Dio trascendentale. In quell’epoca c’era molta resistenza da parte della Chiesa perché «Al liberalismo, considerato figlio della rivoluzione francese e nipote della “diabolica” eresia protestante, i patriarchi […] attribuivano la causa di ogni male, anche di quegli aspetti negativi di fenomeni socio-culturali che avevano invece una più complessa origine». Inoltre, «l’eredità della filosofia politica del XVIII secolo rende il loro pensiero laico, antispiritualistico e anticlericale; la religione, dalla quale l’uomo dovrà emanciparsi, è considerata estranea al mondo moderno in cui imperano la scienza e la ragione».  Così, per non cedere alle ideologie presenti e contro gli insegnamenti della Chiesa e della Sacra Scrittura, i due fratelli, per quanto riguarda il loro studio teologico, erano assidui nell’ apprendere con il cuore le materie della Sacra Scrittura, dei Santi Padri, della Dogmatica, delle leggi ecclesiali, della Morale e altri.

I loro professori di teologia erano «i domenicani osservanti».Per rendere salda la loro formazione culturale di dottrina sana e per l’esigenza educativa dei giovani alunni, i «loro studi – perfino quelli delle materie sacre – sono prevalentemente in funzione educativa. Essi sono preoccupati non di teorizzare, ma di scendere, ispirandosi al vangelo e all’esempio dei santi, nell’immediato campo pratico secondo le esigenze dei tempi». Dunque, non si limitano alle istruzioni teoriche ma offrivano insegnamenti concreti affinché tutti diventassero bravi cittadini e buoni cristiani. Infine, «i loro pensieri sono talmente tesi verso le necessità spirituali della gioventù, che anche la politica e gli avvenimenti pubblici perdono interesse in quanto tali, e sono considerati solo in vista dei contraccolpi che ne può subire la gioventù, e di un conseguente più generoso prodigarsi alla sua salvezza». Infatti, l’apostolo Paolo ammonisce: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2).

1.5. La Chiesa Cattolica del Settecento e Ottocento

Il Concilio Vaticano II afferma che la Chiesa è sacramento della salvezza di tutti i popoli uniti in Cristo Gesù. Sin dall’inizio della Chiesa come istituzione, la missione di salvezza affidata alla Chiesa comunità, la Chiesa in atto operante il mandato della evangelizzazione, il sacramento-Chiesa mediante il quale Dio attua il suo piano provvidenziale nella storia, costituiscono una acquisizione recente della teologia. A Venezia, tra la fine del Settecento e il primo Ottocento, la Chiesa viveva una stagione di radicali mutamenti sotto l’incalzare degli eventi europei che, scatenati dalla Rivoluzione francese, abbattono la Serenissima Repubblica e la trasformano da “Dominante” (come si chiamava d’abitudine) in suddita. Prima della venuta dei Francesi e degli Austriaci, a Venezia la politica ecclesiastica si riassumeva in due punti: la totale laicità dello Stato, intesa dapprima come resistenza ad ogni interferenza della Chiesa (che era poi anche lo Stato della Chiesa o Stato Pontificio) nella politica veneziana, poi col passare del tempo, anche come tolleranza alla pratica del dissenso, purché non diventasse fattore di turbamento dell’ordine pubblico; la professione della fede cattolica inoltre era diventata “religione dello Stato”. E come tale ispiratrice della legislazione e della politica di Venezia.

Infatti, Napoleone ha voluto che a Lione, gli ecclesiastici fossero costretti ad accettare la «legge organica» per il clero italiano, essa riconosceva il cattolicesimo come la religione dello Stato ma la nomina dei vescovi e il controllo sulla Chiesa era fortemente nelle mani del potere temporale. A Venezia, la religione cristiana ha influito molto nella amministrazione e nella politica della città di Venezia. Tuttavia, la «caduta della Serenissima il 12 maggio 1797 segnò per la Chiesa veneziana “l’inizio dei dolori”. Il patriarca di allora, mons. Federico Maria Giovanelli (1728-1800), al chiudersi della sua esistenza, riteneva definitivamente superata l’amara esperienza “rivoluzionaria” con la fine della Municipalità democratica (maggio 1797-gennaio 1798) ». Allora, «con l’Austria avevano fine le taglie esose richieste dalle truppe francesi, la spogliazione dei tesori delle chiese, la fusione dei vasi sacri d’oro e argento. In quegli anni, Pio VI era di nuovo in cammino verso l’esilio, strappato via da Roma dalla prepotenza napoleonica».

Dal 1814, la Chiesa veneziana cominciava a vivere nel mondo della Restaurazione che si stava faticosamente abbozzando al Congresso di Vienna (1814-1815). Non vide più il ritorno degli antichi ordinamenti politici: unico tra gli stati aboliti o incorporati da Napoleone, e ora restituiti all’esistenza, la Serenissima Repubblica era scomparsa per sempre. Inoltre la nuova dominazione austriaca confermava gran parte delle radicali mutazioni apportate dal regime napoleonico alle strutture ecclesiastiche. Venezia subì la profanazione, la chiusura o addirittura la demolizione di decine di chiese e centinaia di altri luoghi di culto (la cosa non era del tutto sbagliata); le chiese e le parrocchie a Venezia erano veramente troppe, e sono troppe anche oggi, nonostante le demolizioni e chiusure di età napoleonica. Di molte chiese non si sa veramente che cosa fare, oggi, anche per la recente enorme diminuzione della popolazione della città lagunare, il radicale mutamento della topografia religiosa della città con le parrocchie ridotte di oltre la metà, la soppressione di più di trecento tra confraternite laicali e ordini religiosi maschili e femminili. Al tempo della giovinezza dei Fondatori di cui si parla, c’erano a «Venezia città 1507 frati e altri religiosi maschi e 1130 monache e suore, prima delle riforme napoleoniche». In tutto erano 2637 religiosi; quasi due religiosi per 100 abitanti (1,82%). Questa percentuale vale se si considera la stima di 145.000 quale numero degli abitanti del centro storico di Venezia alla caduta della Serenissima nel 1897.  Ci fu la «sospensione della vestizione dei chierici per limitare le ordinazioni e un piano per rendere il clero più istruito e utile». Questo avvenne per poter aumentare le forza armata di Napoleone, che così otteneva di poter reclutare nell’esercito anche i giovani che altrimenti si sarebbero eventualmente ascritti al clero diocesano o religioso, tramite il decreto: 25 aprile 1810 n° 77 «soppressione delle compagnie, congregazioni, comune ed associazioni ecclesiastiche». Tuttavia, la «pastorale della chiesa veneziana nella seconda metà dell’Ottocento non rimase chiusa e immobile, estranea a quanto accadeva nella società, ma in certa misura risentiva dei mutamenti sociali e in vario modo reagiva agli eventi politici, che segnarono la storia italiana, e il clima culturale che si instaurava».

2. I fratelli Antonio e Marco Cavanis, e il senso di fraternità

Sin dall’inizio i due fratelli Antonio e Marco Cavanis hanno avuto un grande affetto fraterno l’uno per l’altro, come pure per la sorella maggiore Apollonia, molto amata e morta piuttosto giovane. Il fratello maggiore, Antonio Angelo Maria era nato il 16 gennaio 1772 mentre il fratello minore Marco Antonio Pietro Maria il 19 maggio 1774 alle «Zattere» nella stupenda città di Venezia. «I fratelli Cavanis furono battezzati nella loro chiesa parrocchiale di S. Agnese, ora chiesa della Casa Madre dell’Istituto da essi fondato». I loro genitori, il conte Giovanni e la nobildonna Cristina Pasqualigo Basadonna, furono genitori di ardente fede. Sono stati i loro primi modelli per eccellenza di vita cristiana, e i protagonisti della formazione umana e spirituale dei loro amatissimi figli. Il padre era il conte Giovanni (Zuanne, come si firmava, in veneziano) Cavanis, i cui avi lontani erano di origine bergamasca ma veneziani dal 1503, e si erano inseriti con successo nei ranghi della Cancelleria ducale e del notariato. Egli lavorava nella Cancelleria Ducale dall’aprile 1769, e vi lavorò per 24 anni, cioè fino al 1793, anno della sua morte. Fin da giovane egli si proponeva di evitare a ogni costo l’ozio, e si applicava a studiare, a scrivere e a esercitare la carità. La nobildonna Cristina Pasqualigo, patrizia veneziana e quindi secondo i costumi del tempo a Venezia, più nobile del marito, non fu una donna colta, ma fu donna saggia e virtuosa. È speciale l’abitudine, che essa aveva in comune col marito, di benedire i propri figli ogni sera, prima che si coricassero, e ogni volta che uscivano di casa, e anche per lettera quando erano lontani. Era noto che «i genitori Cavanis educarono i propri figli con sensibilità pedagogica e cristiana caratterizzata da delicatezza, grande affetto, autorità, e vera e soda pietà. Tale formazione, accompagnata, com’era, dall’efficacia dell’esempio, influì sull’orientamento spirituale di tutta la vita dei Servi di Dio». Per lo studio, essi garantirono una buona istruzione con l’aiuto dei padri domenicani che operavano nel vicino convento. Più esattamente sono chiamati «i lettori dei PP. Domenicani dell’osservanza alle Zattere».

La famiglia Cavanis fu sempre vicina alla Chiesa. Per i suoi membri, la vita è vissuta nel mistero della volontà divina e della sua Providenza. Quello che accade nella vita dovrebbe essere guardato con il criterio della fede. Per esempio, alla nascita del figlio Antonio, il conte Giovanni scriveva nel suo diario, come ci pare opportuno qui riportare testualmente:

In questo giorno in cui nacque mio figlio Antonio Angelo Maria, nel punto istesso della sua nascita, che fu circa le ore sedici, si combinò casualmente questa gioconda circostanza, che nel momento stesso che seguì il parto del med.mo, suonarono a festa le campane della chiesa di S. Eufemia della Giudecca, che è dirimpetto alla mia camera, dove in quell’istesso istante era nato, continuando per qualche tratto un lietissimo campano, e parimente furono fatti vari scarichi di gioia con schioppi e mortaletti…per il che non posso fare a meno di lasciare questo segno permanente d’una tanto godibile circostanza, pregando Dio Signore a degnarsi di benedirlo, onde abbia anzi sempre più a crescere l’esultanza concepita nella sua nascita, ed abbia da riuscir sempre grato a Dio ed agli uomini il tenor cristiano della sua vita. Amen.

Dal diario del conte Zuanne si viene anche a sapere che il suono delle campane a distesa e i fuochi artificiali dipendevano dall’accoglienza a un nuovo parroco; ma il pio Zuanne, mentre ricorda questo motivo reale, ne vede anche un buon auspicio per il suo primo figlio maschio. Auspicio puntualmente compiuto dalla bontà del Signore. Il figlio nato era per lui un segno della volontà divina. Invocando umilmente la divina benedizione, affidò a Dio il futuro del figlio primogenito. Sotto la guida del padre e della madre, i due fratelli appresero sin dalla loro giovinezza la fede in Cristo Gesù e il devoto affettuoso amore alla Vergine Maria. Dopo averli istruiti nella fede, anche per mezzo della scuola dei Domenicani osservanti, Antonio ricevette la sua prima comunione a 10 anni e mezzo il 16 luglio 1782 mentre Marco l’11 settembre 1785. La loro educazione alla fede fu sempre messa in pratica con una costante frequenza alla chiesa. Marco, dal giorno della prima comunione, «mai cessò di accostarvisi tutte le domeniche e feste». La fede non è mai staccata dalle opere. Infatti il «conte Giovanni partecipò molto attivamente alla vita di parecchie confraternite di carattere religioso». Il papà nelle occasioni varie, portava insieme con sé i due figli per distribuire pane ai poveri. Con questa esperienza vissuta, la sensibilità alla carità dei due fratelli è stata formata sin dalla loro giovinezza. Capirono che amare vuol dire servire. Servire vuol dire spezzare il pane con chi non ne ha. Su questa convinzione, alla maturità della loro vita, capirono che il pane che si deve dare è non solo quello che viene impastato dalla farina e acqua, ma quello della fede in Gesù e l’istruzione, l’educazione del cuore e della mente dei tanti giovani bisognosi. C’è un proverbio cinese che dice: «Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita». E per i due fratelli, non c’è speranza di futuro senza preparare i giovani tramite una buona e giusta educazione. Infatti, quelle prime esperienze dovettero permettere, più tardi, a Marco e al fratello sacerdote di constatare praticamente che «non c’è mezzo più efficace di riformare la società di domani, che dare una profonda formazione religiosa ai fanciulli di oggi».

Sin dall’inizio della loro vita, i due fratelli furono educati in un ambiente di famiglia religiosa e amorevole. Hanno ricevuto l’affetto che i buoni genitori possano dare. Così, non era una sorpresa che distingueva i fratelli nell’amore e rispetto reciproco. Leggendo le biografie che narrano la vita dei due fratelli Antonio e Marco Cavanis, si percepisce che essa si riconosce per essere stata eccellente nella carità fraterna. Una vita di fraternità che va oltre il legame del sangue, perché al centro del loro essere fratelli c’è Gesù Cristo. I due fratelli di sangue, ma soprattutto nel Sangue di Cristo e nel suo Spirito, quale segno di comunione è stata la loro vita e lo è ancora per la Chiesa del nostro tempo. La loro esistenza di cristiani e di religiosi è stata un cercare continuo di ricopiare la stessa immagine di Gesù e di vivere in Dio, nascosti ed unitissimi a lui, la loro vita. Gesù, unico e irripetibile nella sua esistenza, i fratelli hanno sempre voluto ripresentarlo, cioè rendere presente la sua esistenza in qualsiasi persona che essi incontravano, in modo speciale nei bambini e nei giovani. Il Card. Jacopo Monico è testimone della loro fraternità, in quanto vissuti sempre insieme, nell’unico contesto familiare, storico e apostolico, formando, nel senso pieno, «cor unum et anima una» (At 4,32), una «coppia rara di unanimi e virtuosi fratelli». La loro fraternità viene vissuta non solo tra di loro e dentro la propria famiglia, ma abbraccia la società e l’apostolato, come i veri padri ed educatori della gioventù. Ancora una testimonianza di apprezzamento da parte dei congregati P. Sebastiano Casara e P. Francesco Saverio Zanon, circa la loro fraternità, «mirabile e commovente raccolta della più esemplare carità fraterna tra due religiosi. In effetti essa ci appare un edificante esempio di amicizia spirituale, tutta tesa al progresso nelle virtù cristiane e religiose».

La carità fraterna dei due fratelli, alcune volte, fu messa anche alla prova.  Il caso più tipico fu quello della scelta del tipo di Istituto religioso che si voleva presentare per l’approvazione da parte della Santa Sede e poi anche dal governo imperiale austriaco, come di prassi. Ambedue i fratelli volevano ciò che oggi si chiamerebbe “Società di vita apostolica”. I venerabili fratelli non volevano istituire una congregazione religiosa; volevano essere una comunità di preti diocesani (come essi due erano già, ambedue cappellani prima nella parrocchia di S. Agnese e, dopo la riforma napoleonica, a S. Maria del Rosario) impegnati e specializzati nella pastorale della gioventù. Non volevano un superiore generale, né una struttura molto forte, né voti religiosi vincolanti. Volevano che i congregati fossero uniti soltanto “dal vincolo della carità fraterna e della comune vocazione”, traducendo dal latino la costituzione 1a delle regole del 1837.

P. Marco andò a Roma, con un lungo e faticoso viaggio e una lunga permanenza (11 febbraio 1835-8 settembre 1835), per ottenere l’approvazione delle Costituzioni e dell’Istituto dalla Sede apostolica. Il viaggio fu reso difficile e un po’ pericoloso, perché i fratelli avrebbero dovuto chiedere il passaporto al governo austriaco e dichiarare che andavano a Roma e quale era il motivo. P. Marco non accettò di dover dipendere dall’imperatore per uno scopo del tutto religioso, e dichiarò che ci andava per devozione. A Roma, Marco si accorse, durante i vari mesi di lavoro presso la Congregazione romana dei Vescovi e dei Religiosi, che non c’era verso di ottenere l’approvazione dell’Istituto come essi l’avevano concepito, e che, nonostante il papa Gregorio XVI fosse stato loro amico quando era monaco camaldolese a Venezia e facilitasse il processo di approvazione, bisognava obbedire e accettare la forma e la struttura di congregazione religiosa, come pure i veri voti religiosi, invece di quelli che essi chiamavano “voti locali”. P. Antonio, da Venezia, non capiva e non accettava questo cambiamento che, a suo parere, tradiva l’idea fondamentale. La corrispondenza tra i fratelli, fittissima e a volte quasi aspra in questo periodo, mise seriamente a prova la loro serenità e addirittura si giunse al pericolo di una lite. Questo incidente causò molto dolore e qualche tensione al P. Marco a Roma, e a P. Antonio a Venezia.  Tuttavia, P. Marco risponde con la seguente lettera dicendo, «Preghiamo il Signore a dar pazienza, rassegnazione, e fortezza ad ambedue, sicché portiamo con merito quella croce ch’egli si degna d’imporci». Si capirono, accettarono la volontà della Chiesa, superarono da fratelli cristiani la difficoltà. P. Marco fu accolto in festa e in carità sincera, a Venezia, come vincitore al suo ritorno alla comunità. La carità vince tutto. L’amore e il rispetto regnarono.

2.1. Personalità dei fratelli Antonio e Marco

Marta e Maria (Lc 10,38-42), se mi si passa il paragone. Più spirituale e rigoroso Antonio, più disponibile verso le ragioni socio-economiche Marco che aveva avuto per precettore, negli anni giovanili, un famoso predicatore, l’Abate (prete diocesano veneziano) Antonio Venier. Ecco forse, un’altra possibile spiegazione: Antonio fu plasmato da due ex gesuiti déracinés (“sradicati”), laddove Marco ebbe per maestro il brillante precettore dei rampolli delle migliori famiglie veneziane, una sorta di Parini veneziano, si licet parva componere magnis, insomma.

Le somiglianze e le dissomiglianze della loro personalità sono state descritte e rivelate sin dalla loro giovinezza tramite i loro scritti giovanili: Le Memorie di Antonio e le sue poesie; le piccole e belle preghiere composte e scritte da Marco novenne, le sue poesie e le annotazioni relative; e, infine, la corrispondenza. A questi vanno aggiunti alcuni scritti paterni e materni. Le loro diversità sono anche descritte nei testi sulla fama loro di santità: Tanto Antonio era calmo, pensoso, quieto; quanto Marco era invece vivace, svelto, focoso. Antonio era piuttosto timido e pieno di riguardi; Marco era coraggioso e intraprendente. Antonio si inclinava agli studi seri, alle scienze; Marco era per natura portato all’omiletica, all’oratoria, alla poesia. Ma proprio per queste differenze era ed è più ammirabile la loro unanimità nel tendere al bene e nell’impegnarsi a metterlo in pratica, da ciò segue l’evidenza dell’autenticità, della saldezza, dell’energia delle loro virtù. Non è facile vincere se stessi, sacrificare le proprie inclinazioni, controllare e dominare il proprio temperamento, rinunciare al proprio modo di pensare, al proprio stile personale; e tutto ciò non tanto per evitare il peccato grave o leggero; ma proprio per amore di virtù, per esercizio di perfettissima carità, per l’umiltà di chi si ritira e cede sempre volentieri il passo e il luogo agli altri.

La diversità della loro personalità divenne uno stimolo a rispettarsi e a amarsi l’un l’altro, di perdonarsi le mancanze dell’uno e dell’altro, di comprendersi, di imparare a servirsi l’un l’altro, di perfezionare le virtù in modo particolare la Fede, la Speranza e la Carità. Quindi, quando l’altro è diverso o con il pensiero contrasto,  l’uno l’altro impara ad essere paziente, umile, caritatevole, rinuncia la propria volontà per favorire il confronto e dialogo.

P. Antonio è conosciuto sin dalla giovinezza come, per natura, tranquillo e quieto, piuttosto timido e pieno di attenzioni e di riguardi, riflessivo e accurato, amante della vita fuori del mondo, inclinato agli studi e al pensiero…Uomo di governo, dolce e forte insieme, egli fu la vera guida spirituale e l’anima dell’opera e poi dell’Istituto. Gli si deve l’impostazione della vita pastorale e religiosa nella nuova Congregazione; la direzione di tutta l’opera, sia di quella maschile che di quella femminile: confessava, predicava, insegnava, esercitava la direzione spirituale; prendeva a cuore e portava a buon fine, spesso con l’aiuto del fratello, la moltitudine dei piccoli problemi di ogni giorno. Anche se quasi sempre sofferente nel corpo, Antonio ebbe una attività sorprendente e tale da eguagliare quasi quella del fratello, anche se in modo e con stile diversi. Non avrebbe però in alcun modo potuto sostituirsi a lui, anche se lo avesse voluto: era contro la sua natura. La sua unione con Dio era poi continua: viveva in lui e per lui. La sua serenità, la sua tenerezza e la costante comunione con Dio hanno sostenuto la sua presenza, senza sosta, in mezzo ai confratelli e ai giovani dell’Istituto.

P. Marco, al contrario, era conosciuto fin da giovane e per tutta la vita come uomo di intelligenza sveglia e acuta, di temperamento focoso e vivo, intraprendente e dinamico; aveva una volontà tenace, insofferente di tergiversazioni, costante e infaticabile nel far giungere a realtà i suoi progetti e quelli del fratello; aveva una natura che aveva bisogno di freno piuttosto che di stimolo, come gli diceva qualche volta suo fratello. Queste qualità naturali sapeva controllarle e guidarle con grande umiltà, con il ricorso frequente al consiglio di altri e soprattutto del fratello, con la continua attenzione a discernere, a conoscere e attuare la volontà di Dio… Così divenne padrone di sé e delle sue parole e opere. Le parole uscivano dalla sua bocca piene di ardore, ma sempre misurate, prudenti e persuasive. Era energico e sincero con tutti, sapeva esprimere bene ciò che pensava, con parresia apostolica, ma senza che nessuno se ne potesse offendere. Nella sua bocca la parola aveva infatti una forza irresistibile. Con i giovani era entusiasta, esigente, ma anche allegro e altrettanto mite, per virtù, per cui si faceva rispettare e amare al tempo stesso.

Il brio, la vivacità di P. Marco e il suo essere prudente gli ha dato tantissime opportunità di incontrare grandi personalità, siano stati i ricchi di diversi Stati che prelati della Santa Sede, per chiedere elemosine e l’approvazione della Congregazione. Egli non si stancava mai di bussare alle porte delle case e dei palazzi, ma soprattutto ai cuori di esponenti personaggi, perché da loro poteva ottenere grazie e beneficenze per l’educazione dei bambini e dei giovani poveri e abbandonati. Egli è fuori della «casetta» (la modestissima abitazione della minuscola comunità, iniziata il 27 agosto 1820) più in apparenza che di fatto, perché – come si è già potuto vedere – i pesi tutt’altro che leggeri delle pratiche burocratiche, dell’andamento economico e della ricerca delle elemosine gravavano continuamente e sempre sulle sue spalle. Egli continuava, quindi, a essere cor unum et anima una col fratello, anche se in modo diverso di attività e di impegni. Insomma la vita di P. Marco è tutta intera un continuo generoso esercizio non solo di fede, speranza e carità, ma anche di fortezza, pazienza, costanza. Così diceva al fratello: «Ho per massima, lo sapete, di batter duro fino a guerra finita».

2.1.1. I fratelli: due teste ma un cuore solo

Mirabile era la gara dei due fratelli nell’attribuirsi l’un l’altro il merito del bene che dall’Istituto si veniva operando. «Tutto ha fatto Marco, diceva il P. Antonangelo, tutto ha fatto Marco colla sua attività, col suo zelo, coll’efficacia di sua parola. Che avrei fatto io mai povero infermo?»; a sua volta colla solita lepidezza diceva il P. Marco: «Mio fratello è il manico della gabbia; io sono il pulcinella dell’opera; quando mi fanno muovere, allora mi muovo». È una testimonianza per l’eccellenza della riconoscenza del merito non proprio, ma dell’altro.

La bandiera dell’impero austriaco era, dal punto di vista araldico, descrivibile come un troncato di nero e d’oro, consistente in due fasce orizzontali su una bandiera rettangolare, quella in alto nera e quella in basso gialla, raffigurata con un’aquila a due teste nel centro. Così i due fratelli si identificarono, nei loro rapporti, in modo molto affezionato. La testimonianza del sacerdote veneziano e amico e collaboratore dei Cavanis, Don Federico Bonlini (segretario della Canossa) assicura che avevano, «sì stretta unione di pensieri ed affetti, di mente, di operazioni, da poter dire» di essere veramente «cor unum et anima una», e che il P. Marco soleva esprimere tale unione fraterna con la similitudine dell’aquila imperiale: «Il mio fratello carissimo ed io siamo l’aquila imperiale, che ha pur due teste ma il cuore è uno solo». Sono due teste, due anime ma medesimi i sentimenti l’un l’altro per seguire la volontà del Signore e servire con grande umiltà i più bisognosi di educazione che erano i bambini e i giovani, siano poveri che ricchi, ma principalmente i poveri. Sono due caratteri diversi: estroverso e coraggioso nell’azione, Padre Marco, si direbbe rotto a tutte le fatiche; più ritirato ma eroicamente fedele agli impegni più consoni alla sua missione di direttore, insegnante, predicatore e confessore il Padre Antonio. Ciò che ha richiamato l’attenzione di tutti coloro che hanno conosciuto e sono vissuti insieme ai fratelli Cavanis, o che hanno studiato i documenti storici della loro vita e opera, è appunto lo spirito di amore fraterno, di comunione e collaborazione, di cammino comune verso la santità. Circa la personalità dei due Servi di Dio, «i fratelli Cavanis ebbero due personalità somiglianti e dissimili nel tempo stesso: somiglianti per virtù, dissimili per natura». Massimo di Torino scrive, «La fraternità di sangue che fonda la fraternità umana chiede di essere convertita nella fraternità di sangue in Cristo».

2.1.2. Armonia nella diversità

A volte, se non sempre, la diversità delle persone porta discordia e divisione. Tuttavia, per i due fratelli, è una cosa mai successa nella loro vita. Erano diversi per carattere ma sempre condividevano e scambiavano idee e sogni. Infatti, «i due fratelli, pur così diversi l’uno dall’altro, si amavano e si stimavano, come difficilmente si può riscontrare. A quanto riferiscono i testimoni che li conobbero da vicino, essi erano talmente un cuor solo e un’anima sola, da dar l’impressione che l’uno non potesse far nulla senza la persuasione e la collaborazione dell’altro».

Allora, nessuno prendeva una decisione senza aver ascoltato il parere dell’altro. Ognuno era libero di esprimere il proprio pensiero e desiderio all’altro senza aver paura di essere disprezzato o giudicato. Così vale anche per la loro fede in Dio. Tutti e due erano attenti ad essere fedeli a Dio e a compiere la volontà Divina nella loro vita e nella missione verso i giovani. Infatti erano, ambedue e insieme, impegnati a conoscere e poi a realizzare con fedeltà e amore la volontà di Dio su di loro; perfettamente concordi nello zelo in favore dei giovani; ambedue convinti nel fondare l’Istituto sul principio del più assoluto disinteresse e quindi della gratuità assoluta; come pure nella pratica della povertà e dell’umiltà. Erano generosi nel sacrificare i loro beni; vivevano nell’abbandono filiale alla divina Provvidenza, in profonda serenità di spirito, nell’unione con Dio, nella pratica della preghiera continua, anche nell’attività. Infine erano impegnati a incoraggiarsi a portare le croci che il Signore imponeva loro.

Compiere la volontà di Dio era la loro preoccupazione. Quando capitavano importuni e disgrazie, erano calmi con la convinzione che era un’occasione per poter partecipare alla sofferenza di Cristo sulla croce. Un esempio classico: quando il chierico Giovanni Giovannini, si ammalò durante la villeggiatura a Lendinara, essi dicevano: «Se al Signore piace così, deve così piacere anche a noi. […] Quando pensiamo a nostro Signor crocifisso, dobbiamo pur dire che siamo in buona compagnia stando sopra la croce». Infatti, San Paolo attesta: Perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui (1 Cor 12, 25-26). Se poi prendiamo in considerazione la corrispondenza in genere, e quella intercorsa tra l’uno e l’altro in specie, scopriamo due personalità somiglianti sotto molti aspetti, ma differenti sotto non pochi altri. Diamo dapprima uno sguardo alle caratteristiche per cui i due Servi di Dio si rassomigliavano.

Ambedue si dimostravano del tutto impregnati di spirito di pietà, così che le loro anime ci appaiono costantemente orientate a Dio e alla pratica delle virtù cristiane e religiose. Vedevano la realtà e la storia, pensavano, discernevano, decidevano non in vista di motivi umani, o per affermare questo o quel punto di vista personale – anche quando, come accadeva qualche rara volta, non si trovano d’accordo – ma spinti dalla preoccupazione di conoscere e quindi di mettere in pratica nella loro vita e azione la volontà di Dio.

Dio e la sua volontà era il centro di tutto, della loro esistenza come fratelli, padri e maestri della gioventù. Nessuno si sente unico protagonista dell’opera, ma ognuno riferisce il merito all’altro e a Dio, l’autore della Provvidenza, a cui tutti e due sono infinitamente grati. Nello stesso modo, la loro devozione alla Madonna e a San Giuseppe Calasanzio, il patrono della scuola da loro fondata, viene praticata in modo straordinario. L’«altra caratteristica comune è la loro unione e armonia fraterna. Anche se, come si è visto e come diremo, differiscono per indole e per doti naturali, e ciascuno possiede i suoi punti di vista, trovano sempre il modo di andar d’accordo». Infine, «le caratteristiche di convergenza sono pure lo zelo per la gioventù e l’intensa laboriosità. In ambedue la cura dei giovani assorbe interamente i pensieri, moltiplica le energie e le attività». Cosicché ci appaiono animati dalla stessa volontà di sacrificio, dallo stesso disinteresse, dalla stessa decisione di consumare sé stessi e l’intero patrimonio di famiglia. Ancora, «Ed è cosa che merita rilievo particolare come tale disinteresse si spinga fino ad attuare la completa gratuità delle loro scuole, e sia difeso con forza ed attuato a costo di continui e gravi sacrifici come un principio di alto valore ascetico e pedagogico».

Le loro diversità sia nelle capacità che nel carattere si sono completate tra loro. P. Antonio che era più timido, riservato, riflessivo rimaneva e guidava l’opera sia della scuola che della comunità nella “casetta”. Dall’altra parte, P. Marco, che era più vivace, dinamico e più pieno di iniziative e più disposto al movimento, viaggiava per chiedere elemosine e per ottenere l’approvazione dell’istituto sia da parte della autorità ecclesiastiche che dello stato. Sono due temperamenti diversi, ma il loro amore vicendevole li ha completati l’uno con l’altro. La loro diversità non è mai un’occasione per diventare autoreferenziali perché il centro della loro vita era Dio. Per questo, nonostante le loro dissomiglianze nel pensare e agire, sono stati sempre fraternamente uniti, uniti in Cristo Gesù.

2.2. Profilo spirituale e umano dei fratelli Antonio e Marco: virtù e qualità

Si dice che Winston Churchill abbia rivelato che i suoi migliori professori non siano stati quelli delle scuole e università, ma lo siano stati i suoi genitori, in modo particolare sua mamma. Il Vangelo di Matteo dice: Dai frutti si riconosce l’albero (Mt 7,16-20). Così avvenne nella vita dei due fratelli Antonio e Marco: essi sono stati i frutti dell’amore, della fede e della pietà cristiana che i loro genitori hanno vissuto insieme e trasmesso. Papa Francesco ha sottolineato che «la famiglia è il luogo dove i genitori diventano i primi maestri della fede per i loro figli». Come si descrive nell’introduzione della causa di beatificazione dei due fratelli Antonio e Marco, la famiglia Cavanis, come è possibile metterla in evidenza dalle nostre fonti, era indubbiamente una famiglia modello, sia per la pratica della vita cristiana, sia per l’educazione dei figli, pur secondo lo stile del tempo; sia in quanto riguarda  i rapporti con i pochi domestici. La stima, quindi, che godeva la famiglia era veramente meritata. I genitori educavano i figli con l’esempio oltre che con la parola e davano così efficacia di persuasione a quanto insegnavano. Se nell’allevarli erano preoccupati della salute del corpo, lo erano molto più della loro formazione spirituale.

Era una famiglia con l’atmosfera piena di spiritualità, «la formazione cristiana dovette cominciare fin dalla prima infanzia. I figli erano introdotti alla vita sacramentale e alla partecipazione alla vita parrocchiale». A casa, Marco, «mai partiva la mattina né si coricava a letto la sera senza prima aver baciato la mano a sua Madre (come si usava nelle buone famiglie a quei tempi), e averne la sua materna benedizione; non usciva mai di casa senza avvertirne la Madre e chiederne il permesso». Questi dettagli importanti sono presenti nelle Memorie del conte Cavanis. I genitori si impegnano alla educazione alla virtù dei figli perché erano convinti che le virtù sono il patrimonio più grande che i genitori possano lasciare a loro figli. San Giovanni Crisostomo scrive per quanto riguarda l’educazione dei figli: «Non ci preoccupiamo di accumulare ricchezze per lasciarle ai figli, ma educhiamoli alla virtù e invochiamo su di loro la benedizione di Dio, perché questa è il bene più grande, questa l’inesprimibile ricchezza che non si consuma, che rende ogni giorno più grande il nostro patrimonio. Perché niente è pari alla virtù, niente più potente».

Un’altra considerazione che si può tessere sulle virtù dei due fratelli è che essi, nati e cresciuti in una famiglia profondamente cristiana nei principi e nella pratica, assimilarono presto l’amore per le cose del Cielo. Ce n’è evidenza dai primi scritti composti nella loro fanciullezza, conservati amorosamente nell’archivio storico dell’Istituto. Da essi apprendiamo che essi cominciarono presto a camminare verso la perfezione cristiana, con l’amore alla preghiera, la frequenza ai sacramenti, la devozione alla Madonna, l’esercizio – che è loro tipico – della pratica della presenza di Dio. Apprendono presto a praticare l’obbedienza ai genitori, l’impegno nello studio. La loro vita, così, ci appare tesa verso la perfezione.

Le virtù che hanno visto ed integrato dai loro primi maestri, che sono stati i loro genitori, sono fondamentali per la loro intera esistenza, umana e cristiana: vita vissuta di fede, di speranza e piena di amore; vita donata per amore nel servizio dei giovani. Una vita ornata delle virtù cardinali e dell’esercizio generoso delle virtù teologali di fede, speranza e soprattutto carità, espressa, questa, particolarmente nella cura di numerosi fanciulli.

2.2.1. Le virtù di P. Antonio

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che «la virtù è una disposizione abituale e ferma a fare il bene. Essa consente alla persona, non soltanto di compiere atti buoni, ma di dare il meglio di sé. Con tutte le proprie energie sensibili e spirituali la persona virtuosa tende verso il bene; lo ricerca e lo sceglie con azioni concrete. Il fine di una vita virtuosa consiste nel divenire simili a Dio». Ancora, «Le virtù umane si radicano nelle virtù teologali, le quali rendono le facoltà dell’uomo idonee alla partecipazione alla natura divina. Le virtù teologali, infatti, si riferiscono direttamente a Dio. Esse dispongono i cristiani a vivere in relazione con la Santissima Trinità. Hanno come origine, causa ed oggetto Dio Uno e Trino».  Le virtù teologali sono «la fede, la speranza e la carità».

Nella vita di P. Antonio, queste virtù sono state molto evidenti. Le virtù teologali furono apprese sin dalla sua giovinezza, grazie ai genitori, perché è nella famiglia che si attua la pratica della fede cristiana in modo zelante. Non si accontentano di praticare la fede con la preghiera del Rosario o nelle celebrazioni domenicali, ma istruirono i figli a pregare componendo poesie sulle diverse preghiere e sulla devozione alla Madonna.

La prima virtù teologale che possiamo vedere nella persona di P. Antonio è la fede in Dio: le Memorie, cominciate sotto guida paterna da Antonio a sette anni, ci rivelano come fin da fanciullo egli pensava con facilità alle cose di fede e di pietà cristiana. A 16 anni cominciò le sue esercitazioni poetiche dedicando la prima poesia al Redentore; a 17 inaugurò un calamaio nuovo appena ricevuto dal padre, offrendo a Dio quanto con esso scriverà, e pregandolo: «che tutto tenda a vostro onore».

Sin dalla sua giovinezza, P. Antonio pratica la fede in Dio in modo costante e spontaneo. Una grande prova della sua fede di quest’età fu quando implorava Dio per la guarigione del papà gravemente ammalato, Nella preghiera esprime la piena accettazione della volontà divina. In una poesia, «egli esprime il concetto che la malattia del padre è una prova dell’amore di Dio, il quale vuol tenere i figli lontani dal peccato e dar loro occasione di maggior premio nel paradiso». Ha visto la prova come una possibilità di avvicinarsi di più a Dio mediante la fedeltà e la sincerità del cuore e della mente. Anche nei momenti più difficili, diceva sempre: «sia fatta la volontà del Padre». Una delle sue preghiere più significative era «Signore, aiutami a poter pregare sempre».

L’altra virtù teologale che P. Antonio ha praticato nella sua vita era la speranza in Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce la speranza «la virtù teologale per la quale desideriamo il regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo». Padre Antonio e il fratello hanno attuato quanto ereditato e scritto sullo stemma di famiglia, e poi della Congregazione: «Sola in Deo Sors», “il nostro destino è solo in Dio”. Così P. Antonio, nonostante le tante difficoltà subite lungo la sua vita sin da giovane e fino alla fine, non ha mai perso la tranquillità e la serenità interiore. Tutto e in tutto egli spera in Dio. Infatti, senza esitazione rifiutò alle sicurezze umane rinunciando al posto di un importante ufficio al Palazzo Ducale di Venezia, cui aveva diritto.

Data la fede che animò Antonio fin da bambino, è naturale che non fosse minore in lui la speranza, che, unendolo a Dio, lo orientò assai presto a dar il primato alle cose dello spirito e di Dio, distaccandolo in pari tempo dalle realtà umane e dal desiderio della gloria di quaggiù. Questa sua maturazione precoce si manifesta fin dagli scritti giovanili con una tensione verso Dio talmente forte e impegnata, che lo spinse non solo a evitare il peccato, ma ad abbandonare una carriera onorata e finte di guadagno, con lo scopo di occuparsi esclusivamente di Dio e della propria anima.

Ancora, una cosa da notare: quando finalmente poté indossare l’abito ecclesiastico, scrisse nelle sue Memorie: «Dio voglia che un’opera cominciata per gloria sua, abbia per termine fortunato il godimento eterno della gloria del cielo!» È una profonda certezza da parte sua, tanto da voler offrire la propria vita e missione a Dio che l’ha voluto per essere consacrato al servizio dei giovani. È consapevole che la sua vita ha avuto inizio in Dio e quindi, con certezza, tornerà tutto a Lui, alla sua gloria.

La terza virtù è la carità: la virtù teologale che P. Antonio ha testimoniato e trasmesso ai confratelli e agli alunni. «La carità è la virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa per sé stesso, e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio». Lui che per primo ha sperimentato la bellezza e l’importanza della carità nella sua famiglia, ha voluto trasmettere la stessa carità ai suoi prossimi. La carità di P. Antonio è senza dubbio, come quella del fratello P. Marco, molto evidente. È la carità che guida le sue scelte, tanto da abbandonare l’ufficio nella Cancelleria/Segreteria del Palazzo Ducale, gli emolumenti e il promettente futuro. È la carità che lo ha spinto a radunare gratuitamente i bambini e i giovani dispersi e senza educazione. È la carità che ha trasmesso ai confratelli, nella stessa casa di formazione, la cosiddetta «casetta». Dall’adolescenza fino alla morte il suo progetto dominante è la pratica generosa della carità. La carità vuole che sia rammentata nel titolo ufficiale delle scuole, chiamate appunto “Scuole di Carità”, e dalla carità trae il programma della nuova congregazione religiosa, da lui istituita assieme al fratello Marco; il cui spirito doveva essere diretto «a perfezionar l’esercizio della carità verso Dio e verso il prossimo» (come risulta dal nome, e dal piano formale diretto al patriarca F. M. Milesi nel 1818). La carità fraterna egli raccomanda in vita, come pure prima di morire, secondo quanto attesta il P. Casara che scrive come, dopo ricevuto il Viatico, «mi disse di raccomandare ai compagni la carità, nella quale stessimo sempre strettamente uniti». Il riferimento alla carità, e questo tipo di carità, che si trova nel nome della Congregazione, riguarda poi anche a carità tra congregati. Antonio e Marco volevano che i congregati rimanessero insieme non per via dei vincoli di legge, ma piuttosto per il vincolo «della carità e dell’uniforme vocazione».

P. Antonio ha dimostrato l’amore per Dio in modo intimo mediante la sua costante relazione con Lui. E il costante dialogo con Dio è la sua maggiore preoccupazione quotidiana, prima di cominciare qualsiasi opera. Non cessa mai di pregare, con la mente, con le parole e addirittura con le opere. Infatti, egli scrive nel suo diario:

“Prego, o Signore, come tu sai, e tu vuoi ch’io debba pregare, prego, o Signore, di poter sempre con la mia mente pregare” così per ore filate continuò dicendo tutto fervore di pietà in una serie di giorni, che fu una volta alienato: Sia fatta, lodata, ed in eterno esaltata la giustissima, altissima, e amabilissima volontà di Dio in tutte le cose: tra le altre giaculatorie, che pur aveva famigliari anche in istato di alienazione, era questa la più frequente, lo sfogo prediletto del suo cuore […] e non stancassi mai di ripetere: amabilissima, in tutte le cose.

E il giorno in cui ricevette l’ordinazione sacerdotale, scrisse la seguente preghiera, che è, al tempo stesso, un solenne proposito: «Dio voglia che questo divenga il giorno più felice per me, corrispondendo a tanta grazia, non curando mai più altro che Dio, che sia solo la mia ricchezza e il mio bene adesso e in eterno». È solo Dio che può soddisfare il suo desiderio. Solo Dio basta, come confessava santa Teresa d’Ávila.

2.2.2. Le virtù di P. Marco

Le virtù di P. Marco, insieme con quelle del fratello P. Antonio, sono state provate – e poi approvate – dopo tante tempeste lungo la loro vita. Tante difficoltà derivano dall’esercizio del loro ministero: lentezze e contrarietà burocratiche, incomprensioni e critiche anche da parte di persone di Chiesa, diminuzione del numero di benefattori e delle loro capacità finanziarie. Eppure nel loro ricco epistolario non c’è mai una reazione, una lamentela puramente umana, mai un pentimento per la strada intrapresa o un senso di delusione o smarrimento. La vita è dura e le sofferenze stringono ma c’è sempre confidenza, speranza, anche gioia nel loro cuore; perché lo spirito è sempre unito a Dio.

Gesù nel Vangelo dice: «un albero buono non può produrre frutti cattivi» (Mt 7, 18). È esattamente questa parola del Vangelo che meglio attesta la vita di fede, speranza e carità di Padre Marco. È senz’altro un frutto della stessa fede, speranza e carità dei loro genitori, della nobile famiglia Cavanis di Venezia, che da lunga tradizione è sempre stata una famiglia di grande pietà cristiana. Possiamo vedere come P. Marco ha vissuto la fede in Dio: fin da bambino egli manifesta un chiaro spirito di fede, quando a soli 9 anni compone un minuscolo quaderno di preghiere; a 14 scrive la sua prima poesia «a lode della gran Madre di Dio, acciò benedica tutte le altre mie fatiche e me insieme in eterno». Ricevendo in dono dal padre un calamaio nuovo, offre a Dio quanto scriverà con esso, e gli chiede che ogni parola sia tale «ch’a vostra lode tenda e a vostro onore». Ma la cosa che più ci colpisce è la fede che sprizza evidente dalla lettura delle preghiere e nell’espressione della piena accettazione della volontà divina, quando chiede col fratello la guarigione del padre ammalato: «cui il Signore conceda – egli scrive – la salute dell’anima, e lungamente conservi (se così gli piace) quella del corpo».

La sua grande fede in Dio si è mostrata in modo significativo quando nel 1806 abbandonò la lucrosa carriera e ogni desiderio di onori, vincendo difficoltà che sembravano insormontabili, e il giovedì grasso di quell’anno – uno dei giorni più importanti del carnevale, quando tutti pensavano a divertirsi e a mangiare – vestì l’abito ecclesiastico e andò a licenziarsi dall’ufficio. È stata la sua fede che lo ha mosso, per affrontare una nuova vita, lasciando l’ufficio in palazzo ducale, perché potesse affidare la propria sicurezza nelle mani di Dio, con la vocazione religiosa e sacerdotale, e per il servizio dei bambini e dei giovani. Quando divenne sacerdote, era «edificante l’attenzione amorosa con la quale egli ne avverte e annota nei suoi scritti gli interventi a favore dell’opera: Tutto viene da buone mani le quali van temperando con infinita bontà e sapienza, il dolce e l’amaro». Lungo il suo ministero sacerdotale (e in qualità di co-fondatore dell’Istituto), compì faticosi e numerosi viaggi, nella ricerca della approvazione del nascente Istituto da parte dello Stato e della Santa Sede, nella ricerca di beneficenze per il mantenimento della scuola e della comunità.

Padre Marco aveva una grande speranza nella divina provvidenza di Dio. Di fatto, «la virtù teologale della speranza ci appare già vigorosa in Marco ancora fanciullo, come ci rivelano le preghiere da lui composte a nove anni, e nelle quali chiede con fervore la salvezza dell’anima e la beatitudine eterna». La sua speranza è nel Signore. È riuscito ad affrontare tutti gli ostacoli senza perdersi d’animo perché riponeva la fiducia di tutto in Dio:

Nei suoi numerosissimi e faticosissimi viaggi per ottenere l’approvazione, sia dall’Austria che dalla Chiesa, e nel cercare elemosine, gli ha mostrato grande speranza. Così testimonia P. Pietro Spernich: «Erano tanto fiduciosi di ottenere in qualsiasi bisogno l’aiuto divino, che entrambi nelle circostanze le più difficili e scabrose non si turbavano, anzi vivevano sicuri del divino soccorso, e dicevano essere questo l’unico conforto nelle avversità e nelle tribolazioni».

P. Marco aveva «illimitata fiducia in Dio. Egli affronta ogni genere di difficoltà, scrive suppliche, va per uffici, intraprende viaggi, non teme pericoli, disagi, umiliazioni». Era convinto che il sostegno dalla parte di Dio non mancava mai per poter superare tutte le difficoltà o ostacoli nella sua vita e in quella del fratello P. Antonio. Solo il Signore, non le forze umane possono guidare l’opera della congregazione.

La terza virtù teologale che la vita di P. Marco ha testimoniato in modo evidente è la carità. Egli, quando era ancora laico, esigeva che suo fratello educasse gratuitamente i bambini più poveri nella città di Venezia. È l’amore di Dio e del prossimo che lo ha spinto, perché voleva garantire un buon futuro ai giovani. Per lui, l’amore più grande con il quale poter rispondere all’amore di Dio è l’istruzione, la formazione del cuore e della mente dei giovani, senza aspettarsi nulla in cambio. Gesù infatti nel vangelo dice: Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt 10,8). Un laico, il sig. Giuseppe Alessandri, scriveva alla b. Maddalena di Canossa:

L’amor di Dio di don Marco è una cosa portentosa» (26 agosto 1818). Non è esagerato dire che tutta la vita del S.d.D. è segnata da un perseverante progressivo impegno di amare Dio sempre più perfettamente, aderendo e conformandosi gioiosamente alla sua volontà…In questi anni tuttavia non si limita all’osservanza dei comandamenti, ma si dimostra già avviato a conformarsi pienamente al volere di Dio: ed è questo un segno non comune di maturità spirituale. Infatti se egli prega Dio per la guarigione del genitore ammalato, lo fa con la condizione «se così gli piace.

La sua vita è rispecchiata nelle virtù teologali, in modo costante e straordinario. È una vita in cui le virtù sono incarnate nel suo essere ed agire umano e spirituale, come fratello a fratello, sia con gli altri membri dell’Istituto che hanno fondato, e sia con la gioventù compresso a coloro che lo umiliavano. Era sempre disposto a perdonare «con un pieno perdono» a coloro che l’avevano calunniato. Insieme con suo fratello Antonio, erano sempre disposti a perdonare e nello stesso tempo a chiedere perdono sia in pubblico, privato che nelle lettere.

2.2.3. Scritti di Antonio e Marco sulla fraternità nella formazione

Quasi vent’anni dopo la fondazione dell’Istituto, avvenuta nel 1819 con l’approvazione della congregazione a livello diocesano di Venezia, i Venerabili Fondatori diedero inizio alla forma comunitaria della vita religiosa, e di lì a poco, ecco manifestarsi il proliferare degli istituti educativi ad opera della Congregazione». Iniziarono a vivere in una piccola comunità insieme con alcuni confratelli il 27 agosto 1820. P. Antonio, oltre ai compiti per la direzione dell’istituto, l’insegnamento, la predicazione, le confessioni, e lo studio, prendeva cura della formazione dei chierici con l’aiuto del fratello P. Marco. Una cosa è certa: lo stile della formazione dei chierici è pensato e voluto da entrambi i fratelli, insieme. Dalle Memorie dell’Istituto, come da altri scritti, ricaviamo l’impressione che la formazione dei chierici fosse, per lui e per il fratello, uno dei pensieri dominanti. Essi programmavano le attività quotidiane e attribuivano una grande importanza alla vita interiore perché senza di essa, non potevano avere buoni chierici. Per questo, il dialogo quotidiano con Dio era indispensabile. Infatti P. Antonio raccomandava ai confratelli: Parla molto con Dio e poco con gli uomini. Quando uno dei confratelli aveva    l’ordinazione sacerdotale, si inginocchiava davanti al direttore, il quale poi gli rivolgeva soavi parole di congratulazioni e avvertimenti; poi lo mandava ad abbracciare uno ad uno i confratelli. Era un grande momento e testimonianza di fraterna carità.

Le seguenti sono le priorità della formazione perché la vita fraterna potesse essere incarnata nel loro essere e agire vicendevole: che la piccola comunità avesse il carattere di famiglia, in cui tutti lavoravano stretti dal vincolo della carità fraterna, in confidente familiarità con i due venerabili padri e in vera gioia di spirito. Si può dire che nella casetta si continua e si perfeziona la serenità vissuta dai Cavanis nella casa paterna. Sono essi che accuratamente edificano la confidenza dei loro figli spirituali: «Voi sapete l’amorosa nostra impazienza di aver notizie dei figli che ci stanno lontani», scriveva il P. Marco al P. Casara, anche a nome del fratello P. Antonio. Le occasioni che permettevano ai giovani chierici di manifestare la propria gioia con qualche scritto erano i tempi delle vacanze e le occasioni dei viaggi, specialmente del P. Marco; il quale mostrava di apprezzare con il cuore le loro battute scherzose.

È la medesima carità fraterna, che hanno imparato e vissuto nella casa di famiglia, quella che poi hanno trasmesso ai confratelli della casa di formazione e alla gioventù. Animati dalla carità, si impegnavano anche a rispettare la fama altrui. I fratelli Cavanis cercarono ad ogni costo di non dire calunnie né dei confratelli né di quanti fossero meno simpatici nel loro modo di essere. Erano consapevoli che tutti sono figli di Dio, e quindi erano per loro fratelli. 

Nello stesso modo, il comandamento di Dio, di amare Dio e il prossimo (cf. Mc 12,30-31) era per loro l’anima della vita religiosa e dell’apostolato. Per questo, l’amore fraterno aveva grande importanza nella loro vita comunitaria. Infatti, Marco (d’accordo con P. Antonio), esigente nella vita fraterna, raccomandava nell’ introduzione delle Costituzioni: «Ora, che nessuno osi fare l’abominevole ufficio del maldicente anche dentro casa è già evidente, perché lì la carità deve risplendere sempre di più». Infatti,

In armonia col fratello raccomandava caldamente l’unione fraterna nella carità, nell’amore alla croce, nella pazienza. Una volta scriveva al P. Pietro Spernich e ai confratelli di Lendinara: «[…] Vi esorto a pregar sempre meco fervidamente il Signore a tener salda questa unione sincera dei nostri cuori, e questo vincolo preziosissimo di vicendevole carità, che accrescerà tanta forza allo scarsissimo nostro numero quasi fosse una falange macedone inespugnabile» (aprile 1850).

Dunque, la carità fraterna tra i confratelli era un tesoro che ogni confratello doveva vivere e testimoniare. Il giovane Pietro Spernich, uno dei primi entrati nella casetta, è un testimone della carità fraterna dei due fratelli quando scrive: «Poiché del caso si occupano ampiamente le Memorie dell’Istituto (12), anche noi ne facciamo un breve cenno, allo scopo di mettere in risalto l’abituale spirito di fede dei due Servi di Dio, e il commovente esempio di carità fraterna che si dava nella piccola famiglia della casetta».

C’è un’altra testimonianza su P. Antonio, da parte di P. Sebastiano Casara, sulla raccomandazione alla carità fraterna dopo che aveva già ricevuto il viatico:

mi disse di raccomandare ai compagni la carità, nella quale stessimo sempre strettamente uniti, chiudendo… Fu questa l’unica raccomandazione che in morte egli mi ha fatto. E mi fu non so dire di quanta meraviglia il trovar poi in un libretto di mie particolari memorie, come vent’anni innanzi, nel triduo di spirituale ritiro fatto prima della canonica nostra istituzione, parlandoci egli l’ultima volta sulla scambievole carità, che pareva un s. Giovanni; aveva chiuso dicendo, che in morte non avrebbe saputo darci altro ricordo che questo: Amatevi scambievolmente.

Gesù nel Vangelo dice: Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri (Gv 13,34). Questa parola di Gesù era incarnata alla vita di due fratelli. Amavano nel miglior modo perché potevano amare Dio ed il prossimo secondo il cuore stesso di Dio.    

3. Scuola Cavanis, luogo previlegiato per la carità fraterna

Prima della fondazione dell’Opera Cavanis nel 1802, non è un caso che i due fratelli avessero scelto il nome Congregazione delle Scuole di Carità. I fratelli Cavanis intitolarono le scuole loro «Scuole di Carità, sia per ricordare ai maestri che sempre ed in tutto s’inspirassero all’amore fervido e cristiano verso i giovani, sia pure perché si sapesse che esse abbracciavano l’intelletto e il cuore, la parola e l’opera, l’uomo e Dio». Formavano i figli con dolcezza, tenerezza, vero amore, delicatezza di spirito, trasmettendo ai giovani il loro amore per la gioventù, ma anche il metodo pedagogico e didattico che stavano elaborando. Si faceva uso però anche della fermezza, della disciplina, ma senza durezza, senza castighi, senza penitenze. Erano convinti che lo Spirito Santo aveva loro affidato non una ricerca di dottrina teologica, ma l’attività apostolica di educare i giovani. È la carità fraterna e l’amore verso Dio il motivo per cui hanno fondato l’Istituto. Ogni pensiero, ogni parola, ogni opera per l’educazione dei bambini, bambine e dei giovani, come pure delle ragazze, nelle scuole deve essere caratterizzata e motivata dalla carità fraterna.

Papa Paolo VI dirà: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri … o, se ascolta i maestri è perché sono dei testimoni». L’educazione del cuore e della mente è una cosa complessa e delicata, per cui i fratelli Cavanis raccomandavano ai confratelli e maestri della scuola di insegnare prima con le opere poi con le parole. P. Antonio esortava:

Ma dovete sapere, cari miei, che prima di insegnare conviene far bene; anche il maestro divino coepit facere et docere: tre anni di vita pubblica, impiegata tutta quanta nel predicare la sua dottrina, e confermarla coi miracoli più strepitosi; in precedenza però trent’anni di vita ritirata e nascosta. La prima lezione che deve dare un buon maestro ha da essere l’esempio: egli ha da essere come lucerna che posta sul candelabro illumina bensì col suo lume, ma riscalda zelando col suo calore.

Trasmettere un clima di carità fraterna alla scuola significa che questa deve essere animata dalla carità stessa del Signore. San Paolo insegna che «la carità non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità» (1Cor 13, 5-6). Così i due fratelli trovarono metodi per poter essere autentici educatori senza cercare il proprio interesse e vantaggio. Infatti come doveri dei congregati, hanno raccomandato religiosamente di non accettare regali e inviti dalla parte degli alunni o dei loro genitori per essere imparziali. Volevano insegnare la verità del Vangelo e le scienze umane con piena libertà. Di fatto, raccomandavano ai congregati nelle scuole, nell’orto e nell’oratorio:

Dunque guardarsi da qualunque cosa potesse essere di nostro interesse, e non accettare né regali né inviti, né in città né in villa, né da essi, né dalle loro famiglie. Così resterà libero il maestro dagli umani rispetti, e potrà esercitare la sua carità senza pena verso i più poveri e rozzi. E si fuggirà il gran pericolo di sì fatte pie Istituzioni, che cominciate per ben dei poveri, vanno sì facilmente a finire a vantaggio solo dei men bisognosi, o di ricchi.

La gratuità del loro lavoro per l’educazione integrale dei bambini e giovani erano la priorità o meglio la vocazione. Era una chiamata nata dal loro cuore per rispondere al comandamento di Dio sull’amore del prossimo.

3.1. I Cavanis, maestri e padri nella scuola

I due fratelli, si identificano come maestri e padri della gioventù. Le Costituzioni e Norme dell’Istituto al n° 2 così recitano: «La Congregazione delle Scuole di Carità, di fronte alle carenze e alle difficoltà dell’educazione e ai pericoli che la gioventù incontra nella sua crescita, “è stata istituita principalmente per esercitare verso i giovani i doveri non tanto di maestro quanto di padre”, in aiuto all’azione educativa della famiglia, con la scuola o altre iniziative compatibili con il progetto dei Fondatori». Così hanno trasmesso ai congregati che si univano alla casa di formazione. Essere maestro nella scuola vuol dire essere capace di trasmettere, in modo corretto e giusto, il contenuto delle materie scolastiche. Essere padre invece è capacità di amare gli alunni, i bambini e giovani con delicatezza e sacrificio. Come un padre di famiglia che è pronto a soffrire per l’amore dei propri figli, così anche i fratelli Cavanis. Essi non hanno risparmiato né energie né sostanze, per godersi la loro vita, ma si sono sottomessi alla fatica di preparare le lezioni, di provvedere alle materie scolastiche, di istruire i giovani nella fede, di pregare e sorvegliare con amore l’oratorio. Il loro amore per l’educazione della gioventù li ha spinti a non agire solo come dei comuni sacerdoti diocesani, ma a diventare anche maestri e padri; preti specializzati nella pastorale della gioventù abbandonata. Marco Cavanis, che era ancora laico quando iniziava la fondazione, ma aveva un grande zelo per la gioventù, fu il motore dell’iniziativa, quando il fratello Padre Antonio in quanto ordinato sacerdote iniziava a istruire i bambini e i giovani poveri e privi della educazione. Di fatto, fu quindi il P. Marco che si adoperò e riuscì a programmare e realizzare che il giorno 2 maggio 1802, domenica, si desse inizio alla congregazione mariana, cooperandovi poi con gran zelo finché restò laico e con l’assistenza e le prestazioni sue personali, e cercando protettori e “patroni”, oggi si direbbe quasi “sponsor”, che offrissero elemosine periodiche per sostenere le spese di questa attività e degli ambienti: e per aiutare anche con aiuti concreti (cibo e vestito) i più poveri tra i giovanetti […]. Marco era proprio l’uomo con un programma chiaro, con il cuore pieno d’amore, un uomo che non si stancava mai di dare esercizio di carità. Insegnare, predicare, sorvegliare nell’oratorio e nell’orto, occuparsi per scrivere e pubblicare libri di testo per la scuola, viaggiare per raccogliere elemosine. Inoltre molte volte passava la serata circondato da giovani che intorno a lui facevano i compiti; con essi faceva anche la lettura spirituale e si chiacchierava di religione e di cose di Dio.

Dettero il loro cuore, mente, forza, e anima per la causa dell’educazione cristiana dei bambini e dei giovani. Per i fondatori, la vera e importante penitenza (ma anche una somma gioia) era quella di educare ragazzi e ragazze con una pazienza infinita e con grande amore, soprattutto quelli più poveri, e quindi anche quelli meno educati, più sporchi, spesso più volgari, più tendenti alla disobbedienza, molte volte anche disabili e, comunque, molto ignoranti. È l’amore più grande che essi potessero offrire per dare gloria a Dio. P. Marco non si vergognava mai di raccontare a tutti quanti la loro opera a favore della gioventù. Infatti, con qualunque persona si trovasse e qualunque fosse il discorso introdotto, passava appena qualche minuto, ed egli con tutta naturalezza, con tutto ardore, era dentro del suo argomento. Egli ripeteva spesso ciò che gli aveva detto a Roma il cardinale Micara Cappuccino: Il mondo ormai è una piaga incancrenita. Tutto inutile quanto si fa per curarla. Non c’è speranza che nella educazione cristiana della gioventù.

3.2. I Cavanis e la loro costante presenza in «orto» e in oratorio

I due fratelli, per l’amore ai giovani si impegnarono ad animare le preghiere, i giochi e a sorvegliare con amore nei vari momenti: nell’orto e nell’oratorio al di fuori delle lezioni. L’«orto» era in origine realmente un orto, che produceva ortaggi, ma essi lo avevano preso in affitto e poi comprato come cortile per le ricreazioni; era un luogo che i due fratelli avevano messo a disposizione perché i giovani potessero svolgere la loro ricreazione. Funzionava per loro come un laboratorio, perché controllavano i comportamenti dei loro giovani. Allora diventava un mezzo più efficace per l’educazione selettiva, individualizzata dei fanciulli. Sul diario della Congregazione, scritto da P. Marco, si legge:

In esso (orto) e nell’ampia stanza contigua (oratorio)…si determinò di condurre i nostri giovani nelle giornate festive alla mattina nell’ora intermedia fra i devoti esercizi, e la celebrazione della Messa parrocchiale e al dopo pranzo un’ora prima delle Funzioni Ecclesiastiche, e parimenti ogni giovedì dopo pranzo…L’orto venne a servire non solamente al gran fine di allontanar dolcemente i fanciulli dalla compagnia dei cattivi, ma eziandio (anche) per poter meglio scoprire l’indole loro.

Facevano di tutto perché ogni anima e vita dei giovani fosse curata e educata alla fede e alla condotta cristiana. Volevano che la vita dei tanti giovani fosse santificata nella fede e nell’amore.  Raccomandano ai congregati di stare presenti in modo costante e attento. Padre Antonio, che fu direttore della scuola fino alla vecchiaia, è il grande testimone della costante presenza in mezzo ai bambini e ai giovani. Egli è un modello per eccellenza con la sua presenza: «Egli, finito l’orto, passava coi giovani nell’oratorio, dove di spesso faceva egli il discorso, e fermavasi fino al termine. Dopo di che, frammesso un sufficiente intervallo, teneva la conferenza, alla quale intervenivano degli scolari i maggiori di età o i più vicini di abitazione, e in maggior numero adulti anche attempati ed anche ecclesiastici ».

La loro presenza forniva una possibilità di scoprire le doti ma anche i limiti dei giovani. Il contenuto del loro studio non veniva solo dai libri ma soprattutto dai comportamenti dei giovani. È uno stile di istruzione pedagogica rivoluzionaria per il loro tempo. La vita quotidiana di P. Antonio fino alla sua vecchiaia in mezzo dei giovani si svolgeva in modo molto interessante, che merita commentare. Assistere gli allievi in quelle ore di ricreazione, quando essi si abbandonano liberamente al giuoco, in quelle ore così piene di gioia e di vivacità, l’aggirarsi attorno a quei gruppetti di ragazzi che corrono, volteggiano, si divertono, con un chiacchierio, con un ridere che ti assorda, era per lui uno dei principali doveri dell’educatore; proprio perché è proprio allora che si può capire più facilmente il temperamento del ragazzo. Quindi P. Antonio non mancava mai alle ricreazioni, anche se dovesse lasciare perfino il pranzo; ed era deciso sul fatto che anche i confratelli facessero altrettanto. Appena suonava la campanella dell’ora della ricreazione nell’orto, egli era sempre pronto ad accogliere i suoi cari ragazzi, dividevoli in équipe, disponeva degli incaricati che li sorvegliassero: quindi passeggiava, osservava, studiava […] Era molto anziano, ci vedeva poco, a un certo punto era così sofferente per la malattia, che aveva bisogno di qualcuno che lo sostenesse, ma all’orto non voleva mancare.

P. Antonio accompagnava costantemente e fedelmente i bambini e giovani. I due fratelli erano zelanti nell’osservare i loro figli spirituali. Di fatto, «se la “sopravveglianza” nasce dal desiderio di prendersi cura dell’altro, è evidente che dev’essere amorosa. Questo aggettivo “amorosa” è bellissimo, perché introduce il concetto di amore». La loro presenza in mezzo ai giovani è un impegno straordinario. Lo fanno per amore, nell’amore e con l’amore del prossimo e di Dio.

4. La fraternità nei documenti importanti dell’Istituto

Gesù dice nel Vangelo «amatevi gli uni gli altri» (Gv 13,34). Su questa parola del Signore Gesù, Maestro e Pastore, le Costituzioni e Norme e la Ratio Institutionis della Congregazione delle Scuole di Carità hanno modellato la proposta di un autentico cammino di santità. Infatti, sin dall’inizio dell’opera educativa e formativa Cavanis, i due fratelli e i loro successori congregati non perdono la vista l’esigenza del Vangelo di vivere come fratelli che si amano gli uni gli altri. È la prima testimonianza di vera fraternità quella che viene vissuta nella casa di formazione (o scuola). È la carità fraterna che distingue tutti i membri dell’Istituto. Per rendere praticabile l’esigenza del Signore all’amore vicendevole, le Costituzioni e Norme, la Ratio Institutionis e gli Atti dei Capitoli Generali hanno ratificato le indicazioni come strumenti per l’istruzione alla formazione alla carità fraterna di tutti i seminaristi e Religiosi della Congregazione.

4.1. La fraternità nelle Costituzioni e Norme

La Costituzioni e norme della Congregazione delle Scuole di Carità del 2007 dicono: «I congregati conducono vita comune, uniti dalla carità fraterna e dalla “uniforme vocazione”; seguono Cristo con la pratica dei consigli evangelici, professati con voti pubblici di castità, povertà e obbedienza». L’idea di vita comune e di carità fraterna è profondamente evangelica ed ecclesiale, nelle sue radici. Infatti, gli Atti degli Apostoli così testimoniano: «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere» (At 2,42). Ancora, «la vita di comunità ha come meta la fraternità, l’amore e il servizio vicendevole, secondo l’esempio di Gesù […] Per questo, evitino tutto ciò che può offendere gli altri o diminuire la disponibilità alla santificazione e all’apostolato: in particolare le mormorazioni, i giudizi negativi, i preconcetti, le espressioni mortificanti, l’ostinazione e le divisioni». Con l’odierna presenza della multiculturalità anche nella nostra Congregazione, sotto la guida dei formatori/accompagnatori, direttori, rettori e superiori, i religiosi si impegnano a rispettare le diversità e i valori culturali di tutti i membri e candidati alla formazione, siano essi provenienti dall’America Latina, dall’Europa, dall’Africa o dall’Asia. Cercano di essere sensibili nel non imporre certe consuetudini o culture per il rispetto di tutti i confratelli. Cosciente della verità del Vangelo in ogni cultura, ognuno evita di disprezzare e giudicare gli altri che sono non della stessa cultura e nazione.

Oggi, più di prima, i vari mezzi di comunicazione (social-media) sono diffusi in tutto il mondo. Tuttavia, non mancano mai gli effetti negativi come amicizia virtuale, dipendenza, cyber-bullying, fake news, perfino pornografia. Perciò, ci vuole la prudenza perché siano utilizzati «con coscienza critica e maturità, sempre con finalità di evangelizzazione, di apostolato, di sviluppo e divulgazione del carisma, di animazione vocazionale o di crescita spirituale e mai come fuga o isolamento (cf. can. 666)». Ancora, i mezzi di comunicazioni servono soprattutto per l’apostolato, l’impegno, la formazione, la cultura e, naturalmente, per la sana comunicazione.  Nella congregazione dei Cavanis, essi incrementano la comunicazione tra persone religiose e consacrate. Sono particolarmente preziosi per la comunicazione con i confratelli vicini e lontani: per dar loro delle notizie, mantenere il contatto, dare delle congratulazioni, degli auguri, per sostenere i confratelli che si trovano nella diaspora. Il cellulare, in particolare, è fatto per il lavoro e la necessaria comunicazione.

La fraternità tra i congregati si mostra non solo nel momento gioioso e del successo nell’apostolato, ma anche nei momenti di buio e sofferenza, come nella malattia e nella morte. Perciò, è importante che «i confratelli accompagnino gli infermi durante il corso della malattia con la preghiera; partecipino comunitariamente all’amministrazione dell’Unzione degli infermi e dell’Eucarestia-Viatico; si radunino nella chiesa e aiutino con fervorosa orazione il confratello giunto all’estrema agonia». Le costituzioni prescrivono che in morte di un confratello, in ogni comunità si celebri da ogni confratello sacerdote una Santa Messa di suffragio. Ecco perché la carità, per la quale i congregati si amano in Cristo mentre sono in vita, non deve diminuire verso quelli che muoiono in Lui. La sollecitudine nel suffragarli e nel mantenere vivo il loro ricordo è prova della fraternità che unisce i membri. Inoltre, c’è l’abitudine di pregare brevemente per ogni confratello defunto nel giorno dell’anniversario della morte, al termine delle preces della mattina, con il seguente responsorio: «V) Ti preghiamo, Signore, per il nostro (nostri) confratello(-i) N.N.»; R) «Accoglilo(-i) nell’assemblea gioiosa dei tuoi Santi». Nel Necrologio, come nell’elenco dei defunti della congregazione, si trovano quelli che si potrebbero definire gli «antenati secondo lo spirito e secondo la vocazione».

Infine, «i congregati accolgono come un dono l’invito del Signore al celibato per il Regno dei Cieli. Resi partecipi della vita verginale che Cristo scelse per sé e che la Madre sua abbracciò e sostenuti dalla carità fraterna, testimoniano con cuore indiviso il proprio amore a Dio e annunciano lietamente la Risurrezione». Il celibato sarà sostenuto dalla carità fraterna, avrà come effetto la testimonianza del loro amore a Dio, mediante un “cuore indiviso”. La Costituzione termina con un elemento escatologico, molto importante: «annunciano lietamente la Risurrezione». La comunità dei religiosi, casti e celibi, è un anticipo in terra della comunità dei beati nel cielo. Si ricordi la risposta di Gesù ai Sadducei, sulla risurrezione, in Mt 22,30: «Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo.» (v. 30) Siamo delle comunità in terra ma già, in certo senso, risorte e viventi “come gli angeli in cielo”. Non è facile, ma si può riuscire perché «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1, 37).

4.2. La fraternità nella Ratio Institutionis Cavanis (R.I.C.)

La ratio institutionis Cavanis o la «ratio formationis» indica un piano di formazione di un Istituto o di una Chiesa. Papa Giovanni Paolo II esigeva da tutti gli Istituti di vita consacrata e dalle Società di vita apostolica di istituirlo e afferma che la ratio instituionis è:

un progetto formativo ispirato al carisma istituzionale, nel quale sia presentato in forma chiara e dinamica il cammino da seguire per assimilare appieno la spiritualità del proprio Istituto. La ratio risponde oggi a una vera urgenza: da un lato essa indica il modo di trasmettere lo spirito dell’Istituto, perché sia vissuto nella sua genuinità dalle nuove generazioni, nella diversità delle culture e delle situazioni geografiche; dall’altro, illustra alle persone consacrate i mezzi per vivere il medesimo spirito nelle varie fasi dell’esistenza progredendo verso la piena maturità della fede in Cristo Gesù.

Allora, «per «ratio» si intende un piano finalizzato alla realizzazione di uno scopo… di un piano che determina l’ideale di uomo da realizzare secondo il carisma dell’istituto, gli obiettivi da raggiungere nelle varie tappe di formazione, i criteri, gli atteggiamenti, i mezzi e i contenuti necessari per raggiungere gli obiettivi». Ancora, «la ratio per l’istituto è una necessità perché permette di capire il carisma del fondatore, lo spirito o la spiritualità dell’Istituto, e il fine da realizzare nella formazione dei suoi membri». Così, la ratio suggerisca idee per programmare o pianificare le azioni concrete e pedagogiche in ogni comunità o casa di formazione alla vita religiosa o presbiterale.

Le Costituzioni e Norme dell’Istituto Cavanis al n. 66 affermano: «il fine di ogni formazione religiosa è la carità, vissuta in un particolare stile di vita». Per l’Istituto Cavanis, la Ratio institutionis è stata elaborata per conseguire la formazione integrale sia del formando nella formazione iniziale che del religioso nella formazione permanente perché impara a vivere ogni giorno e per tutta la vita la carità verso Dio e verso il prossimo. La carità fraterna è la caratteristica identitaria di tutti i membri della Congregazione. La Ratio indica gli orientamenti per la formazione di ogni religioso e presbitero Cavanis, per tutte le tappe della formazione. È una indicazione per i formatori/accompagnatori a formare i candidati, affinché siano fedeli ai consigli evangelici, al proprio carisma e alla spiritualità della Congregazione nella carità. Per questo, «ottenuta l’approvazione delle nuove Costituzioni e Norme da parte della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica (CIVCSVA) in data 20.05.2008 ed entrate in vigore ufficialmente il 16.07.2008, è iniziato un nuovo lavoro di riflessione, all’interno della Congregazione, sul tema della formazione alla vita religiosa».

Lungo il cammino della formazione del candidato, per tutte le tappe, cioè dal propedeutico, aspirantato, postulato, noviziato, professione temporanea, professione perpetua e fino all’ordinazione diaconale e presbiterale, il candidato o ogni membro impara: Prima, l’accoglienza di un confratello. Imitando l’amore che i due fondatori testimoniavano verso i giovani candidati e chierici nella comunità, «i giovani vengano accolti come figli e fratelli e si sentano in famiglia». Così ogni casa di formazione alla vita religiosa e presbiterale dell’Istituto Cavanis, in modo particolare i seminari internazionali, accolgono amorevolmente i confratelli che provengano da vari paesi dell’Europa, dell’America del sud, dell’Africa e dell’Asia. Seconda, la correzione fraterna. Seguendo gli esempi dei fondatori P. Antonio e P. Marco Cavanis, ogni candidato o religioso esercita con grande cautela e delicatezza la correzione altrui. Cioè, studia, cerca di capire i difetti degli altri con carità e verità senza diffamare il nome di un confratello. È un segno di vera fratellanza con il prossimo. Ancora, l’unico motivo della correzione fraterna è l’amore del confratello e di Dio. Terzo, dialogo regolare. Animato dalla carità verso i giovani candidati e i confratelli, il formatore programma i momenti di dialogo per verificare il cammino vocazionale, per conoscere i problemi e le sfide perché ognuno sia accompagnato nella formazione e vocazione religiosa e presbiterale nella Congregazione. Sull’esempio di Gesù in cammino verso Emmaus, il formatore accompagna e svela il mistero dell’amore di Dio e la sua volontà ad ogni confratello e a tutta la comunità. Quarto e l’ultimo, la comunione spirituale e materiale. I due fratelli fondatori P. Antonio e P. Marco Cavanis, erano esemplari nella comunione. Le loro diversità di carattere non erano ostacolo per la loro vera comunione perché erano animati dalla fede, dalla speranza e dall’amore di Dio e del prossimo. Erano convinti che ognuno ha il suo dono da condividere per l’opera di Dio mediante il loro carisma e la spiritualità. Infatti, precisa la Ratio, «i segni della fraternità nascono dalla fede che fa scoprire il vincolo che unisce i credenti in Cristo, come figli dello stesso Padre». Se sono figli, allora sono tutti fratelli e quindi tutti devono essere accuditi secondo le loro necessità. La fede unisce sempre, mentre le cose, se non sono condivise dall’uso comune, dividono.

In fine, ispirato dalla Sacra Scrittura, il «modello della comunità dello Studentato è lo stile di vita dei primi discepoli, “assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2,42)». Condividere il «pane», è necessario e indispensabile per la comunione fraterna; tutti condividono questo pane che si manifesta mediante la fede, la forza, l’idea, il talento, la conoscenza, la ricchezza e con la propria vita.

4.3. La fraternità negli Atti dei Capitoli Generali

Il Codice del Diretto Canonico afferma che «il capitolo generale, che ha nell’istituto la suprema autorità a norma delle costituzioni, deve essere composto in modo da rappresentare l’intero istituto, per risultare vero segno della sua unità nella carità. Al capitolo compete soprattutto: tutelare il patrimonio dell’istituto […] trattare gli affari di maggiore importanza e inoltre emanare norme, che tutti sono tenuti ad osservare». Si convoca in modo «ordinario o straordinario». Di ogni Capitolo viene raccolta e archiviata una serie di documenti, che sono stati usati e presi in considerazione durante la celebrazione: «Gli Atti presentano la stesura dei problemi discussi» e le proposte per gli anni successivi, prima di un nuovo Capitolo Generale.

Il tema dagli Atti che interessa questo lavoro è quello sulla “vita fraterna in comunità”. Per la Congregazione delle Scuole di Carità, «la prima testimonianza che abbiamo di vita fraterna è quella dei nostri Fondatori che vissero in piena comunione di vita, pur con due temperamenti e due caratteri diversi, ma che condivisero un solo progetto con un solo cuore, fondati nell’amore Trinitario». Nello stesso modo, il XXXII Capitolo Generale della Congregazione del 2001 afferma che «la vita fraterna in comunità è un dono del Signore, ma suppone un lungo esercizio, e un allenamento costante, per arrivare a formare una coscienza e una presenza reale e non virtuale nella vita dei fratelli per raggiungere quella carità “tenera, fervida, potentissima” di cui parlano i nostri Fondatori». Con la presenza delle nuove tecnologie comunicative e dei social media, i membri possono essere ostacolati nell’avere una relazione reale. Quindi, ci vuole un’attenzione particolare da parte di tutti i membri, sotto la guida e i buoni esempi dei superiori, di tutelare questo aspetto. Ancora, il testo degli Atti del capitolo afferma che la vita fraterna in comunità è una attività morale e religiosa di tutti e di ciascuno, che impegna ogni giorno, che richiede uno sforzo personale e comunitario, vissuto a partire da uno spirito personale e comunitario di preghiera. La vita fraterna in comunità ha la sua ragione d’essere non per sé, ma in vista dell’attività pastorale, della missione; è il luogo e il tempo del perdono, della festa e gioia nel senso cristiano, nello spirito dell’accoglienza e dell’aiuto fraterno. Essa esige che si rompano i preconcetti e i pregiudizi, nella libertà e nell’umiltà dell’ascolto reciproco; soprattutto, di ciò che si chiama revisione di vita; attività del resto prevista (e purtroppo poco praticata) dalle Costituzioni dell’Istituto.

Nella realtà attuale, la maggioranza delle comunità di vita religiosa (se non sono tutte) si presenta ormai come una comunità internazionale, multiculturale e multietnica. Infatti, vi convivono persone di varie culture, usanze, consuetudini e lingue. Perfino lo stile diverso di fare da cucina e preparare i pasti entra in questo campo. All’interno della Congregazione, l’internazionalità è una via di non ritorno. La vita fraterna oggi esige una apertura e accoglienza dei confratelli di   cultura e accoglienza amorosa della loro stessa cultura. I confratelli e i laici Cavanis non li scelgano, ma ci sono dati come fratelli per realizzare l’unico progetto: il Carisma e la santificazione di ognuno. Tutti i membri si impegnano ad abbracciare, accogliere e apprezzare le differenze che possono essere utili per l’arricchimento e la formazione reciproche. Infatti, «la comunione oggi si deve costruire sulle differenze, nella pluralità e nella dispersione, ma sempre radicati nella forte esperienza di Dio Trinità e Amore, per essere famiglia e scuola di comunione. È necessario creare vincoli sinceri e di stima e non “scambi commerciali di favore”, rapporti di amicizia e gratuità e non idee e opinioni tutte eguali». È nella diversità che l’altro trova la propria identità e può testimoniare la carità. Per mantenere il buon rapporto tra i confratelli, ci sono delle cose da evitare: «le critiche e maldicenze ed essere zelanti per il buon nome dei confratelli, aiutarli nei momenti difficili, sostenere il Superiore con la preghiera, la passione e la sincera collaborazione». Una proposta che riguarda le attenzioni ai nazionalismi, pregiudizi e critiche:

Il Capitolo, in ascolto dello Spirito, presenti proposte concrete affinché si ravvivi la prima missione delle nostre comunità: comunione sincera e leale tra i religiosi per superare i nazionalismi troppo accentuati nei comportamenti di generalizzazioni nel linguaggio (tutti gli italiani, tutti i brasiliani, tutti i congolesi, ecc. sono così). Se dovessero continuare a prevalere i nazionalismi che creano rivalità e non identità e unità, allora vuol dire che abbiamo bisogno di una nuova evangelizzazione, perché: “non c’è Giudeo, né Greco […] perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”» (Gal 3, 28).

La proposta formativa su questo aspetto è quella di «valorizzare l’accoglienza, il rispetto, la stima degli altri, con lo sforzo personale, in un mondo dove stanno prevalendo la segregazione, la paura dell’altro, l’odio razziale, la costruzione di muri». Papa Francesco dice: l’«amore che rompe le catene che ci isolano e ci separano, gettando ponti; amore che ci permette di costruire una grande famiglia in cui tutti possiamo sentirci a casa. Amore che sa di compassione e di dignità». Ancora, san Giovanni scrive: «Carissimo, tu ti comporti fedelmente in tutto ciò che fai in favore dei fratelli, benché forestieri» (3Gv 1,5).

La fedeltà alla vita consacrata e la fraternità valgono più del successo del ministero o della pastorale di un singolo religioso. Per questo, è fondamentale vivere insieme con i confratelli in un rapporto autentico e nello spirito di collaborazione nella comunità. Papa Francesco scrive: «Importante è non camminare da soli, contare sempre sui fratelli». Allora, sono da evitare forme di individualismo, di egoismo, di protagonismo, di autoreferenzialità. Per questo, l’ultimo Capitolo Generale (2019) invita tutti i membri calorosamente affinché «le nostre comunità siano formate da due o più persone che vivono insieme la casa, la preghiera, il dialogo sincero e leale, il rispetto, il lavoro in comune e l’aiuto reciproco». Infatti nel Vangelo, Gesù inviò i suoi discepoli a due a due avanti a sé (cf. Lc 10,1), per testimoniare il Suo nome non da soli ma collaborando con reciproco appoggio a favore della predicazione e la testimonianza del Regno di Dio.

5. Le sfide alla fraternità nel Seminario Cavanis di Roma

Sin dall’inizio dell’esperienza del Seminario Internazionale Cavanis di Roma negli Anni ‘90, questa istituzione accoglie seminaristi e religiosi della Congregazione delle Scuole di Carità, provenienti da Italia, Brasile, Congo, Ecuador, Bolivia, Colombia, e Filippine. Studiano Filosofia e Teologia nelle Università Pontificie e negli altri Atenei di Roma. Negli Atti del XXXIV Capitolo Generale Ordinario della Congregazione, del 2013, è stata messa in evidenza l’importanza del seminario internazionale perché esso «è una opportunità offerta dalla Congregazione perché il formando si integri nelle tradizioni e nella storia della Congregazione, apprenda a vivere con culture differenti e a prepararsi per la missione».

La presenza dei Seminaristi provenienti da varie nazioni e culture, perfino degli stessi Formatori, porta ricchezze e risorse tali al fine di poter sperimentare e vivere veramente da fratelli. Tuttavia, con i limiti di ciascuno; infatti sono presenti anche aspetti che minacciano la vita fraterna nella comunità, quali, ad esempio, il nazionalismo, il protagonismo, e l’individualismo. Sono sfide e a volte anche problemi, perché attentano alla vita fraterna nella comunità.

5.1. Nazionalismo

Un compositore inglese e cantante del gruppo musicale Beatles, John Lennon, ha scritto e cantato un brano intitolato «Immagine». In una strofa dice:

 

Imagine there’s no countries

It isn’t hard to do

Nothing to kill or die for

And no religion too

Imagine all the people,

Living life in peace.

Le prime due righe esprimono il desiderio che non ci siano più le Nazioni, cioè popoli che appartengano a diverse nazionalità, che non ci siano più conflitti, perché l’esistenza stessa delle Nazioni ha limitato il rapporto armonioso tra gli esseri umani in tutto il mondo. L’esistenza di interessi tra Paesi che sempre si oppongono l’un l’altro. Lennon pensava che il mondo ideale è un mondo senza nazionalità, senza limiti di frontiera, dove tutte le persone lavorano insieme, come un grande gruppo o popolo.

Di questo mondo globalizzato dove gli uomini di ogni Paese si incontrano, la Chiesa, che è universale, è consapevole delle difficoltà e delle sfide che porta in sé il nazionalismo. Per questo, essa mette in guardia da «qualsiasi forma di particolarismo o di esclusivismo etnico o di pregiudizio razziale, come da ogni alterigia nazionalistica». Papa Francesco è consapevole della presenza di «varie forme di nazionalismo chiuso e violento, atteggiamenti xenofobi, disprezzo e persino maltrattamenti verso coloro che sono diversi». Nello stesso tempo, la Congregazione delle Scuole di Carità, che è un Istituto internazionale, sente il peso e la fatica del nazionalismo, sia nelle comunità, nelle scuole, nelle parrocchie e anche nel seminario internazionale di Roma. Infatti, gli Atti dell’ultimo Capitolo Generale 2019 hanno raccomandato a tutti i Religiosi che i rapporti siano sinceri e leali tra tutti i confratelli per superare i nazionalismi, perché questi creano rivalità, sfiducia, pregiudizi, isole, piccoli gruppi chiusi e non unità nell’unica identità.

Giovanni Paolo II ha ribadito che i religiosi, «in quest’epoca caratterizzata dalla mondializzazione dei problemi e insieme dal ritorno degli idoli del nazionalismo, hanno il compito di tener vivo e di testimoniare il senso della comunione tra i popoli, le razze, le culture». Da evitare allora tra i religiosi qualsiasi tendenza esclusivista, di fraternità e amicizie chiuse.

5.2. Protagonismo

Nel mondo contemporaneo, è diffuso «il bisogno di protagonismo». La Congregazione per il Clero, nel suo documento Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis del 2016, ha sottolineato l’importanza della liberazione di ogni pastore dalla tentazione «del protagonismo, dell’eccessiva sicurezza di sé e di quella freddezza, che lo renderebbe ‘un ragioniere dello spirito’ invece che ‘un buon samaritano’». Il protagonismo influisce molto, soprattutto su coloro che sono posti in autorità, che possono cadere nella «tentazione dell’autosufficienza personale, dal credere cioè che tutto dipenda da lui o da lei». Per questo, ci vuole una formazione «all’interiorità e alla comunione», perché il futuro presbitero e il futuro religioso impari ad ascoltare, dialogare e a previlegiare il discernimento comunitario.

5.3. Individualismo

Papa Francesco grida e denuncia quello che sta succedendo nel mondo, perché «è lacerato dalle guerre e dalla violenza, o ferito da un diffuso individualismo che divide gli esseri umani e li pone l’uno contro l’altro ad inseguire il proprio benessere». Nell’Esortazione apostolica Christus vivit (2019), dedicata ai giovani, egli li ha incoraggiati ad essere «capaci di resistere alle patologie dell’individualismo consumista e superficiale». L’individualismo afferma che l’individuo abbia il valore superiore  rispetto alla comunità.

Con la diffusione delle tecnologie della comunicazione, i giovani devono essere messi in guardia contro ogni pretesa di saper fare e vivere da soli e al chiuso. Nella comunità religiosa, bisogna essere attenti alla trappola dell’individualismo con i suoi sintomi, che sono: «La chiusura e la difesa nel proprio ambito di lavoro; il calo del senso di appartenenza; l’atteggiamento di fuga nel ruolo e nelle specializzazioni; la ricerca di riferimenti affettivi fuori della propria comunità e dell’istituto».

Conferma ancora Papa Francesco: «L’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita che indebolisce lo sviluppo e la stabilità dei legami tra le persone, e che snatura i vincoli familiari». Per questo, la Ratio Institutionis Cavanis raccomanda che nei Seminari sia importante che i formatori possano accompagnare ed «educare i formandi alla libertà e al dominio di sé, a superare le diverse forme di individualismo e alla sincera dedizione di donarsi agli altri».

Conclusione

Al primo punto di questo capitolo, per capire meglio il contesto dell’epoca in cui vissero i due fratelli, si è voluto   trattare   della   situazione politica, economica, ecclesiale e dell’ideologia dominante nella società nel Settecento e Ottocento, a Venezia e in Europa: due secoli nei quali P. Antonio e P. Marco Cavanis hanno vissuto e testimoniato il loro grande amore vicendevole e del loro prossimo, in modo particolare verso la gioventù. Sono state evidenziate le grandi sfide della società   in   quei   due   secoli.  Per   quanto   riguarda   l’economia, nonostante   queste epoche siano considerate come il periodo della rivoluzione industriale, la società in generale soffre economicamente, perché il controllo dello stipendio e del commercio sono nelle mani dei ricchi e dei capitalisti. Circa gli avvenimenti politici di quell’epoca, esisteva uno stato di generale agitazione per le invasioni sia delle truppe francesi sotto il comando di Napoleone in varie città in Europa, e, tra queste, la città di Venezia; sia   da   parte   dell’impero   Austriaco, in   un’alternanza   sempre   minacciosa.   La   città   di Venezia, ben strutturata come repubblica, è andata a pezzi sotto lo strapotere degli invasori. La Chiesa ha perso l’autorità nelle attività ecclesiastiche che fino ad allora erano svolte in modo libero e indipendente. Ha sperimentato la soppressione degli istituti religiosi, la profanazione e la chiusura delle chiese e di altri luoghi di culto, e di tante istituzioni religiose. Nell’ultimo paragrafo di questo primo punto, è stato esposto il fenomeno o la pratica del liberalismo, una ideologia che ha turbato molto la società e ha messo in discussione l’autorità e la credibilità della stessa religione cattolica, gettando nel discredito i suoi valori e i suoi insegnamenti. Tuttavia, i fratelli Cavanis non rimasero indifferenti a queste sfide alla società e alla Chiesa.

P. Antonio che era un neo sacerdote diocesano di Venezia e Marco, che in quel momento era ancora laico, hanno capito che la società aveva bisogno di restaurazione in tutti gli aspetti della vita umana e spirituale. Erano convinti che era necessario recuperare i valori umani e morali della fede cristiana. Nonostante le sfide e gli ostacoli, vollero iniziare l’attività educativa gratuita per i bambini e i giovani. L’educazione del cuore e della mente delle persone era il modo migliore per liberare la società dalla miseria e dalla cattiveria.

Nel secondo punto, viene elaborata la biografia dei due fratelli Antonio e Marco Cavanis, i fondatori della Congregazione delle Scuole di Carità. Essi sono fratelli, nati in una nobile e religiosa famiglia cristiana. Sono stati educati ai grandi valori della fede e della dottrina cattolica sin dalla loro giovinezza, avendo come primi maestri i loro genitori, e poi i Padri Domenicani come insegnanti privati. Antonio, il fratello maggiore, si dimise dall’ufficio che svolgeva nel Palazzo Ducale per seguire la sua vocazione sacerdotale e insieme con il fratello minore Marco ha fondato un’opera educativa gratuita per bambini e giovani, poveri e abbandonati, nella Chiesa di Sant’Agnese a Venezia il 2 maggio 1802. Ambedue, nonostante la diversità del loro carattere, sono stati uniti sia nel cuore che nell’anima, da veri fratelli   di   sangue, ma   soprattutto   da   fratelli   in   Cristo.   Infatti, si identificavano come l’aquila della bandiera austriaca, che aveva due teste e un cuore solo. L’unità di intenti dei due fratelli è stata messa a prova nella realizzazione dell’opera, sia per la ricerca di elemosine che per l’approvazione dalla parte della Chiesa e dell’Austria. Circa i viaggi di P. Marco fuori Venezia: sono numerose le lettere che raccontano gli scambi di idee, i pensieri, le notizie, le diverse opinioni, elementi che contribuiscono a rafforzare l’unità del loro cuore e dell’anima. Hanno affrontato con tanta carità e fede nella divina Provvidenza. Le diversità di visioni e i desideri, per cui, nonostante le differenze, rimasero uniti e fedeli nell’amore l’uno per l’altro nel Signore. Le loro virtù cristiane sono evidenti: la loro incrollabile fede in Dio, unico Bene, la loro speranza in Dio, l’amore, come unico motivo del loro sacrificio per servire il prossimo.  Ancora, a questo   riguardo, sono   stati   messi in evidenza i loro scritti e le loro raccomandazioni per la formazione alla fraternità. La comunità vive in un ambiente di famiglia perché i suoi membri si stimano reciprocamente, con buonumore, in armonia con tutti e condividendo con pazienza il peso nei momenti difficili.

Nel terzo punto, è stata presentata brevemente la loro attività educativa, totalmente gratuita, nella scuola, nell’orto e nell’oratorio. Oltre la biblioteca e il teatro, sono i luoghi designati per poter educare la mente e il cuore dei numerosi alunni, poveri e ricchi insieme. Per loro, l’educazione che offrono non è solo per i giovani poveri ma anche per i ricchi, perché sono egualmente bisognosi di educazione   cristiana integrale. Oltre all’insegnamento nella scuola, la loro costante presenza nell’orto e nell’oratorio diventavano momenti per vegliare i giovani ma anche per osservarli, studiare i loro comportamenti in modo tale che potevano sapere come adeguare l’intervento educativo per ciascuno bambino. Allora, scuola, orto, oratorio, biblioteca, teatro sono necessari per educare il cuore e la mente dei bambini e giovani e liberarli dalla ignoranza. È necessario istruire i bambini e i giovani perché a loro apparteneva il futuro della società e della Chiesa.

Nel quarto punto ha come tema la vita comune/vita fraterna così come riportato nei documenti importanti della Congregazione delle Scuole di Carità.  Nelle Costituzioni e Norme, è messo in evidenza lo spirito della congregazione, cioè la carità. La carità che si manifesta tra confratelli nella comunità e fra tutti i confratelli nella congregazione. Essi la manifestano nella loro professione dei consigli evangelici offrendo la loro volontà e i loro beni, per i giovani e per il Signore.  Tra di loro evitano tutto ciò che può offendere gli altri, in modo particolare le mormorazioni, i giudizi negativi, i preconcetti e le divisioni. L’internazionalità e quindi la diversità non è mai un ostacolo per valorizzare la presenza di ciascuno. Con i mezzi di comunicazione, si tengono in contatto con gli altri confratelli sparsi nel mondo. Nella vecchiaia, nella malattia e nella sofferenza, i confratelli sono i primi responsabili a prendersi cura di loro. Tuttavia, l’affetto ai confratelli non terminerà alla loro morte perché saranno ricordati nelle messe celebrate in loro suffragio e memoria. L’altro documento importante emanato è la Ratio Institutionis Cavanis, cioè, il piano di formazione per tutte le case religiose e di formazione. Essa indica il modo di trasmettere lo spirito dell’Istituto, cioè, la carità. La carità vissuta in un particolare stile di vita che si manifesta nella comunione spirituale e materiale, nella correzione fraterna, nel dialogo, nella revisione di vita, nella accoglienza di tutti, compresi i giovani, come fratelli e figli in una grande famiglia. Inoltre, a causa della diversità di pensiero e di carattere di ognuno, va evitata la diffamazione del nome di un confratello, cerca di capire i difetti degli altri, e accoglie l’altro come un dono di Dio. L’ultimo documento importante che è stato approfondito riguarda gli Atti dei Capitoli Generali. Essi indicano la vita fraterna in comunità come un dono del Signore. È un dono che i fondatori hanno trasmesso a tutti i membri della congregazione fino ad oggi. È un dono però che deve essere accolto con impegno da ciascuno ogni giorno; praticare l’umiltà, Nei rapporti di amicizia praticare la gratuita, cioè evitare scambi commerciali di favore e promuovere la casa di formazione come luogo di perdono. Sono caratteristiche che qualificano la formazione alla carità fraterna nella congregazione.Infine sono state presentate le sfide che la comunità del seminario Cavanis di Roma si trova ad affrontare: nazionalismo, protagonismo e individualismo. Questi sono elementi che indeboliscono il legame fraterno, qualora ognuno rimanesse chiuso in se stesso, con eccessiva fiducia e senso di autosufficienza. Sono come un virus che deteriora e logora la vita fraterna tra confratelli di una comunità internazionale, quando ciascuno pensa, parla e agisce solo per sé.

CAPITOLO SECONDO

LA CARITÀ FRATERNA NELLA SACRA SCRITTURA E NEL MAGISTERO

Introduzione

In questo capitolo, ci si propone di esporre gli insegnamenti della Sacra Scrittura e del Magistero sulla carità fraterna. Sono queste due fonti con le quali Dio rivela la sua immensa bontà, volontà e amore misericordioso. Gli insegnamenti della Sacra Scrittura sono credibili perché sono stati ricevuti da Dio, come scrive San Paolo: «Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» (2Tim 3,16). Sono stati ricevuti dagli Apostoli sotto la guida di Pietro, scelto da Gesù: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19). Perciò, tutti i fedeli sono ardentemente invitati ad aderire alla Parola del Signore; essa conduce all’amore fraterno, alla comunione, alla santità e alla salvezza.

Il primo punto esporrà la carità fraterna nella Sacra Scrittura. È diviso in due sottopunti: il primo riguarderà l’Antico Testamento e il secondo il Nuovo. Nell’Antico Testamento, sarà esaminata la storia della vita dei due fratelli Giacobbe ed Esaù, fratelli conflittuali. Si tratta di una fraternità marcata dagli inganni e dall’odio. L’altra storia di fratelli è quella di Giuseppe con i suoi fratelli, una fraternità segnata da gelosia, invidia, divisione e violenza. Nello stesso modo, saranno esposti in questo punto i racconti sulla fraternità tra personaggi biblici che non erano fratelli di sangue ma amici. Sono gli amici Davide e Gionata. Tra loro due è nata un’amicizia profonda, che unisce i due come fratelli di sangue. Un’altra storia di fratellanza è quella tra Rut e Noemi. Sono nuora e suocera, ebrea e non ebrea. Dopo questo racconto dall’Antico Testamento, saranno presentati esempi di vita e istruzioni sulla carità fraterna nel Nuovo Testamento. Saranno mostrati la predicazione di Gesù sulla carità fraterna, la carità fraterna nella prima comunità cristiana negli Atti degli Apostoli, e la carità fraterna nei discorsi di Paolo.

Al secondo punto, saranno presentate le istruzioni del Magistero sulla carità fraterna. Partendo dal documento del Vaticano II sul rinnovamento della vita religiosa, Perfectae caritatis, si parlerà sull’unità dei fratelli che manifesta l’avvento di Cristo. Poi, saranno esposti i documenti e gli orientamenti della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Essi sono: La vita fraterna in comunità (1994), che invita tutti i consacrati ad essere costruttori di comunione; Ripartire da Cristo (2002) che raccomanda ai religiosi di mettere in pratica la “spiritualità della comunione”; Il servizio dell’autorità e l’obbedienza (2008) che sottolinea l’importanza dell’autorità umile e del discernimento comunitario per favorire l’obbedienza; Per vino nuovo otri nuovi (2017) che indica gli insegnamenti della Chiesa sull’autorità che forma al dialogo interculturale. L’ultimo punto sarà dal magistero di Papa Francesco Fratelli tutti (2020), sull’importanza di una apertura alla fraternità universale.

In chiusura di questo capitolo, saranno elaborati i fondamenti degli insegnamenti sulla carità fraterna, sia nella Sacra Scrittura che negli insegnamenti della Chiesa, come Dio ha voluto e vuole adesso. Saranno elaborati per la loro importanza sulla formazione alla carità fraterna per tutti i candidati alla vita religiosa e presbiterale. Sotto la grazia dello Spirito Santo, essi possono manifestare lo stile del Maestro, diventano credibili missionari del Vangelo, e possono testimoniare il Regno di Dio qui e ora sulla terra.

 

Carità fraterna nella Sacra Scrittura

  1. La Sacra Scrittura, cioè la Parola di Dio, racconta numerose istruzioni e vite esemplari di personaggi che hanno vissuto la carità fraterna, sin dall’Antico Testamento e fino al Nuovo Testamento.  È composta di libri che per i cristiani sono fondamentali da conoscere, da comprendere e mettere in pratica nella vita quotidiana e per tutta la vita. San Pietro afferma nella sua 2a Lettera (2,19-21): «E abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino. Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, poiché non da volontà umana è mai venuta una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono alcuni uomini da parte di Dio». Allora, ogni cristiano deve aderire alla Parola di Dio come lampada e luce per i suoi passi e luce sul suo cammino (cf. Salmo 119,105).

La Bibbia racconta molte storie di fratelli e di fraternità. Sono diversi i personaggi che si amano, si perdonano, si rispettano, si accolgono, si sacrificano gli uni gli altri in modo esemplare. Tuttavia ci sono anche coloro che purtroppo mostrano gelosie, invidie, tradimenti, e perfino arrivando all’omicidio tra loro, come per esempio i fratelli Caino e Abele (cf. Gen 4,8). Comunque, la fratellanza dei fratelli è sempre un disegno di Dio Padre. Lui desidera che i fratelli si facciano responsabili gli uni degli altri.  Infatti, troviamo molte frasi che riguardano la fraternità nella Bibbia; per esempio, rimandando solo al libro della Genesi, il Signore dice a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?» (Gen 4,9). Egli faceva eco, così, alla prima questione che egli aveva posto ad Adamo: «Dove sei?» (Gen 3, 9). E ancora: «Sono in cerca dei miei fratelli» (Gen 37,16), risponde Giuseppe a uno che gli chiede «Cosa cerchi?». E infine, possiamo citare un salmo: «Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!», esclama il Salmo 133.

Oltre la testimonianza della carità fraterna tra fratelli di sangue, nella Bibbia ci sono anche fulgidi esempi di vita tra amici che si amano gli uni gli altri come veri fratelli di sangue; amore, il loro, che li lega non solo per impulso puramente umano, ma insieme con un sentimento divino: si amano nel Nome di Dio. Per questo, l’autore sacro vuole sottolineare che la fraternità nella Bibbia non si limita solo ai fratelli di sangue, ma abbraccia anche a coloro che sono amici, o meglio, amici nel Signore.

1.1. Il racconto della carità fraterna nel libro della Genesi tra Giacobbe ed Esaù: Da una fraternità contrastante ad una fraternità concordata

Dio nel suo grande amore e con grande libertà, lascia il popolo Israele agire secondo il proprio pensiero ed interesse. Perciò, anche tra i fratelli non mancano mai conflitti nella storia della vita umana. Così, nel libro della Genesi, la vita di Giacobbe è segnata dal conflitto permanente. Non per niente era chiamato fin dalla nascita “il soppiantatore”, come accennato in Gen 25,26, perché, venendo alla luce, teneva in mano il calcagno del fratello gemello Esaù. La storia di Giacobbe, che sarà poi chiamato Israele dal Signore può essere suddivisa in tre momenti: la disputa per la primogenitura e l’inimicizia con Esaù, il fratello maggiore (Gen 25,19-27,46); Giacobbe rifugiato presso lo zio Labano, con il quale, di passaggio, intrattiene pure un legame conflittuale (28-31); e la riconciliazione tra i due fratelli (33,1-11). La riconciliazione fu tuttavia realizzata in un clima di sospetto e di timore reciproci; e si risolse poi in un distacco di fatto (Gen 33,12-17). È una lunga serie di rapporti conflittuali prima della pacificazione, e, in fondo, anche dopo. I due fratelli «Giacobbe ed Esaù sono fratelli da sempre: non solo sono entrambi figli di Isacco e di Rebecca, ma, in quanto gemelli, si ritrovano a condividere la vita dal momento della gestazione. Potrebbe essere il presupposto di un legame solido e strettissimo, ma così non pare fin dall’inizio».

Sono fratelli, ma sono diversi la loro indole, i loro interessi, il loro carattere. Infatti, la Bibbia spiega che «Esaù divenne abile nella caccia, un uomo della steppa, mentre Giacobbe era un uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende (Gen 25,27)». Come conseguenza, tra i genitori dei due gemelli si crea anche una questione di preferenze, dovute al genere, che diventano poi negative nelle conseguenze: Esaù diviene il prediletto di Isacco, proprio perché questi poteva gustare la cacciagione che il figlio gli portava; ma anche perché, da uomo maschio, gli piaceva un figlio robusto e “sportivo”. Giacobbe invece, l’uomo quieto e astuto, è il preferito della mamma Rebecca. Tutto ciò crea i presupposti dei due episodi dell’inganno. Si tratta qui di due differenti e separati stili di vita generati sono anche dal comportamento e rapporto genitoriale.

È superfluo osservare che i rapporti tra Esaù e Giacobbe non rappresentano certo un esempio ideale della virtù della fraternità. La loro è una relazione difficile, progressivamente deteriorata da inganni e dalla ricerca di vantaggi personali; e Giacobbe, da parte sua, approfitta della negligenza e anche della grossolana incuria di suo fratello. In questa situazione di competizione permanente, Giacobbe è presentato come un campione di astuzia (considerata del resto una virtù, in ambiente semitico e medio-orientale), capace di approfittare con sveltezza e lucidità l’opportunità che il fratello, ignorantemente, gli presenta; e facilita il fratello nelle sue richieste. Esaù viene connotato come un uomo poco educato a capire l’importanza dei costumi del suo clan, incapace di capire il valore della posta in gioco: la spossatezza del momento, dopo una giornata di caccia nell’ambiente semi-arido della terra di Cana’an lo induce a preferire l’appagamento immediato della fame, tramite una bella minestra di lenticchie rosse, al vantaggio che gli avrebbe dato la dichiarazione formale della sua condizione di primogenito.

Così Esaù, pur essendo di fatto e di diritto, in teoria, il primogenito, perde il suo privilegio di primogenitura. Questo evento non era il primo e non sarebbe stato l’unico, perché Giacobbe, con l’aiuto di sua madre (preveggente ma ingiusta), ha potuto ingannare un’altra volta ancora il padre per aver ricevuto la benedizione (cf. Gen 27,1-29). Per questo, scoppiò l’ira di Esaù e, da parte di Giacobbe, la paura. Infatti, scoprendo di essere stato “soppiantato”, è proprio il caso di dirlo, e di aver perso la benedizione paterna (non la solita benedizione che i genitori danno ai figli, augurando loro che Dio li benedica; ma la benedizione formale, realizzata con rito proprio al clan o tribù, che dava diritti concreti), segue la disperazione e il pianto. Anzi “alte amarissime grida” (Gen 27,34. Ma il male era fatto, e come gli dice il padre Isacco, la situazione è irrimediabile. E, naturalmente, segue da parte di Esaù un’avversione radicale verso il fratello approfittatore e fedifrago. Giacobbe con il suo inganno ha alterato i termini della fraternità; in cambio, Esaù assume un atteggiamento di persecuzione e si ripromette di ammazzarlo alla prima occasione che si presenterà (v.41): la fraternità tra i due appare definitivamente deteriorata.

Nonostante questo scontro, dopo lungo tempo e con la grazia dell’umiltà e della misericordia, la riconciliazione tra i due fratelli, in qualche modo, è avvenuta. Di fatto, la Scrittura racconta che alla fine «Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero» (Gen. 33,4).

1.2. Il racconto della carità fraterna di Giuseppe e i suoi fratelli nel libro della Genesi: dalla   fraternità divisa alla fraternità riconciliata

Nel primo libro della Bibbia, alla storia di Caino, che uccide il fratello, attirato proditoriamente nella steppa, corrisponde, sempre nella Genesi, la storia di Giuseppe: da una fraternità distrutta dall’incapacità di dialogare, ma anche da una certa supponenza del più giovane, Giuseppe appunto, si passa, a una fraternità tradita dai fratelli maggiori, ma poi riconciliata, sia dalla conversione dei fratelli, sia dalla straordinaria bontà di Giuseppe. Questi, essendo prediletto di suo padre Giacobbe, aveva creato un clima di gelosia e perfino di invidia tra i suoi fratelli. Un giorno, mentre li cercava, per ordine di suo padre, (cf. Gen 37,16) ed egli aveva raggiunto il luogo dove stavano pascolando il gregge, lo presero e lo gettarono in un pozzo arido. Grazie all’intervento del fratello maggiore Giuda, che ha mediato perché non lo lasciassero morire nella cisterna, lo vendettero invece a mercanti madianiti che andavano in direzione dell’Egitto (cf. Gen 37).

Giuseppe, per la prima volta della sua vita, ha sperimentato il grande dolore di essere tradito dai suoi cari fratelli, e il rischio di morte, di isolamento e di abbandono. Il luogo in cui viene portato e venduto, fuori e lontano dalla sua casa, è un posto di grande afflizione. Tuttavia, il suo destino non è un fallimento. Grazie alla sua grande fede, alle sue capacità e alle doti straordinarie, è salito al posto più alto del governo in Egitto, sotto il dominio del Faraone. È nominato viceré dell’Egitto e amministratore dei suoi beni. Grazie ai suoi sogni in qualche modo profetici, il faraone lo incarica di provvedere il necessario per il tempo di carestia. Per ben sette anni di abbondanza gira per tutto l’Egitto comprando e sequestrando cereali, dopodiché venne la carestia su tutta la terra. Da tutti i paesi vengono in Egitto per acquistare grano da Giuseppe (cf. Gen 39-41), compresi i suoi fratelli (cf. Gen. 42). Da quel momento, la carità di Giuseppe per i suoi fratelli è messa alla grande prova: sarà Giuseppe, il protagonista principale, a mostrare la vera fraternità perdonando i fratelli. È una storia di suspense prima della sua autopresentazione davanti ai suoi fratelli. Tutto parte dalla sua libera volontà di decidere di riconciliarsi con i suoi fratelli, dopo una serie di prove nei loro confronti. Infatti, dato che la storia di Giuseppe e i suoi fratelli, dal punto di vista letterario, appartiene più al genere “novella” (forse con qualche radice storica) che a quello di storia, l’intreccio viene complicato con alcuni inghippi: Giuseppe, prima di perdonare, vuole essere sicuri che il cuore dei fratelli è cambiato; che non gli interessa solo l’acquisto del grano, ma che si vogliono bene tra loro e amano il padre e il fratello minore, Beniamino. Si serve, a questo scopo, di interrogatori, di apparenti calunnie e menzogne, per far pesare ai fratelli la situazione. Riesce così a farli giungere, nel loro cuore, a una confessione: stiamo ricevendo quello che noi abbiamo fatto a nostro fratello. Una nemesi storica. Il loro cuore si apre al rimorso, al pentimento, al desiderio di riparare. Qualcuno (Giuda, naturalmente) si offre addirittura di sacrificarsi per il bene del fratello più piccolo, sostituendosi a lui nella schiavitù. La fraternità, nella carestia, nella paura, nella sofferenza, si evolve e il cuore dei fratelli maggiori si intenerisce, meritando così il perdono (Gn 44,18; Gn 44,32-34).

L’incontro di Giuseppe con i suoi fratelli era una occasione per lui di riconciliarsi. È una risposta al desiderio del suo cuore perché «tutta la storia di Giuseppe è la ricerca del mezzo per instaurare unanuova idea di fraternità». Una fraternità che si costruisce tramite il perdono e amore. Un amore che Gesù, nel Vangelo, insegna: cioè di amare e pregare per nemici i persecutori» (cf. Mt. 5,44). Infatti, lui è stato spogliato dai suoi, ed è egli stesso a regalare loro degli abiti (Gen. 37,23). Non ha mai accumulato rancore contro i suoi fratelli. Anzi, grazie alla sua grande fede nel Signore, perché lo interpreta come la volontà di Dio, diventa un salvatore del suo popolo dalla carestia. Egli dice: «Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso» (Gen 50,20). Aveva capito che Dio è colui che è capace di trasformare in salvezza e benedizione la malvagità e il fallimento dell’uomo. Era convinto che tutto era successo non per caso, ma voluto da un Dio provvidente, il Dio di Israele. È una storia di vera fede, carità e speranza. È una storia di fraternità.

1.3. Il racconto della carità fraterna tra degli amici nel libro di 1Samuele: Davide e Gionata

C’è un detto biblico, in latino, che dice: «Qui autem invenit illum invenit thesaurum» (chi lo trova [un amico] trova un tesoro, Sir 6,14). Il libro dei Proverbi scrive: «Meglio un amico vicino che un fratello lontano» (Prov 27,10). La parola della Scrittura insegna una grande verità sulla vita. Il primo libro di Samuele racconta proprio l’amore tra due amici, Davide e Gionata; il figlio del popolo e il figlio del re vivevano come fossero fratelli di sangue. Il rapporto tra Davide e Gionata è una storia di amicizia e di fraternità tra due giovani. Davide ha avuto una amicizia eccezionale con Gionata, figlio di Saul. Un segno forte della loro amicizia fu quando «Gionata si tolse il mantello che indossava e lo diede a Davide e vi aggiunse i suoi abiti, la sua spada, il suo arco e la cintura» (1 Sam 18,4). È l’amicizia che dona. Infatti, l’uso di favorire qualcuno con tali doni, come vesti e armi è frequente nell’antichità; e del resto anche nella Bibbia se ne parla con una certa frequenza.

Il racconto che presenta il nascere dell’amicizia tra Davide e Gionata (1Sam 17,57-18,4) come un evento improvviso e totale, inaspettato, è anche un po’ inspiegabile, dato che anche per Gionata, come per il re Saul una politica realista (e malvagia) sarebbe stata più conveniente. Infatti, «Gionata strinse con Davide un patto, perché lo amava come se stesso» (1Sam 18,3). Ancora, il racconto che troviamo in 1Sam 19,1-7 è la prova dell’affetto, come sviluppo del racconto precedente. Gionata ama Davide e perciò, a suo proprio rischio, intercede presso il padre spiegandogli che Davide era leale, fedele, rispettoso al suo re. Egli vuole salvare Davide dalle mani di suo padre Saul che vuole ucciderlo. Come narra 1 Sam 23, 15-18, Davide sapeva che Saul era uscito per ucciderlo; e Gionata andò in fretta da Davide e “ne rinvigorì il coraggio in nome di Dio”. È un momento culminante perché rappresenta una prova di affetto sino al rischio della morte da parte di Gionata. Gionata ha rischiato la propria vita e la propria dignità davanti al re suo padre per il suo amico Davide. È un riflesso anticipato di ciò che Gesù dice nel vangelo: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).

1.4. Il racconto della Carità fraterna tra nuora e suocera nel Libro di Rut: Rut e Noemi

 

Amare il prossimo che (o fare amicizia con chi) apparteneva alla stessa cultura del popolo di Israele era più facile che amare e voler bene a coloro che non ne appartenevano. Infatti, nell’Antico Testamento ci sono racconti che mostrano disprezzo verso coloro che erano fuori dal popolo eletto (cf. Dt 7,5-6), anche se Dio comanda di amare perfino un forestiero (cf. Dt 10,19): «Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto.» Era raro che un israelita e un non israelita fossero amici o si amassero gli uni gli altri. E questo si può applicare, purtroppo, anche al giorno d’oggi.

Tuttavia, ci sono personaggi nell’Antico Testamento che raccontano l’amore fraterno fra una non ebrea e una ebrea, cioè tra una israelita e una straniera. Esse sono Rut, il cui nome vuol dire «l’amica, la compagna», e Noemi sua suocera. La loro vita è una storia di amicizia vera e di carità fraterna.

Nel libro di Rut si narra di una persona chiamata Rut, una donna non ebrea, appartenente al popolo pagano dei Moabiti, futura antenata del re Davide, che, rimasta vedova nel suo paese, decise di seguire sua suocera che era originaria di Betlemme e di stanziarsi in Cana’an, scegliendo di appartenere al popolo ebraico. Anche allora: «[con] Rut viene descritta la storia di una donna pagana che sceglie di vivere fra i Giudei».

Rut, oltre alla sua scelta di aderire alla fede nel Dio di Israele, è un esemplare per il suo amore disinteressato verso sua suocera Noemi, e anche per il ricordo affettuoso verso il marito defunto. La Scrittura racconta che dopo la morte dei figli di Noemi, Maclon e Chilion, che erano i mariti di Rut e Orpa, Noemi, loro suocera, vuole lasciarle libere dicendo: «Andate, tornate ciascuna a casa di vostra madre» (Rut 1,8), «tornate indietro, figlie mie, andate!» (Rut 1,12). Tuttavia, Rut dichiara davanti a sua suocera: «Non insistere con me perché ti abbandoni e torni indietro senza di te; perché dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio» (Rut 1,16). Un dato interessante è fornito dal libro: sia Orpa che Rut decidono di accompagnarla, partendo dal luogo dove si trovavano, e di incamminarsi verso il paese d’Israele. Orpa e Rut avevano il dovere di accompagnare la suocera (almeno sino al confine tra Moab e Giuda e forse anche oltre), ma fu piuttosto Noemi a volerle sollevare da tale obbligo sociale, dando loro la possibilità di tornare indietro al loro paese. Tuttavia, «a differenza della cognata Orpa, Rut non vuole abbandonare la suocera. Condividerne la sorte per lei significa lasciare la propria terra e religione, ed entrare di un altro popolo». Noemi e Rut sono due cuori che si innamorano, l’uno dell’altro. Cuori che vogliono il bene l’uno dell’altro. Rut, «il suo è un amore totalmente gratuito, aperto alla fede. Non una fede esplicita in Dio, ma una certa conoscenza di Lui, risposta a quell’amore che Dio ha posto nel suo cuore». L’amore di Dio nei suoi confronti, che la spinge ad amare la suocera anziana e vedova; ella «vive in umiltà, in spirito di servizio e di devozione alla suocera». Infatti ella dice: «Dove tu dimorerai, dimorerò anch’io…morirò anch’io». Unita fino alla morte. Nulla ci può sottrarre a quest’unità, se veramente si ama. Inoltre, «chi ama, sceglie, e non sceglie che il suo amore. Così nell’amore l’uomo possiede già tutto e non chiede altro. L’amore stesso t’impone il distacco da tutto, perché è colui che ami che diviene la tua vita, la tua sola esistenza. Nessuna cosa può trattenerti e legare il tuo cuore». Così Rut ha dimostrato che l’amore è dare tutto alla persona amata. Ella ha scelto di cambiare abitudini, sociali e religiose in una terra straniera, perché possa servire la suocera amata e il Dio di Israele. Per lei, è un tesoro di vita perché non si può vivere senza l’altra. L’amore fraterno tra Rut e Noemi è un amore che vive fuori di confini geografici e di etnia, è inclusivo.

Ecco il messaggio della carità fraterna nell’amicizia tra Noemi e Rut: amare gli uni gli altri nel Signore. Rut si autoproclama davanti a Noemi di seguire e amare il Dio di Israele. Infatti, «la carità non sempre si manifesta come amicizia; ma, la vera amicizia è sempre carità».

Sant’Agostino scrive nella sua Regola, che il motivo essenziale per cui ci si riunisce insieme, nella casa religiosa, è quello di vivere unanimi nello stesso ambiente e che si abbia unità di mente e di cuore sempre rivolti verso Dio. La Regola invita tutti a vivere unanimi e concordi e, in questo modo, “a onorare insieme Dio di cui siamo divenuti tempio”. La Regola afferma anche che non c’è vera amicizia se non quando il Signore l’annoda fra persone strette a lui con il vincolo dell’amore diffuso nei nostri cuori ad opera dello Spirito Santo che ci fu dato.

1.5. La predicazione di Gesù sulla carità fraterna nel Vangelo

 

Dio Padre, nella sua bontà e per la sua volontà ha rivelato e continua ancora a rivelare il suo paterno amore per l’uomo. Non solo, nella venuta dell’unico figlio di Dio, l’uomo ha sperimentato l’amore fraterno di Dio in Gesù Cristo. Infatti, il Catechismo della Chiesa Cattolica precisa: «Il Verbo si è fatto carne perché noi così conoscessimo l’amore di Dio». Il Figlio si è fatto uomo e diventato fratello di tutti. Infatti, nel giorno della sua Resurrezione, ha rivolto a Maria Maddalena questa parola: «Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv 20,17). Allora, per merito suo, tutti sono diventati figli di Dio e fratelli in Dio Gesù Cristo.

Gesù, per circa tre anni del suo ministero, annuncia il Regno di Dio e i comandamenti sull’amore: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso» (Lc 10, 27).  L’amore di Dio e del prossimo è fondamentale nella sua predicazione, perché la carità è l’identità dei discepoli: «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).

Tuttavia, Gesù, non si ferma nella sua predicazione solo al discepolato ma va oltre, fino alla fratellanza. Lui, che era consapevole di essere Figlio di Dio, vuole che tutti possano condividere la paternità con il Padre tramite lui, il figlio unico di Dio che si è fatto uomo. Paolo, nella Lettera ai Galati scrive: «Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5). Diventando figli adottivi di Dio, gli uomini partecipano alla relazione filiale con il Padre tramite Gesù Cristo, e si rendono tutti fratelli e pregano l’Unico Dio Padre (cf. Mt 6,9). Di fatto, il vangelo di Matteo dice: «Voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8). Di questo, un testo di don Antonio Mastantuono commenta che la predicazione di Gesù, annunciando il Padre-Abbà misericordioso, dimostra una fratellanza finalmente credibile. Grazie alla compassione e al perdono di Dio, che in Gesù ci rigenera come figli del Padre di Gesù e nostro e come fratelli tra tutti, realmente per ogni uomo ci sarebbe speranza di rapporti dignitosi. È infatti la paternità di Dio che rende possibile la fraternità. Gesù, nuovo Adamo, l’uomo che agisce seguendo la volontà di suo Padre, è figlio poiché Dio è Padre. In Gesù, ogni creatura umana è figlio/figlia. Egli venne per accogliere ogni figlio dell’uomo nel suo rapporto unico col Padre.

Nella Scrittura, la parola «fratellanza» significa parità, uguaglianza. Papa Francesco scrive che «Dio ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro». Di certo, la «fratellanza» non vuol dire solo che essa sia tra «fratelli di sangue», ma che è anche e soprattutto nella fede in un unico Dio. L’umanità è un’unica e grande famiglia, sin dal principio della creazione degli esseri umani (cf. Gen 1-2). Per questo, Gesù nelle sue predicazioni esorta tutta la gente ad essere fratelli e prossimi, l’uno all’altro. Egli incoraggia tutti a perdonare sempre quando un fratello sbaglia: «Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai» (Lc 17,3-4). Perdonare per Gesù vuol dire, sempre, cioè senza limiti perché sono tutti fratelli.

Gesù ha spiegato che la vera fraternità dei suoi discepoli è fondata sull’ascolto della sua parola e la messa in pratica del suo insegnamento: questi sono «coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,20-21). Sono i fratelli uniti che vivono i suoi insegnamenti. Il punto centrale lucano, come nel testo parallelo matteano,  è proprio l’indicazione del gruppo dei discepoli come la vera famiglia di Gesù e in Gesù, che ha il suo baricentro nella volontà di Dio. Ecco, Gesù mette in evidenza che fare la volontà del Padre è un requisito fondamentale per vivere la fratellanza. In Marco 3,35, Egli sottolinea che «chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre». Allora, in una società dove le relazioni familiari sono straordinariamente importanti, l’idea di una famiglia spirituale ha come conseguenza quella di relativizzare tutte le altre relazioni e lasciare che i suoi discepoli lo giudichino nei criteri della volontà di Dio. Vuol dire allora che la fraternità nel Signore è una fraternità che supera ogni legame di sangue familiare, tribù, cultura e nazione. Il vero discepolo di Cristo si distingue per la carità verso Dio e verso il prossimo. Infatti, per Gesù, «la testimonianza concreta dell’amore fraterno tra i discepoli è fondamentale: l’amore è la carta d’identità del vero discepolo di Cristo, la sua tessera di riconoscimento».

1.6. La carità fraterna nella prima comunità cristiana negli Atti degli Apostoli

 

Il libro degli Atti degli Apostoli racconta la testimonianza di una fraternità esemplare tra i primi cristiani, subito dopo l’Ascensione di Gesù al cielo. Negli Atti degli Apostoli, la Chiesa appare come la comunità di quelli che hanno creduto in Cristo risorto, e vivono insieme, sotto l’autorità degli apostoli (5,11), che sono testimoni presenziali della risurrezione (2,32; 4,20). Di questo libro biblico, il messaggio di vita fraterna ha la sua particolarità cristiana. È una fraternità che vuole includere tutti, non chiusa in sé stessa: infatti, la vita comunitaria dei primi cristiani ha le caratteristiche della docilità alla grazia dello Spirito Santo, l’obbedienza agli apostoli, l’amore che fonde i cuori di tutti, la serenità nelle persecuzioni, l’apertura universale senza esclusioni razziali o culturali, tutto ciò non è soltanto un tempo felice delle origini della vita cristiana delle origini, ma è parte del progetto stesso di Dio, che in esso rivela il suo amore e manifesta l’opera della salvezza, che avviene secondo il suo stile e la sua volontà, indicando poi ai cristiani di tutti i tempi – anche dei nostri oggi – i segni caratteristici e perenni della Chiesa, perché possa essere visibilmente convincente la sua continuità con la comunità apostolica primitiva.

La fraternità dei primi cristiani si faceva vedere nel loro rapporto quotidiano. Infatti, il capitolo secondo del libro racconta che «erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere» (Atti 2,42). Ciò è merito degli apostoli, sotto la guida dello Spirito Santo, che accompagnano la prima comunità cristiana, unita dall’amore reciproco e nell’amore del Signore perché diventino fratelli. La fratellanza non è limitata alla relazione di sangue ma è radicata nella fede nell’Unico Dio e Signore. San Beda il Venerabile scrive: «Se l’amore di Dio si diffonde nei nostri cuori, genera subito anche l’amore del prossimo: per questo leggiamo che per il duplice ardore di quell’amore lo Spirito Santo fu dato due volte agli Apostoli. È grande indizio d’amore fraterno che possegga tutto chi non ha nulla di proprio». Tutti condividono non solo il pane ma soprattutto l’amore e la fede che ricevono dallo Spirito Santo, Colui che illumina e guida la comunità cristiana.

Il capitolo quarto ci informa, poi, che «la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune» (Atti 4,32). È la vita comune che contraddistingue la prima comunità cristiana. Ognuno e ogni cosa appartiene a tutta la comunità del Signore. Sant’Agostino commenta il fatto con queste parole: «Essi avevano un’anima sola e un cuore solo protesi verso Dio; se, dunque, la mia anima e la tua anima, qualora ci amiamo e abbiamo gli stessi sentimenti, sono una sola anima, quanto più Dio Padre e Dio Figlio sono nella fonte dell’amore un solo Dio?» La fraternità di tutti gli uomini allora non è un’origine o progetto umano ma è di Dio, in Cristo Gesù.

1.7. La carità fraterna nei discorsi di Paolo

Le lettere di Paolo sono state scritte durante i suoi numerosi viaggi e visite, dall’Asia fino in Europa.  Paolo, nacque, probabilmente, verso il 5 d.C. a Tarso, capitale della provincia romana della Cilicia, dove (forse con un po’ di fantasia) ancora oggi si mostra la casa natale tradizionale, con il pozzo. Dopo la sua conversione alla fede in Gesù Cristo, egli si mise a disposizione per annunciare la Buona Notizia. Scrisse numerose lettere indirizzate a varie comunità e chiese cristiane, da lui fondate insieme con i suoi collaboratori.

Le sue lettere sono state scritte per educare, per promuovere una certa spiritualità. Sono caratterizzate per avere il genere letterario di scritti “occasionali”, per mezzo dei quali Paolo fece giungere la sua voce autorevole alle comunità da lui fondate (e anche ad altre che non aveva visitato) in momenti di particolare difficoltà e incertezza. Allora, esse si occupano direttamente di problemi di fede e di vita cristiana. Lo zelo di Paolo per l’evangelizzazione mirava a creare comunità cristiane nei centri urbani. Si tratta di comunità che non possedevano ancora un edificio di riunione e di culto, ma erano comunità di carattere domestico che si riunivano nella casa di uno o l’altro dei credenti particolarmente facoltosi (cf. Rm 16,5.11.23; 1 Cor 16,19; Fm 2). Le comunità cristiane fondate da Paolo con i suoi collaboratori gli sono care. Infatti, Paolo non abbandonava a se stesse le comunità che aveva fondate, ma se ne teneva in costante contatto, sentendosene responsabile della continuità della fedeltà al vangelo che vi aveva predicato. I contatti avvenivano, quando possibile, anche mediante le visite periodiche, sempre che possibile, eseguite direttamente da lui (a Corinto c’era stato lungamente almeno due volte), o anche attraverso i suoi principali collaboratori, come Timoteo e Tito, mandati a Corinto a suo nome.

Alle comunità dei cristiani a Roma egli scrive: «Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10). Egli insiste che l’amore gli uni verso gli altri sia amore di fratelli. Quindi, un amore fiducioso e libero. Vivano da fratelli come «se foste stati generati da una stessa madre».

Per Paolo, l’amore verso l’altro è un atto dovuto, un obbligo esistenziale; ossia: nella vita cristiana bisogna amare gli altri. Infatti egli dice: «Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge» (Rm 13,8). L’amore è, infatti, l’unica cosa con cui il cristiano deve fare i conti praticamente nel suo comportamento verso gli altri; l’amore si innalza al culmine e insieme comprende tutta la legge, sia quella dell’Antico che quella della Nuova Alleanza. Paolo prosegue parlando di carità, di amore verso il prossimo: questo è il debito da pagare a tutti. Compiuto questo, tutto è adempiuto: la legge è osservata allora nella sua plenitudine.

L’amore edifica tutta la comunità cristiana. È una forza che fa crescere gli uni gli altri, sia nel bene spirituale che materiale. L’amore unisce, quindi rende gli uni gli altri saldi. Pseudo-Costanzo afferma: «L’apostolo ha detto con la massima chiarezza che bisogna rendere a ciascuno ciò che gli aspetta, ma che siamo tenuti soltanto all’amore reciproco. Se dunque saremo sempre debitori ai fratelli dell’amore, saremo sempre legati tra noi dall’amore».

Nello stesso modo, Paolo scrive ai fratelli in Galazia: «Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2). Portare i pesi dei fratelli vuol dire condividere la pesantezza, la difficoltà, la sofferenza che gli altri portano addosso. È come il gesto di Simone di Cirene che ha portato la croce di Gesù sulla via del Calvario (cf. 15, 21-22). Teodoreto di Ciro commenta, che «portando il peso gli uni gli altri si adempie la legge dell’amore». Parlando di legge di Cristo egli intende l’amore, perché egli stesso ha detto: «Vi do un comandamento nuovo, amatevi gli uni gli altri». Sant’Agostino aggiunge che la legge di Gesù è legge d’amore. Chi ama il suo prossimo adempie la legge. L’amore del prossimo è prescritto con forza anche nell’Antico Testamento. L’apostolo dice in altri passaggi che tutti i comandamenti della legge vengono computati sulla base dell’amore. Così stando le cose, è chiaro che anche la Bibbia, che è stata data al popolo dell’alleanza, era legge di Cristo; tale legge, non essendo più soggetta al timore servile e alla paura, si compie con l’amore.

Un altro brano delle lettere paoline che trattiamo, è la Lettera agli Efesini dove si dice: «Con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore» (Ef 4,2). San Girolamo commenta dicendo che «non sono i santi che hanno bisogno di sopportarsi gli uni gli altri. Piuttosto è proprio coloro che sono nei primi stati di vita cristiana, che essendo uomini sono ancora soggetti a qualche passione. Non è strano che questo sia detto agli Efesini». Trovare i fratelli che sono ancora deboli nella fede e nella vita morale è un’opportunità per esercitare l’amore. Gli errori degli altri allora non sono le occasioni per vantarsi, perché ci si sente di essere i migliori come i farisei; piuttosto diventano occasioni per fare come il Maestro, che cerca la pecora smarrita e se ne prende cura (cf. Lc 15,3-7). Ecco, per Paolo, le debolezze altrui non sono le occasioni per disprezzare e giudicare gli altri, ma sono opportunità per rispondere al comandamento di Dio, cioè amare gli uni gli altri come noi stessi. Infatti, egli dice: «Noi che siamo i forti abbiamo il dovere di sopportare l’infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi» (Rm 15,1). Così come «l’amore di Cristo diffuso nei nostri cuori spinge ad amare i fratelli e le sorelle fino ad assumerci le loro debolezze, i loro problemi, le loro difficoltà. In una parola: fino a donare noi stessi». Papa Giovanni Paolo II commentò sulla vita di san Vincenzo de’ Paoli dicendo: «Vincenzo cercò veramente non il proprio ma l’altrui interesse e nel far ciò sperimentò quel “conforto derivante dalla carità” di cui parla san Paolo. Lo sperimentò lui e lo fece sperimentare a quanti raggiunse col calore della sua carità».

2. La carità fraterna nel Magistero

 

La Sacra Scrittura e il Magistero sono due fonti di insegnamento della fede e stili di vita cui tutti i fedeli sono chiamati a conformarsi. Il Vaticano II ha dichiarato che il Magistero non è superiore alla Parola di Dio ma la serve. Sono due vie da percorrere per arrivare alla chiamata di santità di tutti i fedeli. Per questo, tutti i fedeli sono ardentemente invitati a vivere fedelmente le istruzioni sulla carità fraterna, tra tutti i fedeli e i non fedeli cristiani. Infatti, l’apostolo Paolo predicava a tutte le nazioni il vangelo d’amore, perché Dio è l’unico Dio di tutti: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Esaminiamo alcuni documenti per cogliere l’insegnamento del magistero sull’argomento.

2.1. Perfectae caritatis (1965): l’unità dei fratelli manifesta l’avvento di Cristo

Il decreto conciliare sul rinnovamento della vita religiosa Perfectae caritatis del Concilio Vaticano II è un capolavoro che riguarda la natura e la formazione dei religiosi e delle religiose. Il Decreto indica gli elementi fondamentali per un conveniente rinnovamento: «fedelmente si interpretino e si osservino lo spirito e le finalità proprie dei Fondatori, come pure le sane tradizioni, poiché tutto ciò costituisce il patrimonio di ciascun istituto». Tuttavia, questo documento, non è l’unico scritto sulla vita religiosa; esso ha uno scopo pratico, cioè quello di applicare la dottrina della Lumen Gentium, in modo particolare quella contenuta nel capitolo VI, 44, come riconosce esplicitamente PC 1:

Il santo Concilio ha mostrato già in precedenza nella costituzione «Lumen Gentium», che il raggiungimento della carità perfetta per mezzo dei consigli evangelici trae origine dalla dottrina e dagli esempi del divino Maestro ed appare come un segno eccellente del regno dei cieli. Ora lo stesso Concilio intende occuparsi della vita e della disciplina di quegli istituti, i cui membri fanno professione di castità, di povertà e di obbedienza, e provvedere alle loro necessità secondo le odierne esigenze.

I religiosi, per mezzo della pratica dei consigli evangelici, vogliono seguire Cristo con maggiore libertà ed imitarlo più da vicino e sotto la grazia dello Spirito Santo. La loro vita appare come un segno della vita nuova in Cristo ora e per la vita che verrà in eternità. Infatti, «i religiosi pongano ogni cura, affinché per loro mezzo la Chiesa abbia ogni giorno meglio da presentare Cristo ai fedeli e agli infedeli: sia nella sua contemplazione sul monte, […] sia quando risana i malati e gli infermi e converte a miglior vita i peccatori, sia quando benedice i fanciulli e fa del bene a tutti».

La pratica dei consigli evangelici è strumento singolare al servizio della carità perfetta verso Dio e verso il prossimo. I religiosi, affidando tutto a Dio perché vivano da poveri, obbedienti e casti, testimoniano il loro grande amore a Dio e al popolo intero. Essi sono chiamati a testimoniare l’amore a tutti e ovunque; e che, nonostante la diversità ed interculturalità delle comunità e dei luoghi di missione, essi sono capaci di servire nello stesso stile del Signore: Amare tutti. I religiosi sono testimoni che prendono le distanze dai pregiudizi e dalle discriminazioni che il mondo di oggi vive, a causa della diversità causata da una «società segnata dalla globalizzazione e dalla presenza multiculturale». La società odierna porta novità ma anche sfide. Allora, occorre un modo nuovo di pensare, di agire e di vivere sotto l’ispirazione dello Spirito di Gesù, perché si apprezzano gli uni gli altri i diversi valori che sono presenti nei diversi fratelli. Nessuno è uguale all’altro quindi; ogni uomo è unico. Tuttavia, quando gli uni e gli altri scoprono la presenza di Dio in ciascuno di loro, amano come amano Dio nel fratello; allora il Regno di Dio è in mezzo al suo popolo. È davvero una manifestazione della venuta di Gesù al mondo. Il documento stesso attesta la dimensione fraterna della vita in comune tra i fratelli:

I religiosi, come membri di Cristo, in fraterna comunanza di vita si prevengano gli uni gli altri nel rispetto scambievole (cfr. Rm 12,10), portando gli uni i pesi degli altri (cfr. Gal 6,2). Infatti con l’amore di Dio diffuso nei cuori per mezzo dello Spirito Santo (cfr. Rm 5,5), la comunità come una famiglia unita nel nome del Signore gode della sua presenza (cfr. Mt 18,20). La carità è poi il compimento della legge (cfr. Rm 13,10) e vincolo di perfezione (cfr. Col 3,14), e per mezzo di essa noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita (cfr. 1 Gv 3,14). Anzi l’unità dei fratelli manifesta l’avvento di Cristo (cfr. Gv 13,35; 17,21), e da essa promana grande energia per l’apostolato.

Il documento precisa che «tutta la fecondità della vita religiosa dipende dalla qualità della vita fraterna in comune. Più ancora, il rinnovamento attuale nella Chiesa e nella vita religiosa è caratterizzato da una ricerca di comunione e di comunità». Nella comunione in tutti i sensi di tutti i fratelli, per il nome del Signore, Dio si rende presente in mezzo agli uomini.

2.2. La vita fraterna in comunità (1994): essere costruttori di comunione

Il documento indica la fraternità nelle comunità dei consacrati come il primo segno dell’essere discepoli speciali di Cristo. Il titolo latino del documento, “Congregavit nos in unum Christi amor”, è un invito a essere uniti nell’amore di Cristo. Quindi, il suo chiaro scopo è quello di orientare le riflessioni del Sinodo sulla vita consacrata del 1994 nella direzione di considerare lo stile del cammino comunitario e la fraternità nelle comunità come caratteristiche vitali di ogni tipo d’identità vocazionale nella speciale consacrazione. Il documento vede i giovani all’interno di una cultura che apprezza eccessivamente la soggettività e la realizzazione di sé, e gli adulti e anziani troppo ancorati a strutture del passato e poco fiduciosi per il presente e il futuro.

Il tempo di oggi più che mai ha bisogno della testimonianza della comunione fraterna. Infatti, questo documento secondo Padre Amedeo Cencini «costituisce un’autorevolissima conferma del significato e della testimonianza della fraternità religiosa anche in questi tempi che sono ancora –nonostante tutto – tempi di discernimento, in cui tutto si discute e si rinnova, perfino l’evangelizzazione, al punto che qualcuno ha cominciato a mettere in dubbio valore e senso della comunità religiosa». Sottolinea questo documento che «non si può pensare la Vita consacrata al di fuori della prospettiva della comunione. Abbracciare la Vita consacrata vuol dire manifestare davanti a tutti il desiderio di costruire la fraternità nel mondo, cominciando dalla propria comunità di vita».

Per questo, il documento indica qualche orientamento perché i fratelli siano formati a costruire una comunità unita nell’amore fraterno. Il Cardinale Angelo Scola rivela: «in un tempo come il nostro, ammalato di individualismo, mi sembra importante sottolineare la testimonianza che emerge nella vita fraterna in comunità, propria della vita consacrata». Allora, è proprio per questo, per rispondere alle sfide menzionate sopra, che la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita apostolica ha pubblicato il documento. Esso sottolinea alcuni orientamenti per la comunione fraterna nelle comunità religiose e nelle comunità di vita apostolica. Questo documento «vede la vita consacrata come “segno di comunione nella Chiesa” e dedica la parte centrale all’analisi della fraternità religiosa». È un libro dove si «denunciavano le spinte all’individualismo, alla soggettività, e dal quale emergeva il bisogno di richiamare le comunità a una vita di carità, da vivere principalmente in una vita comune e fraterna/sororale». Infatti, si mette l’evidenza che, «il presente documento intende inoltre offrire motivi di riflessione per coloro che si sono allontanati dall’ideale comunitario, perché riprendano in seria considerazione la necessità della vita fraterna in comune per chi si è consacrato al Signore in un istituto religioso o che si è incorporato a una società di vita apostolica».

Nello stesso modo, questo documento definisce la comunità religiosa come la «cellula di comunione fraterna, chiamata a vivere animata dal carisma fondazionale; è parte della comunione organica di tutta la Chiesa, dallo Spirito sempre arricchita con varietà di ministeri e carismi». Grazie agli insegnamenti del Vangelo e del magistero, del carisma trasmesso alla Congregazione e della sua spiritualità e sull’esempio di vita dei fondatori e dei santi, tutti i membri della comunità religiosa imparano a vivere fedelmente la vita in comunione gli uni gli altri. Grazie a Dio, che si rivela come il Dio trinitario perché sia il modello della condivisione, tra Persone che si riconoscono e si rispecchiano l’una nell’altra e che «sono» ed esistono donandosi l’una all’altra e ricevendosi l’una all’altra, in un processo interminabile di amore. Questo documento, infatti, presenta «i sacerdoti e i consacrati come persone riunite nell’amore di Cristo, e quindi chiamate a superare le barriere culturali, e nazionali, le antipatie e le simpatie personali, per lasciarsi guidare da motivazioni spirituali e diventare una sola cosa in lui».  Inoltre, l’elemento significante di questo documento è che la comunione fraterna in se stessa è già un apostolato in mezzo del popolo di Dio.

Il senso dell’apostolato è di riportare l’umanità all’unione con Dio e alla sua unità, mediante la carità divina. La vita fraterna in comune, quale espressione dell’unione operata dall’amore di Dio, oltre a costituire una testimonianza essenziale per la evangelizzazione, ha grande importanza per l’attività apostolica e per la sua finalità ultima. Da qui la forza di segno e di strumento della comunione fraterna della comunità religiosa. La comunione fraterna sta infatti all’inizio e alla fine dell’apostolato.

Cencini afferma che la vocazione alla consacrazione a Dio è per natura sua “vocazione alla fraternità”, vocazione che è dono e carisma; carisma generale per tutti quei consacrati che vivono in comunità; ma anche dono e quindi carisma speciale per tutti coloro che vogliono vivere insieme il carisma proprio della loro vita consacrata e del loro istituto, come si spiegherà ancora e più a fondo in seguito, nel terzo capitolo. La vita di comunione è dono che viene da Dio e quindi ha un fondamento teologico e cristologico; e non puramente un bisogno umano e psicologico. Prima e più d’essere un progetto umano, per quanto santo, la vita fraterna in comune fa parte del piano di Dio, che vuole comunicare la sua vita di comunione, perché tutto ciò che vive nella Chiesa è deve essere comunione. Allora, «questa comunione è il vincolo della carità che unisce tra loro tutti i membri dello stesso Corpo di Cristo, e il Corpo con il suo Capo». Infine, il documento afferma che,

Tutte le comunità siano riconoscibili soprattutto per la loro fraternità, per la semplicità di vita, per la missione in nome della comunità, per la tenace fedeltà al proprio carisma, per l’irraggiamento costante del “profumo di Cristo” (2 Cor 2,15), così indicano nelle svariate situazioni, le “vie della pace” anche all’uomo smarrito e diviso dell’attuale società.

Infatti, Gesù ha detto: «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). L’amore reciproco tra dei discepoli che ha in Cristo la sorgente è il modello e la misura: dobbiamo amarci come Lui ci ha amato. È la stessa esistenza comunitaria a precedere l’agire che rende la vita religiosa evangelizzatrice e missionaria nella società attuale.

2.3. Ripartire da Cristo (2002): chiamati a mettere in pratica la spiritualità della comunione

In un mondo dove regna l’egoismo, l’individualismo, si possono creare gruppi di persone vincolati solo dall’interesse per guadagni o interessi personali. La relazione diventa un commercio, cioè uno scambio del vantaggio. Allora, manca una cosa essenziale nella vita: lo spirito della gratuità, che rende l’uomo felice perché non aspetta qualcos’altro in cambio di quello che dà o fa. Infatti, il nostro tempo attuale è segnato profondamente da “squadre”, “comunità” e “reti” che, attuando – stranamente – in senso contrario al significato di questi termini, quindi in modo paradossale, vivono la solitudine esistenziale, come se fossero eremiti, nell’individualismo, nell’isolamento nel solipsismo. In questa contradizione in termini, tali gruppi vivono con una certa aggressività, nel sospetto verso gli altri, nella difesa sistematica di ciò che è proprio. “Nemici tutti”! Per questo, portano «insicurezza e paura, criminalità e violenza, ingiustizie e guerre». Tuttavia, «il cristiano, innestato per il battesimo nella vita della Santissima Trinità, è chiamato a vivere il suo rapporto con Dio attraverso un’esperienza ecclesiale, e dunque per principio comunitaria». Essere cristiani – e tanto più consacrati –  allora vuol dire essere e sentirsi destinati a vivere insieme, nella grazia della fraternità che conduce alla carità perfetta, nel Signore; oppure, nel caso contrario, sentirsi e vivere costretti, come dei condannati, “condannati” a vivere uniti gli uni gli altri, ma nella solitudine e nell’egoismo. Grazie alla rivelazione del Dio Trinitario che è modello dell’unità nelle diversità, ci spetta creare comunità del primo tipo, nella vera fraternità voluta dal Signore e dal suo vangelo.

In questo documento Ripartire da Cristo del 2002, non s’intende offrire un’ulteriore sintesi dottrinale, quanto piuttosto aiutare la vita consacrata a riscoprire la dimensione totalizzante della sequela Christi, entrando nelle indicazioni pastorali di Papa Giovanni Paolo II espresse nella Novo millennio ineunte e in Vita consecrata. Il papa invita tutti i fedeli (laici e consacrati) a fondare una relazione di comunione radicata nell’unione con Gesù Cristo, il Capo della Chiesa, principio di tutta la creazione (cf. Col 1,16), in comunione con Gesù che prega il Padre «perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17,21).

Il documento “Ripartire da Cristo” nei paragrafi 28-32 insiste in forme diverse, spesso citando documenti precedenti, sulla spiritualità di comunione. «Nel programma delle famiglie di vita consacrata la vita spirituale deve essere al primo posto» essa dovrà essere innanzi tutto una spiritualità di comunione, e infatti, come insegna “Vita consecrata”, «Alle persone consacrate si chiede di essere davvero esperte di comunione e di praticarne la spiritualità».

Tale spiritualità della comunione è presentata dal documento in una serie di gradi. Non basta la comunione interna tra confratelli di una famiglia consacrata: si chiede di «far crescere la spiritualità della comunione nella stessa comunità ecclesiale, ed oltre i suoi confini, aprendo o riaprendo costantemente il dialogo della carità, soprattutto dove il mondo di oggi è lacerato da odio etnico o da follie omicide».  Grazie a questo stile di spiritualità, occorre «condividere le gioie e le sofferenze dei fratelli; intuire i loro desideri e prendersi cura dei loro bisogni; offrire loro una vera e profonda amicizia.» (…) «vedere innanzi tutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio». Tale «spiritualità di comunione si prospetta come clima spirituale della Chiesa all’inizio del terzo millennio».

La spiritualità di comunione può portare le famiglie consacrate ad ampliare la comunione verso altri istituti religiosi o comunque consacrati, con federazioni, unioni, forme diverse di contatto, con arricchimento reciproco, per dilatare la comunione; come del resto era indicato già in Perfectae caritatis. Ciò porta anche a evitare l’eccessiva “uniformità” e privilegiare l’“integrazione organica delle legittime diversità”. Vanno inoltre sostenute «le Conferenze dei Superiori e delle Superiore maggiori e le Conferenze degli Istituti secolari, a tutti i livelli.»

Ma si richiede molto di più, cioè un cambiamento universale di visione e «si riscopre sempre più il fatto che i carismi dei fondatori e delle fondatrici, essendo stati suscitati dallo Spirito per il bene di tutti, devono essere di nuovo ricollocati al centro stesso della Chiesa, aperti alla comunione e alla partecipazione di tutti i membri del popolo di Dio». Non è allora soltanto tra dei membri di un certo ordine o congregazione ma è con la collaborazione e partecipazione dei tutti i fedeli.

Infatti, «in questa linea possiamo costatare che si sta instaurando un nuovo tipo di comunione e di collaborazione all’interno delle diverse vocazioni e stati di vita, soprattutto tra i consacrati e i laici… I membri degli Istituti secolari, laici o chierici, entrano in rapporto con gli altri fedeli nelle forme ordinarie della vita quotidiana». Tra l’altro, in questa visione veramente cattolica, ossia universale, si giunge a considerare e valorizzare la presenza dei cristiani in genere, e quindi laici e laiche: istituendo o facendo rinascere «nuove forme istituzionali di associazione agli Istituti. Stiamo assistendo ad un autentico rifiorire di antiche istituzioni, quali gli Ordini secolari o Terz’Ordini, ed alla nascita di nuove associazioni laicali e movimenti attorno alle Famiglie religiose e agli Istituti secolari». Il documento ricorda anche di stimare e praticare sempre più «quello dell’unità con i Pastori. Invano si pretenderebbe di coltivare una spiritualità di comunione senza un rapporto effettivo ed affettivo con i Pastori, prima di tutto con il Papa, centro dell’unità della Chiesa, e con il suo Magistero. È la concreta applicazione del sentire con la Chiesa, proprio di tutti i fedeli,101 che brilla specialmente nei fondatori e nelle fondatrici della vita consacrata, e che diventa impegno carismatico per tutti gli Istituti. Non si può contemplare il volto di Cristo senza vederlo risplendere in quello della sua Chiesa. Amare Cristo è amare la Chiesa nelle sue persone e nelle istituzioni».

La Santissima Trinità è il fondamento dell’unità nella diversità. Dom Jedrzejczak Guillaume, cappellano del Monastero trappista N.S. di Valserena (Pisa), predica che la comunione fraterna nella Chiesa «è come la Trinità, cioè senza confusione, senza lasciarsi prendere dalla tentazione di assorbire l’altro, ma lasciando spazio a quello che non è come me». Proprio così, è la comunione che desidera la Chiesa, che desidera la divina Trinità per tutti i fedeli in modo particolare per i religiosi e i consacrati. Un rapporto di comunione disinteressato, come lo è quello Trinitario. Infatti, Vita consecrata afferma: «Le persone consacrate, infatti, vivono «per» Dio e «di» Dio, e proprio per questo possono confessare la potenza dell’azione riconciliatrice della grazia, che abbatte i dinamismi disgregatori presenti nel cuore dell’uomo e nei rapporti sociali». Questo documento afferma, poi, che la comunione fraterna è uno spazio teologale in cui si può sperimentare la mistica presenza del Signore risorto (cf. Mt 18,20).

Dunque, è una comunione che è capace di accogliere gli altri e che si lascia accogliere. C’è l’amore e la fede in mezzo. Tutto ciò è reso possibile grazie all’amore di Gesù per gli uomini, perché «tutto ciò che Cristo ha vissuto fa sì che noi possiamo viverlo in Lui e che Egli lo viva in noi». Per questo, «noi abitiamo in Lui, che ci permette di vivere nella sua luce e nel suo amore». E «tutto parte dall’amarsi in Cristo, cioè da un amore credente che si verifica quando la verità creduta (Gesù è il Cristo) si traduce in relazione tanto verticale (Cristo e ogni singolo) quanto orizzontale (da Cristo alla circolazione del suo amore tra coloro che sono radunati da Lui)». Infine, talmente così uniti, fino a portare i pesi degli altri (cf. Gal 6,2), rallegrarsi con quelli che sono nella gioia e piangere con quelli che sono nel pianto (cf. Rom 12,15).

Gli elementi essenziali che favoriscono la vita fraterna sono: la preghiera, la Liturgia delle Ore e la celebrazione dell’Eucaristia, la vita di comunità come luogo di comunione, insieme allo spirito di accoglienza e di mutua comprensione, la riscoperta del valore divino ed umano della comunità in modo gratuito, la vita nello spirito di amicizia con Gesù, e la condivisione dei momenti liberi, di riposo e di ricreazione comunitari. San Paolo assicura che la comunione nell’amore tra gli uomini e Cristo nessuno la può separare (cf. Rm 8,35).

2.4. Il servizio dell’autorità e l’obbedienza (2008): autorità umile e discernimento comunitario per favorire l’obbedienza

Gesù, sin dall’età di dodici anni, aveva mostrato che la sua vita è una vita di ascolto e di obbedienza al Padre. Anche se è Dio, egli si mette a disposizione, nella perfetta obbedienza. Il Vangelo di Luca riporta la sua parola al momento del ritrovamento al Tempio: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2, 49). Questa frase di Gesù adolescente, come la presenta l’evangelista Luca, da un lato dimostra la totale dipendenza di Gesù dal Padre; e d’altra parte proclama la sua autonomia totale rispetto agli uomini, perfino dai suoi genitori, che lo cercavano preoccupati. Anche se subito dopo si afferma che “Scese poi con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso.” (Lc 2,51). Papa Francesco in una sua omelia ha fatto una bellissima sintesi dell’obbedienza di Gesù al Padre.

Il suo percorso terreno infatti «incomincia annientandosi», come scrive Paolo ai Filippesi (2, 8): «Annientò sé stesso. Si umiliò, prendendo forma di servo e facendosi obbediente fino alla croce» (cf. 2, 7-8) […] «l’obbedienza alla volontà di Dio è la strada di Gesù, che incomincia con questo: “Io vengo per fare la volontà di Dio”» […] «Il diavolo, nel deserto, nelle tentazioni, gli ha fatto vedere altre strade», ma non si trattava della volontà del Padre e «lui lo ha respinto». Lo stesso accade «quando Gesù non viene capito e lo lasciano; tanti discepoli se ne vanno perché non capiscono com’è la volontà del Padre», mentre «Gesù prosegue nel fare» questa volontà. Una fedeltà che ritorna anche nelle parole: «Padre, sia fatta la tua volontà», pronunciate «prima del giudizio», la sera in cui pregando nell’orto chiede a Dio di allontanare «questo calice, questa croce […] Gesù, soffre tanto. Ma dice: che sia fatta la tua volontà».

Per questo, «l’obbedienza dei cristiani non è altro che il prolungamento, lungo la storia, dell’obbedienza di Cristo al Padre: questo è il suo fondamento e significato più profondo, quello cristologico-trinitario». È l’obbedienza che si traduce in un atteggiamento di ascolto e ricerca continua della volontà del Padre: “Chi è da Dio ascolta le parole di Dio” (Gv 8,47).

Gesù è stato un grande leader rivoluzionario. Aveva rovesciato quell’immagine dell’autorità che sia il mondo antico che contemporaneo percepisce e preferisce. Cioè, avere un’autorità significa, il più grande, il più potente e colui che è servito da tutti. Infatti quando i due discepoli e i fratelli Giacomo e Giovanni domandano di stare alla sua destra e alla sua sinistra del suo Regno, lui li ammonisce: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano […] Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10, 42-45). Per Gesù, il discepolo è chiamato non per essere un previlegiato in un nobile posto, grandioso; ma è chiamato a mettersi all’ultimo posto, cioè al servizio. Papa Francesco, in una sua omelia, ha detto che Gesù ha autorità perché è «al servizio della gente». Per questo, i cristiani sono chiamati a seguire la sua vita di obbedienza al Padre. Obbedienza però non per paura oppure per il premio, ma per amore.

Al giorno d’oggi è notorio che «l’autorità sta attraversando un momento di grave difficoltà, specie nelle società democratiche, che spesso risultano individualistiche. Ciò indubbiamente condiziona anche l’esercizio dell’autorità nella vita consacrata». Ognuno si sente libero di esprimere la propria volontà e di realizzare il proprio progetto personale, senza volersi sottomettere a coloro che sono messi in legittima autorità. Infatti, «dalla cultura moderna emerge con forza il desiderio di autorealizzazione che in alcune occasioni entra in collisione con i progetti comunitari… È un equilibrio non facile quello tra soggetto e comunità, e dunque anche tra autorità e obbedienza».

Inoltre, questo documento costituisce un’essenziale testimonianza sull’autorità posta di fronte alle esigenze della vita consacrata di oggi; e nel contempo, si configura come un breve trattato sull’obbedienza nell’attuale società. Si presenta l’obbedienza come un’imitazione dell’obbedienza di Cristo al Padre, da cui deriva la sua autorità:

In Lui tutto è ascolto e accoglienza del Padre (cf. Gv 8,28-29), tutta la sua vita terrena è espressione e continuazione di ciò che il Verbo fa dall’eternità: lasciarsi amare dal Padre, accogliere in maniera incondizionata il suo amore, al punto di non far nulla da sé stesso (cf. Gv 8,28), ma di compiere sempre ciò che piace al Padre. La volontà del Padre è il cibo che sostiene Gesù nella sua opera (cf. Gv 4,34) e che frutta a Lui e a noi la sovrabbondanza della risurrezione, la gioia luminosa di entrare nel cuore stesso di Dio, nella schiera beata dei suoi figli (cf. Gv 1,12). È per questa obbedienza di Gesù che «sono costituiti giusti» (Rm 5,19).

Grazie all’unicità esemplare di Gesù nell’obbedire al Padre e al suo dono, anche i suoi discepoli sono stati resi partecipi al suo stesso obbedire. D’altra parte, «il rendere un’umile obbedienza ai superiori, sull’esempio di Cristo, in spirito di fede e di amore a Dio, vorrà dire superare una concezione statica dei rapporti umani, realizzando il vero valore dell’obbedienza, che è dipendenza filiale e non servile, animata da responsabilità e spirito collaborativo». Solo l’uomo libero può essere responsabile di sé stesso e di tutto il suo agire, e Cristo ha reso liberi gli uomini. «Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero» (Gv 8, 36). Quindi, solo chi è libero è allora un autentico obbediente. Tuttavia, «l’obbedienza, anche nelle migliori condizioni, non è facile; ma è agevolata quando la persona consacrata vede l’autorità mettersi al servizio umile e operoso della fraternità e della missione: un’autorità che, pur con tutti i limiti umani, cerca di ripresentare nel suo agire atteggiamenti e sentimenti del Buon Pastore».

Nello stesso modo, per coloro che sono messi in autorità bisogna ricordare che il loro potere è un’autorità spirituale.

L’autorità ha il compito primario di costruire assieme ai fratelli e sorelle delle «comunità fraterne nelle quali si cerchi Dio e lo si ami sopra ogni cosa». È necessario quindi che sia prima di tutto persona spirituale, convinta del primato dello spirituale sia per quanto attiene alla vita personale che per la costruzione della vita fraterna, conscia cioè che quanto più l’amore di Dio cresce nei cuori, tanto più i cuori si uniscono tra di loro. Suo compito prioritario sarà dunque l’animazione spirituale, comunitaria ed apostolica della sua comunità.

Non solo, ma «l’autorità è “spirituale” quando si pone al servizio di ciò che lo Spirito vuole realizzare attraverso i doni che Egli distribuisce ad ogni membro della fraternità, dentro il progetto carismatico dell’Istituto». Allora, l’accoglienza e l’apertura ai doni dello Spirito Santo si rendono vigorosamente necessari affinché ogni membro, o tutta la comunità, faccia il discernimento comunitario per mettere in pratica la spiritualità e il carisma di cui gode la comunità. Per favorire il servizio dell’autorità, bisogna mettere in pratica il «discernimento comunitario», cioè, «nella fraternità, animata dallo Spirito, ciascuno intrattiene con l’altro un prezioso dialogo per scoprire la volontà del Padre e tutti riconoscono in chi presiede l’espressione della paternità di Dio e l’esercizio dell’autorità ricevuta da Dio al servizio del discernimento e della comunione». Di certo è che l’ultima parola deve essere di chi è posto in autorità, ma è necessario ascoltare gli altri membri, perché anche nella comunità Dio rivela la sua volontà.

Paolo Martinelli cita e commenta la parola di papa Paolo VI: «Il binomio autorità-obbedienza trova la sua personalizzazione nella comunione in cui sono trattenuti ‘il superiore e suo fratello’», entrambi in cammino verso la ricerca della volontà di Dio per il bene comune, guidati dalla fede, dal dialogo, dalla concordia, dalla comune preoccupazione nel far prevalere il senso profondo della vita religiosa. Cencini specifica:

L’obbedienza fraterna restituisce all’obbedienza in quanto tale la sua funzione naturale (cercare e compiere la volontà divina), e fa scoprire ancor meglio ruolo e funzione precisa dell’autorità (quale punto ultimo di riferimento vincolante in questa ricerca). L’obbedienza fraterna, infatti è e significa un modo di essere e camminare insieme, di accogliersi nella fede, l’uno come mediazione preziosa della volontà di Dio per l’altro, ciascuno responsabile e bisognoso della presenza altrui; è vera e propria obbedienza della e nella fede.

L’obbedienza fraterna non è fine a se stessa. È un’obbedienza tra fratelli, come un modo di compiere la volontà di Dio che parla e agisce tra i confratelli. È un modo per servire fedelmente il proprio carisma e la propria Spiritualità della Congregazione e della Chiesa. È una partecipazione all’obbedienza di Gesù al Padre suo. L’autorità umile, l’obbedienza come sequela Christi, e il discernimento comunitario sono gli elementi costitutivi/fondamentali per assomigliare agli stili di Gesù Maestro, Sposo, Capo, Pastore della sua Chiesa, e per servire fedelmente i confratelli nella comunità e tutti i fedeli. Avvenendo poi il rapporto tra autorità e obbedienza, come detto sopra, come “un’obbedienza tra fratelli” è senza dubbio, quando esercitata nella fede, una obbedienza che avviene nella carità fraterna; così come è carità fraterna l’esercizio dell’autorità religiosa: questa infatti è soltanto un segno della sollecitudine del pastore verso un membro del suo gregge, e, da parte di tutti e due lati, l’azione si svolge nell’esercizio della carità fraterna verso tutta la comunità. Di questa carità e sollecitudine del pastore, nella comunità, si parla distintamente nel documento:

La guida comunitaria è come il buon pastore che dedica la sua vita per le pecore, anche perché nei momenti critici non si tira indietro, ma è presente, partecipa alle preoccupazioni e alle difficoltà delle persone affidate alle sue cure, lasciandosi coinvolgere in prima persona; e, come il buon samaritano, sarà pronta a curare le eventuali ferite. Riconosce inoltre umilmente i propri limiti e il bisogno dell’aiuto degli altri, sapendo far tesoro anche dei propri insuccessi e delle proprie sconfitte.

Ciò, ovviamente, nei casi ideali. In particolare poi, quando l’istituto di vita consacrata ha come carisma proprio la carità verso gli altri, i più piccoli, i deboli, i marginalizzati, e comunque i fratelli e le sorelle, allora la funzione dell’autorità e l’atto di obbedienza, insieme, si svolgono e vivono nel segno e a vantaggio della carità verso altri. Di questo esercizio dell’autorità e della corrispondente obbedienza, esercitate con il fine di mantenere fermo il carisma dell’istituto, si parla nel documento:

L’autorità è chiamata a tener vivo il carisma della propria famiglia religiosa. L’esercizio dell’autorità comporta anche il mettersi al servizio del carisma proprio dell’Istituto di appartenenza, custodendolo con cura e rendendolo attuale nella comunità locale o nella provincia o nell’intero Istituto.

2.5. Per vino nuovo otri nuovi (2017): autorità al servizio del dialogo interculturale

 

La Chiesa sin dall’inizio ha ricevuto un grande insegnamento circa la collegialità o sinodalità, quando Gesù ha scelto i dodici apostoli. Sono dodici, tra i quali ha scelto Pietro che la Chiesa considera il principe degli apostoli. Dopo l’ascensione di Gesù, i membri della nascente comunità cristiana, sotto la guida degli apostoli, si sono radunati per la prima volta in Gerusalemme, per discutere e decidere la giusta condotta tra i giudei e i pagani convertiti alla fede in Cristo Gesù (cf. Atti 15). Anche al nostro tempo, Papa Francesco, il successore di Pietro, vuol far dialogare tra loro tutte le Chiesi locali nelle grandi decisioni da prendere per la Chiesa, perché l’autorità è resa più forte quando è fondata sul discernimento comunitario sotto la guida dello Spirito Santo.

Il documento Per vino nuovo otri nuovi del 2017 afferma che dal Concilio Vaticano II in poi, le sfide per la Vita consacrata sono ancora aperte, sottolineando la dignità della persona umana e mettendo in guardia da teorie e pratiche sbagliate riguardo la vita religiosa. Il testo mantiene l’orientamento personalistico della vita consacrata, mostrato dal Vaticano II, e può servire anche come analisi sociologico-fenomenologica degli ordini oggi. Infatti, lo stesso documento afferma: «cercheremo di offrire alcuni suggerimenti circa i percorsi formativi, gli avvertimenti giuridici necessari per avanzare, alcuni consigli circa il ministero dell’autorità perché sia a servizio di uno stile realmente comunionale di vita fraterna».

Le sfide presenti, di tanti se non di tutti gli Ordini e Congregazioni religiose, che si stanno affrontando sono costituite dalla presenza di alcune diversità di età, di nazionalità, di culture, di consuetudine, di tradizioni, di tecnologie e tante altre ancora. Di conseguenza, il dialogo fraterno sta affrontando una grande sfida, come afferma Gahungu: «Le sfide al dialogo tra le culture rimangono tante, e ciò si manifesta negli ambienti di vita e nelle comunità multiculturali. Infatti, Per vino nuovo otri nuovi conferma che il «divario generazionale, l’inculturazione, la multiculturalità e l’interculturalità che caratterizzano sempre di più gli istituti di vita consacrata, da luogo di fatica può diventare ambito di sfida di un vero dialogo comunitario nella cordialità e nella carità di Cristo». Per questo, per poter esercitare l’autorità da parte di coloro che ne sono rivestiti, essa stessa sperimenta un dialogo faticoso a causa delle diversità. Nello stesso modo, coloro che devono obbedire a quanti sono posti in autorità provano fatica ad accogliere la loro volontà, a causa di resistenze, di pregiudizi, di insicurezze e chiusure diverse. Ecco che in questi ultimi anni, si vede come si sia reso necessario un rinnovamento del pensiero e del cuore di ogni religioso/a, secondo l’insegnamento nuovo che scaturisce dalla parola e dall’esempio di vita di Gesù. Un dialogo fraterno in un contesto di multiculturalità è un cammino che la Chiesa esige da tutti, perché la sfida della chiusura o dello stile autoreferenziale siano superati.

Per capire meglio il contenuto di questo documento, il brano biblico di riferimento ce lo spiega in modo chiaro. L’evangelista Marco racconta che per il vino nuovo ci vogliono otri nuovi (cfr. Mc 2,22); «è insensato mettere vino nuovo in otri vecchi: il vino, infatti, ancora fermentante, spacca gli otri vecchi, privi della loro elasticità originaria e perciò rigidi. Proprio perché sottolineano l’assurdità di queste azioni, questi detti si pongono in continuità con Mc 2,18-20, dove si rimarcava per gli amici dello sposo l’inopportunità di digiunare nel corso della festa nuziale».  Il Vangelo di Luca racconta, in altro modo e precisa, che «accogliere il regno di Dio significa non comportarsi in maniera stolta, come gli amici dello sposo che digiunano durante le nozze o come chi rammenda un vestito vecchio con una toppa non gualcata o versa vino nuovo in otri vecchi». Un commento di questo documento afferma:

«Il vino nuovo bisogna metterlo in otri nuovi» (Lc 5, 38), da questo brano di Vangelo si ricava l’insegnamento che non tutti i precetti religiosi, perfino ricevuti con fede e obbedienza, devono piacere a Dio e servire allo sviluppo dell’uomo. Il solo valore della mortificazione non basta, anzi, può essere controproducente per la persona umana. Con dispiacere gli autori degli orientamenti citati scrivono: Si dà maggiore importanza all’istituzione che alle persone che la compongono (ivi, n. 24). Per cambiare questa situazione non basta la conversione delle singole persone, ma bisogna cambiare anche le strutture, perché proteggano sempre i valori personali.

Papa Francesco e questo documento sollecitano entrambi gli istituti religiosi a immaginare modalità profetiche e carismatiche, e forse anche forme nuove. L’adattamento a cui il documento ci invita non è un semplice aggiornamento, ma è un rinnovamento, capace di cambiare il nostro cuore e la nostra vita; per questo è urgente una conversione tale da esser capace di cambiare perfino le nostre strutture. Suor Simona Paolini afferma in una sua conferenza:

La scelta del brano evangelico fa riferimento ad una novità che non è una semplice innovazione, o ad eventuali ripetizioni di ciò che si è sempre fatto, ma piuttosto una novità che ha «il colore e il sapore di vino nuovo», una novità che chiede elasticità, un andare oltre gli schemi religiosi standardizzati, incapaci di aprirsi a nuove promesse, perché la novità evangelica ci chiede non solo una libera e generosa accoglienza ma anche un profondo e sapiente discernimento.

A questo punto, ci vuole una rinnovata mentalità ispirata dal vangelo per promuovere un autentico dialogo interculturale e l’esercizio dell’autorità. Un dialogo che nasce da un cuore libero e senza pregiudizio. L’autorità che assomiglia a quella di Cristo che cerca l’unità e la collaborazione di tutti i membri senza mettere da parte o disprezzare alcuni. Questo documento afferma che «bisogna prendere atto di un processo di de-occidentalizzazione, o di de-europeizzazione della vita consacrata che sembra andare di pare passo con un massiccio processo di globalizzazione». È un elemento importante perché favorisce un dialogo interculturale da parte di chi è al servizio dell’autorità. Ormai, le varie comunità e case di formazione dei religiosi sono ora popolate da membri provenienti dall’Asia, dall’Africa, dall’America Latina. Bisogna «togliere i propri sandali», come comanda Dio a Mosè, per entrare in dialogo sincero. Solo così le comunità, che ormai diventano internazionali e multiculturali, possono sperare di trovare e poi apprezzare valori reciproci, senza disprezzarsi gli uni gli altri. Ci vuole il rivedere le strutture e lo stile di vita, se sia compatibile col vangelo e al bisogno di tutti i membri provenienti dalle varie culture e paesi. Infatti, il documento indica che «un rinnovamento incapace di toccare e cambiare anche le strutture, oltre che il cuore, non porta ad un cambiamento reale e duraturo». Bisogna evitare la fissazione degli stili e delle tradizioni, altrimenti, si diventa incapaci di dialogare e di rispondere alle necessità del presente da parte di tutti i membri e dei superiori.

Infine, per l’esercizio dell’autorità, il documento mette in evidenza che «“l’autorità del superiore religioso deve caratterizzarsi per lo spirito di Cristo che non è venuto per essere servito ma per servire”. Atteggiamento ispirato a Gesù servo che lava i piedi ai suoi discepoli perché abbiano parte alla sua vita e al suo amore». Ecco che l’autorità si mette al servizio dei fratelli, e non si fa servire affatto dai fratelli. Infatti, «nella più ampia visione sulla vita consacrata elaborata fin dal Concilio, si è passati dalla centralità del ruolo dell’autorità alla centralità della dinamica della fraternità. Per questo l’autorità non può che essere al servizio della comunione: un vero ministero per accompagnare i fratelli e le sorelle verso una fedeltà consapevole e responsabile». Questo è il messaggio del vangelo, tale che Gesù ha voluto e vuole per i suoi discepoli.

Per concludere, questo documento mette in grande rilievo l’importanza della vita di fraternità di tutti i membri, e propone come non sia più adeguato continuare ad utilizzare termini come superiori e sudditi; ciò che funzionava in un contesto relazionale di tipo piramidale e autoritario non è più desiderabile né vivibile, nella sensibilità di comunione del nostro modo di sentirci e volerci Chiesa. La relazione dovrebbe essere fraterna e comunitaria, cioè, considerare gli uni gli altri come fratelli, perché tutti figli di un unico Padre. Tutti hanno la stessa importanza e dignità. Dunque, «va incoraggiato un servizio di autorità che chiami a collaborazione e a una visione comune nello stile della fraternità». Un’autorità frutto di dialogo fraterno, di corresponsabilità, di apertura interculturale; perché chi accoglie, ascolta gli uni gli altri come veri fratelli.

Infine, si può notare che è difficile trovare in questo documento una vera definizione di carità fraterna o di vita fraterna, anche perché esso è in buona parte un conglomerato di citazioni sul tema, provenienti da documenti precedenti del papa e della Santa Sede nei vari livelli; e anche perché il testo è di carattere principalmente pratico, più che teorico. Tuttavia, si può suggerire che il documento definisce la carità fraterna come la vita di comunità in cui «si impara ad accogliere gli altri come dono di Dio, accettandone le caratteristiche positive ed insieme le diversità e i limiti. È nella fraternita che si impara a condividere i doni ricevuti per l’edificazione di tutti. È nella fraternita che si impara la dimensione missionaria della consacrazione». Tale nuova vita fraterna richiede di seguire Gesù Cristo da veri discepoli, in modo del tutto innovativo: infatti «la vita di Gesù Cristo è storia di una nuova prassi in cui si radica la vita nuova dei suoi discepoli chiamati ad essere sensibili alle nuove logiche e alle nuove priorità suggerite dal Vangelo.»

2.6. Fratelli tutti (2020): aperti alla fraternità universale

Un documento con cui Papa Francesco ha particolarmente commosso e fatto riflettere il mondo, cristiano e non cristiano, è Fratelli tutti. È viene da un papa che, una volta di più, dimostra di essere affascinato e conquistato dalla spiritualità di san Francesco, un santo che si identifica come «fratello di tutti».  Questa enciclica «guarda alla figura e alla vita di san Francesco d’Assisi per lasciarsi ispirare dalla capacità di dialogo e dall’universale aspirazione alla fratellanza che animarono la fede, le parole, l’opera missionaria del “Poverello d’Assisi”». Infatti, il papa Francesco, fin dall’inizio del suo mandato papale ha affrontato in modo originale e prioritario il tema della fratellanza e/o fraternità nella vita umana e cristiana. Lo ha fatto, non soltanto e non principalmente con le parole, ma prima di tutto con un gesto fisico: quando ha chinato il capo, coperto dal nuovo “solideo” o zucchetto bianco, davanti al popolo radunato in piazza San Pietro. Ha definito così il rapporto vescovo-popolo come “cammino di fratellanza”, e, tra l’altro, ha espresso il suo desiderio: «Preghiamo sempre per noi, l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza”».

Il papa parte dalla constatazione che il mondo attuale (cristiano o no) è un mondo chiuso: chiuso al diverso, al nuovo, allo straniero, all’altro in genere. Un mondo assolutamente non inclusivo. Ne seguono inimicizie, guerre, terrorismo. Nel secondo capitolo, a partire soprattutto della parabola detta “del buon samaritano” (Lc 10) insegna che «l’amore non importa se il fratello ferito viene da qui o da là. Perché è l’«amore che rompe le catene che ci isolano e ci separano, gettando ponti; amore che ci permette di costruire una grande famiglia in cui tutti possiamo sentirci a casa», ma anche da testi del libro di Giobbe che conferma della unica provenienza umana: «Chi ha fatto me nel seno materno, non ha fatto anche lui?» (Gb 31,15). Il documento percorre la pratica di Israele, nell’Antico Testamento, citando principalmente i tre grandi codici del Pentateuco: dell’Esodo, del Levitico e del Deuteronomio, per quanto riguarda il rapporto con gli altri e principalmente con le persone di altri popoli: lo straniero. L’amore fraterno, nel AT, è riservato “al prossimo” “al vicino”, cioè all’Israelita, come in Lv 19,18 «Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore».

Le cose cambiano nel NT, e l’enciclica percorre allora i libri del nuovo testamento, soprattutto nei vangeli e nei testi paolini, mostrando che il precetto del Signore è quello di amare tutti senza distinzione, senza pregiudizio di popolo, di lingua, di razza e di nazione.  Si tratta dunque di pensare e generare un mondo aperto (terzo capitolo), che il legame sia di coppia che di amicizia è orientato «ad aprire il cuore attorno a sé, a renderci capaci di uscire da noi stessi fino ad accogliere tutti»;quindi diventare costruttore di pace, senza muri, senza odi, senza guerre. Un cuore aperto al mondo intero, un cuore che accoglie tutti e li accoglie con l’amore: l’amore che ha mostrato Gesù dando la sua vita la sua passione, la sua morte e la sua risurrezione per la salvezza di tutti, senza distinzione è il quarto capitolo.

La «migliore politica» è quella della fraternità: è il tema fondamentale, definito già nel titolo, e anche nella politica pratica della vita di colui che per primo ha scritto l’espressione “Fratelli tutti”, cioè san Francesco d’Assisi, il grande fratello di tutti (quinto capitolo). È necessario il dialogo tra popoli e tra persone, a tutti i livelli; la politica, a livello familiare, locale, nazionale e internazionale deve convertirsi e svilupparsi nel senso di vera amicizia sociale (sesto capitolo).  Infine, il papa Francesco conclude l’enciclica con proposte concrete di percorsi per un sempre nuovo incontro.

Antonio Spadaro commenta questo documento con le seguenti parole: «Fratelli tutti declina insieme la fratellanza e l’amicizia sociale. Questo è il nucleo centrale del testo e del suo significato […] La fratellanza non è solamente un’emozione o un sentimento o un’idea – per quanto nobile – per Francesco, ma un dato di fatto che poi implica anche l’uscita, l’azione (e la libertà): “Di chi mi faccio fratello?”». Si tratta di una fratellanza radicata nella libertà di rendere l’amore visibile e concreto tramite dell’accoglienza e a mettersi al servizio gli uni gli altri a prescindere da qualsiasi appartenenza di popolo, nazione, cultura, religione, ideologia, tradizione, colore.  Dunque, «questo amore che è apertura all’“oltre” e all’“ospitalità” è il fondamento dell’azione che permette di stabilire l’amicizia sociale e la fraternità. Amicizia sociale e fraternità non escludono ma includono». Davvero, quella di cui parla Papa Francesco nel suo documento è una fratellanza senza confini, perché ama Dio e ama il prossimo. Di tale tipo di fratellanza sconfinata parla ancora padre Spadaro in modo efficace:

Fratelli tutti si apre con l’evocazione di una fraternità aperta, che permette a ogni persona di essere riconosciuta, valorizzata e amata al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo dell’universo in cui è nata o dove vive. La fedeltà al Signore è sempre proporzionale all’amore per i fratelli. E questa proporzione è un criterio fondamentale di questa Enciclica: non si può dire di amare Dio se non si ama il fratello. «Chi, infatti, non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20).

Il papa ha sottolineato, in questo documento, che «le pagine che seguono non pretendono di riassumere la dottrina sull’amore fraterno, ma si soffermano sulla sua dimensione universale, sulla sua apertura a tutti. Non è un amore solo per chi è fratello di sangue o per chi è nella stessa nazione, cultura e religione ma è anche di tutti gli uomini sulla terra». Infatti, il papa sottolinea che tutti devono avere la disponibilità al dialogo con tutti:

Consegno questa Enciclica sociale come un umile apporto alla riflessione affinché, a fronte di diversi modelli attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole. Pur avendola scritta a partire dalle mie convinzioni cristiane, che mi animano e mi nutrono, ho cercato di farlo in modo che la riflessione si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà.

Quindi, è un dialogo a tutti e a tutto il mondo, compresi i non cristiani e i non credenti, a tutte le persone di buona volontà, perché la fratellanza sia vissuta in modo autentico (anche se ciò può risultare faticoso). Papa Francesco ha fornito un grande esempio incontrando Aḥmad al-Tayyeb, il Grande Imam di al-Azhar, e insieme hanno firmato uno storico documento sulla fratellanza. È ancora una volta di Padre Spadaro il seguente commento: i due leader si sono riconosciuti fratelli e hanno provato a dare insieme uno sguardo sul mondo d’oggi. Hanno capito che l’unica vera alternativa che sfida e argina la soluzione apocalittica è la fratellanza. Nelle sue omelie e discorsi, dentro o fuori il Vaticano, il papa continua a invitare tutti quanti a rispettarsi e ad accogliersi gli uni gli altri, mostrando un grande affetto per gli emigranti e i rifugiati a causa delle guerre, dei cambiamenti climatici e verso qualsiasi tipo di crisi umanitaria. Egli ha dato un’enfasi tale affinché «alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”».

Un tema sul quale Fratelli tutti vuole particolarmente incidere, circa la mentalità di oggi, è che siamo tutti uguali: «In nome di Dio che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro, per popolare la terra e diffondere in essa i valori del bene, della carità e della pace». Nessuno è privilegiato perché è ricco o è povero, dal momento che «davanti alle esigenze morali siamo tutti assolutamente uguali». Quindi, ogni essere umano deve avere di questa coscienza. Questo è quello che Dio vuole, che siamo uniti come fratelli. Infatti, san Paolo precisa, «qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti» (Col 3,11). Quindi, seguendo lo spirito di papa Francesco, ci vuole l’incontro per un dialogo con affetto fraterno, con spirito di umiltà, desiderio di trovare la verità e la bellezza negli altri che sono, anche se in modi diversi, rivelazione del Dio Trinitario.

Conclusione

In questo capitolo, sono stati elaborati gli insegnamenti della Sacra Scrittura e del Magistero sulla carità fraterna. Al primo punto è stata esposta la carità fraterna nella Sacra Scrittura, e questo poi suddiviso in due punti: Antico Testamento e Nuovo Testamento. Nel primo, è stata raccontata la storia della vita dei due fratelli Giacobbe ed Esaù; sono fratelli di sangue, la cui esistenza fin dall’inizio la loro è stata segnata dagli inganni e dall’odio. Tuttavia, nonostante ciò, dopo un lungo tempo e con la grazia dell’umiltà e della misericordia, è avvenuta la riconciliazione tra i due fratelli. Di fatto, la Scrittura racconta che alla fine «Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero» (Gen 33,4).  L’altra storia di fratelli è quella della vita di Giuseppe con i suoi. Una fraternità segnata da gelosia, invidia, isolamento, divisione e violenza. Però, al momento del loro incontro in Egitto, Giuseppe prende la decisione di riconciliarsi con i suoi fratelli. Il rivedere i suoi fratelli diventa un’occasione per lui di testimoniare il perdono e l’amore che Dio vuole per il suo popolo. Accogliendo loro, egli diventa un testimone di un vero fratello. Nello stesso modo, sono stati esposti i racconti di fraternità tra dei non fratelli di sangue, cioè tra degli amici. Sono gli amici Davide e Gionata. Tra di loro due è nata una profonda amicizia. Una amicizia che unisce i due, come fratelli di sangue. Infatti, Gionata, davanti a suo padre Saul, ha voluto di rischiare la propria vita per il suo amico Davide. Un’altra storia di fratellanza è quella tra Rut e Noemi. Sono nuora e suocera, ebrea e non ebrea. Tuttavia, Rut, la pagana, è convertita a credere al Dio di Israele, il Dio di Noemi e all’amore di Dio nei suoi confronti, che la spinge ad amare la suocera anziana e vedova; ella vive in umiltà, in spirito di servizio e di devozione verso di lei.

Dopo i racconti dell’Antico Testamento, sono presentati esempi di vita e istruzioni alla carità fraterna nel Nuovo Testamento. Nei Vangeli, viene riportata la predicazione di Gesù sulla carità fraterna. Egli, per volontà divina, chiede ai suoi discepoli di amarsi gli uni gli altri così come sono stati amati. Cioè, amare gli altri in quel modo che Gesù ama, senza condizioni, pretese, interessi personali; e perfino soffrire e arrivare a dare la propria vita per l’amato. L’amore di Dio e del prossimo è fondamentale per i suoi discepoli perché la carità è l’identità dei veri discepoli; cioè, il mondo li distinguerà perché si amano gli uni gli altri. Nella stessa maniera, è viene presentata la testimonianza della carità fraterna nella prima comunità cristiana, negli Atti degli Apostoli. I primi cristiani erano                                                                                                                              assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere; venivano messe in uso comune le loro proprietà, e avevano un cuore solo e un’anima sola. Da ultimo, sono stati sviluppati gli insegnamenti sulla carità fraterna nei discorsi di Paolo. Sono state evidenziate le sue esortazioni nelle lettere alle varie comunità cristiane di Roma, della Galazia e di Efeso. Raccomandava l’affetto fraterno, la stima gli uni per gli altri, il portare i pesi gli uni degli altri, l’amore vicendevole perché adempissero il comandamento di Dio: amarsi.

Al secondo ed ultimo punto, sono presentate le istruzioni del Magistero sulla carità fraterna. Partendo dal documento del Vaticano II sul rinnovamento della vita religiosa Perfectae caritatis (1965), è stata approfondita quell’unità dei fratelli che manifesta l’avvento di Cristo. Tramite la loro professione religiosa e la fedeltà ai Voti di castità, povertà ed obbedienza, loro seguono il Signore più da vicino. Il loro impegno di prendersi cura degli ammalati, di educare gli ignoranti, di sfamare i poveri, e di perdonare i peccatori sono segni tangibili dell’amore fraterno e della presenza di Dio nel mondo. Poi, sono stati esposti alcuni documenti e orientamenti della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. La vita fraterna in comunità (1994), che invita tutti i consacrati ad essere costruttori di comunione. Di fronte a un mondo sempre più globalizzato e con una forte presenza di individualismo, di odio e di conflitto, i Religiosi e i Consacrati sono invitati ad essere testimoni di dialogo e riconciliazione. Con la loro testimonianza di vita, nel loro stare insieme da veri fratelli, propagano un forte messaggio di comunione tra gli stessi consacrati e i fedeli tutti. Un altro documento importante è il Ripartire da Cristo (2002). Un documento che raccomanda a tutti Religiosi a mettere in pratica la cosiddetta spiritualità della comunione; cioè, una comunione tra fratelli fondata sull’unione con Gesù Cristo, il Capo della Chiesa, il principio di tutto il Creato. È la comunione fraterna di tutti i fratelli e i fedeli, configurandosi come spazio umano abitato dalla Trinità. Un altro documento importante che è stato trattato è Il servizio dell’autorità e l’obbedienza (2008). Esso sottolinea l’importanza dell’autorità umile e il discernimento comunitario per favorire l’obbedienza. È stata presa in esame la vita di Gesù, primo modello di obbedienza alla volontà del Padre. Egli è disposto all’ascolto della voce del Padre, facendosi obbediente fino alla morte in croce. Così, i cristiani, in modo particolare i Religiosi, sono invitati a conformarsi all’esempio di ascolto e di obbedienza del Maestro. Infatti, l’obbedienza dei cristiani non è altro che il prolungamento dell’obbedienza di Cristo al Padre. Per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità, viene sottolineata l’importanza del dialogo comunitario e il discernimento della volontà di Dio nella fede, che è presente e parla in ciascuno. In poche parole, ciascuno obbedisce nell’amore, perché è consapevole della volontà di Dio che si manifesta in ognuno di loro. Il penultimo documento che è stato trattato è Per vino nuovo otri nuovi (2017). Un documento che indica gli insegnamenti della Chiesa sull’autorità che forma al dialogo interculturale. Autorità che non viene dallo spirito di autoreferenzialità, ma dall’ascolto ed apertura verso tutti i membri provenienti da vari paesi. In conseguenza, è stata constatata la de-occidentalizzazione e la de-europeizzazione della vita consacrata. Per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità da parte dei Religiosi superiori, o dei responsabili, è stata messa in evidenza l’importanza di mantenere presente la stessa prassi di Cristo, che “non è venuto per essere servito ma per servire”. L’ultimo documento che è stato presentato è quello di papa Francesco, Fratelli tutti (2020). È stata spiegata l’importanza di un’apertura sempre maggiore alla fraternità universale. Una fraternità basata su principi fondamentali: tutti sono fratelli, e sono uguali nei diritti e nell’identità e dignità di figli di Dio. Allora, invita gli uomini e le donne di buona volontà ad una apertura, accoglienza, e vicinanza verso tutti, senza discriminazione alcuna, senza guardare il colore, la religione, il Paese di provenienza, la cultura o la lingua. È una chiamata all’amore universale, perché solo l’amore può unire tutti, come fratelli e figli di Dio.

Concludendo questo capitolo: sono stati puntualizzati e rimarcati i fondamenti degli insegnamenti sulla carità fraterna, sia nella Sacra Scrittura che nei documenti della Chiesa, come Dio ha voluto e vuole adesso. Si è dimostrato che Dio vuole che la vita religiosa diventi una testimonianza, viva ed esemplare, della comunione e della carità fraterna. L’amore di Dio e del prossimo è la sua identità fondamentale, che la contraddistingue e la contrassegna. Le varie opere di carità dei religiosi si manifestano nell’amministrare i sacramenti, nella predicazione del Vangelo a tutti, nel prendersi cura degli ammalati, nell’educazione e formazione del cuore e della mente dei giovani, nel nutrire gli affamati, nell’accoglienza dei rifugiati, dei profughi e degli stranieri. Sono opere che chiaramente portano il segno distintivo del Regno di Dio che viene.

CAPITOLO TERZO

FORMAZIONE ALLA CARITÀ FRATERNANEL SEMINARIO INTERNAZIONALE CAVANIS DI ROMA

Introduzione

Dopo aver presentato nei precedenti capitoli la vita vissuta nella carità fraterna dai PP. Antonio e Marco Cavanis che possono sintetizzare in tre punti: Armonia nella diversità, due teste ma un cuore solo e unanimità nel prendere decisioni nel fare il bene. Nello stesso capitolo, sono attualmente illustrato le sfide che minacciano la fraternità nella comunità religiosa e nella società.

Il capitolo secondo tuttavia sono stati presentati gli insegnamenti sulla carità fraterna quali li ricaviamo dalla prima parte dalla Sacra Scrittura con degli elementi significativi sulla fraternità: perdono, amicizia vera, amore disinteressato, amore gli uni gli altri come testimonianza del discepolato di Gesù, carità come l’adempimento della legge di Dio. Nella seconda parte invece, cioè dai testi del Magistero della Chiesa e da quelli del Dicastero per la Vita Consacrata sono stati illustrati i punti con le caratteristiche significativi sulla fraternità che sono: l’unità dei fratelli,esserecostruttori di comunione, autorità umile e discernimento e aperti alla fraternità universale.

Di questo ultimo capitolo che è la parte pedagogica e mistagogica, gli elementi significativi indicati tra il primo e secondo capitolo saranno i punti da esporre come i suggerimenti con degli obiettivi e mezzi pratiche per la formazione di fraternità nel seminario Cavanis a Roma. Sono gli aspetti in comune tra dei primi due capitoli che attestano la vita e lo spirito Cavanis nella vita fraterna.

Infine, questo terzo capitolo esporrà anche alcuni suggerimenti pratici per contrastare forme di nazionalismo, protagonismo e individualismo che potrebbero infiltrarsi danneggiando la vita fraterna nella comunità, dove già esiste di fatto internazionalità e multiculturalità.

1. Ospitalità e accoglienza nella comunità Cavanis di Roma

Nella storia del popolo di Israele, la Sacra Scrittura racconta di conflitti e guerre tra gli Israeliti e gli altri popoli. Per il fatto che uno è “diverso” allora diventa un nemico (cf. Es 17,8; Dt 7,1-6). La diversità vuol dire ostilità, oppure indifferenza. Questa realtà tuttavia è presente ancora nella nostra epoca. Il movimento della globalizzazione fa incontrare uomini e donne nello stesso luogo. Ciò vale anche per le comunità religiose: uomini o donne, provenienti dai diversi continenti e da diverse culture si trovano a vivere insieme. Il prof. Méthode Gahungu afferma: «L’educazione interculturale è una risposta al mondo sempre più globalizzato, in cui le persone di culture differenti sono in rapporto continuo o addirittura convivono». Per essere cristiani e religiosi, non basta sapere che siamo tutti figli di Dio, quindi fratelli, ma ci vuole anche l’apporto delle scienze umane perché tutti capiscano fino in fondo il significato di essere fratelli; e di saper costruire e saper vivere una tale relazione, da fratelli appunto, o, se vogliamo, da fratelli nel Signore.

I giovani da sempre bramano l’avventura; per cui sono tanti coloro che vogliono muoversi, dappertutto, nel mondo, fuori dal proprio Paese. Ed è anche per questo che la stessa comunità del seminario ogni anno vede aumentata la compresenza di fratelli di culture diverse. Data questa realtà, a causa delle naturali differenze dei vari aspetti del vivere insieme, non mancano talora criticità, come ad es.: incomprensioni, pregiudizi, discriminazioni, pettegolezzi, mormorazioni, silenzi, indifferenze, chiusure, esibizioni di presunta superiorità nei confronti degli altri. Inoltre, i caratteri del protagonista, dell’egoista e dell’individualista non mancano mai. Perciò, è necessario lavorare su una formazione umana integrata, che possa cioè rispondere alle tante sfide poste in atto dalla diversità culturale dei religiosi seminaristi, come degli stessi formatori/accompagnatori. Una formazione che promuova la carità fraterna e l’accoglienza, perché la diversità delle culture diventi ricchezza degli uni per gli altri e aiuti a superare ogni divisione. Il Documento Per vino nuovo otri nuovi sottolinea:

I processi di internazionalizzazione dovrebbero impegnare tutti gli Istituti (maschili e femminili) a diventare laboratori di ospitalità solidale dove sensibilità e culture diverse possono acquisire forza e significati non conosciuti altrove e quindi altamente profetici. Questa ospitalità solidale si costruisce con un vero dialogo tra le culture perché tutti possano convertirsi al Vangelo senza rinunciare alla propria particolarità. 

I religiosi e presbiteri Cavanis sono chiamati ad assumere, e far proprio, «l’amore di Cristo che supera ogni cultura». Un amore radicato nell’Amore, che prescinda dal «chi è», dal «chi ha» e dal «chi/da dove proviene», perché tutti sono i suoi fratelli, amati ed amici. La Ratio Fundamentalis di 2016 del Dicastero per il Clero afferma come sia necessario, per coloro che sono chiamati al sacerdozio e al ministero pastorale, il progressivo sviluppo nell’acquistare capacità e virtù per accogliere tutti. Un’accoglienza e un’ospitalità che custodiscano tutti in comunione e in fraterna condivisione. I venerabili Fondatori Antonio e Marco Cavanis hanno testimoniato e trasmesso questo nella comunità della loro prima casa di formazione (la cosiddetta casetta), nella scuola, nell’orto (cioè un ampio terreno utilizzato come luogo ricreativo ed educativo), nell’oratorio e nella missione fuori dalla città di Venezia. La loro era una così «stretta unione di pensieri ed affetti, di mente, di operazioni» che sono stati esempi credibili di ospitalità ed accoglienza. È vero che, a quel tempo, tutti i membri della comunità provenivano da regioni che oggi costituiscono l’Italia; ma è anche vero che a quel tempo la Penisola era divisa in molti stati. Ed è anche vero che, allora come oggi, esiste una notevole diversità di costumi, dialetti, culture, tra una regione italiana e l’altra. Ed è anche da notare che ancora oggi esistono in Italia notevoli elementi e aspetti di razzismo interno al paese.

Tutto questo, cioè questa «stretta unione di pensieri ed affetti, di mente, di operazioni» in seminario, i formatori si sforzano di promuoverlo, perché tutti i religiosi formandi si prestino reciproca accoglienza. Si raccomanda allora che tutti, cioè, non solo i seminaristi religiosi, ma tanto più gli stessi formatori tra loro, abbiano e nutrano: sensibilità e attenzione nei confronti dei sentimenti di tutti, con profondo rispetto; apprezzamento e stima dei valori culturali e del linguaggio; mentalità aperta e capacità di reciproco perdono; abituale attitudine alla condivisione e al dialogo. Infatti, «la formazione iniziale deve essere il luogo dove preparare le persone a essere uomini di dialogo efficace e di scambio interculturale fecondo»; non sentirsi superiori o inferiori; accogliere l’altro come un dono; trattare ognuno in modo unico; capaci di mettersi nei panni degli altri confratelli; e «di accettare di essere disturbati». Sono questi atteggiamenti menzionati che possono favorire un’accoglienza serena e feconda. Sono questi i modi con cui i confratelli, anche se molto diversi, possono dare praticamente testimonianza di fraternità in Cristo Gesù: uno stile di vita in comunità che renda presente l’ospitalità e l’accoglienza. L’apertura è fondamentale, perché «oggi i giovani cercano comunità che non siano chiuse, ma aperte ad una dimensione universale e internazionale; che non siano limitate alla loro cultura, che non siano dei ghetti, ma che siano aperte alla sofferenza e alle ingiustizie del mondo». Solo quando una comunità è aperta all’accoglienza allora diventa capace di attirare. Per questo, la comunità del seminario Cavanis deve imparare ad essere accogliente.

1.1. Esercitarsi ad accogliere tutti i membri senza distinzioni

Il mondo attuale è in crisi di relazione. Prevalgono razzismo, segregazione, gruppi chiusi ed esclusivi, odio razziale e anche regionale. Per cui tutto ciò genera paura, sfiducia, pregiudizio, disprezzo, rifiuto dell’altro perché non appartiene al proprio paese, alla propria cultura e lingua. Perciò, questo contesto mondiale attuale, voler bene a qualcuno che è diverso può sembrare una autentica follia. Papa Francesco, nei suoi vari interventi, usa molto la parola «accoglienza». Con il fenomeno delle continue migrazioni e fughe dalle guerre, dalla carestia, dalla desertificazione e così via, egli invita in modo forte tutte le persone di buona volontà ad accogliere tutti, senza guardare in faccia, il colore, la provenienza, perché tutti hanno diritto ad una accoglienza dignitosa. Durante la sua visita apostolica a Malta 2 aprile 2022, nell’omelia così si è espresso:

E quanto è importante nella Chiesa l’amore tra i fratelli e l’accoglienza del prossimo! Il Signore ce lo ricorda nell’ora della croce, nella reciproca accoglienza di Maria e Giovanni, esortando la comunità cristiana di ogni tempo a non smarrire questa priorità. «Ecco tuo figlio», «ecco tua madre» (vv. 26.27); è come dire: siete salvati dallo stesso sangue, siete un’unica famiglia, dunque accoglietevi a vicenda, amatevi gli uni gli altri, curate le ferite gli uni degli altri. Senza sospetti, senza divisioni, dicerie, chiacchiere e diffidenze. Fratelli e sorelle, fate “sinodo”, cioè “camminate insieme”. Perché Dio è presente dove regna l’amore!

Di certo è che, nel presente lavoro accademico, non si intende fermarsi al problema dei rifugiati o degli immigranti in cerca di vita migliore in Europa, bensì sul tema di seminaristi religiosi, stranieri, che sono inviati dai superiori per la formazione al seminario Cavanis a Roma. La parola di Papa Francesco invita tutti quanti, in modo particolare i responsabili delle case di formazione, religiose e diocesane, ad essere capaci di accogliere tutti come fratelli. Accogliere gli uni senza dar loro più privilegi di altri, perché ogni persona arriva alla vita portando qualcosa di nuovo che non è mai esistito, qualcosa di primo e unico.

1.1.1. Essere consapevoli della unica origine umana per volontà divina

Gli uomini di oggi, compresi spesso i cristiani, dimenticano che, all’inizio, tutti sono discendenti di Adamo ed Eva e tutti sono stati redenti e sono diventati figli adottivi del Padre in Cristo Signore (cf. Ef 1,5). Sono le verità da ricordare e da credere da fedeli cristiani. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: «A motivo della comune origine il genere umano forma una unità. Dio infatti “creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini” (At 17,26)». Con questa verità di fede, ci vuole allora la rieducazione o la rievangelizzazione della mente e del cuore perché tutti quanti possano avere la coscienza unica: tutti sono fratelli e figli di Dio Padre.

Ecco allora che, nella comunità del seminario Cavanis, tocca ai formatori vivere e insegnare queste due realtà fondamentali, affinché ognuno arrivi a credere, nel senso stretto di fede cristiana, di essere fratello dell’altro. Quindi nella comunità il formatore, prima di considerare se stesso come un padre e un maestro, crederà e accetterà di essere un fratello tra fratelli, un fratello (un fratello maggiore, se si vuole), per ciascun seminarista e per tutti, qualunque siano le diversità a causa del paese di origine, della cultura o della lingua; perché tutti umanamente provengono dall’unica famiglia, dal primo uomo e donna (cf. Gen 1).

Le seguenti pratiche saranno utili per rendere i seminaristi consapevoli di questa comune origine:

  Impareranno a comportarsi da figli di un unico Dio-Padre. Perciò tra loro si tratteranno da fratelli, perché tutti eguali in dignità.

  Impareranno a dare importanza all’appartenenza comunitaria, come in una grande famiglia.

  Parteciperanno ai momenti comunitari di preghiere, pasti, lavori, ricreazioni, capitoli di famiglia/comunità, riunioni, conferenze, formazione.

  Impareranno a volersi bene come fratelli in Gesù; in quanto il rapporto da fratelli non è limitato a un semplice rapporto umano ma è un rapporto nel nome di Gesù. Quindi, sia nel chiedere un favore/comandare che nell’obbedire-ascoltare, bisogna agire nel nome del Signore.

1.1.2. Uscire da se stessi

Si sa che l’olio e l’acqua non si mescolano insieme, anche se sono entrambi liquidi. La scienza spiega che hanno elementi diversi. Infatti, possono mescolarsi con l’acqua solo quei composti contenenti gruppi idrofili. L’olio invece, poiché composto di elementi contenenti gruppi idrofobici, risulta insolubile con l’acqua. Semplicemente per dire, che l’uno e l’altra non sono capaci di uscire da sé stessi per poter accogliere gli altri. Succede la stessa cosa tra le persone, quando sono incapaci di uscire da sé stesse, distaccandosi dallo schema dei pregiudizi razziali. Come, ad esempio, quando si ritiene che un popolo sia superiore rispetto a un altro; oppure quando c’è paura di uscire dalla comfort zone per raggiungere e incontrare i bisogni dell’altro; o per paura di cambiare lo schema obsoleto e minaccioso perché non è adatto alle odierne esperienze e realtà dell’accoglienza fraterna. Papa Francesco esorta, insistendo, che la Chiesa deve essere in uscita. Che un cristiano deve «fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi». Andare incontro vuol dire, lasciare il proprio posto sicuro e tranquillo, esporsi al pericolo (perché con questo “andare incontro” si va in qualche modo fuori dal proprio territorio geografico e psicologico), togliere qualcosa del proprio per poter accogliere qualcosa dall’altro. Tuttavia, è un modo di vivere, anzi l’unico modo corretto e cristiano oltre che umano; perché la persona impara a stare e vivere in comunione con gli altri.

Per questo, nella comunità del seminario Cavanis, tutti, in primis i formatori, devono impegnarsi per stare insieme nei momenti comunitari: Eucaristia e preghiera, pasti, studio, prove di canto, lavoro manuale, sport e ricreazione, conferenze, riunioni comunitarie, lezioni interne, revisione di vita, apostolato, pellegrinaggi e gite. Quindi, toccherà ai formatori organizzare orari comunitari tali che favoriscano lo stare insieme, formatori e formandi. Dunque, lo stare insieme è raccomandato:

• nella preghiera comunitaria: quotidiana e, specialmente, nell’Eucaristia;

durante i pasti della comunità: (in caso di assenze, i formatori devono saperne il motivo);

nel lavoro manuale: sia nelle pulizie domestiche, come nel giardino/orto; tutti sotto la guida e la   presenza di formatori che lavorano con entusiasmo, insieme, e consapevoli che i lavori manuali educano gli uni gli altri ad essere responsabili del decoro della propria abitazione;

• nello sport e nelle ricreazioni: tutti godono dell’importanza di mantenere una sana salute fisica; non solo, ma la compagnia rende più gioiosi di qualsiasi gara o partita che sia; 

nelle lezioni e nelle conferenze: i formatori si impegnano a studiare bene le materie, dimostrando capacità di trasmettere messaggi di verità e valori, ma nello stesso tempo, disponibili ad ascoltare ed accogliere parole e messaggi che, seminaristi o confratelli più giovani, propongono o espongono;

nell’apostolato: in modo particolare con i bambini e i giovani; secondo il carisma proprio dell’Istituto, con l’indicazione dei formatori, ognuno svolge il proprio compito per saper trasmettere il carisma sia nella Scuola che nella Parrocchia, da assistente o da catechista;

nei pellegrinaggi e gite: sono momenti forti, sia per la vita spirituale che per quella culturale.

La presenza congiunta di formatori e formandi farà in modo che tutti possano godere la bontà del Signore che si manifesta nelle bellezze della natura, dell’arte e delle arti, nelle diverse forme ed espressioni.

Un punto da non trascurare è questo: nelle feste di comunità, si consente che ognuno possa preparare e offrire cibi tipici del proprio paese di origine; per esempio, il riso per i filippini, il Fufu per i congolesi, riso e fagioli per i brasiliani, e così via. Un altro importante punto da non lasciare da parte o per ultimo, è quello del rispetto per la lingua, la letteratura, la lingua liturgica, i canti propri, la cultura dell’altro; e anche l’avere pazienza a riguardo della debolezza degli uni quando usano la lingua degli altri. È poi una cosa utile e importante impegnarsi a imparare altre lingue, non stimando la propria, o quella del paese ospite, come la più importante o l’unica importante. Bisogna, come dice il papa, «aprire il cuore attorno a sé», solo in questo modo ognuno è capace di uscire da se stesso. Ecco allora che ci vuole una mentalità di uscita da se stessi per poter stare insieme ed incontrare gli altri. Per possedere questa mentalità, non bastano i libri o i corsi universitari, ma è necessaria soprattutto la presenza, quotidiana e costante, tipica della vita comunitaria. Uscire dalle zone di comodità è essenziale per essere in grado di accogliersi l’un l’altro.

1.1.3. Camminare insieme

Una cosa certa della fede cristiana, ben chiara fin dall’antica alleanza e specialmente nei libri del Pentateuco, soprattutto a partire dall’esperienza della rivelazione del Sinai, e poi fino alla nuova alleanza e oltre, è che Dio cammina con il suo popolo. Infatti, sotto la guida di Mosè, Dio comunica la sua presenza in mezzo al popolo che cammina nel deserto, durante l’esodo dall’Egitto verso la Terra promessa di Canaan. Il libro del Deuteronomio proclama: «Siate forti, fatevi animo, non temete e non vi spaventate di loro, perché il Signore tuo Dio cammina con te; non ti lascerà e non ti abbandonerà» (Dt 31,6). Nel Vangelo, Gesù cammina con i suoi discepoli, non solo negli anni della sua vita pubblica durante il ministero, ma anche dopo la sua resurrezione, ad esempio con i due in cammino sulla via di Emmaus. Il Vangelo insegna che è nel fatto del camminare insieme che ci si conosce e si apre il cuore all’altro e si sente il cuore ardere nell’ascolto comunitario della Parola (cf. Lc 24,13-53).

Per questo, i membri della comunità del seminario Cavanis si impegna a camminare tutti insieme lungo tutti i giorni e gli anni necessari della Formazione. In particolare poi, i seminaristi, durante la loro formazione iniziale, aprono il cuore agli accompagnatori, per poter proseguire il cammino verso una o l’altra meta della formazione: diventare Religioso Cavanis ed eventualmente anche Presbitero Cavanis. Solo un cuore aperto si lascia accompagnare lungo il cammino. È un cuore aperto alla reciprocità, non alla monotonia. Cioè, entrambi i gruppi, formatori e formandi, aprono il proprio cuore sapendo che ognuno porta con sé il dono di Dio, da buoni fratelli. Nessuno è sufficiente a sé stesso. Ognuno (formatore e formando) ha bisogno del messaggio evangelico per poter rispondere al comandamento del Signore: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” (cf. Gv 13,35).

Inoltre, camminare insieme nella casa di formazione Cavanis vuol dire prestarsi ascolto reciproco, pregare l’uno per l’altro, prendersi cura di chi è malato o fragile o in crisi, accorgersi di chi è nel bisogno e soprattutto, restare costantemente vicini l’un l’altro e avere fiducia reciproca.

1.1.4. Puntare lo sguardo su ciò che unisce, non a ciò che divide nei confratelli

Gesù nel Vangelo ammonisce i suoi discepoli a non guardare la pagliuzza che è nell’occhio dell’altro mentre non si vede la trave che è nel proprio occhio (cf. Lc 6,41); quindi, non si condannano imprudentemente a vicenda. Il Concilio Vaticano II sottolinea che le cose che uniscono i credenti sono più forti di quelle che li dividono. Per questo, la comunità del seminario impara a vedere e scoprire ogni giorno, in ciascuno, gli aspetti positivi che ognuno porta con sé. Della Lettera di Barnaba, Amedeo Cencini cita: «Non isolatevi, rinchiudendovi in voi stessi, come se già foste giustificati, ma riunitevi insieme e cercare quello che è di vantaggio per tutti». Ciascuno deve essere consapevole che nessuno è autogiustificato, ma che tutti sono resi giusti dal Signore. Tutti hanno il proprio dono e carisma che viene dallo stesso Spirito. San Paolo afferma: «A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo» (Ef 4,7). Tutti, dunque, devono contribuire, e nello stesso modo, ad accogliersi l’un l’altro per la santificazione di ciascuno, per la costruzione di una famiglia accogliente e per l’opera missionaria. Ciascuno deve sapere, e ammettere, che vale la pena accogliere le idee di tutti, anche se l’interlocutore fosse ancora troppo giovane oppure già anziano o vecchio. Infatti, nella sua celebre Regola, san Benedetto raccomanda alla comunità di prestare attenzione alle parole anche dei membri più giovani, perché anch’essi – in sostanza – possiedono frammenti di verità. Questo è un mezzo per poterci accogliere l’un l’altro nella comunità del seminario Cavanis. Perciò, ognuno deve attingere da questa verità, affinché tutti riescano a vedere la ricchezza e la saggezza di ciascuno, a prescindere dai Paesi di provenienza, ricchi o poveri, meno sviluppati o avanzati.

Al tempo dei Fondatori, bastava andare da Venezia a Bologna, a Modena, o a Trento e si era già in altri Stati. Ora, la Provvidenza ha portato l’Istituto Cavanis ad essere formato da tanti confratelli e collaboratori che provengono da vari continenti, diversi per lingua, cultura ed espressioni di religiosità. C’è una parola, che viene dai Fondatori, la quale invita tutti i membri a vivere l’unione della carità tra di loro (unica famiglia, un cuor solo e un’anima sola). È importante allora vedere i doni che ognuno ha, senza però cadere nell’utilitarismo strumentale. Si accoglie gratuitamente l’altro come dono; e non solo come uno che ha un dono. Questa è la carità, quella che è capace di includere tutto.

Infine, Papa Francesco in Fratelli tutti domanda un mondo ospitale, capace di guardare «al di là», cioè la necessità di andare oltre a sé stessi. Ciò vuol dire, vedere e capire le necessità degli altri e prendersene a cuore con azioni concrete, perché si possa dare ospitalità calorosa ai confratelli. In realtà, è impensabile pronunciare la parola amore di fronte ai confratelli della comunità se non c’è la voglia, il desiderio di accogliere veramente tutti, compresi coloro che hanno sbagliato. Sarebbe solo un «amore selettivo», e dunque esclusivo. Se fosse esclusivo, allora non corrisponderebbe più all’amore che Dio ha nei confronti degli uomini; non assomiglierebbe più all’amore che i santi Fondatori di Ordini e Congregazioni e, nel nostro caso, che i due fratelli Cavanis, hanno avuto e testimoniato per tutti, in maniera inclusiva – amavano tutti, perdonavano tutti. Per questo, i mezzi e gli atteggiamenti che i seminaristi coltiveranno, imparando ad educarsi nel vedere solo quelle cose che uniscono, sono:

• essere consapevoli delle debolezze umane, nell’umiltà del dialogo e della preghiera, perdonando sempre tutti;

impegnarsi nella preghiera ed affidarsi alla giustizia e misericordia divina, che non giudica gli altri, perché diversi per idee, mentalità e disposizioni;

non giudicare gli altri come fossero tutti uguali, come “appiattiti” nell’uniformità; avendo invece consapevolezza che ognuno ha la sua storia, diversa ed unica, da rispettare con tutto il cuore, fino ad «evitare i preconcetti e le espressioni mortificanti».

• riconoscere ed apprezzare la bellezza della diversità dei doni che gli uni e gli altri portano in se stessi; dando la possibilità che tutti possano raccontare le loro proprie esperienze di vita, le loro storie, le loro culture, e perfino i proverbi e le barzellette dei propri paesi di provenienza, senza dare giudizi umilianti.

1.2.  Accoglienza dei fratelli nel nome del Signore

Un Salmo proclama: «Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme! Là il Signore dona la benedizione e la vita per sempre» (Sal 133, 1.3). È una verità che i cristiani devono avere, in coscienza, ben presente nella loro vita; in modo particolare coloro che vivono insieme nella comunità della casa di formazione. È fondamentale che l’uno accolga l’altro nel nome del Signore, cioè nel nome dell’amore del Signore, perché ognuno è dono per l’altro. Nessuno si sceglie il confratello con cui vivere dentro la comunità, ma ognuno vi arriva per la fede, per volontà del Signore, che chiama una qualsiasi persona, a qualsiasi ora, qualsiasi cosa stesse facendo e ovunque si trovi. Una affermazione dice che i confratelli li ricevano dalla mano di Dio, ed egli stesso tiene tutti uniti in comunità. I Vangeli raccontano questa verità quando Gesù chiamò i suoi primi discepoli a stare insieme con lui. Quando ha formato i dodici apostoli, è sempre stato lui a sceglierli, uno ad uno, e a chiamarli per nome (cf. Lc 6, 13-16). Quindi, è ovvio che tutti loro sono stati scelti per stare insieme, per formare insieme, per proclamare e dare testimonianza alla Parola di Dio, per compiere cose prodigiose nel Nome del Signore.

San Paolo raccomandava ai fratelli nella fede a Roma: «Vi raccomando Febe, nostra sorella, diaconessa della Chiesa di Cencre: ricevetela nel Signore, come si conviene ai credenti, e assistetela in qualunque cosa abbia bisogno» (Rm 16,1-2). Così vale per tutti i seminaristi religiosi nel seminario Cavanis a Roma. Ognuno, che prima aveva la sua storia di vita (origine di famiglia e di paese, lavoro, giovane, adulto), ora si trova a vivere insieme, a fare comunità, sotto la guida dei formatori. Ognuno deve allora attingere da questa verità: ciascuno è venuto lì ed è presente per volontà di Dio! Allora, accogliersi l’un l’altro significa credere e accogliere Colui che ha portato tutti a vivere in comunità. Accogliere e amarsi gli uni gli altri, da fratelli, è una manifestazione dell’amore di Colui che ha voluto ciascuno nel seminario Cavanis. In effetti, attraverso l’amore di Dio effuso nei cuori dei fratelli per mezzo dello Spirito Santo (cf. Rm 5,5), la comunità, come famiglia unita nel nome del Signore, gode della sua presenza (Mt 18,20) e cresce. 

Per raggiungere questo obiettivo, i mezzi sono:

accogliersi e trattarsi bene gli uni gli altri: prendersi cura in modo particolare verso coloro che si trovano in difficoltà per problemi legati alla salute o per l’età, per adattamento a una nuova cultura e lingua; perfino per un diverso stile di celebrare e vivere i riti della Liturgia;

accogliersi gli uni gli altri come un dono del Signore. Per ogni confratello che viene ad abitare in comunità del seminario, bisogna partire da una speciale disposizione della mente e del cuore, che accoglie un nuovo dono che viene da Dio – un con-fratello, appunto;

• evitare di sospettare gli uni degli altri, come fossero degli intrusi, invadenti e cattivi; nutrendo ed adottando invece un “pensiero critico” ed evangelico; cioè quello di Gesù, che guarda e tratta la persona con amore (cf. Mc 10,21), condannando il peccato ma non il peccatore e dando sempre nuova possibilità affinché ciascuno riprenda il cammino, fedeli a Dio e servitori del prossimo (cf. Gv 8,11; Lc 19,8).

1.2.1. Guardare il cuore, non gli aspetti esteriori né l’origine

L’Antico Testamento afferma – nella pagina che racconta la celebre scelta di Davide come re – che Dio guarda al cuore, non all’imponenza della statura e all’apparenza (cf. 1Sam 16,7). Una parola, questa, che porta una verità significativa nella vita cristiana e religiosa. Tuttavia, bisogna dire che quella dell’aspetto esteriore è una realtà, di cui da secoli, gli uomini, compresi i cristiani e addirittura i religiosi consacrati, rimangono spesso affascinati e ingannati: dalla bellezza dell’immagine esteriore, dalle aspettative superficiali, dai motivi egoistici e dai vari utilitarismi. Perciò l’accoglienza, talora, può non risultare sempre del tutto gratuita, perché condizionata da motivi personali e puramente umani. Per esempio, uno, perché europeo, viene considerato più bravo di un asiatico, o di un africano o di un latino-americano. Si dimentica che nella comunità religiosa, ognuno è una persona; e che, prima di ogni altra considerazione, è un dono del Signore, prima di essere uno a seconda della sua origine e provenienza. Quindi, quello che importa non è solo, o tanto, l’aspetto esteriore, la cultura o la lingua di origine; bisogna guardare e andare oltre le aspettative puramente umane. Altrimenti si cade nell’errore, perché questo atteggiamento diventerebbe contrario alla natura stessa della vita consacrata, della vita cristiana autentica, chiamata ad essere esperta di comunione. Bisogna allora,

il riconoscere la persona, cioè ogni persona viene vista e accettata nella sua identità originale unica, con un rispetto che va al di là della sua “funzione” …Viene anche riconosciuta nel suo dinamismo storico, e quindi si rifiuta l’atteggiamento così frequente del pregiudizio, o dell’“etichettare”, cioè di non avere speranza nel suo possibile progresso.

Come è stato citato sopra, papa Francesco invita tutti a guardare «al di là», cioè ad andare oltre se stessi.

Su questa verità, nella comunità del seminario Cavanis, gli uni e gli altri dovranno imparare a:

guardare il cuore e considerarlo abitato dallo Spirito Santo (cf. 1Cor 6,19): bisogna credere che in ciascuno, nel cuore, Dio parla; quindi prestare l’ascolto più profondo e dare il tempo necessario per capire il messaggio di ciascuno, senza la pretesa di aver compreso già tutto in anticipo, allo scopo di evitare i fraintendimenti;

riconoscere che ogni persona prima di tutto è un dono di Dio, e non solo che ha un dono: bisogna che il rapporto reciproco non sia condizionato dai servizi ed utilità di ciascuno nella comunità, ma che la semplice sola presenza sia considerata già, di per sé, un servizio prezioso;

riconoscere che il Signore si fa presente nel bambino come nello straniero, nell’affamato come nell’assetato, nell’ammalato come in chi è nudo o in carcere (cf. Mt 25): bisogna allora adoperarsi per i servizi più concreti e umili come: accogliere con gioia e con il sorriso i confratelli che rincasano nella comunità; mettersi perfino a cucinare (nell’assenza della cuoca/o); accompagnare all’ospedale; procurare i medicinali e perfino curare l’igiene personale dei confratelli ammalati o anziani, o impossibilitati.

Solo in questi modi, e a queste condizioni, ognuno potrà accogliere il confratello in modo autentico, perché riconosce la presenza del Signore in ciascuno. Solo in questo modo, ogni membro della comunità imita la carità fraterna dei fratelli Fondatori, P. Antonio e P. Marco Cavanis, che si impegnarono ad accogliersi reciprocamente nel loro cuore, come se stessero accogliendo Dio.

1.2.2. Rispetto reciproco

Il rispetto reciproco è fondamentale, perché ognuno è unico, irripetibile ed è un mistero. Per mistero, intendo dire che non si può dare mai una definizione fissata e assoluta, di per sé, di una qualsiasi persona: che cioè sia stata tale, che lo sia ancora adesso e che tale sarà e rimarrà per tutta la vita. Al di là di ogni essere corporale/carnale, animale, razionale, sociale; al di là, e al di sopra, di ogni singola persona/individuo, c’è anche l’elemento spirituale. È stato creato da Dio, porta la Sua stessa immagine e somiglianza (cfr. Gen 1, 26-27). Quindi ognuno porta con sé il volto di Dio. Ognuno, nella sua individualità e originalità, è amato da Dio in modo speciale, «un suo figlio eletto» come ebbe a esprimersi il teologo David Maria Turoldo. Ognuno ha la sua specifica e individuale provenienza: di famiglia, paese, cultura; ma molto di più ancora: ha la sua origine per bontà e volontà di Dio. Afferma Padre José Rovira che «ciascuno ha la “sua” storia umana: in lui/lei ha luogo un’esperienza unica di umanità». Quindi, vale sempre la pena di rispettare qualsiasi persona: uno straniero, un bambino, un anziano, un portatore di handicap, un povero, uno privo di un’educazione formale. Infine, è da ricordare però che il rispetto non si chiede mai! È da guadagnare tramite il rispetto reciproco, non dal potere e comando. Gesù nel Vangelo è chiaro sulla cosiddetta regola d’oro: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti» (Mt 7,12).

Per questo, i mezzi da mettere in atto seguenti sono:

• prestarsi benevolo rispetto, dando il saluto di un “ciao!”, “buongiorno!”, “buona sera!” “buona giornata!”; domandando “come stai? / “come va?”; dicendo “grazie!”, “complimenti!”, “auguri!”, “buon compleanno!” (nel giorno del compleanno), “buon onomastico!” (nel giorno dell’onomastico), “buon appetito!” (nei pasti), “buon viaggio!” (per chi viaggerà), “buona fortuna!”, “crepi il lupo” (nel giorno degli esami universitari), “il Signore ti benedica!”;

• evitare parole umilianti che possano seminare rabbia e sfiducia; per esempio: “chi credi di essere!”, “tu sei prepotente!”, “tu sei matto!”, “tu sei nero!”, “tu sei grasso!”, “tu sei maleducato!”, “tu sei pigro!”, “tu sei ladro!” “tu sei bugiardo!”, “tu sei cattivo/diavolo!”, “tu sei il male incarnato!” …;

• non mettere in atto forme di bullismo che possano generare pregiudizi e razzismo; da evitare espressioni come: “tu sei brutto! /bruttissimo!” “non capisci niente!” … Al contrario, seguendo la regola d’oro nel Vangelo, tutti si sentiranno obbligati a fare agli altri ciò che vogliono che gli altri facciano a loro stessi (cf. Mt 7, 12);

• essere consapevoli che negli altri c’è sempre qualcosa da imparare e da offrire, per arricchirsi a vicenda: bisogna parlarsi ed ascoltarsi, raccontare le proprie tradizioni, i comportamenti, le usanze, i riti, le feste, le celebrazioni, i detti/proverbi, le barzellette, le lingue, le stagioni, la geografia, le storie dei propri paesi, dei popoli, dei personaggi famosi (eroi, politici, artisti, attori, atleti, scienziati), le novità della tecnologia e le scoperte, …;

• sull’esempio dei fondatori Cavanis, non diffamare il buon nome dei fratelli; evitando di raccontare i difetti dei confratelli, congregati, ma nemmeno delle loro famiglie biologiche dei paesi di provenienza e né degli amici, siano essi chierici o laici. Bisognerà, invece, trovare un momento per l’incontro e il dialogo fraterno, qualora si fosse in presenza di uno sbaglio;

• trattarsi gli uni gli altri come unici, irripetibili, in quanto tutti portatori di un Mistero: essere stati creati, amati e redenti dal Signore e segnati dal suo Spirito; quindi sono da «evitare le mormorazioni».

Per concludere, san Paolo raccomanda che tutti in seno alla comunità, come membra di Cristo e in fraterna comunanza di vita, si prevengano gli uni gli altri nel rispetto scambievole (cf. Rm 12,10).

1.2.3. L’accoglienza gratuita

Dio Padre ha manifestato il suo amore senza pari, dando il suo Unico Figlio perché tutti siano salvati (cf. Gv 3,16). Il Figlio obbedisce e ama il Padre e gli uomini, avendo dimostrato il suo grande amore per mezzo della sua passione, crocifissione e morte in croce. È il Dio che accoglie e attrae gli uomini a sé gratuitamente; è il Dio che comanda ai suoi discepoli di dare gratuitamente (cf. Mt 10,8). È questo un preciso messaggio del Signore, che particolarmente vuole rendere i suoi veri testimoni della Vita consacrata; che l’uno per l’altro cioè siano consci di questa verità. Purtroppo, senza cadere nel pessimismo, si vede che il mondo oggi pensa, parla e opera secondo una logica di mercato, di commercio. Cioè, come in uno scambio: scambio tra persone, sia nelle cose materiali che in quelle relazionali (un favore che l’altro ha fatto e che dovrà essere poi restituito in modo proporzionato). È difficile trovare il senso della gratitudine e della libertà per operare nella gratuità, ma tutto viene spesso calcolato come fosse un atto di compravendita. Ci sono accoglienze che sembrano gratuite, ma a volte sono finte. Infatti,

alcune persone apparentemente sono molto accoglienti ma, di fatto, cercano di placare la loro angoscia. Hanno bisogno di incontrare persone e di avere un certo potere su di loro. Hanno bisogno di avere altri alle loro dipendenze. Non hanno l’obiettività necessaria per capire veramente la fragilità della persona e discernere se e come può crescere nella comunità.

Bisogna evitare – ammonisce Papa Francesco – di ridurre l’accoglienza a una forma di solo utilitarismo. Che nella casa di formazione o nella comunità religiosa esista la gratuità! La comunità è come una famiglia allora che abbraccia tutti, compresi i disabili, gli anziani, gli ammalati, i deboli. Quindi, non seguire la logica di qualche Paese che accetta e accoglie solo coloro che hanno capacità, come potrebbero essere gli scienziati e gli investitori. La persona deve essere accolta prima di tutto non perché ha qualcosa da dare o da offrire, ma perché è un fratello/sorella nel Signore. Viene dallo stesso Padre. Così anche i religiosi, e in modo particolare quelli del seminario Cavanis, «si amano fraternamente perché vivono, ognuno con le proprie doti e originalità, un medesimo attaccamento al Cristo […]; l’amore fraterno regola tutti i rapporti orizzontali e verticali fra i religiosi». Si ratifica così l’amore degli uni verso gli altri con l’amore del Signore e per il Signore. Da evitare, quindi, quell’amore quando è selettivo e condizionato, perché esso non genera carità fraterna. Invece, ognuno consideri bene che «imparare a conoscere il fratello, scoprirne i carismi, offrire e ricevere il perdono, sentirsi accettato e amato anche con i propri limiti è esperienza a volte dolorosa ma sempre arricchente». Qui, gioca un grande ruolo l’amore fraterno ed evangelico.

La comunità del seminario Cavanis deve impegnarsi ad imitare i fratelli Fondatori. La loro vita è stata un’autentica vita donata; ed è giusto dire donata perché hanno dato tutto (eredità e vita) per poter accogliere i bambini e i giovani alla loro scuola gratuita, anche per l’accoglienza di sacerdoti diocesani che si aggregavano (e più tardi anche giovani chierici) alla vita comunitaria nella «casetta», ossia la prima casa di formazione. Sono grandi esempi di testimonianza di gratuità e di disinteresse personali. Pertanto, in seminario, i seminaristi apprendono la pratica della gratuità ogni giorno attraverso: il servizio agli altri, nei compiti domestici; offrire il tempo all’insegnamento della Lingua italiana ai fratelli stranieri; le istruzioni per usare gadget, computer e macchine domestiche; le conoscenze, per occuparsi di giardino e di orto; la condivisione dei vari talenti; la collaborazione nell’apostolato, sia nella Scuola che nella Parrocchia; il prendersi cura di quando qualcuno fosse malato o del fratello anziano.

Queste sono le modalità pratiche per poterci accogliere gli uni gli altri ed essere capaci di testimoniare la fraternità nel Signore. Infine, un amore per il prossimo/fratello/sorella che deve essere, come l’amore di Israele per Adonai, il Signore (Dt 6,5): un amore incondizionato ed illimitato, un amore che arriva fino a dare la vita.

1.3. Autorità come servizio ai fratelli

Una delle tante crisi che la nostra epoca affronta è la crisi di autorità. Si veda per esempio, il caso di tanti genitori che sono diventati incapaci di far obbedire i loro figli; ciò vale anche per la società: governanti che trovano disagio per far obbedire i cittadini alle regole degli Stati. Di conseguenza, questo può succedere anche nelle comunità religiose, perché ognuno porta con sé il suo proprio bagaglio, sia dalla famiglia come dalla società. Nel caso opposto, c’è crisi perché ci sono anche gli abusi dell’autorità, una autorità autoreferenziale, che diventa autoritarismo, egoista, narcisista, farisaico, perché “dicono e non fanno” dalla parte dei superiori o formatori nel seminario. San Paolo afferma che «non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio» (Rm 13,1). Allora, ognuno deve capire e abbracciare questa verità: nessuno ha l’autorità, nessuno è autorevole, se non attinge l’autorità dalla Parola del Signore e la mette poi in pratica. Infatti, Gesù è considerato autorevole più degli scribi (cf. Mc 1, 22), perché dice quello che compie e compie quello che dice. È un uomo autentico perché fa incarnare la Parola della Scrittura nella sua propria vita. La sua autorità è al servizio della comunione tra i suoi discepoli ed è al servizio della comunione tra gli uomini con Dio Padre. Le Costituzioni e Norme dell’Istituto Cavanis stabiliscono che chi è al servizio dell’autorità assuma il compito di far crescere gli altri nell’unità e nella comunione attraverso l’impegno totale e incondizionato.

Sia nella famiglia, sia nella comunità e nella società, l’autorità riveste un grande ruolo per la crescita. Quindi, tutto dipende da come è esercitata l’autorità da parte di chi è o di coloro che sono preposti al servizio di essa. La comunità cresce solo quando tutti i membri aderiscono all’autorità legittima, obbedendo in modo perfetto ed evangelico, collaborando con spirito gratuito e mettendo tutto a disposizione per il bene comune e la missione. Tutto viene vissuto in evangelica obbedienza.  Infatti, i fratelli Cavanis, all’inizio della comunità da loro fondata, non volevano altro che solo l’autorità del Vangelo potesse regolare la vita fraterna. All’inizio, nemmeno la Professione dei voti evangelici, perché ognuno doveva sentirsi libero nel seguire il Signore e nel servire i bambini e i giovani. Per loro, bastava che fossero «uniti dal vincolo della carità fraterna e della uniforme vocazione», affinché si compisse la volontà di Dio sia nella vita personale che comunitaria. Con questa certezza, Padre Antonio insieme con suo fratello Padre Marco, dirigevano e amministravano sia la scuola che la comunità nella casetta. Desideravano che tutti fossero istruiti nella verità del Vangelo e nella libertà. Infatti, «l’autorità è per la libertà e la crescita delle persone. È un’opera di amore. Così come Dio veglia sui suoi figli perché crescano nell’amore e nella verità, il responsabile deve essere un servo di Dio e delle persone, perché tutti crescano nell’amore e nella verità». La loro autorità allora non veniva da qualsiasi persona o dalle tante lettere da loro scritte, ma dal Vangelo stesso, da Gesù Maestro. Se li consideriamo autorevoli, è per merito del Vangelo, perché lo servivano costantemente e unicamente. Il Vangelo era l’unica regola di vita della casetta, l’unica che realmente ispirava, per poter amare gli uni gli altri da fratelli. In ogni caso, nello sviluppo della comunità appena fondata, e con la richiesta da parte dell’autorità della Chiesa ed esigenza più pratica per la vita comunitaria, hanno avuto le regole ispirate dal Vangelo. La prima comunità si riunisce il 27 agosto 1820, e le prime regole della comunità sono presenti già nel 1823; poi seguono le cosiddette regole manoscritte del 1831, poi le regole approvate dalla Santa Sede e stampate del 1837.

Ispirata dal Vangelo e dal grande esempio dei Fondatori, la comunità del seminario Cavanis si allena a imitare i fratelli Cavanis. Il responsabile della comunità dovrà attingere la sua autorevolezza dagli insegnamenti del Vangelo e mai imponendo se stesso. Da «ricordare che l’autorità in una comunità non è onnipotente; ci saranno sempre dei controlli, dei limiti stabiliti dalla costituzione». I responsabili, cioè le persone messe al servizio dell’autorità concessa dal Vangelo, dal Magistero, dalle Costituzioni e Norme della Congregazione, devono innanzitutto essi stessi essere modelli esemplari di obbedienza e testimoni credibili del Vangelo per i fratelli più giovani, al fine di essere servitori di tutti.

C’è un’affermazione che aiuta a capire in senso pieno il significato dell’“autorità”:

Gesù è “ricco” di autorità. È autorevole, cioè non è solo uno che dice parole, magari anche belle. Autorevole è uno che fa crescere gli altri. Augēre in latino vuol dire precisamente “far crescere”. Si può dire che autorevole è chi restituisce gli altri alla propria identità, chi aiuta le persone a ritrovare la propria dignità vera…Non chi scaccia la gente, la manovra, la illude per il proprio tornaconto o si limita a intrattenerla nel nulla. Genera invece cammini di libertà chi provoca uno stupore reale che apre il cuore e la mente al mistero di Dio e della vita.

Allora, in seminario, sia per i formatori che per i seminaristi, i mezzi da procurare sono:

• seguire Gesù che è venuto per servire, e non per essere servito (Mt 20,28): ognuno, compreso il formatore, si renderà quindi disponibile per i lavori manuali, sia dentro la casa (pulizie, lavare le posate, cucinare, sistemare le tavole della mensa, …) che fuori (giardino, orto, piazzetta, campo);

• vivere l’autorità con la coerenza e la testimonianza di vita richieste dal Vangelo;

• essere consapevoli che l’autorità è sempre un dono per il servizio, e non per l’oppressione degli altri; sarà indispensabile, allora, da parte dell’autorità il dialogo e l’ascolto, prima di qualsiasi decisione che riguardi la vita e la missione di un confratello.

 

1.3.1. Esercitare l’autorità con il rispetto della libertà

 

Papa Francesco afferma: «Dio è Padre e non ci lascia soli, è sempre disposto a consigliarci, a incoraggiarci, ad accoglierci. Ma non impone mai il suo volere. Perché? Perché vuole essere amato e non temuto». Nella comunità religiosa, non può esistere una vera autorità senza libertà. L’autorità deve essere capace di accogliere la libertà di ciascuno. Infatti nel Vangelo, Gesù mai impone ma sempre propone. Un esempio classico è quello dell’incontro con il cosiddetto giovane ricco. Gesù gli dice: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi» (Mt 19, 21). È un consiglio evangelico, perché invita ciascuno nella libertà e nella carità. Gesù mai obbligava, nemmeno i suoi Dodici. Infatti è capitato che, dopo aver tenuto un grandioso insegnamento, tanti dei suoi discepoli ne rimanessero scandalizzati e non credessero più alla sua parola. Di conseguenza, se ne andarono via. Rivolgendosi ai Dodici disse: «Forse volete andarvene anche voi?» (Gv 6, 67). Amare, per Gesù vuol dire, lasciare che ognuno segua la propria coscienza, perché in essa dimora Dio. È per volontà di Dio che ogni uomo è dotato della libertà. Infatti, la Chiesa insegna che

Dio ha creato l’uomo ragionevole conferendogli la dignità di una persona dotata dell’iniziativa e della padronanza dei suoi atti. «Dio volle, infatti, lasciare l’uomo “in balia del suo proprio volere” (Sir 15,14) perché così esso cerchi spontaneamente il suo Creatore e giunga liberamente, con l’adesione a lui, alla piena e beata perfezione”: “L’uomo è dotato di ragione, e in questo è simile a Dio, creato libero nel suo arbitrio e potere».

 

Così vale per il seminario Cavanis: credere che ogni membro è capace di sé per rispondere alla propria vocazione e permettere che ognuno risponda alla chiamata di Gesù nella piena libertà e carità.

Il padre Antonio,quando partì il primo novizio dall’istituto l’18 maggio 1825, davanti a tutti chierici dice che l’istituto non ha bisogno di loro, ma loro sì, sé sono chiamati alla vocazione religiosa nello stesso istituto. La stessa comunità, oggi deve essere consapevole che nell’assenza di libertà, non si forma nessuno alla verità, libertà, responsabilità e carità. Infatti, solo colui che è libero è capace di rispondere con tutta libertà. I fratelli Cavanis volevano che tutti fossero vincolati dall’amore gli uni per gli altri, non dalle leggi e dalle prescrizioni. Per questo, da parte dei formatori, bisogna che ci sia flessibilità, corresponsabilità e ascolto reciproco. Infatti, ascoltare, indica «accogliere incondizionatamente l’altro, dargli spazio nel proprio cuore»; e l’ascolto delle singole persone diviene luogo indispensabile per un servizio evangelico d’autorità. Una affermazione per concludere: «Il capo, in una comunità, non ha tutte le luci; al contrario, il suo ruolo è quello di aiutare ogni membro ad essere se stesso, ad esercitare i doni suoi propri per il bene di tutti».

Per questo, i mezzi perché i seminaristi possano raggiungere questo obiettivo sono:

• essere capaci di accogliere con serenità gli imprevisti, in tutti gli aspetti e dimensioni della formazione, evitando di dogmatizzare regole e norme;

• essere capaci di capire, e far capire, che nessuno può sostituirsi all’altro; e quindi, che in ogni decisione ognuno è responsabile e protagonista sia nel processo decisionale che nell’opera stessa;

• avere desiderio, prima di emettere un proprio giudizio, di sapere e conoscere le idee, i sentimenti e le motivazioni che stanno nella testa e nel cuore dell’interlocutore; per questo, l’ascolto reciproco è necessario, ed è una via per la comprensione l’uno dell’altro;

• evitare di imporre le proprie idee.

 

1.3.2. Esercitare l’autorità da fratelli, non come tra padroni e sudditi

Gesù trattava i suoi discepoli da amici in modo esplicito; non da servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone (cf. Gv 15,15). Nello stesso modo, la Lettera agli Ebrei dichiara che «colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli» (Eb 2,11). Discepoli sono i cristiani, coloro che sono chiamati i fratelli di Gesù, grazie al suo amore senza misura, perché ha elevato la dignità degli uomini alla fratellanza con Lui. Nello stesso modo, i fratelli Cavanis, sin dall’inizio nella formulazione della prima costituzione della Congregazione nel 1820, esigevano che tutti si considerassero e si trattassero come fratelli. Fratelli uniti in quella carità che attinge dalla verità del Vangelo.

Nel caso della comunità del seminario, il formatore è al servizio dell’autorità e quindi si impegna a: trattare i formandi da fratelli; farsi umile; farsi autorevole, cioè colui che è credibile perché coerente e testimone; farsi per primo il servo di tutti, evitando il vanto di titoli e privilegi.  Per prima cosa, viene presentata una raccomandazione: il formatore tratti i formandi da fratelli, ossia come «fratelli minori», non da sudditi o servi da dominare. In conseguenza, deve comportarsi da fratello maggiore, e non da padrone, perciò presta ascolto in qualsiasi momento opportuno. Poi, egli deve farsi umile, non ritenendosi superiore ad alcuno perché tutti sono uguali, figli di un Unico Dio Padre. Una affermazione dice: «L’amore fa andare al di là dei ruoli: lega le persone e le fa riconoscere e rispettare per quello che sono; ci si riconosce fratelli, uguali davanti all’unico Padre». Infatti, «un buon responsabile è colui che genera fiducia e speranza nella presenza di Dio e nella comunità. È sempre umile». Inoltre, deve farsi autorevole, non perché più intelligente o molto più capace, ma perché è un testimone credibile, autentico discepolo del Vangelo. Lui è quegli che ascolta e mette in pratica, per primo, la Parola di Dio e «capace di animare e di proporre, di ricordare le ragioni d’essere della vita consacrata, di aiutare le persone a corrispondere con una fedeltà sempre rinnovata alla chiamata dello Spirito». Infine, deve farsi per primo il servo di tutti, come Gesù che lavò i piedi ai suoi discepoli (Gv 13,1-5). Egli cerca la sua grandezza nel servire, perfino nei lavori più umili in seno alla comunità. Secondo san Francesco,

il superiore [in questo caso è il formatore] francescano è un compagno, un fratello, che vive fraternamente con gli altri fratelli, e la sua autorità non gli conferisce una superiorità o dominio sugli altri, ma lo pone al loro servizio, precisamente «come Cristo, il quale non è venuto per essere servito ma per servire».

 

Da ultimo, non vantarsi dei titoli e privilegi; perché l’amore va oltre, abbraccia gli uomini e li fa riconoscere e rispettare per ciò che sono; li fa riconoscere gli uni agli altri come fratelli e «uguali davanti all’unico Padre». Una verità viene raccomandata: «È opportuno non gonfiare il ruolo: né da parte di chi lo svolge, né da parte di chi ne beneficia. È il genitore incapace che grida: sono io il padre». I concetti sopra esposti sono i modi migliori, nel seminario Cavanis, per servire i confratelli, nello spirito autenticamente evangelico dell’autorità. Infatti, «esercitare l’autorità in mezzo ai vostri fratelli, significa dunque servirli, sull’esempio di colui che “ha dato la sua vita in riscatto per molti”». Dunque, i mezzi visti come necessari, sono:

• godere la stima e l’amore dei formatori, loro assegnati; bisogna allora che i seminaristi apprezzino e accolgano la stima e l’affetto dei formatori;

  riconoscere i formatori come buoni padri e fratelli maggiori, e non padroni; da evitare quindi la “faccia doppia”, ma che siano invece onesti e coraggiosi nell’esprimere le proprie idee, i propri sentimenti e perfino i propri desideri, senza aver paura di essere giudicati o equivocati;

  vedere i formatori come strumenti del Signore per il proprio sano discernimento e la crescita; nei colloqui bisogna dunque affidarsi ai formatori, come a proprie guide affidabili e accompagnatori validi.

1.3.3. L’autorità evangelica per una obbedienza fraterna

 

Fuori dalla logica dell’autorità evangelica non si può pensare un esercizio dell’autorità ed obbedienza fraterna tra dei fratelli, nel seminario o nella comunità religiosa. Gesù ha sottolineato la necessità di una obbedienza libera, caritativa, fraterna e responsabile quando ha dato a Pietro l’incarico di prendersi cura dei suoi discepoli. Si è assicurato che Pietro obbedisse in nome dell’amore per il Signore. Infatti, egli ha chiesto: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene? Pasci le mie pecorelle». (cf. Gv 21,17). È stato l’amore, quello di Pietro, ciò che lo ha fatto obbedire al suo Maestro; perché è lì che avrebbe trovato sempre la forza e il coraggio per affrontare le grandi sfide della predicazione del Vangelo e per guidare le varie comunità cristiane, anche fuori Gerusalemme. Com’è stato giustamente spiegato,

ci sono diversi modi di esercitare l’autorità e il comando: quello del capo militare, quello del capo d’impresa e quello del responsabile di una comunità; il generale mira alla vittoria; il capo d’impresa, al rendimento; e il responsabile di una comunità alla crescita delle persone nell’amore e nella verità.

 

Sotto la guida del formatore, i fratelli giungono a considerarsi ciascuno «come mediazione preziosa della volontà di Dio per l’altro». Grazie a una fede fiduciosa e amorosa, gli uni gli altri si prestano reciproca obbedienza, in modo fraterno ed evangelico. Papa Paolo VI afferma:

 

Pertanto, al servizio del bene comune, l’autorità e l’obbedienza si esercitano come due aspetti complementari della stessa partecipazione all’offerta del Cristo: per quelli che operano in autorità, si tratta di servire nei fratelli il disegno d’amore del Padre, mentre, con l’accettazione delle loro direttive, i religiosi seguono l’esempio del nostro maestro e collaborano all’opera della salvezza. Così, lungi dall’essere in opposizione, autorità e libertà individuale procedono di pari passo nell’adempimento della volontà di Dio, ricercata fraternamente, attraverso un fiducioso dialogo tra il superiore ed il suo fratello, quando si tratta di una situazione personale, o attraverso un accordo di carattere generale per quanto riguarda l’intera comunità.

 

L’obbedienza, nella Pastores dabo vobis, Papa Giovanni Paolo II spiega che «non è sottomissione cieca e silenziosa ai desideri personali del superiore gerarchico: è “vissuta senza servilismi… senza autoritarismi e senza scelte demagogiche” (PDV 28 § 3)».

Per questo, la comunità del seminario Cavanis si impegna a un’impostazione qualificante circa l’esercizio dell’autorità da parte del formatore. Egli, allora, deve essere il primo testimone dell’obbedienza al Vangelo e alle Costituzioni e Norme, e colui che poi le trasmette, vero e convinto animatore dell’obbedienza verso l’autorità. Innanzitutto, essere obbediente vuol dire avere la capacità di mettersi a disposizione per un costante ascolto della Parola di Dio e per discernere le regole evangeliche e le sane tradizioni della propria Congregazione. Egli è capace di ascoltare bene la voce della comunità, convinto che Dio può parlare a ciascuno, compreso il più giovane e addirittura anche il novizio. Poi, deve essere trasmettitore delle regole e della Parola del Vangelo a tutta la comunità, con coraggio e sincerità, senza aver paura delle critiche, o perfino delle calunnie e delle persecuzioni. Egli ricorderà sempre che Gesù ha lasciato detto: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me» (Gv 15,18).

Infine, il formatore opera come animatore dell’obbedienza verso l’autorità. Egli è consapevole che nella vera obbedienza non c’è un atteggiamento servile ed esterno, ma un’adesione cordiale e interiore alla legittima autorità. Infatti, solo un consenso interiore può costruire una comunità obbediente, una comunità dove ci si ama gli uni gli altri. San Francesco nella sua Regola raccomandava un’obbedienza caritativa, cioè un atteggiamento dove uno obbedisce per amore; non solo verso il superiore, ma anche verso qualsiasi confratello della comunità. Quindi, «le relazioni vengono regolate non tanto dal ricorso alle leggi quanto dal movimento del cuore e della fede».

Per questo, i mezzi da praticare sono:

• obbedire con coraggio, fiducia e animo sereno agli ordini dei formatori: il seminarista deve avere la fiducia che, tramite loro, Dio parla, comunica; quindi, ascoltare i formatori vuol dire ascoltare la Parola di Dio e mettere in pratica la sua volontà; essere servi buoni e fedeli (cf. Mt 25, 23);

• obbedire ai propri formatori nella carità: il motivo per obbedire è l’amore; in qualsiasi cosa (piccola o grande) bisogna obbedire senza mormorazioni, capricci o pensieri maliziosi, perché obbedendo a loro si obbedisce a Dio;

• avere la «familiarità orante e quotidiana con la Parola di Dio, con la Regola e le altre norme di vita, in atteggiamento di disponibilità all’ascolto degli altri e dei segni dei tempi».

2. Suggerimenti per la formazione alla carità fraterna dei membri

 

Non esiste una formazione alla vita religiosa e sacerdotale che possa definirsi «perfetta». Avere però dei progetti, con degli obiettivi e dei mezzi (dei metodi, dei contenuti), tutto questo può servire alla giusta maturità della formazione di ogni seminarista. Allo stesso modo, la formazione non condiziona il futuro del seminarista, ma lo prepara a prendere in mano la sua vita. Insieme allo Spirito Santo e all’équipe dei formatori, è lo stesso seminarista ad essere, in definitiva, protagonista della propria vita. È lui la persona responsabile e libera per aprire il cuore, gli occhi e la mente alla proposta formativa dal seminario.

Le Costituzioni e le Norme della Congregazione delle Scuole di Carità precisano che

il fine di ogni formazione religiosa è la carità, vissuta in un particolare stile di vita. Il giovane Cavanis, che vuole seguire Cristo povero, casto, obbediente, sia aiutato, ispirandosi alla testimonianza dei Fondatori, a crescere ogni giorno nell’amore filiale verso Dio Padre, secondo il dono dello Spirito Santo nella misura particolare di ciascuno, di modo che si faccia tutto nell’obbedienza umile e gioiosa alla volontà di Dio, in spirito di lode e di rendimento di grazie.

Sotto la guida dei formatori, il seminarista imparerà a vivere la carità fraterna; cioè ad amare secondo lo stile del Vangelo, l’insegnamento del Magistero, gli scritti e l’esempio di vita dei Padri Antonio e Marco Cavanis. I formatori come mediazioni umane all’azione dello Spirito, possono garantire un’offerta educativa e formativa che segue i passi seguenti:

2.1. Presentare dei modelli biblici di carità fraterna nella formazione

Nel secondo capitolo di questo lavoro, sono stati presentati i racconti di vari personaggi, di fratelli di sangue che hanno avuto esperienze diverse. Primo, nell’Antico testamento, ci sono fratelli di sangue la cui fratellanza è dominata dalla gelosia, dall’invidia, dalla menzogna che inganna come nel caso dei fratelli Isacco e Giacobbe e di Giuseppe ed i suoi fratelli. Tuttavia, alla fine, risulterà essere stata una fratellanza riconciliata e pacificata.  Tuttavia, c’è un altro tipo di fratellanza che la Bibbia racconta, quella degli amici. Non erano fratelli di sangue ma hanno vissuto insieme come fossero fratelli. Un esempio classico è tra Davide e Gionata, Rut e Noemi. Volevano bene l’uno all’altro. Gionata ha rischiato la propria vita perché Davide fosse salvato dalla minaccia di Saul; Rut ha lasciato la propria terra per servire la suocera vecchia, Noemi. Nel Nuovo Testamento, ci sono personaggi esemplari che hanno dimostrato una vera fratellanza, una fratellanza che non era limitata dall’affinità di sangue, ma dalla fede, dall’amore e dalla speranza in Dio Padre. Essi sono Gesù e Paolo. Gesù, che, nato da una famiglia umana, ha assunto in sé la stessa natura, dimostrando che un vero fratello è colui che ama ed è pronto a dare la propria vita perché l’altro viva (cf. Gv 15,13). Paolo, che, originario di Tarso in Cilicia, ha dovuto viaggiare in lungo e in largo per predicare e visitare gli altri fratelli nella fede, fino ad offrire la propria con il suo martirio a Roma.

La lettera agli Ebrei afferma che «Gesù, Dio fatto uomo, si è fatto nostro fratello (cf. Eb 2,11-12)». È l’amore incarnato scrive Papa Benedetto XVI. L’uomo che sappia il senso del vero amore del prossimo: servire, insegnare, perdonare, sfamare gli affamati, guarire gli ammalati, liberare dai demoni i posseduti, far risuscitare i morti, sopportare con pazienza le calunnie, portare la croce e perfino morire. Infatti, attesta la Scrittura su di lui: «meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera» (Gv 11,50). È un uomo che ha dato la propria vita per i suoi amici, che sono per lui fratelli. Dato che la Parola di Dio è la fonte principale delle nostre esperienze vocazionali, i modelli biblici validi sono da presentare molto nella formazione.

2.1.1. Formare al comando evangelico di Gesù: «Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati» (cf. Gv 15,12).

 

L’amore è potere. Esso può attirare e perfino cambiare la prospettiva di vita di una persona. Papa Francesco è colui che ha fatto esperienza dell’amore misericordioso. Infatti, riflettendo sul commento che san Beda il Venerabile scrisse sulla pericope evangelica della vocazione di san Matteo, dove dice che Gesù ha visto un esattore delle tasse e, mentre lo guardava con un sentimento d’amore, lo ha scelto, e gli ha quindi detto: «Seguimi», ne è rimasto molto impressionato. Papa Bergoglio ha più volte confessato che è proprio dalla meditazione su questo passo biblico, che egli ha iniziato a seguire la strada della vita religiosa e sacerdotale, per servire il popolo di Dio.

L’amore è il comandamento che è comune sia nell’Antico come nel Nuovo Testamento. Per amore, Gesù sceglie i Dodici affinché vivano in comunione con lui (cf. Mc 3, 14). È un uomo «capace di attirare a sé i suoi primi due apostoli Simon Pietro e suo fratello Andrea; ed «il numero dei suoi discepoli e seguaci aumentava di giorno in giorno». Il Vangelo di Luca racconta la sua scelta dei Dodici apostoli «Simone, che chiamò anche Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo d’Alfeo, Simone soprannominato Zelota, Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore» (Lc 6, 14-16).

Dopo aver scelto, ha comandato loro di amarsi gli uni gli altri come lui ha amato loro (cf. Gv 15,12). Quindi, l’amore verso agli altri, che i discepoli devono offrire, non è quell’amore puramente umano, egoistico, ma un amore come quello stesso del Maestro, amore generoso e gratuito. Infatti, i Dodici sono disposti a lasciare tutto. Lasciare il padre e la famiglia «costituisce una esperienza forte, significa abbandonare la tradizione, le radici culturali e religiose […] ogni sicurezza e lanciarsi verso il futuro, alla sequela di colui che li ha chiamati in vista del Regno». Allora, per seguire Gesù tutto il resto diventa relativo (cioè con poco o nessun valore). Un segno del loro amore evangelico: essi vivono nell’amore reciproco in comunione con Lui, accettano i suoi insegnamenti, assumono i suoi comandi e hanno instaurato con Lui una nuova e definitiva relazione personale di fiducia e di obbedienza. Il modo di amare di Gesù trasforma ciascuno dei suoi discepoli.

I dodici apostoli di Gesù sono i grandi testimoni dell’amore fraterno. Sono attirati dalla dolcezza e dall’unica chiamata dalla parte di Gesù. I segni concreti del suo amore fraterno per i suoi discepoli sono: la confidenza nel segreto del Regno di Dio (cf. Mc 4,11; cf. Gv 15,15); l’autorità di predicare/insegnare, perdonare, guarire insieme con lui; la grande stima e l’amore verso tutti i suoi apostoli. Un testo dichiara:

Con la parabola della Vite e dei tralci (cf. Gv 15,1-8), Gesù rivela il tipo di legame che egli offre e che si aspetta dai suoi. Non vuole un legame da “servi” (cf. Gv 8,33-36), perché “il servo non sa quello che fa il suo padrone” (Gv 15,15). Il servo non ha libero accesso alla casa del suo padrone e meno ancora alla sua vita. Gesù vuole che il suo discepolo si leghi a Lui come “amico” e come “fratello”.

Gli apostoli non videro la vita intima di Gesù come osservatori semplici ed impassibili, ma partecipando a un’autentica comunione di fatiche e di riposo, di dolori e gioie, di sconfitte e di trionfi. Dopo l’Ascensione al cielo di Gesù, hanno imparato il vero senso dell’amore fraterno: vivere insieme nella preghiera, condividere il pane, mettere tutto in comune (cf. At 2, 42-47; 4, 32-37; 5, 42), guarire gli ammalati, come lo storpio alla porta del tempio (cf. Atti 3, 1-10),il paralitico Enea a Lidda (cf. 9, 32-35) e una discepola creduta morta di nome Tabità a Giaffa (cf. 9, 36-42). L’uomo che ha ricevuto l’amore, allora è senz’altro colui che segue le stesse opere di Gesù.

Per questo, ogni discepolo è chiamato a seguire Cristo come il modello per eccellenza della vita autentica cristiana. Un segno sincero di riconoscimento del suo amore è quello di imitarlo e di renderlo simile a Lui che dice: «Chi mi ama, mi segua», seguendo colui che ha mostrato il suo amore fino alla morte. Allora, i mezzi da attuare sono:

• riconoscere l’amore di Dio e del prossimo anche nelle cose semplici e quotidiane; per esempio: i tempi per la preghiera, per lo studio, per il lavoro, per la ricreazione e il riposo; avere la possibilità di celebrare le feste con sufficiente cibo sulla tavola; accogliere cordialmente la gente, sia nella scuola come nella parrocchia;

• gioire con chi è felice, soffrire con chi soffre: nella comunità, oltre ai successi e ai momenti gioiosi, non mancano le varie difficoltà o problemi che tutti possono sperimentare; quindi, quando si nota che qualcuno è disanimato, bisogna trattarlo con prudenza sia nel parlare che nell’agire. Espressioni del tipo: “come stai”? – “tutto bene?” – “coraggio!” – “tutto andrà bene!” “Fidati!” – “Abbia fede!” – “per qualsiasi cosa che hai bisogno, sono qui per te!” possono incoraggiare e consolare il cuore.

2.1.2. Formare alla volontà di Gesù: «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21)

Il narcisismo, l’individualismo e il protagonismo creano legami di divisione, separazione segregazione nella comunità religiosa. Succede quando uno pensa di essere il più bravo, il più santo e il più sano degli altri confratelli e quindi dimentica che gli altri, come lui stesso, possono avere i propri limiti, debolezze, difetti; quando uno pensa che la presenza degli altri sia di fastidio, di disturbo e di ostacolo, dimenticando che gli esseri umani sono fatti per vivere in relazione con gli altri, quindi che l’uno completa l’altro; quando uno pensa che l’altro è un avversario, un concorrente o addirittura una minaccia, dimenticando che tutti gli uomini sono fratelli, quindi eguali. Tutte queste realtà negative rendono l’uomo e ogni comunità religiosa insoddisfatta, infelice, triste, sterile e addirittura morta. Infatti, dove non c’è unità e amore evangelico, cioè fraterno, la comunità diventa come un tralcio secco perché staccato dalla vite, ossia staccato dall’amore di Gesù (cf. Gv 15,6).

Gesù conosce il pensiero ed il cuore, quindi il desiderio umano (cf. Mt 9,4; cf. Lc 9,47; cf. Gv 2,25); l’uomo desidera l’amore, la pace, la serenità del cuore, l’unità, la felicità. Egli vuole che la sua gioia sia nell’uomo e la gioia dell’uomo sia piena (cf. Gv 15,11). Sant’Agostino, il grande testimone di questa verità, ha capito che l’uomo trova la piena felicità del cuore quando è unito a Dio, quando l’uomo è consapevole che Dio non solo abita in lui ma che è lui che abita in Dio. È l’amore sovrabbondante di Dio che desidera senz’altro che gli uomini siano uniti a Lui, con il Padre per mezzo dello Spirito Santo. Quindi, prima che l’uomo pensi, desideri, crei la comunione, la condivisione, la partecipazione comunitaria, Dio gliel’ha già donata per primo. Infatti, «Base della comunità religiosa è, soprattutto, il dono della fraternità ricevuto, prima ancora dello sforzo o della generosità dei suoi membri o del servizio che compiono». Il legame di un’autentica unione fraterna si rende credibile e duraturo solo quando è ispirato dallo stesso amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Infatti:

La comunità dei fratelli manifesta così il carattere universale della fraternità inaugurata da Cristo, poiché non poggia su legami naturali, ma sulla forza dello Spirito Santo, principio vivo dell’amore tra gli esseri umani […] L’amore che Dio ha mostrato all’umanità di Cristo diventa principio di unione degli esseri umani tra di loro: «tutti siano una sola cosa […] perché il mondo creda» (Gv 17,21). Costruita sulla fede, la comunità esercita il ministero di rivelare l’amore di Dio Trinità mediante la comunione che in essa regna.

 

Quindi, l’amore e la comunione dell’uomo è un riflesso dell’amore del Dio Trinitario. Per merito di Dio, l’uomo vive in comunione l’uno all’altro e con Dio, in modo autentico. Papa Benedetto in una sua omelia proclamò che «questa duplice comunione con Dio e tra di noi è inseparabile. Dove si distrugge la comunione con Dio, che è comunione col Padre, col Figlio e con lo Spirito Santo, si distrugge anche la radice e la sorgente della comunione fra di noi». Dio è la fonte e il fine ultimo di questo rapporto meraviglioso, uniti da fratelli con il Signore. Infatti,

la fraternità cristiana ha un fondamento trinitario e cristologico: Dio Padre ci fa tutti figli nel Figlio per la potenza dello Spirito Santo.  Abbiamo tutti la stessa dignità e insieme partecipiamo a un progetto unico di amore. Mossi dallo Spirito, che è l’architetto di un’autentica fraternità, siamo chiamati ad avere “lo stesso atteggiamento in Cristo”.

Allora, ogni rapporto di fraternità nella comunità non ha a che fare solo con lo sforzo o l’opera creativa dell’uomo, ma è dono di Dio, «è dono da vivere con gli altri», effuso dallo Spirito Santo per poter seguire Cristo che si è fatto fratello e modello nostro. Per questo, nella comunità del seminario, i mezzi per conseguire questo obiettivo sono:

• acquisire l’attitudine di pregare, con costanza e sincera disposizione del cuore, del corpo e della mente, per essere in armonia con la volontà di Dio-Trinità, ogni giorno;

• vivere le celebrazioni liturgiche insieme, quotidianamente, con la consapevolezza che, nella lettura della Scrittura, Dio si comunica, e che nell’Eucaristia Gesù offre se stesso, segno visibile del suo grande amore;

• essere consapevoli che ognuno è membro, e quindi ha un ruolo unico, nella costruzione dello stesso corpo mistico di Cristo (cf. 1Cor 12,12-31); bisogna che ognuno partecipi in modo costante e sincero nell’adempiere ai compiti da svolgere nella comunità;

• evitare amicizie esclusive e chiuse nella comunità; bisogna che l’amicizia si allarghi a tutti i membri del seminario, per non cadere nella trappola della logica dei gruppetti e delle divisioni;

• parlare, dialogare, scambiare parole con tutti i fratelli, senza privilegiare i soli connazionali.

2.1.3. Formare all’invito evangelico di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt 10,8)»

Il mondo ormai è diventato un mondo di commercio. Ogni iniziativa, opera, fatica, perfino la sofferenza devono essere ricompensate. L’uomo ha dimenticato che, quello che «è» e quello che «ha», tutto è dono. La sua vita, la famiglia, le capacità, l’intelligenza, la forza: tutto è frutto dell’amoroso dono di Dio. Difatti, la seconda lettera di Pietro afferma: «La sua potenza divina ci ha fatto dono di ogni bene per quanto riguarda la vita e la pietà, mediante la conoscenza di colui che ci ha chiamati con la sua gloria e potenza» (2Pt 1,3). Grazie a Dio e al merito di Gesù, l’uomo è completo.

I fratelli Antonio e Marco Cavanis sono stati grandi testimoni del servizio gratuito verso i bambini e i giovani bisognosi di istruzione della mente e del cuore. Hanno abbandonato tutto, un ufficio onorifico nella Repubblica di Venezia, una casa nobile della famiglia e hanno sofferto molto da parte dei governanti e delle situazioni economiche, a causa dell’opera gratuita per i bambini e i giovani poveri e abbandonati. Motivato dalla carità, la fatica e il peso di educare i giovani non possono essere compensati da soldi ma dall’amore alla medesima gioventù. I Cavanis amarono la povertà. Sia i Padri Anton’Angelo e Marcantonio che arrivarono alla tarda età, sia i confratelli che morirono giovani, di tisi e di altre malattie di poveri. La considerarono necessaria per lavorare in mezzo ai poveri; vi videro una delle maniere più efficaci per rimanere immacolati da questo mondo; capirono che essere poveri era l’unica maniera autentica di mettersi, al lato di Gesù. Infatti, san Paolo scrive: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà». (2cor 8,9). La gratuità dell’amore e del servizio è un valore evangelico, che deve essere recuperato in modo particolare dai religiosi Cavanis.

San Manuel González García dichiarava: «Amare per Gesù e nel modo di Gesù, ossia: dire e fare tutto questo per amore, senza aspettare paga né ricompensa, con sacrificio fino a morire sulla croce della stanchezza, dell’esaurimento, dell’ingratitudine, del martirio cruento, a poco a poco tutto in una volta». Questo è un amore gratuito, cioè «amare ‘come’ Cristo ha amato: ecco la condizione per avere la presenza di Cristo nella comunità. Quel ‘come’ indica la misura del suo amore: un amore senza misura, fino a dare la vita. Infatti, rischiare la propria esistenza fino a perderla è un amore senza misura perché la vita è totalmente donata, offerta e nessuno la può restituire mai, se non Dio solo. Gesù infatti dice: «chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,25).

Per questo, in seminario Cavanis, ognuno si impegna ad imitare Cristo, il «Dio che muore per gli uomini». Allora, in quanto ai mezzi, i seminaristi si dedicano a:

• godere delle cose che ci sono (non di quelle che non ci sono); bisogna accontentarsi delle cose messe a disposizione e necessarie per l’uso della comunità. Per esempio: usare un telefonino e/o un computer non di marca o di lusso, ma economico e decente; allo stesso modo, nel caso della mancanza di un computer ad uso personale per ciascuno, ci si accontenterà di lavorare nella postazione del computer a turno, condividendone l’uso per un tempo determinato;

• dare (in modo libero e spontaneo) tempo, talenti, risorse e conoscenze senza aspettare contraccambio dai fratelli e dagli altri, quindi evitando la mentalità del «dare per ricevere»;

• avere fiducia nella divina Provvidenza come il padre Antonio afferma: «Dio solo è ricco di una ricchezza che basta a tutto».

2.1.4. Formare all’affermazione di Gesù: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40)

 

L’amore di Gesù per gli uomini è senza confini, è per tutti. Gesù ama qualunque persona, di qualsiasi provenienza, paese o cultura, di qualsiasi stato di vita o di salute. È capace di amare gratuitamente. Perciò non ha delle aspettative in vista di scambi a suo favore. Ama e basta. Ama gli uomini in modo infinito più del loro amore per se stessi. Ha sofferto, ed è morto per il suo grande amore per gli uomini.

Nel tempo di Gesù prevalevano la discriminazione, l’indifferenza fino all’ostilità verso le donne, le vedove, i bambini, i malati, i lebbrosi, gli stranieri, i peccatori, le folle senza pastore. Egli invece se ne prende cura, li abbraccia, accoglie, perdona, gli insegna. Alcuni fatti esemplari sono ben conosciuti e possono essere ricordati qui:una donna sorpresa in adulterio che da lui viene liberata senza averla giudicata(Cf. Gv 8,1-11); una vedova che piange la morte del suo unico figlio e che viene da lui confortata dopo averglielo restituito alla vita (Cf. Lc 7,11-17); egli che accoglie e difende l’esistenza dei bambini (Cf. Mt 19, 13-15); egli che guarisce il cieco di Gerico (Cf. Mc 10, 46-52); che guarisce il paralitico in Cafarnao (Cf. Mc 2, 1-12); che tocca e guarisce un lebbroso (Cf. Mc 1, 40-45); che ascolta l’appello di una madre cananea per la guarigione di suo figlio tormentato da un demonio (Cf. Mt 15, 21-28). Infine, con il racconto della parabola del buon samaritano, Gesù insegna ai suoi discepoli ad accogliere, ad ospitare con amore tutti senza discriminare per questioni di nazionalità, colore, cultura, lingua, credo, ideologia e stato di vita. L’ospitalità e l’accoglienza sono quindi fondamentali per chi si identifica come appartenente a popoli, discepoli e figli di Dio; perdona il buon ladrone sulla croce (Cf. Lc 23,39-43); ha pietà della folla (Mt. 15,32-39); istruisce la folla (Cf. Mc 4,1-12); egli che «permette a una donna prostituta di ungere i suoi piedi (cf. Lc 7,36-50)». È un amore incredibile, senza pari, fuori classe e senza precedenti! L’amore era lo scopo principale di tutti i suoi pensieri, di tutti i suoi desideri, di tutte le sue azioni, di tutte le sue sofferenze.

Nella comunità del seminario convivono fratelli con diversi temperamenti, status, situazioni economiche, storie, ferite, sensibilità, mancanze/debolezze. Anche se ci sentiamo forti, ci spetta accettare gli altri come sono; ma sarà anche meglio se prima di tutto riconosciamo e accettiamo noi stessi come deboli. Infatti, san Paolo esorta: «Noi che siamo i forti – scrive Paolo con chiara ironia – abbiamo il dovere di sopportare l’infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi» (Rm 15,1).

Per costruire una comunità credibile e autentica nell’amore, è necessario formare i seminaristi a vedere il volto di Gesù nei fratelli. Allora, i mezzi per dare concretezza a questo obiettivo sono:

• servirsi l’uno l’altro nel nome dell’amore e soprattutto nel nome del Signore. Considerandosi come servi inutili, perché fanno quello che devono fare, perché sono discepoli del Signore (cf. Lc 17,10);

• essere accanto a chi è triste e isolato, rianimandolo con parole, creatività e fantasia; possono essere diversi gli strumenti a disposizione: organizzare una passeggiata, un picnic, vedere insieme un film, sia in comunità o al cinema, visitare luoghi sacri o turistici o pregare insieme;

• vedere il volto di Gesù, non solo nell’Eucaristia, ma in tutti i fratelli; in modo particolare nei sofferenti, sia nella comunità che nella società attorno a noi;

• essere pazienti, benevoli verso i più deboli, perdonando i peccatori, facendosi disponibili a servire.

2.1.5. Formare alla carità come l’unico motivo di rapporto e servizio dell’altro (cf. 1Cor 13)

Dopo gli insegnamenti sulla carità fraterna presenti nei vangeli, la prima lettera di Paolo ai Corinzi, nel capitolo sulla carità (1Cor 13), è testo fondamentale per la formazione nelle comunità formative, sia religiose che sacerdotali. San Paolo, il grande apostolo di Gesù, «vuole che i cristiani siano “radicati e fondati nella carità” (Ef 3,17), cioè che la carità sia la radice e il fondamento di tutto». Egli «si è occupato della carità sin dalle prime parole della sua Prima Lettera, anche se il tema si è poi particolarmente addensato e concretizzato – sollecitato da esigenze pastorali più che da esigenze teoriche – nelle grandi lettere ai Corinti, Galati e Romani». Infatti, è lui che ci ha lasciato quel testo che gli studiosi chiamano «l’inno di carità»:

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità! (1Cor 13,1-7.13).

 

San Paolo ha ripetuto, per ben tre volte, «ma se non avessi la carità»; non esistono eccezioni a questa regola. Se la carità è assente, ogni opera, anche se fosse un’opera straordinaria, non vale niente. L’assenza di carità non solo le diminuisce semplicemente, rendendole meno perfette o meno efficaci, ma le cancella del tutto, come se le privasse di ogni sostanza: senza carità rimane la forma ma non il contenuto, l’aspetto ma non la realtà. Quindi, o si fa tutto con la carità o non si fa nulla anche se è stato fatto qualcosa di grande, «deve essere vera; altrimenti non è carità». Il primato della carità è fondamentalmente nientemeno che il primato della persona, un primato che – a sua volta – rimanda alla Croce, il grande evento della carità di Dio, che trasforma ogni uomo in un “fratello” per il quale Cristo è morto (1Cor 8,11b).

La carità per San Paolo è «carità» quando è vera, autentica, sincera: «La carità non abbia finzioni» (Rm 12,9). Infatti, «San Paolo porta il discorso alla radice stessa della carità, al cuore. Ciò che si richiede all’amore è che sia vero, autentico, non finto. Il suo è una eco fedele del pensiero di Gesù che aveva indicato il cuore come il «luogo» in cui si decide il valore di ciò che l’uomo fa (Mt 15,19)».

L’uomo che vive nella carità è colui che è capace di servire, per servire nel nome dell’amore, non per vari altri motivi, personali o comunitari. È come quella mano sinistra che fa l’elemosina senza farlo sapere alla mano destra (cf. Mt 6,3); è «colui che si dona gratuitamente agli altri, che mette al centro il bene dell’altro: è oblazione, donazione di sé»; «ama senza contare, senza cercare se stesso in ciò che offre agli altri».

In seminario, allora, i mezzi mettere in atto questo sono:

• pensare, parlare e operare con carità; la misura e il motivo di ogni pensiero, di ogni parola e di ogni opera deve essere la carità. Quindi, sia il lavoro, che lo studio, la preghiera, l’apostolato, insomma tutto dello stare insieme nella comunità deve essere animato dalla carità;

• evitare parole e gesti falsi; quando uno dice dell’altro “bravo!” o “buono!”, queste devono essere parole che vengono dal cuore, e non dettate da altri motivi. Ad es. un sorriso o abbraccio deve essere vero, non diplomatico o conformistico.

 

2.2. Educare all’immedesimazione nelle virtù dei PP. Antonio e Marco Cavanis

 

Vita Consecrata invita i membri di ogni Istituto ad essere fedeli al proprio carisma e patrimonio spirituale dell’Istituto. Il patrimonio spirituale che i Fondatori hanno lasciato è dato senz’altro dalle Virtù teologali, Fede, Speranza e Carità, che essi hanno vissuto e testimoniato in modo eroico. Quindi, nella casa di formazione, ciascun candidato deve impegnarsi ad imitare fedelmente i Fondatori; anche se in contesti geografici e temporali diversi, è lo spirito che resta uguale per poter rispondere al grido degli uomini, dei bambini e dei giovani per una vita cristiana autentica. Un testo che riguarda le virtù teologali dice:

Vivendo la dimensione teologale il cristiano segue Cristo, partecipando effettivamente alla sua esperienza vitale: nella fede, il cristiano è reso partecipe della conoscenza che Cristo ha del mistero di amore del Padre; nella speranza, accoglie con fiducia la salvezza operata da Dio in Cristo; nella carità, condivide l’amore di Dio e del prossimo vissuto da Cristo fino al dono della vita. L’esperienza della vita teologale che ha il suo centro in Cristo conferisce specificità e unità alla vita cristiana. Accogliendo il dono di fede-speranza-carità, il cristiano pone una scelta fondamentale che orienta tutto il suo agire e colloca in un orizzonte teologale, cioè nella luce di Dio-Trinità, ogni sua scelta e azione.

Nello stesso modo, il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: «Le virtù teologali fondano, animano e caratterizzano l’agire morale del cristiano». Dalle virtù praticate e vissute, i cristiani diventano credibili nella loro identità di fedeli. Infatti, nessuno nasce cristiano ma lo diventa. Grazie al dono dello Spirito Santo, che pone la grazia in ogni cristiano per vivere fedelmente le virtù teologali, l’uomo allo stesso tempo, nella sua piena libertà, è invitato rigorosamente a riconoscere questi doni e ad impegnarsi nella pratica di ogni giorno per tutta la vita.

I due fratelli sono stati grandi esempi della messa in pratica delle virtù cristiane, vissute lungo la loro vita. Sono stati testimoni credibili di fede, speranza e carità. Grazie alla loro formazione, fondamentalmente iniziata nella loro casa, anche noi possiamo dire, citando papa Francesco, che la loro è stata una “formazione artigianale”. Una formazione che è iniziata dalla esemplare testimonianza di vita cristiana dei loro devoti e caritatevoli genitori e dei Padri Domenicani, insegnanti nei loro studi. Lungo la loro esistenza, la pratica delle virtù vissute dai due fratelli, sono state fondamentalmente frutto delle loro letture, meditazioni e commenti personali della Sacra Scrittura. Infatti, dalle Memorie dai loro scritti, si evince che i temi biblici maggiormente citati perché da loro preferiti sono: la fiducia, la speranza, la confidenza in Dio, la Provvidenza, la bontà, la generosità, la misericordia del Signore, l’amore alla croce, la pazienza, la sottomissione alla volontà di Dio, l’orazione, la gioia, il coraggio, la costanza, la perseveranza, la forza.

2.2.1. Educare ad una fede vissuta dai PP. Antonio e Marco Cavanis

La fede è «l’atto fondamentale dell’esistenza cristiana». Uno si identifica cristiano perché ha fede in Dio. Infatti, «la fede è la virtù teologale per la quale noi crediamo in Dio e a tutto ciò che egli ci ha detto e rivelato, e che la Chiesa ci propone da credere, perché egli è la stessa verità. Con la fede ‘l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente’». I fratelli Cavanis hanno avuto tanti successi ma nello stesso tempo sfide, problemi, momenti di desolazione, anche conflitti che riguardavano la vita comunitaria, la scuola, il rapporto con i governi austriaci e francesi, la mancanza dei materiali e risorse scolastiche. Tuttavia, con la loro fede, con tutto il loro cuore, mente, e forze, sono rimasti incrollabili in Dio e affidandosi sempre alla Sua divina Provvidenza. Difatti, l’umile comunità e scuola che hanno iniziato è diventata grande e significativa non solo nella Chiesa e nella città di Venezia, ma anche in ben quattro Continenti, dopo oltre più di duecento anni di attività.

Per questo, spinti dai grandi esempi dei Fondatori, i seminaristi, sotto la guida dei formatori, sanno che la loro vita di fede deve essere somigliante a quella loro. Dunque, quanto ai mezzi, i seminaristi si impegnano a:

• rispettare l’orario comunitario di preghiera nella comunità; in caso di impegno individuale o comunitario, bisogna trovare l’orario che favorisca il pregare insieme in cappella o chiesa;

• dedicare un tempo alla lectio divina ogni giorno;

• partecipare all’Eucaristia ogni giorno e considerare la Parola di Dio come un pane quotidiano; cioè a non vivere una giornata senza averla meditata, assecondando in questo uno degli aspetti più specifici della spiritualità Cavanis;

• fare l’esame di coscienza quotidiana; dedica qualche minuto prima della preghiera di compieta;

• devozione alla Mariana; seguendo l’invito caloroso dei PP. Antonio e Marco, ogni membro bisogna che pratichi un atto virtuoso ogni giorno in onore della Vergine, con la recita comunitaria (o personale) del Rosario e osservando, nelle vigilie in preparazione alle sue feste principali, digiuno o astinenza;

• venerare san Giuseppe Calasanzio, patrono della Congregazione. Bisogna celebrare la solennità con una novena, o triduo, con delle riflessioni sulla vita e virtù del santo, digiunando la vigilia e poi con una gioiosa festa, compresa la celebrazione eucaristica;

• frequentare regolarmente il sacramento della Riconciliazione e l’incontro regolare con la guida/Padre spirituale;

• partecipare al ritiro mensile, annuale, e quello nei tempi forti (Avvento – Quaresima).

2.2.2. Educare alla speranza vissuta dai PP. Antonio e Marco Cavanis

Il Salmo proclama: «Beato l’uomo che spera nel Signore» (Sal 40,5). I fratelli Cavanis sono stati esemplari nello sperare nel Signore. La loro speranza era incrollabile. P. Marco, che ha speso la sua vita per chiedere elemosine, per gli affari burocratici, che incontrava i nobili, l’imperatore, il Papa perché il loro apostolato potesse ottenere l’appoggio ecclesiale, economico e burocratico e l’approvazione, e che ha avuto tantissimi rifiuti, insulti; ma che tuttavia, non si stancava mai di andare avanti con questa certezza: «Li soccorsi opportuni già li aspettiamo da Lui, non dagli uomini. Se gli uomini ci han mancato, qual motivo vi è di attristarci, se il nostro cuore davvero si appoggia in Dio? Verran gli ajuti donde noi non sappiamo e cammineremo ancor questa volta felicemente per la strada dell’impossibile». Quindi, dalle vie del “no” con la grazia di Dio si possono raggiungere le vie del “sì”. P. Marcantonio citava una frase biblica che S. Giuseppe Calasanzio aveva come ritornello: “Siate costanti, e vedrete l’aiuto di Dio su di voi” (Es 14,13). E ancora P. Marcantonio, alla fine di una spedizione infruttuosa: «Verran gli aiuti donde noi non sappiamo e cammineremo ancor questa volta felicemente per la strada dell’impossibile. Tante orazioni fatte finora non hanno a cader senza effetto; però riposo tranquillo nel seno amoroso della Provvidenza divina». Nella stessa occasione, P. Anton’Angelo gli scriveva: «E che vogliono dire questi bei no da Marchesi e Conti, che vi sputano in faccia? Che cadrà l’opera? Uh, Uh! Altro, ben altro. Vuol dire che è tribolata, e che appunto per questo Dio la vuol proteggere e farla grande… Io sto in bella pace, senza pensieri, senza timore». Infatti, «la speranza ha bisogno della tribolazione, come la fiamma ha bisogno del vento per irrobustirsi. Bisogna che muoiano le ragioni umane di sperare, una dietro l’altra, perché emerga il vero motivo incrollabile che è Dio». Vale anche per l’educazione gratuita dei bambini e dei giovani. Nonostante la fatica di educare i giovani (in modo particolare coloro che venivano da famiglie povere e meno istruite), essi speravano il buon frutto nel futuro. Infatti, del famoso loro testo sulle Cinque piaghe di Gesù (le cinque virtù che essi giudicano necessarie per l’educatore Cavanis sono comparate e dedicate alle cinque piaghe di Cristo, un tema caro al XIX secolo, si pensi al testo dell’abate Antonio Rosmini [1848]), una la dedicarono proprio alla speranza di frutto. Infatti, le Costituzioni e Norme di 2008 affermano che:

I congregati, fiduciosi nell’aiuto del Signore, siano perseveranti nelle difficoltà e negli insuccessi. Sappiano sperare e aspettare il frutto delle loro fatiche, contenti anche se Dio affiderà ad altri la mietitura. Preghino ogni giorno per i giovani che, per mezzo loro, il Signore chiama alla salvezza.

Allora, su queste virtù devono essere preservate e aumentate “nelle difficoltà e negli insuccessi”. Proprio per mezzo delle difficoltà e degli insuccessi, lasciando così chiaro che l’educazione della gioventù è un ministero difficile. È anche un ministero di cui si vedono i risultati e i frutti a lunga scadenza, come dimostra la frase “sappiano sperare e aspettare il frutto delle loro fatiche, contenti anche se Dio affiderà ad altri la mietitura”. Per i Fondatori, «la speranza dei frutti» dell’educazione è loro espressione tipica.

La virtù della speranza è l’«àncora della nostra vita, sicura e salda […] Si esprime e si alimenta nella preghiera». Infatti, «la preghiera è la lingua della speranza». I due fratelli sono stati grandi testimoni perché la loro vita, l’opera e la comunità che hanno fondato sono stati affidati nelle mani del Buon Dio. Ispirati dai Fondatori, che pregavano affidando tutto a Dio e lavoravano senza risparmiare fatiche, i seminaristi imparano a:

• sperare nel compimento di qualunque opera o progetto con fiducia nel Signore; siano gli impegni negli studi (esami, ricerche, tesi), gli impegni nell’apostolato (insegnamento del catechismo ai bambini o giovani, insegnamento o assistenza nella classe nelle scuole e servizi nella parrocchia) essi sono fiduciosi di portare avanti a un buon fine;

• mettere a disposizione tutte le forze, sia del corpo che della mente, per qualsiasi opera o progetto comunitario o personale;

• lavorare con diligenza e costanza, nella preghiera e nella fatica, in qualsiasi opera o iniziativa; il profeta Isaia infatti proclama: «Ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi» (Is 40,31);

• senza aver paura di fallire in qualsiasi progetto/apostolato, sia comunitario che personale; bisogna avere fiducia nell’opera, perché qualsiasi attività che venga da Dio non verrà distrutta (cf. At, 5,38-39). I padri Antonio e Marco sono grandi testimoni di speranza di frutto, in qualsiasi iniziativa o opera nel futuro;

• avere un cuore paziente per qualsiasi persona, situazione e circostanza; da ricordare nella testa e conservare nel cuore la parola di san Paolo che dice: «Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rm 8,18).

 

2.2.3. Educare ad una carità come quella vissuta dai PP. Antonio e Marco Cavanis

 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che «la carità è la virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa per se stesso, e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio». Infatti, «San Paolo vuole che i cristiani siano ‘radicati e fondati nella carità’ (Ef 3,17), cioè che la carità sia la radice e il fondamento di tutto». È una virtù che ogni cristiano deve imparare ad accogliere e vivere. Altrimenti, è un cristiano privo di valore e di senso. Aggiunge lo stesso documento: «Se non avessi la carità, dice ancora l’Apostolo, “non sono nulla”. E tutto ciò che è privilegio, servizio, perfino virtù … senza la carità, “niente mi giova”».

La Congregazione che i fratelli Cavanis hanno fondato si chiama “Congregazione delle Scuole di Carità”. Volevano chiaramente che tutta la vita fosse radicata, imbevuta, plasmata nella e sulla carità. Infatti, P. Marco dichiara: «Ci unisca la scambievole carità, ci animi il medesimo spirito, ci conforti la vocazione, ci guidi la volontà di Dio, la sua gloria, l’amore alla gioventù, e poi speriamo ogni più eletta benedizione». È per amore di Cristo e del prossimo che le comunità vivono unite, da fratelli, e svolgono l’apostolato per educare il cuore e la mente dei bambini e dei giovani, gratuitamente. In qualsiasi opera educativa e caritativa, bisogna avere una disposizione al disinteresse personale, senza pubblicizzare come i farisei, e avere il senso di gratitudine per tutte le grazie che vengono dal Signore. Il dovere di fare la carità, per i Fondatori, finirà solo quando nessuno ne avrà più bisogno.

Il seminario è il luogo privilegiato in cui ricevere, apprendere e donare la carità del Signore, grazie agli esempi dei Fondatori che, per amore verso Dio e verso il prossimo fino alla fine della loro vita, hanno incarnato la carità, cioè un amore concreto, non astratto. Un amore che coinvolse tutta la loro persona. Infatti, la loro vita è stata interamente consumata dall’amore per Dio e per il prossimo.

Per questo, i mezzi che i seminaristi adotteranno per vivere la carità nell’esempio dei PP. Antonio e Marco, sono:

• offrire tempo, energie e talenti da rendere disponibili per gli altri;

• volere bene ai fratelli senza discriminare alcuno per via del colore, della cultura, della lingua e della cittadinanza;

• aiutare i confratelli più deboli (al livello intellettuale e anche fisico) con pazienza e benevolenza;

• servirsi l’un l’altro, in modo concreto, anche nei lavori umili (cucinare, lavare i piatti perfino pulire la stanza dell’altro in caso di necessità) e senza aver il sentimento di pensare di riscattare nel futuro i servizi prestati;

• svolgere l’apostolato, nella scuola o nella parrocchia, di educare e accompagnare i bambini e i giovani con amore; bisogna preparare bene la lezione, gli argomenti, le attività con tanta cura e creatività; trattare egualmente i ricchi, ed i poveri.

2.3. Formare secondo le indicazioni delle Costituzioni e Norme e della Ratio Institutionis Cavanis (R.I.C.)

Formare una persona alla vita religiosa e presbiterale è una cosa delicata. Sono tanti gli elementi da considerare e da mettere insieme per poter dare una formazione retta e fedele ai valori evangelici, alla Spiritualità e al Carisma della Congregazione. Amedeo Cencini conferma che «formare significa proporre un modello preciso, come un nuovo modo d’essere, una «forma», nel senso più pieno, non solo esteriore, del termine, una forma che sia anche una norma, «la» norma dell’essere e dell’agire del giovane consacrato. Sul piano psicologico è questa la sua nuova identità, il suo io ideale». Per questo, le Costituzioni e Norme e la Ratio Institutionis Cavanis (R.I.C.) della Congregazione sono le fonti, le linee-guida, i mezzi per poter arrivare all’obiettivo della formazione del futuro Cavanis, maestro e padre della gioventù.

2.3.1. Seminario in stile familiare

Sin dall’inizio, i Cavanis non desideravano che la Congregazione da loro fondata diventasse né ricca e né numerosa di membri. Ebbero tanta paura della ricchezza, ma anche della mancanza di concordia tra confratelli membri. Hanno voluto sempre che nella comunità rimanesse lo spirito di famiglia. È importante per loro il rapporto familiare, cioè che tutti i membri si conoscano da vicino, in tutti i sensi. Il Vaticano II precisa che la comunità religiosa deve essere come famiglia dove tutti i membri sono uniti nel nome del Signore. Trascorsi due secoli, per rispondere ai segni dei tempi, e dopo il grande impulso venuto dal Vaticano II, la Congregazione ha iniziato a svilupparsi non solo fuori dalla città di Venezia e in altre parti d’Italia, ma, a partire dal 1968, anche oltreoceano. Infatti, al seminario internazionale di Roma arrivano seminaristi religiosi provenienti dall’America Latina, dall’Africa e dall’Asia. Per questo, il Superiore e i Responsabili della casa di formazione cercano di mettere in guardia affinché non venga a perdersi lo stile tipico dell’ambiente familiare nella comunità, così come voluto e trasmesso dai Fondatori.

Infatti, la Costituzione assicura:

I religiosi considerino la comunità come vera famiglia, dono del Signore per loro sostegno e conforto. Perciò amino la casa religiosa come la propria casa, vivano volentieri insieme, partecipino in letizia alla preghiera, alla mensa e al sollievo, discutano nei Capitoli le questioni che riguardano la vita comune e gli impegni dell’apostolato e collaborino generosamente alle varie iniziative.

Per questo, i formatori devono:

Primo, prendere cura dei fratelli più giovani con delicatezza e sensibilità. Per la questione della diversità alimentare, della lingua, della stagione e della cultura, tocca ai formatori provvedere la necessità di ciascuno uno per uno, senza generalizzare ed impostare tutti quanti come fossero eguali in tutti i sensi. Per favorire la formazione personalizzata, bisogna trattare ognuno in modo unico perché nessuno è uguale all’altro. Seguendo la Regola che i Fondatori hanno voluto, non si infliggono penitenze, sanzioni e non si usano modi duri, perché essi volevano che si vivesse insieme nell’amore e per amore.

Secondo, essere presenti costantemente in tutte le attività e gli eventi comunitari. Formare vuol dire stare insieme, come una famiglia unita in una casa. Insieme nei pasti, nella preghiera liturgica, nei lavori manuali, nelle ricreazioni, nell’apostolato. Infatti, non si forma né con i soli libri e né con le conferenze, ma nell’essere/stare insieme. Gesù l’ha provato. Egli chiamò i Dodici e rimase accanto a loro negli anni del Suo ministero pubblico. È nello stare insieme che Gesù ha conosciuto la fede e l’amore dei suoi discepoli e nello stesso tempo, i discepoli hanno compreso piano piano il segreto di Gesù, che riguardava il mistero della sua vita in unione con il Padre. Così anche nella formazione in seminario, è nello stare insieme che i formatori possono scoprire il cuore e la mente dei seminaristi; e nello stesso tempo, i seminaristi possono discernere con i propri occhi e cuori la loro vocazione religiosa e presbiterale.

Terzo, volere il bene dei formandi. Gesù ha rivoluzionato il vero senso dell’amare. Per lui, amare vuol dire voler bene, il bene dell’amato – non di se stesso (egoistico). Lui stesso ha mostrato l’amore incondizionato nella sua morte sulla croce per gli uomini, suoi amati. Allora, i formatori si impegnano a sacrificare il loro tempo, agio, energia, talento per provvedere alle necessità di ciascuno dentro la comunità.

Quarto, essere a disposizione per ascoltare i fratelli e condividere le loro proprie iniziative.  Siccome i formatori non possiedono tutte le conoscenze e talenti, bisogna prestare attenzione agli altri fratelli, di che cosa desiderano, vedono o sentono. Ascoltare, discutere insieme i progetti e le iniziative comunitarie rende tutti quanti protagonisti, e quindi tutti si sentono responsabili per qualsiasi decisione e opera. Vedere, parlare, discutere, decidere insieme è un modo di dire a ciascuno – “tu sei importante”, “tu sei capace”, “tu sei uno di noi”, quindi, fratello di una unica famiglia.

Tutti questi punti menzionati sopra, possono rappresentare le azioni concrete che favoriscono una formazione alla carità fraterna di tutti i membri della comunità del seminario.

2.3.2. Formare all’identità e della vocazione Cavanis

I due Fondatori, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, sono stati appassionati nel radunare ed istruire i bambini più poveri e senza educazione formale, nella loro città di Venezia e in seguito in altre città del Veneto. Avevano capito che la loro vocazione era quella di educare i bambini e giovani poveri, ma senza escludere i ricchi in modo gratuito. Hanno accolto non solo i poveri perché, secondo loro, anche i ricchi hanno bisogno dell’educazione sia della mente ma soprattutto del cuore; come pure perché i fanciulli di famiglie disagiate si sentissero umiliati di andare alla “scuola dei poveri”. Dopo anni di estenuanti fatiche ed infinite tribolazioni, il 21 giugno 1836 la loro Congregazione venne approvata come Congregazione dei Chierici Secolari delle Scuole di Carità da papa Gregorio XVI. I Fondatori si identificavano non solo come maestri quanto come padri dei bambini e dei giovani.

Allora, nella casa di formazione, preparavano i loro collaboratori chierici e fratelli a poter essere capaci di trasmettere le scienze umane e spirituali da un maestro esperto e con l’affetto fraterno e paterno. Uniformità della vocazione tra tutti i congregati allora significa: vocazione all’educazione dei bambini, ragazzi e giovani principalmente poveri e abbandonati. Essere Cavanis vuol dire essere come i due fratelli: maestri e padri della gioventù. Infatti, sulla loro tomba, nella Cappella del Crocifisso adiacente la chiesa dell’Istituto (ex parrocchiale) di Sant’Agnese, è scritto: “Antonio e Marco Cavanis – Juventutis vere parentes (veramente/davvero padri della gioventù). Tutti hanno ricevuto la stessa vocazione dalla stessa fonte, allora, la vivono e così la trasmettono.

Su questa identità di vocazione, la comunità del seminario Cavanis si impegna a formare i giovani religiosi sul Carisma che i Fondatori hanno trasmesso e affidato. È il patrimonio che ognuno dei membri dell’Istituto deve continuamente imparare, vivere e trasmettere. Dunque, per arrivare a maturare quest’identità, i mezzi sono:

•organizzare e programmare attività che, nella comunità, favoriscano la comunione;

programmare insieme gli orari comunitari di preghiera, S. Messa, pasti, ricreazione, riposo, lavoro manuale, formazione, riunioni;

• organizzare e programmare attività pastorali con i bambini e giovani in Parrocchia; con la direzione del parroco, i seminaristi accompagneranno nella formazione e animazione i bambini e i giovani del catechismo, del gruppo dei chierichetti e degli altri vari gruppi giovanili;

• fare insieme una puntuale verifica alla fine dell’anno academico (per la scuola) o anno pastorale (per la parrocchia).

2.3.3. Formare ad una comunione spirituale e materiale

La comunità dei primi cristiani, così come narrata dagli Atti degli Apostoli, era una comunità testimone di comunione. La condivisione dei beni appare come la prima espressione e realizzazione del mutuo amore. L’unità è mostrata e avviene nella comunione dei beni materiali e permette la condivisione di valori e ricchezze interiori. Evita allora di essere «padrone di sé e delle sue opere: le sue ricchezze, soprattutto se accumulate da lui stesso, gli fanno riporre la sua fiducia in se stesso, e la sua sicurezza nei suoi beni, al punto che diventa ateo, non sentendo il bisogno di Dio».

Sant’Agostino, nella sua Regola, raccomanda i confratelli di non dire mai: “È mio”, ma tutto sia comune tra tutti. Lungo i secoli, la Vita religiosa è nata come la comunità che vive la vita in comune – allora in comunione. Giovanni Paolo II esortava ai religiosi di «porre tutto in comune: beni materiali ed esperienze spirituali, talenti e ispirazioni, così come ideali apostolici e servizio caritativo». Vale anche per la vita del presbitero. Infatti, come i religiosi, anche se in modo diverso, anch’essi sono invitati ad essere testimoni e esperti di condivisione. Non può nascere la comunione senza la condivisione. La R.I.C. è esigente su questo stile di vita. Infatti:

Il Religioso Cavanis, non solo per l’obbligo dei Voti, è chiamato a vivere in Comunità, seguendo l’esempio dei Venerabili Padri Fondatori, e ad essere segno di comunione, di condivisione della vita, dei beni e della missione, curando e diventando “custode del fratello”. Siamo chiamati a formare vere Comunità che vadano oltre il “cameratismo e il superficialismo”, avendo in Cristo la sorgente dell’unità, la ragione per progettare, realizzare, valutare e celebrare la fraternità.

Una condivisione tale che non si fermi solo alle cose materiali, come mangiare lo stesso cibo, avere lo stesso stile o qualità dell’abito, uniformità della camera da letto, condivisione dei veicoli per l’apostolato, condivisione del peso del lavoro apostolico e di ricevere il necessario per ogni giorno; ma che sia soprattutto delle cose morali e spirituali, come le virtù evangeliche, le tradizioni della pietà della Congregazione, la fede, le aspirazioni, i desideri, i progetti, la propria vita insomma. Da tenere presente però che si deve evitare l’uniformità in certi aspetti del vivere comune, perché non sono sempre le stesse le necessità di ciascuno, per quanto riguarda la salute, le capacità o anche la cultura e le diverse usanze. Meglio ancora non mettere qualcuno «sul letto di Procuste» che è in mitologia greca, Procuste «era un brigante che assaliva i viandanti e li stendeva su un letto al quale la loro statura doveva adattarsi perfettamente: se erano troppo corti, li stirava, si sporgevano, li accorciava…indica la tendenza a ridurre le persone a un solo modello, un solo modo di pensare e di agire».  Dunque, è responsabilità prima dei formatori da mettere in pratica, perché tutti quanti i membri nella comunità vivano in armonia e nella condivisione. Infine, non bisogna sottovalutare mai la condivisione della fede e dell’amore perché sono proprio quelle le virtù che portano all’unità tutta la comunità. Infatti, «una condivisione della fede e nella fede, ove il vincolo di fraternità è tanto più forte quanto più centrale e vitale è ciò che si mette in comune».

Per questo, i mezzi – come cammino da fare – sono:

• condividere la Parola di Dio nei momenti comunitari (celebrazioni liturgiche, riunioni, pasti);

• «scambio delle ricchezze spirituali, nel dialogo spirituale, nella riflessione insieme sul Vangelo, nella revisione di vita»;

• «scambio delle ricchezze affettive, condividendo le gioie e le pene, gli interessi della vita quotidiana, soprattutto nei momenti difficili»;

• mettere a disposizione della comunità i beni ricevuti, non solo gli stipendi, donazioni, regali ricevuti dai formatori, ma anche quelli dei seminaristi religiosi;

• provvedere alle necessità di ciascuno (pasto sano, stanza dignitosa, abbigliamento per l’inverno, biglietti per trasporto, telefonino e ricarica, riposo, assicurazione per la salute, medicine, soldi per varie necessità);

• prendere cura dei beni della comunità (casa, attrezzi, computer, vetture, piante, fiori).

2.3.4. Formare alla correzione fraterna

La «globalizzazione [che] permette a innumerevoli attori di mettersi in relazione» e l’internazionalità delle comunità portano con sé tante diversità, non solo di cose materiali, come per esempio cibi, bevande, vestiti, ma anche di cose immateriali, come per esempio linguaggi, gesti, espressioni, tradizioni, culture, usanze, comprese le superstizioni. Tutti quanti nelle comunità religiose sono facili ad offendere o ad essere offesi dagli altri. La Ratio Fundamentalis del 2016 raccomanda a tutti la formazione alla «correzione fraterna per corrispondere sempre meglio agli impulsi della grazia».

La vita di P. Antonio e P. Marco Cavanis fu una grande testimonianza a riguardo della correzione fraterna. Erano consapevoli di avere la vita come un dono, ma in «vasi di creta» (2Cor 4,7), fragile, soggetta a commettere sbagli contro l’amore al prossimo e a Dio. La correzione per loro era nient’altro che un atto di carità verso Dio e verso il prossimo. Correggere è un dovere perché qualsiasi difetto offende Dio. Motivati unicamente dalla carità verso il prossimo, si correggevano l’un l’altro; ed accettavano le correzioni per le loro mancanze, inginocchiati e con grande umiltà. Infatti, la correzione fraterna, per amor di Dio, alimentava la loro vita fraterna e la loro carità verso il prossimo.

2.3.4.1. Correggere per motivo dell’amore al confratello

 

Correggere qualcuno che ha sbagliato rimane una sfida anche nella nostra epoca. Addirittura tra confratelli della comunità religiosa è «difficile correggere e correggere da fratelli». La correzione fraterna può creare conflitto, rifiuto, indifferenza, perfino arrivare a perdere la stima, l’amicizia ed il senso di fraternità, anche tra gli stessi confratelli della comunità del seminario. Tuttavia, essa è «necessaria perché è un modo d’essere e crescere insieme, di legare la propria vita a quella di chi mi è “prossimo”, di concepire la fraternità come evento di salvezza, luogo teologico in cui si manifesta concretamente il nostro essere oggetto e soggetto di redenzione».

I Padri Antonio e Marco Cavanis, di questa realtà, ne ebbero piena consapevolezza. Tanto che, per il cammino di perfezione della loro vita umana e spirituale, hanno trovato il modo per praticare questo esercizio. Nel fare ciò ci vuole, innanzitutto, tanta carità. Quindi, si fa la correzione solo nel nome dell’amore. Il padre Sebastiano Casara ci testimonia che il P. Antonio «trattava con le dolci maniere e le più soavi parole chi meritava di essere bruscamente e severamente ripreso». Infatti, essi studiavano con delicatezza i difetti altrui per poter dare il giusto consiglio e, in nome della carità cristiana, cercavano di sostenere anche la fama del loro buon nome; quindi agivano per liberare non per umiliare, per aiutare non per ingiuriare. Come Gesù che, nel vangelo di Matteo, «vuole che chiunque vede un fratello che pecca, lo avvicini a tu per tu per ritrarlo dal male». È tutto un solo atto di amore sia verso i confratelli che verso gli alunni. Infatti, nella scuola, erano severissimi nel correggere, perfino punire, gli alunni indisciplinati, ma sempre con la mitezza e con l’amore. P. Antonio non terminava mai una correzione senza parole di dolcezza, di affabilità, e di amorevolezza. Sant’Agostino sostiene che (a partire dall’esempio paolino) la correzione deve essere preceduta dalla carità e accompagnata dall’umiltà. Nessun cristiano può permettersi di correggere qualcun altro senza usare la carità, perché «Dio stesso corregge colui che ama; perché Cristo stesso è modello di pazienza ed esempio di amore nei confronti dei deboli. Dio vuole emendare gli uomini, non perderli: la sua pazienza invita i cattivi al ravvedimento e il suo flagello istruisce i buoni alla pazienza». Infine, lo stesso santo dichiarava «sia che tu corregga, correggi per amore».

Per questo, i mezzi per acquistare questo obiettivo sono:

• verificare attentamente i difetti altrui secondo la coscienza umana e cristiana prima di correggere un confratello; quindi, non si corregge secondo il proprio gusto, giudizio o capriccio ma secondo quello che gli insegnamenti della Sacra Scrittura, della Chiesa e dei personaggi autorevoli affermano;

• purificare prima il proprio cuore perché poi corregga per amore, non per odio e voglia di vendetta, perché la correzione è sempre un segno di essere accanto al confratello che ha sbagliato, segno di guarigione, di illuminazione e di liberazione dal vizio e dal peccato;

• praticare la correzione in privato (Cf. Mt 18,15.) (quanto sia necessario) e in modo discreto;

• correggere senza aspettative favorevoli, come premi personali e appaganti; si agisce solo per amore, di Dio e del confratello.

 

2.3.4.2. Correggere come un atto di servizio al confratello

 

Correggere e lasciarsi correggere è una cosa delicata e complicata. La correzione fraterna è messa in discussione ancor più oggi, in questa epoca, dove quasi tutto (se non tutto) viene commercializzato. Cioè, dove tutto viene interpretato come un pagare, restituire, guadagnare. Agostino Clerici commenta così la nozione di correzione fraterna considerata da sant’Agostino:

La paura di perdere i beni umani e temporali acquistati con fatica, il timore di essere toccati negli affetti familiari, la prospettiva di procacciarsi una cattiva fama davanti agli uomini, tutto questo contribuisce ad allontanare la decisione di un intervento di correzione, che potrebbe invece creare un bene maggiore.

Evitare la pratica della correzione fraterna equivale a voler rimanere indifferenti. Tale comportamento è un atto puramente egoistico, perché pensa a servire solo se stessi e non l’altro. Vuole solo soddisfare il proprio bisogno e lasciare l’altro schiavo del male che sta facendo, davanti all’uomo e a Dio; un atto di irresponsabilità nei confronti dell’altro. Il profeta Ezechiele avverte: «Se invece la sentinella vede giunger la spada e non suona la tromba e il popolo non è avvertito e la spada giunge e sorprende qualcuno, questi sarà sorpreso per la sua iniquità: ma della sua morte domanderò conto alla sentinella (Ez 33,6)». Sant’Agostino «applica questo versetto a se stesso e alle autorità ecclesiastiche: Le sentinelle, cioè i capi della comunità, sono stati costituiti nelle chiese proprio perché non si astengano dal rimproverare i peccati». Allora, per chi è posto in autorità (nel caso della comunità del seminario lo sono gli accompagnatori) è loro proprio dovere e precisa responsabilità la pratica della correzione fraterna dei confratelli più giovani.

Papa Francesco in una sua omelia così disse: «La correzione fraterna è un aspetto dell’amore e della comunione che devono regnare nella comunità cristiana, è un servizio reciproco che possiamo e dobbiamo renderci gli uni gli altri». Siccome nessuno «è in grado di cogliere tutte le sue mancanze, in tal senso la correzione fraterna fa un importante servizio: aiuta il fratello a conoscersi meglio». Le Costituzioni e Norme della Congregazione delle Scuole di Carità chiedono: «Accogliendo con umiltà e con gioia l’invito di Paolo: La Parola di Cristo dimori tra di voi abbondantemente, ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, i religiosi si aiutino per mezzo della correzione fraterna e della revisione comunitaria di vita». Correggere un confratello allora è un atto di servizio; servizio perché è fatto per il bene dell’altro e di tutta la comunità.

Per questo, i mezzi sono:

• praticare periodicamente la correzione fraterna o in qualsiasi altro tempo opportuno; bisogna però che sia sincera e non per sentimento egoistico, perché la si fa per sfogare le proprie amarezze e lamentele;

• nelle riunioni e nei momenti di revisione di vita: ognuno si senta libero di esprimere la propria verità e sentimento; con la capacità poi di accettare, in primis i formatori, i suggerimenti o, vogliamo dire, la correzione fraterna di ciascuno dei membri;

• pregare con cuore sincero e umile davanti al Signore, prima di correggere l’altro, riconoscendo che solo lui è capace di convertire il cuore e la mente di ciascuno;

• non aver paura, per il bene di tutti, di perdere i benefici temporali dal confratello corretto; può succedere che il confratello corretto non mostrerà più lo stesso affetto di fratellanza nel sorriso, servizio e disponibilità per qualsiasi necessità della comunità (cucinare, preparare e lavare le posate, fare la spesa, aiutare per i compiti);

• correggere non pretendendo di dominare, ma solo per servire; non per sentirsi più bravi ma solo per camminare insieme da fratelli.

2.4. Formare (alla carità fraterna) nella scuola e nell’esperienza pastorale

I fratelli Cavanis erano convinti che era inutile aspettare un buon futuro della società senza preparare i giovani con una buona educazione, cioè educazione del cuore e della mente. Infatti, «l’educazione è il miglior investimento di una società» Tuttavia, educare «non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile». Per questo, nell’Istituto Cavanis, è dovere quello di formare un educatore che sia «più padre che maestro» dei bambini e dei giovani.

Gesù nel Vangelo è chiaro quando dice che nessun cieco può guidare un altro cieco (cf. Lc 6,39). Perciò, gli educatori devono essere preparati con la preghiera, con lo studio, e con l’esercizio «ad acquistare le cognizioni proprie dell’Istituto, ad avvezzarsi alla sofferenza indispensabile per questo ufficio, a conoscere le industrie e li delicati riguardi che si convengono alla difficile coltura della gioventù bisognosa di ogni assistenza, e ad accendersi di uno spirito generoso e ardente di carità». Per i Cavanis, educare il cuore e la mente dei giovani gratuitamente è la massima carità. Infatti, i Fondatori hanno intitolato la loro opera col nome di «Congregazione delle Scuole di Carità» perché la coltivazione del cuore e della mente della gioventù deriva da un sentimento di carità. È solo nella carità che ogni Cavanis vive e testimonia la sua identità di padre e maestro della gioventù. Infatti, l’amore è una sorta di credenziale che consiglia l’educatore: è il segno della più alta affidabilità di ogni persona. Conseguentemente, un Cavanis è una persona competente per svolgere il suo ruolo di padre e insegnante con carità.

2.4.1. Imparare a prendersi cura dei giovani da maestro e padre

 

Il mondo ormai è in crisi di paternità. Per motivi di lavoro, tanti padri nelle famiglie sono assenti. Cosa da non sottovalutare perché «l’assenza del padre segna gravemente la vita familiare, l’educazione dei figli e il loro inserimento nella società. La sua assenza può essere fisica, affettiva, cognitiva e spirituale. Questa carenza priva i figli di un modello adeguato del comportamento paterno». È il mondo che bisogna rieducare; i bambini e giovani a un sano rapporto paterno.

I Cavanis, senza la pretesa di sostituirsi ai genitori, testimoniavano di essere davvero «maestri e padri» dei bambini e dei giovani. Per loro, prima di essere maestri nella scuola, bisogna comportarsi da «buoni padri» per gli alunni. L’educazione avviene tra un padre e il proprio figlio/a nella scuola. Da questo rapporto inizia l’educazione. Il Progetto Educativo Cavanis (P.E.C.) dichiara:

Il metodo e lo stile educativo Cavanis comportano la presenza continua dell’educatore “padre”, che realizza la comunione e la condivisione di vita con i giovani. In questo modo le opere Cavanis si trasformano in famiglia, dove i rapporti sono vissuti in maniera autentica e costante, per giungere alla mente e, soprattutto, al cuore dei giovani.

Il Doctor Angelicus (S. Tommaso d’Aquino – di cui quest’anno ricorrono 750 anni dalla morte) conferma che il padre è per ciò stesso educatore, perché il diritto pedagogico primordiale non si fa su altro titolo che quello della paternità. È nel rapporto padre-figlio che la conoscenza sia delle scienze umane/scientifiche che della Religione si compie secondo il modo educativo Cavanis. È nella fiducia reciproca, come quella del padre e del figlio nella famiglia, che si educa un bambino nella Scuola e/o nella Parrocchia. Infatti, «la paterna familiarità può considerarsi il nucleo del metodo educativo, caratterizzato da assidua vigilanza, “continua, amorosa, sopravveglianza”, “amorosa disciplina”, in funzione della realizzazione di una sintesi vitale e educativa di valori religiosi e umani».

Per questo, i mezzi sono:

• arrivare in anticipo nelle aule della scuola o della parrocchia, per poter preparare bene la lezione e l’attività da svolgere; sarà anche una forma di accoglienza per tutti;

• parlare in privato (tipo colloquio) con coloro che dimostrano attitudine scorrette; bisogna agire con la preghiera, animo calmo, voce amorosa e parola chiara perché la loro mente sia illuminata ed il loro cuori siano toccati;

• provvedere i materiali necessari per l’apprendimento e la formazione (libri, quaderni, matite, penne, colori, fogli, proiezione, schermo, audio);

• preparare un ambiente amichevole, pulito e in ordine per avere una sensazione di bella accoglienza e per evitare spiacevoli incidenti.

2.4.2. Accompagnare i giovani con spirito familiare

 

Una conferma del 20° secolo dice: «La scuola dovrebbe certamente essere un luogo sacro come la casa, per gli alunni la cui mente e il cui cuore stanno aprendosi al loro spirituale bisogno di crescere in sapienza e in grazia, mentre crescono in età». I fratelli Cavanis erano formati da buoni cristiani e cittadini tramite la loro famiglia piena di fede, amore e fiducia. Sono stati provveduti dai loro genitori per la loro educazione, da maestri esemplari sia nella scienza che pietà come i frati domenicani a Venezia. Avevano capito che si educa con amore e fiducia, non con la penitenza e pena. Infatti, nella loro scuola, non utilizzavano mai le punizioni severe per le mancanze causate dai loro alunni. Erano molto attenti a non mettere nell’imbarazzo un alunno che aveva avuto delle mancanze nel comportamento. Regnava la dolcezza tramite la loro parola, ma nello stesso tempo erano fermi sugli insegnamenti delle virtù e dei valori cristiani, attenti che la disciplina non fosse contro la Carità, che rimane sempre la più grande delle Virtù e ha sempre il più alto valore. In casi particolari, quando si deve mettere in atto un certo rigore nella disciplina per un alunno indisciplinato, loro assicuravano che fosse una «amorevole disciplina». Cioè, si ragiona alla base della Religione e ragione.

Per questo, nella casa di formazione del seminario, la R.I.C. assicura che:

 

La pedagogia Cavanis esige attenzione costante a trasformare le opere educative in una vera famiglia; essa richiede donazione senza risparmio di tempo, di energie e di mezzi; paternità forte e premurosa secondo molti detti e la prassi costante de fondatori; capacità di attendere pazientemente il lento e libero maturare dei frutti; costanza di studio e di verifica.

Come nella famiglia che cresce in tutti gli aspetti e in ogni senso, così anche nella scuola, gli educatori Cavanis, con tanta pazienza e carità educano gli alunni senza la pretesa di ottenere risultati immediati e soddisfacenti. Bisogna tener viva quella speranza che i Fondatori hanno vissuto e testimoniato.

Per questo, come in una famiglia, i formatori preparano i seminaristi a poter imparare ad accogliere i bambini e i giovani come dono di Dio, ad amare gli alunni come fossero propri fratelli o figli, a prestare servizio senza voler alcun ricambio, ma solo per puro e gratuito amore. I mezzi sono:

• impegnarsi, sull’esempio dei PP. Antonio e Marco Cavanis, a conoscere i comportamenti, i talenti e le caratteristiche di ciascun bambino/a; allora, i seminaristi dedicano il loro tempo all’insegnamento del catechismo, “celebrano” la Messa insieme la domenica, giocano insieme, vanno in gita insieme e celebrano insieme i momenti di festa;

• considerare i bambini ed i giovani come doni di Dio, da educare nella mente e nel cuore; sono doni,con i propri talenti, mancanze o capricci. Così, come un buon padre di famiglia, si devono accogliere tutti i bambini, senza favoritismi sui migliori, i più istruiti o magari più belli e sani;

• pregare in modo costante (ogni giorno) per i bambini e per i giovani.

2.4.3. «Sopravvegliare» i giovani con amore

 

I Fondatori erano assidui nel sorvegliare i bambini e i giovani sia nell’orto (termine che utilizzavano per indicare il cortile della ricreazione) che nell’oratorio, dopo la scuola. Erano preoccupati di mai staccare i loro occhi dai giovani, mentre facevano i loro giochi durante le ricreazioni. Dopo scuola, erano anche disposti a saltare il pranzo quando non c’erano altri chierici o maestri disponibili per sorvegliare gli alunni in quell’ora. Essi però si assicuravano di non essere come dei poliziotti, ma come padri amorevoli che vogliono bene ai propri figli.

Le ricreazioni facevano parte dell’educazione dei bambini e dei giovani: erano momenti opportuni per osservare gli atteggiamenti di ciascuno sotto i loro occhi, intendere le loro attitudini e dialogare con loro.  Organizzavano onesti divertimenti, utilizzando metodi benigni, affinché i giovani non sentissero il peso della sudditanza da parte di coloro che li dovevano sorvegliare; dovevano rimanere vigili, per evitare che i giovani rischiassero i pericoli fisici dovuti alla loro vivacità, oppure i pericoli dell’anima dovuti alla familiarità con alcuni dei loro compagni; e inoltre dovevano avere particolare sensibilità al fine di scoprire il loro temperamento. Potevano così dirigerli meglio, e condurli al loro seguito; e finalmente fare ciò che è necessario per raggiungere questo fine: che gli allievi potessero avere un atteggiamento di fiducia e sentimento di amore di figli verso di loro; tutto questo porterà, come risultato, vantaggi tali che non si possono né immaginare né esprimere.

Essere presenti alle ricreazioni, per i Fondatori, non solo significava essere vicini e fissare gli occhi sui bambini e sui giovani ma anche voleva dire sorvegliarli dal contagio dei cattivi compagni. Il mondo, dicevano, «è così corrotto, che non vi si respira che un’aria pestilenziale. Essa spira da tutte le parti corruzione e peccati, e tale corruzione si insinua attraverso i nostri sensi. Ciò che si vede e si sente reca spesso un veleno mortale, quale entra dagli occhi e dalle orecchie, e poi giunge a infettare anche il cuore». Si cercherà, dunque, d’impedire che i giovani si mescolino con il mondo, insegnando loro quelle grandi massime: «Tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo» (1 Gv 2, 16); «Ho preso in odio la vita, perché mi è sgradito quanto si fa sotto il sole. Ogni cosa infatti è vanità e un inseguire il vento.» (Qo 2, 17). Per questo, durante le vacanze, essi organizzavano l’oratorio nell’orto e nell’oratorio perché i bambini non rimanessero da soli o lasciati vagabondi o indolenti per le strade. Sorvegliare è una caratteristica dello stile educativo Cavanis, come maestro e come padre. Infatti, nell’insegnamento dei Fondatori, il loro amore per i giovani esigeva «principalmente vigilanza, sollecitudine, pazienza, speranza di frutto, e orazione». Sono cinque atti virtuosi, che simboleggiano le cinque piaghe di Gesù in croce:

La vigilanza e la pazienza potremo usarle in onore delle due piaghe delle sacre mani di Gesù Cristo, le quali ci ricordano quanta cautela e costanza si vuol usare con le mani, se si accingono ad un qualche lavoro assai fino e prezioso. La fortezza e il coraggio, che nasce dalla speranza, si potranno offrire ad onore delle due sacre piaghe dei piedi, i quali accompagnati da tali doti, fanno riportar la vittoria nei più duri cimenti. Finalmente l’orazione, prodotta dalla carità verso i giovani, si potrà offrire alla piaga del sacro costato di Gesù Cristo, che apre a tutti l’ingresso a quel Cuore divino, che si fé per noi tutti vittima di carità.

San Giovanni Bosco così raccomandava: «gli allievi abbiano sempre sopra di loro occhio vigile del Direttore o degli Assistenti, che come padri amorosi parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli ed amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere allievi nella impossibilità di commettere mancanze». È una cura attenta per poter provvedere sia alla sicurezza degli alunni dagli incidenti di natura fisica sia, soprattutto, da quelli delle scienze, morali e spirituali. C’è un detto in Inglese che dice: Better safe than sorry, cioè meglio prevenire che curare. Non si educano i giovani e i bambini a distanza, ma nello stare insieme, come una famiglia che si trova nella stessa casa. Infatti, «si educa con la vicinanza, con l’incontro». Gli educatori devono capire che l’educazione è prendersi cura non solo della mente e/o solo del cuore ma di tutto, corpo e anima; e lo faranno seguendo la testimonianza dei due Cavanis, cioè, il loro zelo per l’educazione dei giovani e dei bambini, per cui non risparmiavano le loro energie, le conoscenze, il bene materiale, il tempo, il cuore, per insegnare, animare i giochi, sorvegliare nell’orto e nell’oratorio. Infine, essere Cavanis vuol dire avere occhi fissi sui giovani e sui bambini. Guardarli con occhi amorevoli come quelli del Signore sul giovane ricco (cf. Mc 10,21). Uno sguardo attento, però, non solo all’esistenza attuale, ma attento oltre al presente anche al futuro della loro esistenza, all’oggi e al domani. Uno sguardo che scruta ed è attento in tutte le direzioni, cioè non solo alle esigenze materiali e spirituali, ma al’intera vita della persona, compresa la vita della santità.

Infine, educare per i Cavanis significava anche preparare accuratamente, a volte insieme ai loro collaboratori ed educatori, la pubblicazione dei libri per l’uso degli alunni della loro scuola, scritti e/o editi dai due venerabili fratelli stessi; come pure le pubblicazioni di serie o collare di libretti con testi dei classici o di autori contemporanei, da loro scelti con cura, nel campo della letteratura e della Religione. Queste loro collane di libri erano florilegi di scritti di autori di cui essi avevano studiato la vita, la loro origine e la loro condizione, e che godevano della loro stima; libri che apprezzavano come utili per l’insegnamento, con un contenuto serio e pienamente in linea con i principi cristiani.

Perciò, nelle scuole o nelle parrocchie dove presteranno l’apostolato educativo, i mezzi sono:

• dedicare tempo per essere presenti in classe per la lezione, nel cortile durante le ricreazioni, nella biblioteca, nel teatro, e anche nelle gite scolastiche e nei pellegrinaggi;

• animare i bambini e i giovani negli oratori estivi, sia nelle parrocchie che nelle scuole tramite preghiere, giochetti/partite, teatro, esibizione dei talenti, conferenze, attività di laboratorio;

• nelle scuole, insieme con i docenti, partecipare alla scelta e al controllo dei contenuti dei libri scolastici;

• essere avviati gradualmente anche a scrivere articoli, foglietti, e anche, se necessario, libri di testo o altri libri, soprattutto di educazione e di cultura.

 

2.4.4. Imparare ad insegnare gratuitamente

Nel mondo di oggi dove regna il commercio, cioè lo scambio di favori o di beni, la gratuità del servizio ha perso, quasi del tutto, il suo valore. Tutto è calcolato su quanto ci sia da guadagnare e ottenere da qualsiasi servizio reso ad altri. Ci sono persone che donano, ma non sempre in modo del tutto gratuito e libero, perché «donare può essere un gesto traditore, perché donando si domina». Per questo, mossi dalla carità verso Dio e verso il prossimo, i Fondatori hanno istruito bambini e giovani, poveri e ricchi, e specialmente poveri, gratuitamente. Gesù nel Vangelo così esige: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).

Le Costituzioni e Norme della Congregazione chiedono che nell’Istituto «i congregati si dedichino alla scuola e alle attività educative del tutto gratuitamente». I religiosi allora operano senza aspettarsi uno stipendio, o qualsiasi altra forma di ricompensa, dal lavoro svolto per l’educazione dei giovani. Papa Benedetto XVI affermò che ogni vero educatore sa che per educare è necessario donare qualcosa di sé e che solo così potrà aiutare i suoi allievi a superare l’egoismo e a divenire a loro volta capaci di un amore genuino. Con l’ammonimento dei Fondatori, bisogna stare attenti su qualunque cosa che potrebbe favorire l’interesse proprio, e vigilare per non accettare mai né regali né inviti sia dagli studenti che dalle loro famiglie. Così il religioso e l’insegnante rimarranno liberi da ogni influenza umana, e potranno quindi esercitare la loro carità verso i più poveri e più bisognosi, e così si sfuggirà dal grave pericolo che tali pie e benemerite istituzioni, fondate per il bene dei poveri, vadano poi a finire comodamente al solo vantaggio dei ricchi. In effetti, solo coloro che vivono il servizio in modo gratuito sono davvero liberi. Questa è una saggezza evangelica che i Cavanis vollero trasmettere ai loro discepoli. Essa conferma, ancora una volta di più, che i religiosi «accolgono giovani di ogni classe sociale, poiché tutti coloro che hanno bisogno di educazione hanno un titolo sufficiente per riceverla dall’Istituto».

Venendo al concreto, l’Istituto, che ha mantenuto le sue scuole del tutto gratuite dal 1804 (anno di fondazione della prima scuola a Venezia) al 1975 circa, ha ancora scuole completamente gratuite nei paesi dove la povertà è più estrema e dove la maggioranza dei bambini e giovani non ha la possibilità di studiare.

In Italia però, per esempio, dove quasi nessuno dei docenti è religioso, è necessario ricevere le rette dalle famiglie, per pagare gli stipendi ai docenti, quasi tutti laici. La comunità religiosa Cavanis tuttavia non riceve neanche un centesimo dalla scuola, anche se mette a disposizione degli allievi e delle loro famiglie complessi edilizi enormi, come per esempio quello delle scuole di Venezia e di Possagno (Provincia di Treviso) per l’acquisto e per la manutenzione dei quali si sono spese storicamente e anche al presente somme enormi, senza che ne venga assolutamente nulla alla comunità religiosa Cavanis. Si pensi al valore, per puro esempio, della scuola di Venezia, la scuola-madre, che occupa un isolato e mezzo a Venezia, e viene utilizzato per la scuola senza alcun profitto, anzi in perdita, per la comunità. La comunità vive, con difficoltà di bilancio, per mezzo delle offerte per le messe e per l’attività pastorale di aiuto a parrocchie e a comunità religiose femminili, e con qualche offerta.

Lo spirito di insegnamento gratuito e l’istruzione è possibile solo nell’amore. Educare gratuitamente infatti:

deve mirare al vero bene dell’educando, rifuggendo da ogni tentativo di strumentalizzazione, di condizionamento, di reduplicazione nell’educando di quello che si vuole essere o magari di quello che non si è riusciti ad essere. L’educatore deve possedere la maturità di riconoscere ciò che è proprio dell’educando: le ramificazioni dei suoi bisogni, i suoi centri di interessi, i fuochi della sua carismaticità (genialità, creatività), il cespuglio dei suoi limiti e dei suoi condizionamenti interiori.

 

Non si educa mai alla piena gratuità senza la libertà, e questo sia da parte degli insegnanti che dei bambini e dei giovani.  L’educazione non deve mai scadere nel voler possedere, comandare, imporre. In caso contrario, non sarebbe un servizio verso gli altri, ma solo verso se stessi, e quindi non può essere un servizio generoso, libero e dunque gratuito.

Per questo, i mezzi per conquistare questo obiettivo sono:

• insegnare, animare i giovani, in qualità di insegnanti o catechisti, sia nella Scuola come nella Parrocchia, senza aspettarsi alcuna forma di vantaggio, guadagno o tornaconto per se stessi;

• accompagnare i giovani senza pretendere nulla in cambio, né al presente né al futuro;

• offrire spazi e strumenti adatti per varie attività (sala, teatro, cappella, macchina di trasporto);

• educare i bambini e i giovani senza la pretesa di farsi loro padroni.

Sotto la guida dei formatori, i seminaristi svolgono le loro attività per i bambini e giovani fedelmente e in costante modo gratuito. Grazie all’esempio dei Fondatori, anche i seminaristi imparano ad affidarsi alla Divina Provvidenza. Se Dio è la nostra sola ricchezza – ci testimonia P. Antonio – allora non ci mancherà nulla.

2.4.5. Educare il corpo, la mente e molto di più il cuore dei bambini e giovani

 

L’educazione viene sempre considerata come un’arte delicata e difficile. Giustamente: si tratta di un’arte, il cui “frutto” è l’uomo, la persona umana matura, capace di entrare nel mondo con la consapevolezza di se stesso, degli altri, di Dio, del valore dell’esistenza. Per questo, ogni educatore deve conoscere l’importanza della sua professione e vocazione. San Giovanni Bosco scrive: «L’educatore è un individuo consacrato al bene de’ suoi allievi, perciò deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che è la civile, morale, scientifica educazione de’ suoi allievi». Non si può dedicare la propria vita di educatore metà e metà; bisogna che tutto il tempo venga come consacrato all’educazione integrale degli alunni.

P. Antonio Cavanis commentava sui doveri dei congregati nel ministero dell’educazione dei giovani che

l’educazione dei giovani riguarda tre cose: il corpo, lo spirito e il cuore; ma quest’ultimo è il più importante, e quindi è questo il compito privilegiato di una saggia educazione. Che giova, infatti, che un giovane sia sano e agile nel corpo, quando sia dissoluto e corrotto di cuore? Cosa importa, infatti, che un giovane sia ricco di conoscenze quando sia putrido e cattivo nei suoi comportamenti? La scienza senza virtù, e non fondata sulla religione, non può essere che vana e pericolosa, quanto non soddisfa il dovere dell’uomo che deve essere più saggio nella condotta che nell’intelligenza.

 

San Paolo infatti afferma che la conoscenza gonfia (cf. 1Cor 8,2). Lo scrittore americano John Maxwell ha scritto che se la persona perde i soldi, ha perso niente, se perde la salute ha perso qualcosa, ma se perde il carattere, ha perso tutto. Gesù nel Vangelo ammonisce: «Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?» (Mt 16,16). Per questo, i fratelli Cavanis hanno sempre curato l’educazione integrale dei giovani, il loro corpo e la loro salute, il cuore e la mente, ma molto di più la loro anima. Per loro, gli alunni sono figli affidati dal Signore. Appunto per questo, hanno messo tutta la loro attenzione per usare tutti i mezzi disponibili per curare le loro vite in modo integrato.

Per questo, i seminaristi Cavanis si impegnano a:

• acquisire conoscenza delle scienze umane: pedagogia, filosofia, psicologia, sociologia, storia, letteratura, teologia, scienza, matematica, tecnologia (digitale), Sacra Scrittura, e anche spiritualità cristiana, tramite specifici corsi universitari;

• acquisire tecniche e metodi per poter fare scuola;

• vivere da testimoni, cioè da buoni religiosi sia con i fratelli dentro che fuori della comunità. l’uno e l’altro godere dell’amicizia, con gioia e serenità;

• essere esempio di vita di santità che si manifesta nella buona parola, nell’opera e nel buon rapporto con il prossimo e con il Signore, nella preghiera, nella Liturgia e nei Sacramenti.

 

2.5. Nutrire la formazione con dei riferimenti magisteriali alla carità fraterna

La Chiesa possiede i grandi patrimoni degli insegnamenti che riguardano la Fede e la Morale di tutti i fedeli. Sotto la guida dello Spirito Santo, con la leadership dei Papi, successori di san Pietro apostolo e con il Collegio episcopale, in collaborazione/partecipazione con i chierici, religiosi e religiose e laici competenti, la Chiesa è attenta nel vedere e ascoltare le sfide e i problemi del mondo presente; valuta, giudica, e propone le possibili soluzioni per rispondere alle diverse sfide e problemi che sono presenti; come ad esempio: la guerra, l’inimicizia, il razzismo, l’odio, l’indifferenza, il rifiuto dell’altro, il nazionalismo, il dogmatismo, il protagonismo, l’individualismo, il relativismo. Quest’ultimo punto intende presentare proposte concrete ispirate dal Magistero e dai Documenti del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e Società di Vita Apostolica, in vista della formazione alla carità fraterna nel seminario Cavanis a Roma.

2.5.1. Formare ad essere costruttori della comunione (cf. RdC)

 

Gesù nel Vangelo ha voluto che i suoi discepoli fossero costruttori di comunione tramite l’amore degli uni per gli altri (Cf. Gv 13,34-35). Per mettere in pratica la sua volontà, l’uno ha bisogno dell’altro, e nessuno può viverla da solo. È essenziale sia l’uno che l’altro.Il documento del Dicastero per la Vita Consacrata e le Società di vita apostolica La vita fraterna in comunità, del 1994, ha evidenziato vari motivi per cui il vivere in comunione nell’amore tra fratelli nella comunità religiosa è difficile: i giovani vogliono essere liberi di decidere a loro modo senza voler rispettare le strutture; mentre gli anziani sono eccessivamente ancorati ad esse; i giovani vogliono mostrarsi come protagonisti dei propri piani e desideri per sé stessi senza voler prendere in considerazione i consigli degli anziani. Di conseguenza, esistono, inevitabili, i conflitti; tra gli uni e gli altri si creano contrasti, opposizioni, divisioni. Per risolvere queste sfide e questi problemi, lo stesso documento ha invitato caldamente i religiosi riproponendo loro che nella vita consacrata bisogna manifestare davanti a tutti il desiderio di voler davvero costruire fraternità, la quale inizia dalla propria comunità, perché la vita fraterna in comune è una necessità, non un’opzione; c’è bisogno allora di riconciliazione e di perdono gli uni gli altri e di amore reciproco. Solo in questo modo tutti possono superare l’individualismo, il protagonismo, il soggettivismo e il dogmatismo.

Lo stesso documento sopra citato sottolinea che la «comunione è il vincolo della carità che unisce tra loro tutti i membri dello stesso Corpo di Cristo, e il Corpo con il suo Capo». Quando sono testimoni di vivere in comunione, «essi devono essere capaci di aiutare tutti gli altri membri della Chiesa a vivere la comunione». Diventano ponti tra gli uomini. Papa San Giovanni Paolo II afferma: «Le Comunità religiose, che annunziano con la loro vita la gioia e il valore umano e soprannaturale della fraternità cristiana, dicono alla nostra società, con l’eloquenza dei fatti, tutta la forza trasformatrice della Buona Novella». Di certo, nella comunità l’amore non è mai dato una volta per tutte (come anche nella famiglia); esso è destinato a crescere e a superarsi in modo continuo, man mano che si susseguono le stagioni della vita. Allora, in tutti i giorni nella propria vita, i religiosi si impegnano ad imparare e ad amare, fatto che si dimostra e si fa vedere nelle piccole e semplici cose. Costruire una comunità di comunione vuol dire «deve crescere in permanenza; e in ogni membro deve viverci con una mentalità di costruttore, rifiutando tutto ciò che demolisce la comunità…»

I fratelli Cavanis erano noti per essere uomini di comunione, di riconciliazione, di amore reciproco. Nonostante la diversità di carattere e di temperamento, avevano sì due teste ma il cuore era uno solo, perché l’un l’altro semplicemente si volevano bene, c’era in loro lo stesso sentimento di come amarsi. Possiamo esprimerci in questo modo: è come se uno dicesse all’altro: “Il mio cuore e il tuo sono uguali, perché quello che tu ami, anch’io lo amo. Quello che tu desideri, anch’io lo desidero. Quello che tu vuoi, anch’io lo voglio in nome dell’amore del Signore”. Da tener presente che non è in questione il copiare o l’assorbire l’altro, ma proprio il fatto di amarsi l’uno l’altro, come se stessi. Questo loro atteggiamento è da imitare perché diventi utile per rispondere alle sfide e ai problemi dell’epoca presente, in modo particolare quelli dell’Istituto loro fondato – la Congregazione delle Scuole di Carità.

Nel seminario Cavanis a Roma, sono indispensabili i conflitti tra giovani e anziani, tra confratelli provenienti dai vari paesi e culture che si trovino insieme nella stessa casa di formazione. Allora, sulle indicazioni degli insegnamenti della Chiesa e della tradizione dell’Istituto, la comunità impara a costruire la comunione, tramite l’amore fraterno, e a vivere in comunione con tutto il mondo – cristiani e non cristiani, credenti e non credenti.  Per questo, i mezzi per raggiungere questo obiettivo sono:

• essere consapevoli costruttori di comunione; essere prudenti sia nel parlare che nell’agire per non offendersi o disprezzarsi; vivere secondo la parola di san Paolo: Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo (Ef 4, 31-32);

• verificare attentamente i difetti altrui secondo la coscienza umana e cristiana prima di correggere un confratello; quindi, non si corregge secondo il proprio gusto, giudizio o capriccio ma secondo quello che gli insegnamenti della Sacra Scrittura, della Chiesa e dei personaggi autorevoli affermano;

• ascoltarsi l’uno l’altro per fare dialogo. Solo nel dialogo la condivisione delle idee avrà una migliore comprensione;

• quando le incomprensioni avvengono, ognuno è pronto a chiedere scusa o perdono; e non lascia che il sole tramonti sopra la propria ira (cf. Ef 4,26);

• collaborare con gli impegni, siano essi semplici che grandi ed importanti;

• evitare di essere solo consumatori di comunità (pigri, criticoni, avari);

• convincersi della necessità della reciprocità e dell’interdipendenza per ogni tipo di esistenza   umana;

• essere attenti alla cronaca e ai fatti quotidiani, come educazione alla mondialità e alla Pace;

• seguendo le orme di p. Antonio e p. Marco, avere «l’unanimità di sentimenti e di volere».

• «abituarsi a collaborare con le Chiese locali, con altri istituti religiosi e con i laici nella pastorale d’insieme»;

Sono questi i principali modi proposti per aiutare la comunità del seminario ad essere strumento di comunione tra i confratelli e nella stessa Chiesa locale, dove la comunità è inserita.

 

2.5.2. Formare a vivere alla fraternità universale

 

Il card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, e don Christian Barone, docente di teologia fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana hanno scritto che «la fraternità universale e l’amicizia sociale costituiscono per il mondo di oggi «un segno dei tempi (GS 4) ». Si parla qui della fratellanza non solo tra i cristiani, ma con tutti. Infatti, «Tutto ciò che determina una comunione limitata, chiusa, è estraneo al disegno di Dio: tutti i razzismi, di qualunque natura siano, biologica, etnologica o ideologica. una comunione limitata è una comunione che esclude altri, una comunione o fraternità ‘contro’ altri. Una simile solidarietà, per quanto forte, non è secondo lo Spirito di Cristo.»

Essere fratello di tutti è quanto mai necessario per vivere in pace e armonia in questo mondo globalizzato e in rapida evoluzione. Ormai, l’immigrazione globale è un fenomeno che è un dato di fatto; e a maggiore ragione essa è causata dalla povertà, dall’instabilità politica, dall’ingiustizia e dalla guerra; ma anche dal cambiamento universale del clima e specialmente dalla desertificazione in atto e quindi dalle ampie aree di carestia. Per questo, i missionari che appartengono a varie Congregazioni e Ordini che si occupano di educazione, assistenza sociale, assistenza sanitaria, incontrano sempre più persone provenienti da diversi Paesi, culture, tribù, nazioni e con diverse religioni oppure semplicemente senza fede. Nonostante le diversità, i religiosi sono chiamati a trattare ciascuno e tutti in modo uguale, senza discriminazioni, perché lo siamo: tutti eguali e in pari dignità.

In Fratelli tutti, Papa Francesco ha sottolineato la figura del Buon Samaritano, da imitare da parte di ogni uomo, in maniera speciale per un cristiano: egli deve amare e servire qualunque altro, anche straniero o perfino nemico. Infatti, «la parabola si basa sul comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Altrove, Gesù descrive questo comandamento e la regola d’oro come sintesi della legge e dei profeti (Mt 7,12; 22,40). L’amore cristiano per il prossimo è quindi la massima realizzazione della regola d’oro». Farsi prossimo (colui che ama tutti) è possibile a tutti, anche in questo tempo. Infatti,

Non è la povertà, né la mancanza di risorse, né tantomeno la “differenza di lingua, cultura e religione” a costituire nel suo caso un impedimento al desiderio di farsi prossimo all’altro. Quando si è mossi dal proposito di farsi “tutto a tutti” (1Cor 9, 22), dalla volizione sprigionata dall’autentico desiderio di incontro e di relazione, non vi è ostacolo che possa essere addotto come deterrente.

 

Papa Francesco è certo che «la fraternità universale, il messaggio sociale di fondo del Vangelo, è inscritta dal Creatore nel cuore di ogni uomo e di ogni donna». Ciò a dire, amare, volere bene e servire qualsiasi persona è possibile a tutti, qui e ora. Padre Marco Cavanis, nella sua lettera ai confratelli a Venezia, del 4 dicembre 1850, ha lasciato scritto che avrebbe desiderato di andare perfino in America, per una causa così bella, cioè per servire anche lì i giovani e i bambini poveri e abbandonati.

Per questo, nella comunità del seminario Cavanis di Roma (l’apostolato in Italia lo si fa sia nelle parrocchie che scuole, con la presenza degli stranieri e con diverse culture e confessioni religiose), i mezzi sono:

• trattare tutti secondo il cuore di Dio (“ama tutti, benedici tutti”);

• vedere tutte le persone con il desiderio stesso di Gesù: «vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1Tim 2,4);

• essere sensibili alle differenze culturali; evitare parole, battute o gesti che possano offendere. Bisogna invece ascoltare ed incoraggiare a condividere le proprie storie (vita, esperienze, successi, gioie, dolori, desideri) perché a tutti piace sempre raccontare le proprie storie;

• confidare non solo nei connazionali, ma in tutti. L’uno e altro condividono le proprie visioni, opinioni, perfino qualche segreto. Lo scrittore statunitense John Maxwell conferma che condividendo il proprio segreto, l’altro si sente speciale, importante;

• evitare parole e gesti che, in modo esagerato, esaltino ogni forma di nazionalismo; bisogna evitare espressioni come: “Il cibo, i trasporti, la tecnologia, le persone, la liturgia, la Chiesa sono sempre migliori quelli del mio paese!”;

• eliminare l’abitudine di un esagerato attaccamento alla propria etnia o nazione di origine. Bisogna adattarsi alla cultura dove ci si trova, perché questo può diventare momento utile per la crescita, non solo culturale ma anche spirituale e soprattutto umana. Infatti, nella novità, difficoltà e diversità Dio sempre c’è (cf. Mt. 28,20).

2.5.3. Formare ad imparare a discernere insieme

Il seminario è uno spazio/tempo privilegiato per formare i seminaristi a discernere insieme, per affrontare le sfide dell’«individualismo e ambizioni personali». Sono comportamenti che inquinano la vita fraterna nella comunità, perché non permettono di accogliere idee diverse e fanno vedere gli altri come solo strumenti e mezzi al servizio e alla realizzazione di se stessi. Un’altra condotta riprovevole è l’autoritarismo, che lascia poco spazio al dialogo e alla partecipazione di tutti per prendere decisioni che riguardano la vita nella comunità. Il documento del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica del 2008, Il servizio dell’autorità e l’obbedienza, nomina alcune pratiche che possono ostacolare la collaborazione e il discernimento comunitario:

Considerando, tuttavia, alcuni elementi del presente influsso culturale, va ricordato che il desiderio della realizzazione di sé può entrare a volte in conflitto con i progetti comunitari; la ricerca del benessere personale, sia spirituale che materiale, può rendere difficoltosa la dedizione totale a servizio della missione comune; le visioni troppo soggettive del carisma e del servizio apostolico possono indebolire la collaborazione e la condivisione fraterna.

Nella comunità del seminario, tocca agli accompagnatori formare i seminaristi ad avere una «mentalità di accoglienza e di disponibilità al dialogo», perché è nel dialogo che ciascuno può scoprire reciprocamente la bellezza di ascoltare e accogliere altre idee, così da formarsi una giusta interpretazione e visione della vita stessa della comunità. Si dice che in passato si riteneva che Dio parlasse esclusivamente attraverso i superiori. Ora noi vediamo che Dio può usare altra mediazione. Dio può esprimersi per mezzo della comunità in quanto tale, per mezzo del superiore di questa comunità che svolge una funzione particolare, e finalmente tramite il fratello singolo, specialmente quando è più direttamente interessato alla decisione da prendere.

Nessuno può dirsi autosufficiente. Amedeo Cencini afferma: «Nessuno può pretendere di sapere tutto di sé. C’è sempre qualcosa del nostro io che sfugge alla nostra attenzione». Infatti, la Finestra di Johari conferma che in ogni individuo esiste una zona cieca, cioè la persona in se stessa è inconsapevole di quello che dice e fa mentre gli altri sanno e vedono bene dal fuori. Perciò, il discernere insieme è una pratica che può aiutare gli uni e gli altri a compiere la volontà di Dio nella stessa vocazione di consacrazione. P. Antonio e P. Marco Cavanis erano esperti su questa pratica. Infatti, «si consultavano a vicenda prima di prendere decisioni». Anche se lontani, si scrivevano per potersi confrontare reciprocamente prima di agire. Allora, con fiducia nella Grazia divina, tutti due insieme decidevano sia per la vita comunitaria che per la scuola.

Papa Francesco ribadisce che «al giorno d’oggi l’attitudine al discernimento è diventata particolarmente necessaria». Per questo, «la formazione iniziale deve essere il luogo dove preparare le persone a essere uomini di dialogo» che è un modo indispensabile per la pratica del discernimento comunitario.

C’è un detto in inglese: «Two heads are better than one», cioè due teste sono meglio di una. Nella comunità religiosa dove lo stare insieme è una esigenza, tutti devono imparare a partecipare e a discernere insieme, tramite il dialogo, la preghiera e l’ascolto della Parola di Dio. Vale anche da parte di coloro che sono posti in autorità: il saper ascoltare e accogliere parole, idee e suggerimenti dagli stessi seminaristi per evitare «punti di vista e pareri sostenuti in modo assolutista e unidirezionale. L’autorità è più fortificata, perché fondata sul discernimento comunitario».

La pratica del discernere insieme genera, per ciascun membro di Istituti di Vita Consacrata, una mentalità che li abilita ad essere «corresponsabili» delle diverse decisioni, sia per la vita personale, che per la vita comunitaria e l’apostolato. Infatti, lo stesso documento del Dicastero del 2008 afferma:

 

Se il discernimento vero e proprio è riservato alle decisioni più importanti, lo spirito del discernimento dovrebbe caratterizzare ogni processo decisionale che coinvolga la comunità. Non dovrebbe mai mancare allora, prima d’ogni decisione, un tempo di preghiera e di riflessione individuale, assieme ad una serie di atteggiamenti importanti per scegliere insieme ciò che è giusto e a Dio gradito.

Far partecipare tutti al discernimento, significa riconoscere la presenza, il dono e le capacità di ciascuno; l’opportunità per vivere la corresponsabilità della missione della Chiesa e della Congregazione; ciò «non sostituisce la natura e la funzione dell’autorità, alla quale spetta la decisione finale; tuttavia l’autorità non può ignorare che la comunità è il luogo privilegiato per riconoscere e accogliere la volontà di Dio». Per questo, nella comunità del seminario, i mezzi sono:

• prendere decisioni attraverso il colloquio o, se sia necessario, più colloqui tra formatori e seminaristi religiosi;

dare spazio e tempo per l’ascolto della voce del Signore che si manifesta nella Sacra Scrittura, nella Liturgia e nella Comunità;

• esprimere e accogliere il libero scambio di idee, dando valore al contributo di ciascuno;

• rispettare gli altri, affrancarsi da egocentrismo ed etnocentrismo. Bisogna dare lo spazio per l’altro perché possa raccontare le proprie storie;

• avere fiducia reciproca; nel caso di dubbio o perplessità sulle cose o situazioni, bisogna parlare il più presto possibile a tu per tu, o con tutti i confratelli nella comunità;

• riconoscere in ogni persona la capacità di offrire la verità;

• mai pretendere di sentirsi dire che si è il più bravo, il più santo e il più sano. Bisogna riconoscere i propri limiti, ma nello stesso tempo sforzarsi per migliorare, passo dopo passo, ogni giorno.

Conclusione

In questo capitolo, sono stati elaborati e presentati suggerimenti pratici perché i seminaristi imparino ad acquistare l’arte di farsi fratello verso tutti gli altri fratelli che provengono dai diversi continenti e paesi nella comunità del seminario Cavanis di Roma, ma anche verso quanti ne incontrano sia nell’apostolato che nei vari spostamenti. Sono le linee-guida utili agli accompagnatori/formatori perché i seminaristi e i religiosi possano acquistare le virtù umane e cristiane, imparando a mettere la pratica la Spiritualità e il Carisma della Congregazione; imparando così ciascuno ad essere fedele all’identità e alla Vocazione Cavanis, ossia maestro e padre dei giovani.

Al primo punto, è stata fortemente sottolineata la raccomandazione all’ospitalità e all’accoglienza a livello interno. Quindi, i confratelli accolgono tutti i membri della loro comunità senza distinzioni; accolgono nel Nome del Signore, il formatore che esercita l’autorità come servizio ai fratelli.

Al secondo punto è stata mostrata i suggerimenti per la formazione alla carità fraterna dei membri. È stata discussa la presentazione di modelli biblici di carità fraterna nella formazione, sia dai Vangeli che nelle Lettere di San Paolo. Quindi, è necessario formare i seminaristi secondo alcune tra le principali raccomandazioni evangeliche di Gesù: «Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati» (cf. Gv 15,12); «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8);«ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40), e alla Sua volontà che «tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Ancora di più, formare secondo quella carità di cui San Paolo ha trattato nella sua Prima Lettera ai Corinzi (13), cioè che la carità sia l’unico motivo di rapporto e di servizio all’altro. Ancora, è stato sviluppato è quella attenzione di educare i seminaristi alle virtù teologali della Fede, della Speranza e della Carità, sull’esempio dei PP. Antonio e Marco Cavanis. Nello stesso modo, sono state esposte le relative indicazioni dei codici propri dei Cavanis, le Costituzioni e Norme, e la Ratio Institutionis Cavanis; entrambi i Documenti raccomandano che i rapporti siano improntati a uno stile familiare, che si impari a vivere l’uniforme identità e vocazione Cavanis, e a vivere nella comunione spirituale e materiale. Nello stesso punto è stata mostrata la proposta di formazione alla fraterna carità, sia nella scuola che nell’esperienza pastorale dei seminaristi. All’ultimo è stata presentata la formazione alla carità fraterna con dei riferimenti magisteriali, anche del Dicastero per la Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, per formare i seminaristi ad essere costruttori di comunione, aperti alla fraternità universale e capace di discernere insieme.

Mentre il primo capitolo ha messo in luce il contesto storico e la vita spirituale e pastorale condotta dai Venerabili Servi di Dio, i fratelli P. Antonio e P. Marco Cavanis, nonché le sfide presenti nel seminario Cavanis di Roma, e mentre nel secondo capitolo sono stati presentati gli elementi biblici e i documenti della Chiesa che evidenziano i conflitti, i problemi, le soluzioni e le caratteristiche della carità fraterna, quest’ultimo capitolo ne ha delineato i punti principali, con proposte e indicazioni concrete e pratiche, perché i seminaristi, sotto la guida dei loro formatori ed insieme nel cammino, possano godere l’importanza la vita fraterna ed imparare a vivere l’arte di amare tutti come fratelli in modo concreto e attuale.

CONCLUSIONE GENERALE

Noi crediamo più che mai che la formazione alla carità fraterna nella comunità religiosa ha una valenza assai significativa. Il fenomeno della globalizzazione, l’internazionalità, la multiculturalità, e l’immigrazione ci spingono a rapportarci con tematiche sempre più numerose e diverse. Per cui, per rispondere alle sfide e ai problemi portati da questi fenomeni, abbiamo scelto come titolo di questa tesi: «I fratelli Antonio e Marco Cavanis e la carità fraterna: Formazione alla vita fraterna nel Seminario Cavanis di Roma». Su questa ricerca, ho cercato di mostrare la carità fraterna in rapporto a tre ambiti fondamentali. Cioè, nella vita vissuta dai due fratelli Antonio e Marco Cavanis, dalla Sacra Scrittura, e nell’insegnamento del Magistero in generale e del Dicastero della Vita Religiosa in particolare.

Il primo: nonostante la diversità del loro carattere e temperamento, P. Antonio e Marco Cavanis hanno mostrato che la carità fraterna è l’unione tra due cuori. Lo stesso P. Marco lo ha dichiarato riferendo tale unione alla bandiera dell’Impero austriaco, rappresentata da un’aquila con due teste separate. Questo implica la vera comunione dei loro due cuori insieme. Infatti, vari testimoni confermarono che i due erano in una tale stretta unione di pensieri, di affetti e di mente da essere veramente «cor unum et anima una» (Atti 4,32). Sono due teste, due anime, ma medesimi i sentimenti l’un l’altro, per amare e servire Dio e il prossimo. Erano in costante dialogo, in armonia e unanimità nel prendere decisioni per fare il bene dei confratelli, sia della comunità da loro fondata che dei bambini e giovani nella scuola di carità da loro voluta. Il secondo: la Sacra Scrittura ha indicato le caratteristiche della carità fraterna sia sull’esempio di vita tra fratelli o amici, sia sugli insegnamenti di Gesù e Paolo, che sono: il perdono, l’amicizia vera, l’accoglienza, l’amore disinteressato, l’amore gli uni degli altri come testimonianza del discepolato di Gesù, la carità come adempimento della legge di Dio. Il terzo: i documenti tratti dal Magistero e dal Dicastero della Vita Religiosa hanno sottolineato le caratteristiche fondamentali della carità fraterna che sono: l’unità dei fratelli, dei veri costruttori di comunione, che amano tutti anche se sono diversi per colore, razza, lingua, religione o cultura.

Del risultato di questo lavoro, ho messo in luce alcune proposte formative alla carità fraterna sull’esempio di P. Antonio e Marco Cavanis, fedeli all’insegnamento della Sacra Scrittura e al Magistero della Chiesa. Abbiamo voluto proporre le seguenti indicazioni pedagogiche per la formazione dei seminaristi nel seminario Cavanis di Roma. La prima, l’ospitalità e l’accoglienza. Dalla realtà presente dell’internazionalità e multiculturalità della stessa comunità, sull’esempio dei PP. Antonio e Marco Cavanis, ognuno deve impegnarsi ad accogliere tutti i membri, senza distinzioni, accogliere tutti come fratelli nel Nome del Signore, e l’autorità è da esercitarsi come servizio ai fratelli. La seconda, tratta dai modelli biblici sulla carità fraterna secondo l’insegnamento di Gesù e di Paolo: ognuno deve amare nello stesso modo con cui Gesù ci ha amato, servire gli uni gli altri in modo gratuito, come un servizio per il Signore, con l’unico motivo di rapportarsi nel servizio che è senz’altro solo la “carità”. La terza, l’immedesimazione delle virtù dei PP. Antonio e Marco Cavanis. Gli uomini di oggi più che mai hanno bisogno della stesa fede, speranza e carità che i due fratelli Cavanis hanno sperimentato e vissuto. Erano fermi, fiduciosi e caritatevoli, nonostante fosse presente la guerra, l’inconsistenza politica, la soppressione di alcune attività religiose, l’incertezza, la povertà, e la miseria, tanto che il post Rivoluzione francese e l’arrivo degli invasori austriaci e francesi avevano contribuito a dissolvere la gloriosa Repubblica di Venezia. Così ognuno deve essere fiducioso nella Provvidenza di Dio! Coraggioso e senza paura di perdere la propria vita per l’amore dei bambini e dei giovani, educandoli da maestro e padre, gratuitamente. La quarta: formare alla carità fraterna nella Scuola e nell’esperienza pastorale. Allora, ognuno deve imparare a prendersi cura dei giovani, da maestro e da padre, accompagnandoli con spirito famigliare e nella costante sorveglianza dei bambini e dei giovani per un’educazione integrale. La quinta ed ultima, nutrire la formazione con dei riferimenti magisteriali alla carità fraterna. Ognuno deve essere formato ad essere costruttore di comunione, capace di vivere nella fraternità universale, ed imparare a discernere insieme con i confratelli.

Con questo lavoro, fondato sulla Spiritualità della carità fraterna in P. Antonio e P. Marco Cavanis per la formazione alla vita fraterna, non pretendiamo proporre una proposta ideale, un unico e perenne modello per la formazione alla fraternità nel seminario o in qualsiasi altra comunità della Chiesa, oppure proporre un modello completo e assoluto di formazione alla vita religiosa Cavanis. Siamo convinti che i segni dei tempi devono essere affrontati con modalità e mezzi adatti e realistici, senza però compromettere i valori fondamentali e le sane tradizioni, sia a riguardo del vissuto dei fratelli Cavanis che della Sacra Scrittura e del Magistero. Come suo limite, esso è proprio concentrato sulla formazione alla fraternità per il seminario. Oltre a questo, ci sono stati anche alcuni problemi incontrati mettendo mano al presente lavoro. Per esempio, capire bene alcune parole scritte in dialetto veneto negli autografi dei PP. Antonio e Marco Cavanis, oppure trovare le fonti storiche del loro contesto veneziano nel ‘700 e ‘800.

Da questo lavoro, sono uscite fuori domande fondamentali che non sono state trattate e che noi crediamo siano utili alla formazione per la carità fraterna. La prima è: in che modo la vita di consacrazione dei voti religiosi di povertà, castità e obbedienza può contribuire a formare la fraternità in seminario? La seconda è: quali sono i mezzi concreti sulla formazione alla dimensione umana, spirituale, comunitaria, intellettuale, pastorale e apostolica per favorire la formazione alla fratellanza? La terza è: quanto è importante il ruolo dei protagonisti per la formazione alla carità? Queste, alcune delle domande che affidiamo a futuri ricercatori per trovare risposte valide, affinché diventino linee-guida per una formazione continua alla fraternità, in qualsiasi comunità, sia del seminario Cavanis che per l’intera Chiesa.

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INDICE

Ringraziamenti……………………………………………………………………….

Sigle e abbreviazione…………………………………………………………………

Introduzione generale…………………………………………………………………

1. Il tema del lavoro e motivazioni alla scelta………………………………………..

2. Lo status questionis…………………………………………………………………

3. Obiettivi della ricerca………………………………………………………………

4. Struttura del lavoro…………………………………………………………………

5. Metodo o metodi……………………………………………………………………

6. Principali fonti della ricerca………………………………………………………..

Capitolo primo

L’esperienza della carità fraterna nel vissuto dei due fratelli Antonio e Marco Cavanis………………………………………………………………………………..

Introduzione…………………………………………………………………………..

1. Contesto socio-politico-ecclesiale tra il Settecento e l’Ottocento…………………

    1.1.  La società tra il Settecento e l’Ottocento……………………………………..

    1.2.  L’economia tra il Settecento e l’Ottocento……………………………………

    1.3.  La Politica tra il Settecento e l’Ottocento…………………………………….

    1.4.  L’ideologia tra il Settecento e l’Ottocento……………………………………

    1.5.  La Chiesa Cattolica del Settecento e Ottocento………………………………

2. I fratelli Antonio e Marco Cavanis, e il senso di fraternità………………………..

    2.1.  Personalità dei fratelli Antonio e Marco……………………………………..

         2.1.1. I fratelli: due teste ma un cuore solo…………………………………….

                 2.1.2. Armonia nella diversità…………………………………………………

     2. 2. Profilo spirituale e umano dei fratelli Antonio e Marco: virtù e qualità…….

          2.2.1. Le virtù di P. Antonio…………………………………………………..

          2.2.2. Le virtù di P. Marco……………………………………………………..

          2.2.3. Scritti di Antonio e Marco sulla fraternità nella formazione……………

3. Scuola Cavanis, luogo previlegiato per la carità fraterna………………………….

     3.1. I Cavanis, maestri e padri nella scuola……………………………………….

     3.2. I Cavanis e la loro costante presenza in «orto» e in oratorio…………………    4.  La fraternità nei documenti importantidell’Istituto………………………………….

     4.1. La fraternità nella Costituzioni e Norme………………………………………

     4.2. La fraternità nella Ratio Institutionis Cavanis (R.I.C) ……………………….

     4.3. La fraternità negli Atti dei Capitoli Generali………………………………….

5. Le sfide alla fraternità nel seminario Cavanis di Roma……………………………

     5.1. Nazionalismo…………………………………………………………………

     5.2. Protagonismo …………………………………………………………………

     5.3. Individualismo ………………………………………………………………..

Conclusione……………………………………………………………………………

Capitolo secondo

La carità fraterna nella Sacra scrittura e nel Magistero………………………………

Introduzione……………………………………………………………………………..

       1. Carità fraterna nella Sacra Scrittura……………………………………………….

                1.1. Il racconto della carità fraterna nel libro della Genesi tra Giacobbe ed Esaù: Da una fraternità contrastante ad una fraternità concordata…………………

                 1.2. Il racconto della carità fraterna di Giuseppe e i suoi fratelli nel libro della Genesi: dalla fraternità divisa alla fraternità riconciliata…………………………..

     1.3. Il racconto della Carità fraterna tra degli amici nel libro di 1Samuele: Davide e Gionata…………………………………………………………….

1.4. Il racconto della Carità fraterna tra nuora e suocera nel Libro di Rut: Rut e Noemi……………………………………………………………………….

1.5. La predicazione di Gesù sulla carità fraterna nel Vangelo…………………….

1.6. La carità fraterna nella prima comunità cristiana negli Atti degli Apostoli…

1.7. La carità fraterna nei discorsi di Paolo………………………………………

2. Carità fraterna nel Magistero…………………………………………………….

        2.1. Perfectae caritatis (1965): l’unità dei fratelli manifesta l’avvento di Cristo

        2.2. La vita fraterna in comunità (1994): essere costruttori di comunione…….

        2.3. Ripartire da Cristo (2002): chiamati a mettere in pratica la spiritualità della

            comunione…………………………………………………………………………..

      2.4. Il servizio dell’autorità e l’obbedienza (2008): autorità umile e discernimento comunitario per favorire l’obbedienza……………………….

      2.5.  Per vino nuovo otri nuovi (2017) autorità che forma al dialogo interculturale……………………………………………………………….

        2.6. Fratelli tutti (2020): aperti alla fraternità universale……………………….

Conclusione…………………………………………………………………………….

Capitolo terzo

Formazione alla carità fraterna nel Seminario Internazionale Cavanis di Roma……

Introduzione …………………………………………………………………………

1.  Ospitalità e accoglienza nella comunità Cavanis di Roma……………………….

     1.1. Esercitarsi ad accogliere tutti i membri senza distinzioni……………………

         1.1.1. Essere consapevoli della unica origine umana per volontà divina………

         1.1.2. Uscire da se stessi……………………………………………………….

         1.1.3. Camminare insieme………………………………………………………

         1.1.4. Puntare lo sguardo a ciò che unisce, non a ciò che divide nei confratelli

     1.2. Accoglienza dei fratelli nel Nome del Signore………………………………

         1.2.1. Guardare il cuore, non gli aspetti esteriori né l’origine…………………

         1.2.2. Rispetto reciproco……………………………………………………….

         1.2.3. L’accoglienza gratuita………………………………………………….

     1.3. Autorità come servizio ai fratelli…………………………………………….

         1.3.1. Esercitare l’autorità con il rispetto della libertà…………………………

         1.3.2. Esercitare l’autorità da fratelli, non come tra padroni e sudditi…………

         1.3.3. L’autorità evangelica per una obbedienza fraterna………………………

2. Suggerimenti per la formazione alla carità fraterna dei membri………………….

      2.1. Presentare dei modelli biblici di carità fraterna nella formazione (di Gesù e

            Paolo) …………………………………………………………………………………

            2.1.                                  2.1.1. Formare al comando evangelico di Gesù: «Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati» (cf. Gv 15,12) ………………………………….

         2.1.2. Formare alla volontà di Gesù: «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21) …………………………………………………………………

                              2.1.3. Formare all’invito evangelico di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8) …………………………………………

                  2.1.4. Formare all’affermazione di Gesù: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40) …………………………………………………………….

                  2.1.5 Formare alla carità come l’unico motivo di rapporto e servizio dell’altro (cf. 1Cor 13) ………………………………………………………….

                2.2. Educare all’immedesimazione nelle virtù dai PP. Antonio e Marco Cavanis…………………………………………………………………….

           2.2.1. Educare ad una fede vissuta dai PP. Antonio e Marco Cavanis………

                          2.2.2. Educare alla speranza vissuta dai PP. Antonio e Marco Cavanis…….

                          2.2.3. Educare ad una carità come quella vissuta dai PP. Antonio e Marco Cavanis ………………………………………………………………

             2.3. Formare secondo le indicazioni delle Costituzioni e Norme e Ratio    Institutionis Cavanis (R.I.C) ………………………………………………

                         2.3.1. Seminario in stile familiare …………………. …… ……………………….                                             

                         2.3.2. Formare all’identità e alla vocazione Cavanis………………………….                      

                         2.3.3. Formare ad una comunione spirituale e materiale………………………

                         2.3.4. Formare alla correzione fraterna………………………………………..

                                2.3.4.1. Correggere per motivo dell’amore del confratello……………….

                                2.3.4.2. Correggere come un atto di servizio al confratello………………

      2.4. Formare (alla carità fraterna) nella Scuola e nell’esperienza pastorale………

                         2.4.1. Imparare di prendersi cura dei giovani da maestro e padre…………….

                         2.4.2. Accompagnare i giovani con spirito famigliari…………………………

                         2.4.3. «Sopravvegliare» i giovani con amore…………………………………        

                         2.4.4. Imparare ad insegnare gratuitamente………………………………….,,,            

                         2.4.5. Educare il corpo, mente e molto di più il cuore dei bambini e giovani…

       2.5. Nutrire la formazione con dei riferimenti magisteriali alla carità fraterna….

           2.5.1. Formare ad essere costruttore della comunione (cf. RdC) …………….

                                   2.5.2. Formare a vivere alla fraternità universale………………………………

                                   2.5.3. Formare ad imparare a discernere insieme………………………………

Conclusione……………………………………………………………………………

Conclusione generale………………………………………………………………….

Bibliografia…………………………………………………………………………….

1. Fonti basilari

     1.1. Documenti del Magistero riguardanti il tema studiato……………………………

     1.2. Scritto su Antonio e Marco Cavanis………………………………………….

2. Documenti del Magistero (in ordine cronologico) ……………………………….

3. Studi sulle fonti…………………………………………………………………………………

  4.  Altri studi ……………………………………………………………………………..

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                                                  Appendice

UNIVERSITÀ PONTIFICIA SALESIANA

FACOLTÀ DI TEOLOGIA

Istituto di Teologia Spirituale

I FRATELLI ANTONIO E MARCO CAVANIS E LA CARITÀ FRATERNA

Formazione alla vita fraterna nel Seminario Cavanis di Roma

 

Tesi di Licenza

di Jason Cabacaba Rubinos

Relatore: prof. Méthode Gahungu

Roma, 2024-2025

Presentazione della Tesi

Il presente lavoro è una ricerca personale di approfondimento sulla formazione alla vita fraterna nel Seminario Cavanis di Roma ispirandosi sull’esempio di vita dei PP. Antonio e Marco Cavanis. Considero questa ricerca utile per me prima di tutto, ma anche per quest’opera nel mio Istituto, La Congregazione delle Scuole di Carità-Istituto Cavanis. Vuole essere un contributo al bisogno personale di essere al servizio alla vita consacrata d’oggi.

1. Il tema della tesi e le motivazioni

Nell’epoca odierna, segnata dalla diversità e accompagnata dall’individualismo, protagonismo, nazionalismo, violenza, tutto questo complesso di cose può diventare a volte motivo non solo di conflitto e di isolamento, ma può perfino portare all’abbandono della stessa Vita religiosa e/o presbiterale. Per questo, l’educazione alla carità fraterna e all’interculturalità rappresenta la risposta a un «mondo sempre più globalizzato, in cui le persone di culture differenti sono in rapporto continuo o addirittura convivono».    

In tale contesto, la qualità della vita fraterna sia nella famiglia che nella comunità religiosa, viene spesso minacciata; e questo può avvenire anche nel Seminario Internazionale Cavanis di Roma, che accoglie seminaristi, neo-professi religiosi dell’Istituto, provenienti da Europa, America Latina, Asia e Africa. Si tratta di una casa di formazione che offre tante bellezze e ricchezze, ma che nello stesso tempo accetta e vive con sapienza le sfide inerenti alla diversità delle culture dei candidati.

Entusiasmato dai corsi dall’Università Pontificia Salesiana, il tema che ho scelto per questa tesi è: I fratelli Antonio e Marco Cavanis e la carità fraterna. Formazione alla vita fraterna nel Seminario Cavanis di Roma. Lungo gli studi universitari, mi sono appassionato ad approfondire il tema della carità fraterna nella comunità religiosa. Partendo dalla mia esperienza personale di tredici anni, cioè vivere con i confratelli che provengono da vari paesi e vivere in un paese diverso del mio, mi sento nella necessità di capire e di trovare i modi migliori per vivere e testimoniare la vita fraterna. E questo, capisco che occorre farlo in modo funzionale e fondato su una metodologia di progettazione, programmazione e valutazione. Oltre a ciò, questo mio studio viene proposto per un motivo istituzionale: è per la mia Congregazione, perché questo lavoro potrà aiutare nella formazione alla carità fraterna per tutti i membri e seminaristi: carità fraterna che è il tesoro che i nostri cari Venerabili Fondatori Antonio e Marco Cavanis ci hanno lasciato come una delle principali loro eredità. Infine, vorrei che questo lavoro potesse contribuire a qualunque persona sia per il bisogno personale, sia per ulteriore approfondimento scientifico o ancora per la formazione alla vita fraterna nella vita consacrata e presbiterale.

2. Obiettivi programmati nella ricerca

Partendo dall’esperienza di vita dei due fratelli Antonio e Marco Cavanis, questo lavoro di ricerca si propone di raggiungere i seguenti obiettivi:

  1. Far conoscere l’esperienza della carità fraterna nel vissuto dei due fratelli Antonio   e Marco Cavanis, così come elaborata nei documenti della Congregazione delle Scuole di Carità;
  2. indicare alcuni fondamenti della carità fraterna nella Sacra Scrittura, nel Magistero, e nei   documenti del Dicastero Perfectae caritatis (1965), La vita fraterna in comunità (1994), Il servizio dell’autorità e l’obbedienza (2008), Per vino nuovo otri nuovi (2017), Fratelli tutti (2020) come riferimento criteriologico alle proposte fatte in seguito;
  3. fornire suggerimenti per la necessaria formazione alla carità fraterna nel Seminario    Internazionale Cavanis di Roma e nelle altre case di formazione dell’Istituto.

3. I metodi applicati nella ricerca

L’area entro la quale intendo presentare la mia tesi è quella della Teologia spirituale, con particolare attenzione alla formazione dei formatori e animatori vocazionali.

Il metodo che intendo seguire è quello proprio della Teologia spirituale: il metodo teologico-esperienziale che, in modo integrale e unitario, mi porterà a fare anzitutto in un primo momento un approccio storico-critico-fenomenologico del vissuto di fraternità dei due fratelli Antonio e Marco Cavanis. In un secondo momento farò l’ermeneutica teologica, confrontando il tema della carità fraterna presente nella Sacra Scrittura, nel Magistero e Dicastero come parametri di giudizio dell’autenticità. E, infine, nell’ultimo capitolo, per portare a maturità la nostra ricerca, indicherò delle linee di progettualità, programmazione e valutazione, e ancora di applicazione alla vita dei formandi e dei credenti oggi, utili in modo speciale per coloro che intendono impegnarsi in uno specifico cammino di formazione e crescita cristiana.

4. La struttura della tesi

La tesi si articola, dopo una introduzione generale, in tre capitoli: nel primo capitolo: ho presentato il contesto socio-politico-educazionale-ecclesiale proprio del Settecento e dell’Ottocento nella società veneziana ed europea, periodo durante il quale i due fratelli Antonio e Marco Cavanis, sono nati e hanno iniziato l’opera educativa, gratuitamente, per i bambini e i giovani. Essi si trovarono a vivere e a operare in un contesto molto movimentato dal punto di vista politico, religioso, economico e ideologico. Era il tempo delle guerre napoleoniche, della caduta drammatica della millenaria Repubblica di Venezia, della miseria che ne è seguita a Venezia e altrove. I due sono «fratelli uniti nella spiritualità di Cristo»; due vite, due anime, ma unite in un solo cuore. Il loro esempio di vita fraterna è un valore importante per affrontare le sfide odierne che minacciano la convivenza di fratellanza e vera famiglia, cioè il nazionalismo, il protagonismo, l’individualismo e la violenza privata e pubblica. 

Nel secondo capitolo, esploreremo gli insegnamenti della Sacra Scrittura e del Magistero sulla carità fraterna. Sono queste le due fonti con le quali Dio rivela la sua immensa bontà, volontà di salvezza e amore misericordioso. La Sacra Scrittura nei libri dell’Antico Testamento racconta delle vite vissute di alcuni binomi di fratelli di sangue e caratterizzate dalla gelosia, invidia, abbandono, odio, minaccia; vite di fratelli che tuttavia, alla fine, si sono riconciliati tra loro. L’amore alla fine prevale. La fraternità si costruisce tramite il perdono e l’amore. Oltre al caso dei fratelli di sangue, ho esposto anche la fraternità tra dei non fratelli di sangue ma degli amici, o in un caso raro e felice, tra nuora e suocera. Allora, si arriva a capire che la fraternità non ha un limite solo tra parenti, ma va oltre – anche a coloro che sono diversi per motivi di tribù, colore, nazione, culture, lingue e fede.

Nello stesso modo, nei libri del Nuovo Testamento, si sono approfonditi gli insegnamenti di Gesù, delle lettere di San Paolo e negli Atti degli Apostoli, sulla carità fraterna: l’amore reciproco « è la carta d’identità del vero discepolo di Cristo, la sua tessera di riconoscimento». È un amore che viene dall’ascolto della Parola di Dio, dalla preghiera in comunità, dalla fede in un Unico Dio, la vita comune, condivisione. È un amore che non cerca l’interesse personale, ma è autenticità, servizio, gratuità, perdono, che si vive perfino «portando il peso gli uni gli altri» (Gal 6,2).

Per quanto riguarda il Magistero della Chiesa e del Dicastero, ho cercato di cogliere gli insegnamenti ed orientamenti che sono necessari per vivere e testimoniare la vita fraterna nella comunità religiosa. Essi sono: rispetto gli uni agli altri; l’amore reciproco tra discepoli che ha in Cristo la sorgente, il modello e la misura: dobbiamo amarci come Lui ci ha amato; fondare una relazione di comunione radicata nell’unione con Gesù Cristo, il Capo della Chiesa, principio di tutta la creazione (cf. Col 1,16); esercitare l’autorità nel dialogo fraterno; amare tutti, cioè senza confine/limite, né condizione, né preferenza perché «tutti siamo fratelli», perché figli di un Unico Dio Padre.

Nell’ultimo capitolo, che è la sezione pedagogica e mistagogica, esamineremo gli elementi significativi sulla vita fraterna che si ammirano nella vita vissuta dei PP. Antonio e Marco Cavanis (primo capitolo) e che discendono dagli insegnamenti biblici e del Magistero/Dicastero (secondo capitolo). In conseguenza, sono indicati i suggerimenti, gli obiettivi e i mezzi pratici per la formazione alla e di fraternità nel seminario internazionale Cavanis a Roma, per contrastare forme di nazionalismo, protagonismo e individualismo che potrebbero infiltrarsi danneggiando la vita fraterna nella comunità, dove già esistono di fatto internazionalità e multiculturalità; e favorire invece una corretta programmazione, pratica e valutazione di una vera vita fraterna tra figli dei due venerabili Fondatori: varie vite diverse, con un cuore solo.

5. I risultati della ricerca

I risultati che si sono ottenuti dalla ricerca sono molti. A livello di metodologia del lavoro scientifico, questa ricerca mi ha permesso d’imparare in modo pratico e preciso come fare una ricerca scientifica, soprattutto nell’uso dei metodi di ricerca e nell’interpretazione dei contenuti.

Questa ricerca mi ha aperto orizzonti nuovi e un approccio diverso a varie problematiche concernenti la vita fraterna nella comunità religiosa. A livello di conoscenza, attraverso lo studio, ho approfondito la conoscenza dai diversi brani scelti dalla Sacra Scrittura, dai documenti ecclesiali. Su questa base, con l’aiuto degli approfondimenti fatti dagli studiosi, ho potuto precisare meglio alcuni elementi importanti e significativi per la formazione alla fraternità.

  La ricerca ci mostra che la formazione alla fraternità tra confratelli nella comunità in Cristo è un’opera molto importante, per aiutare ad affrontare le ardue sfide e le tante difficoltà del contesto attuale. L’amore fraterno tra confratelli è un comandamento che ci viene dal Signore (cf. Gv. 15,12) e la carta d’identità dei suoi discepoli (cf. Gv 13,35). La carità fraterna «in quanto tale, è già apostolato, contribuisce cioè direttamente all’opera di evangelizzazione». Allora, la testimonianza di carità fraterna ha una valenza indispensabile per la vita religiosa.

  Per raggiungere tale obiettivo (formare alla vita fraterna), si sono sviluppati gli obiettivi e mezzi che sono i frutti della lettura e della riflessione per la formazione alla vita fraterna sull’esempio dei PP. Antonio e Marco Cavanis.  I religiosi sono chiamati ad accogliere i confratelli – accogliere tutti nel nome del Signore e come dono di Dio; chiamati a diventare costruttori della comunione nella preghiera, nel dialogo e nell’ascolto; amare tutti senza discriminazioni e secondo il cuore di Dio (ama tutti, benedici tutti), nell’essere sensibili alle differenze culturali, lingue, nazioni e colore; imparare a discernere insieme nel prendere decisioni attraverso il dialogo, il rispetto degli altri, il «liberarsi dall’egocentrismo e dall’etnocentrismo», e nel riconoscere in ogni persona la capacità di offrire la verità, e ancora nell’esempio dell’unanimità dei PP. Antonio e Marco Cavanis (due teste ma un cuore solo).

6. I limiti del lavoro e gli ostacoli incontrati nella ricerca

Con questo lavoro, fondato sulla Spiritualità della carità fraterna in P. Antonio e P. Marco Cavanis per la formazione alla vita fraterna, non pretendiamo proporre un progetto ideale, un unico e perenne modello per la formazione alla fraternità nel seminario o in qualsiasi altra comunità della Chiesa, oppure proporre un modello completo e assoluto di formazione alla vita religiosa Cavanis. Siamo convinti che i segni dei tempi devono essere affrontati con modalità e mezzi adatti e realistici, senza però compromettere i valori fondamentali e le sane tradizioni, sia a riguardo del vissuto dei fratelli Cavanis, sia a riguardo della Sacra Scrittura e del Magistero.

Come suo limite, esso è proprio concentrato sulla formazione alla fraternità per il seminario. Oltre a questo, ci sono stati anche alcuni problemi tecnici incontrati mettendo mano al presente lavoro. Per esempio, capire bene alcune frasi e parole scritte in dialetto veneziano negli scritti autografi dei PP. Antonio e Marco Cavanis, oppure trovare le fonti storiche del loro contesto veneziano nel ‘700 e ‘800. Mi ha aiutato a risolvere alcuni di questi problemi la frequentazione della grande biblioteca della Congregazione a Venezia, ricca di testi antichi e appropriati per capire il contesto culturale locale.

7. Le domande aperte

Da questo lavoro, sono uscite domande fondamentali che richiedono un ulteriore approfondimento interdisciplinare:

• In che modo la vita di consacrazione dei voti religiosi di povertà, castità e obbedienza può contribuire a formare la fraternità in seminario?

• Quali sono gli obiettivi e i mezzi concreti sulla formazione alla dimensione umana, spirituale, comunitaria, intellettuale, pastorale e apostolica per favorire la formazione alla fratellanza?

• Quant’è importante il ruolo dei protagonisti per la formazione alla carità fraterna?

Il tema studiato provoca nuove prospettive che suscitano il desiderio di un approfondimento ulteriore con degli obiettivi e mezzi precisi a un contesto particolare e ad una realtà specifica.

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